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	<title>Smash - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Sat, 25 Apr 2026 19:09:13 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Fallisce la &#8220;liberazione&#8221; dai vincoli europei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 19:09:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Deficit al 3,07%: l’Italia resta nella procedura UE e rinvia l’uscita al 2027, con meno margini per la politica economica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/smash/fallisce-la-liberazione-dai-vincoli-europei/">Fallisce la “liberazione” dai vincoli europei</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La notizia è tecnica solo in apparenza, ma politicamente molto pesante: l’Italia uscirà dalla procedura d’infrazione europea per disavanzo eccessivo con un anno di ritardo rispetto agli obiettivi fissati.&nbsp;<br>Non è più una questione di previsioni o margini interpretativi, ma di numeri ufficiali: i dati certificati dall’ISTAT fissano il deficit al 3,07% del PIL. Bastano sette centesimi sopra la soglia del 3% per determinare lo slittamento dell’uscita dalla procedura al 2027.</p>



<p>Per capire la portata della questione bisogna ricordare cosa sono i parametri europei. Il Patto di Stabilità stabilisce due soglie fondamentali: deficit pubblico non superiore al 3% del PIL e debito pubblico al 60% del PIL (o comunque in discesa credibile verso quel livello). Quando questi parametri vengono superati in modo significativo, scatta la procedura per disavanzo eccessivo, che impone un percorso di rientro concordato con Bruxelles, con obiettivi puntuali anno per anno.</p>



<p>L’Italia resta strutturalmente fuori parametro sul debito, che si colloca intorno al 137% del PIL&nbsp;(per giunta in crescita). Ma è sul deficit che si è giocata la partita più immediata: il rientro sotto il 3% avrebbe consentito l’uscita dalla procedura.&nbsp;<br>Il dato ufficiale del 3,07% non lascia spazio a interpretazioni. È uno scostamento minimo in termini percentuali, ma decisivo sul piano politico e istituzionale. In Europa, la differenza tra dentro e fuori la procedura passa esattamente da qui.</p>



<p>Uscire dalla procedura avrebbe significato maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici, più spazio per politiche espansive e un rafforzamento della credibilità internazionale. Restarci dentro comporta invece un monitoraggio più stringente, impegni di aggiustamento più rigidi e, soprattutto, minori margini di manovra nelle prossime Leggi di Bilancio.</p>



<p>Per questo, al netto delle attenuanti, si tratta di un fallimento. E come tutti i fallimenti, ha cause che si distribuiscono nel tempo. Una parte rilevante del problema deriva dal peso ancora significativo del Superbonus sui conti pubblici. Una misura che ha generato un impatto complessivo superiore ai 110 miliardi e che continua a produrre effetti sul deficit anche negli anni successivi.&nbsp;<br>È un’eredità pesante, che rende più difficile qualsiasi percorso di rientro. E che dovrebbe far riflettere chi oggi guarda con favore a un ritorno di Giuseppe Conte: forse “Avvocato del popolo”, ma difficilmente “Avvocato della stabilità finanziaria italiana”.</p>



<p>Detto questo, non si può attribuire tutto al passato. Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avuto quasi quattro anni di governo e altrettante Leggi di Bilancio per costruire un percorso credibile di uscita dalla procedura. Arrivati al traguardo, i conti non tornano.&nbsp;<br>Il dato del 3,07% è il risultato finale di quel percorso. E, pur trattandosi di uno scostamento contenuto, resta un errore di valutazione che pesa politicamente. In un sistema come quello europeo, dove ogni decimale è negoziato e monitorato, arrivare sopra la soglia significa non aver centrato l’obiettivo.</p>



<p>Le conseguenze politiche sono evidenti. Giorgia Meloni perde un argomento importante nella narrazione di affidabilità economica del suo governo. Ma soprattutto si trova con margini di manovra più limitati per il futuro. Senza uscita dalla procedura, immaginare una Legge di Bilancio espansiva diventa molto più difficile.</p>



<p>Le opzioni sono due. La prima è restare dentro i vincoli europei, accettando una linea prudente, con effetti inevitabili anche sul consenso.&nbsp;<br>La seconda è provare ad aprire un fronte politico a Bruxelles, chiedendo un allentamento delle regole — per tutti, in nome della crisi internazionale, oppure per l’Italia in modo più mirato. Una scelta che comporterebbe un costo politico elevato e conseguenze difficili da prevedere nei rapporti con i partner europei.</p>



<p>In ogni caso, la fase che si apre è più complessa di quella che si chiude. Perché mentre la politica può discutere e reinterpretare, i numeri ufficiali restano lì, inchiodati al 3,07%. E questa volta sono stati sufficienti, da soli, a cambiare il calendario e il perimetro dell’azione di governo.</p>
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		<title>Le traiettorie della politica, interna e non, si muovono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 08:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come stanno cambiano lentamente gli equilibri. I segnali di cosa si sta muovendo in preparazione dell'appuntamento con la storia del 2027.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La sequenza degli ultimi giorni&nbsp;restituisce un’immagine meno lineare di quella a cui Giorgia Meloni aveva abituato osservatori e alleati.&nbsp;Dopo la sconfitta al referendum, che ha rappresentato il primo vero inciampo politico interno, sono arrivate una serie di “botte” sul piano internazionale e para-istituzionale che, pur non essendo direttamente imputabili a Palazzo Chigi, contribuiscono a creare un clima diverso.</p>



<p>La prima è la più evidente: l’apparente&nbsp;raffreddamento del rapporto con Donald Trump. Le recenti dichiarazioni del&nbsp;Presidente americano&nbsp;(sempre più&nbsp;elemento di ingovernabilità e incertezza&nbsp;sulla scena globale)&nbsp;hanno segnato una distanza che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile.&nbsp;<br>Non una rottura formale, ma una presa di posizione che ha fatto capire come il rapporto personale non basti più a garantire una sintonia politica automatica. Paradossalmente, i sondaggi suggeriscono che questo distacco potrebbe non essere un danno immediato per Meloni, anzi.&nbsp;<br>Una parte dell’elettorato moderato potrebbe vedere positivamente una maggiore autonomia rispetto a Washington. Ma il prezzo è evidente: una conversione più marcata verso un profilo europeista, che richiederà tempo, coerenza e credibilità.</p>



<p>Ed è qui che entra in gioco&nbsp;<strong>Emmanuel Macron</strong>. Il vertice di Parigi&nbsp;dei &#8220;volenterosi&#8221;&nbsp;ha mostrato un presidente francese pronto ad accogliere Meloni a braccia aperte, quasi a offrirle una nuova collocazione nel perimetro delle leadership europee più “affidabili”.&nbsp;È un’opportunità, ma non senza costi. La Francia non regala nulla, soprattutto sul piano politico. Una rinnovata sintonia con Parigi implica inevitabilmente compromessi su dossier chiave: governance economica, difesa europea, politiche industriali. E, soprattutto, comporta un riposizionamento che potrebbe non essere indolore all’interno della stessa maggioranza italiana.</p>



<p>Nel frattempo, sullo sfondo europeo, arriva anche&nbsp;<strong>la sconfitta di Viktor Orbán</strong>&nbsp;in Ungheria, un altro elemento simbolico non secondario. Orbán è stato per anni uno dei riferimenti politici impliciti di una certa destra europea. Il suo arretramento segnala che quel modello, almeno in questa fase, non è più così vincente. Anche questo contribuisce a spingere Meloni verso una ridefinizione del proprio profilo internazionale, meno identitario e più istituzionale.</p>



<p>A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il caso&nbsp;<strong>Monte dei Paschi di Siena</strong>. Il cambio al vertice dell’istituto ha aperto interrogativi più politici che finanziari. Non è chiaro chi, dentro il governo, abbia realmente guidato l’operazione, né se il Ministero dell’Economia sia rimasto davvero neutrale. Un elemento che, al di là del merito della scelta, alimenta la percezione di una gestione meno coordinata rispetto agli standard mostrati finora dall’esecutivo. Nel complesso, si ha la sensazione di una fase in cui più fattori, anche scollegati tra loro, contribuiscono a creare un’onda di fondo meno favorevole. Non una crisi conclamata,&nbsp;ma una modifica della parabola che, come insegna un amico, cambia pendenza e non si inclina.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Meloni, però, resta una leader che ha dimostrato di saper reagire. La possibile&nbsp;<strong>traiettoria di rilancio</strong>&nbsp;passa probabilmente da alcuni dossier su cui investire capitale politico e recuperare centralità mediatica.&nbsp;<br>La politica internazionale resta il primo di questi: il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo allargato, la gestione delle crisi energetiche, il rapporto con i Paesi del Golfo.&nbsp;Ma anche i dossier europei,&nbsp;dalla riforma delle regole fiscali alla politica industriale,&nbsp;potrebbero diventare terreno su cui costruire una nuova fase&nbsp;portatrice di consenso in vista dell&#8217;appuntamento con la storia del 2027.</p>



<p>Nel frattempo, sul fronte interno, qualcosa si muove anche tra le opposizioni. Una sorta di onda invisibile sembra spingere verso un ritorno di&nbsp;<strong>Giuseppe Conte</strong>&nbsp;al centro del quadro politico.&nbsp;<br>Il nuovo libro, le interviste, le prese di posizione di esponenti di primo piano del Partito Democratico, formalmente a sostegno di Elly Schlein, ma spesso con toni che lasciano intendere altro,&nbsp;disegnano uno scenario in cui la leadership del “campo largo” potrebbe non essere così scontata. È una dinamica ancora embrionale, ma non priva di significato.</p>



<p>Il risultato è un quadro più fluido di quanto apparisse solo poche settimane fa. Meloni resta al centro del sistema politico italiano, ma&nbsp;intorno i satelliti iniziano ad ingrandirsi e ad assumere traiettorie sempre più incontrollabili.&nbsp;</p>



<p></p>
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		<title>Tentativi di rilancio (ma nella continuità)</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/smash/tentativi-di-rilancio-ma-nella-continuita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 08:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il referendum, Meloni rilancia senza cambi di rotta mentre maggioranza e opposizioni ridefiniscono equilibri e leadership.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La settimana politica si è aperta e chiusa nel segno di una parola non detta ma chiarissima: continuità. Dopo la batosta del referendum, ancora molto viva come ferita, Giorgia Meloni ha scelto il Parlamento per difendere il proprio operato e rilanciare l’azione di governo.&nbsp;<br>Non una presa d’atto della difficoltà, ma un tentativo di rovesciare la narrazione: nessuna “fase 2”, nessun rimpasto, nessun cambio di passo imposto dagli eventi. Il messaggio è stato netto: si va avanti così, perché così si è vinto e così si governa.</p>



<p>Il&nbsp;<strong>dibattito in Aula</strong>&nbsp;è stato, nei fatti, l’inizio di una campagna elettorale a bassa intensità. I toni, gli attacchi, le repliche hanno confermato che la legislatura è entrata in una fase diversa, in cui ogni passaggio parlamentare diventa anche un posizionamento politico.&nbsp;<br>Meloni ha provato a riassorbire il colpo del referendum riportando il confronto sul terreno a lei più favorevole&nbsp;(stabilità, credibilità internazionale, leadership)&nbsp;ma senza concedere nulla sul piano dell’autocritica. Una scelta coerente, ma che lascia aperta la domanda su quanto quella sconfitta continuerà a pesare nel medio periodo.</p>



<p>Sul fronte della maggioranza, le&nbsp;<strong>nomine delle società di Stato</strong>&nbsp;hanno offerto un altro elemento di lettura della fase.&nbsp;Anche qui il segnale generale è stato quello della conservazione, ma meno rigida del previsto.&nbsp;</p>



<p>Il caso più rumoroso è stato l’avvicendamento di Roberto Cingolani alla guida di Leonardo. Tre anni fa la sua nomina era stata letta come una scelta personale e quasi “di rottura” da parte di Meloni.&nbsp;</p>



<p>Oggi il contesto è completamente diverso: la statura politica della Premier è cresciuta, così come la necessità di mantenere un controllo più stretto sugli equilibri&nbsp;internazionali. E gli amministratori delegati, a differenza dei ministri, non sono inamovibili. Se alcune scelte non convincono, si cambia. Il messaggio è arrivato forte e chiaro.</p>



<p>Poi,&nbsp;<strong>Forza Italia</strong>. Il vertice di&nbsp;ieri&nbsp;tra la famiglia Berlusconi e Antonio Tajani, con la presenza immancabile di Gianni Letta, ha avuto un valore politico che va oltre la cronaca.</p>



<p>Se qualcuno avesse ancora dubbi sull’interesse diretto della famiglia verso il partito, questo incontro li ha dissipati. Il racconto ufficiale parla di “visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore”.&nbsp;</p>



<p>Una formula che, al netto della retorica, indica una cosa precisa: Forza Italia resta un soggetto politico vivo, presidiato&nbsp;dalla famiglia&nbsp;e tutt’altro che destinato a&nbsp;vivacchiare in una stabilità tendente all&#8217;immobilità.<br>Dall’altra parte, qualcosa si muove.&nbsp;<br>Nelle&nbsp;<strong>opposizioni&nbsp;</strong>cresce il ruolo di Giuseppe Conte come possibile candidato premier del cosiddetto “campo largo”. Alcuni recenti sondaggi fotografano una situazione solo apparentemente paradossale: il Partito Democratico resta avanti come forza politica, ma Conte risulta più competitivo di Elly Schlein in una eventuale corsa per la leadership di coalizione.&nbsp;<br>Un dato che ha una sua logica. Conte ha già incarnato una funzione di governo, ha un profilo più “istituzionale” e meno identitario, ed è percepito come figura di sintesi. Schlein, al contrario, continua a rappresentare una leadership più politica e meno trasversale. Due percorsi diversi, due posizionamenti che parlano a elettorati in parte sovrapposti ma non coincidenti.</p>



<p>Nel complesso, la settimana restituisce l’immagine di un sistema che si sta lentamente riassestando dopo uno shock politico. <br><br>La maggioranza prova a blindare la propria linea senza aprire fronti interni, l’opposizione cerca di costruire un’alternativa che abbia un volto riconoscibile. In mezzo, una campagna elettorale che non è ancora iniziata ufficialmente, ma che nei fatti è già partita.</p>
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		<title>La parabola si è davvero invertita?</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/smash/la-parabola-si-e-davvero-invertita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 08:30:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[conte]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse è presto per dirlo. Ma è evidente che qualcosa si è mosso. E in politica sono le lente inclinazioni a cambiare le traiettorie. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si è invertita la parabola del consenso di Giorgia Meloni? È la domanda che inizia a circolare con una certa insistenza&nbsp;nella nostra testa. E, come sempre accade in politica, quando la parabola sembra piegarsi verso il basso, il tema non è tanto se stia davvero scendendo, ma se sia ancora possibile riportarla verso l’alto.</p>



<p>Dopo la sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia, i segnali di una possibile incrinatura si sono moltiplicati. Il <strong>risultato del voto</strong> ha colpito più del previsto: la vittoria del “no” è stata netta e, soprattutto, accompagnata da due elementi politicamente sensibili. Da un lato, l’ondata di voto giovanile, che ha premiato la posizione contraria alla riforma; dall’altro, il dato del Sud, dove il centrodestra governa molte regioni ma ha registrato una performance deludente. Non una sconfitta sistemica, ma un campanello d’allarme.</p>



<p>A questo si è aggiunto il&nbsp;<strong>regolamento di conti&nbsp;</strong>interno alla maggioranza, già evidente nei giorni immediatamente successivi al voto e tutt’altro che esaurito. Le dimissioni forzate nell’area della Giustizia e quelle, francamente difficili da spiegare, della ministra Santanchè hanno dato l’impressione di una gestione più reattiva che strategica. Più che chiudere una crisi, hanno contribuito ad alimentare la percezione di una fase di assestamento, se non di confusione.</p>



<p>Nel frattempo, anche sul&nbsp;<strong>fronte opposto</strong>&nbsp;qualcosa si muove. Il dibattito sulle primarie del cosiddetto “campo largo” è tornato d’attualità, sospinto da due elementi simbolici ma non irrilevanti.&nbsp;<br>Il primo è l’uscita del libro autobiografico di Giuseppe Conte, tempistica che ricorda da vicino quella di “Io sono Giorgia” a parti invertite, quasi a segnare l’inizio di una nuova fase politica.&nbsp;<br>Il secondo è l’editoriale, chirurgico come&nbsp;al solito, di Paolo Mieli, che ha evocato senza troppi giri di parole l’ipotesi di un passo indietro di Elly Schlein per lasciare spazio proprio a Conte.&nbsp;<br>Un parallelo che richiama gli anni ’90 e 2000, quando&nbsp;gli allora DS &#8211;&nbsp;Democratici di Sinistra&nbsp;(prima di essere PD),&nbsp;pur essendo il partito principale&nbsp;della coalizione,&nbsp;scelsero di non intestarsi la leadership e lasciarono spazio prima a Prodi e poi a Rutelli. Un’operazione che&nbsp;2 volte su 3 ha funzionato (1996 e 2006), al contrario di quando il candidato era di diretta espressione PD (Veltroni 2008, Bersani 2013, Renzi 2018 e Letta 2022).</p>



<p>A rendere il quadro ancora più mosso contribuisce il riemergere di&nbsp;<strong>vicende personali</strong>&nbsp;che coinvolgono membri del Governo. Il caso che riguarda il ministro Piantedosi, emerso dopo l’intervista di Claudia Conte, riporta alla memoria dinamiche già viste, come quella che coinvolse Sangiuliano quasi due anni fa. Non si tratta, almeno per ora, di elementi politicamente dirompenti, ma contribuiscono a creare un clima di maggiore esposizione e vulnerabilità.</p>



<p>Messi insieme, questi segnali disegnano una fase che potremmo definire di&nbsp;<strong>entropia politica</strong>.&nbsp;Le crepe si intravedono, ma non sono ancora pienamente riflesse nei sondaggi. È una situazione tipica: la percezione del cambiamento precede la sua misurazione. E spesso, quando arriva nei numeri, è già consolidata.</p>



<p>Giorgia Meloni, da parte sua, sta provando a reagire.&nbsp;<br>La&nbsp;<strong>nomina del sottosegretario Mazzi</strong>&nbsp;a ministro del Turismo è stata una scelta interamente sua, maturata senza preavvisi e senza le classiche anticipazioni da retroscena. Un segnale di controllo e di iniziativa, più che di mediazione.&nbsp;<br>Allo stesso tempo, la Premier ha scelto di riportare il baricentro sul piano internazionale, con un&nbsp;<strong>viaggio nei Paesi del Golfo</strong>&nbsp;che ha un valore politico evidente: essere la prima leader a muoversi in quell’area dopo l’escalation in Iran significa presidiare un terreno — quello della politica estera — su cui la maggioranza è più compatta e l’opposizione più divisa.</p>



<p>È una strategia già vista: quando il contesto interno si complica, si alza lo sguardo. E, nel caso di Meloni, è anche il terreno su cui ha costruito una parte significativa della propria credibilità.</p>



<p>Resta però la domanda iniziale. La parabola si è davvero invertita? Forse è presto per dirlo. Ma è evidente che qualcosa si è mosso. E in politica, più che le cadute improvvise, sono le lente inclinazioni a cambiare le traiettorie.&nbsp;<br>La vera sfida, ora, non è evitare ogni segnale negativo,&nbsp;impossibile dopo&nbsp;quasi 4&nbsp;anni di&nbsp;governo, ma impedire che questi segnali si sommino fino a diventare una narrazione. Perché quando la narrazione cambia, riportarla indietro è&nbsp;praticamente impossibile.</p>
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		<title>Evitare che il regolamento (di conti) si trasformi in logoramento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 09:51:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<category><![CDATA[tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Finito il regolamento di conti interno alla maggioranza, serve ripartire, per evitare il logoramento delle forze prima delle elezioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il referendum costituzionale sulla giustizia si è chiuso con un esito che ha palesemente colto di sorpresa Governo e maggioranza. Sia per il risultato in sé, sia per la dinamica con cui è maturato. Se l&#8217;idea era quella di legare l&#8217;alta affluenza alla vittoria, è accaduto l’opposto. <br>Dopo mesi di sondaggi con il &#8220;sì&#8221; in vantaggio fino a oltre il 60%, il risultato delle urne ha decretato un 53,24% a 46,76% a favore del &#8220;no&#8221;, 15 milioni di voti contro poco più di 13,2 milioni, con un&#8217;affluenza al 55,7%. Una débacle. </p>



<p>E questo spiega, più di ogni altra cosa, il regolamento di conti che ne è seguito.<br>Nelle ore successive al voto si è fatta strada una narrazione difensiva: errore nella “politicizzazione” del referendum. Una linea che convince poco.</p>



<p>Come si poteva immaginare che un referendum sulla giustizia, il tema più sensibile della trentennale storia politica della Seconda Repubblica, non venisse politicizzato? Come si poteva pensare di convincere gli elettori a votare “sì” in punta di diritto, mentre dall’altra parte si parlava, senza troppe sfumature, di un “sì” a favore degli “amici dei mafiosi”? In un contesto simile, il terreno tecnico era inevitabilmente destinato a essere travolto.</p>



<p>Le conseguenze politiche sono state immediate. Si è aperta una resa dei conti dentro la maggioranza, con modalità che lasciano più di una perplessità. Non potendo intervenire direttamente sul Ministro della Giustizia, figura troppo centrale per essere messa in discussione senza aprire la strada a un rimpasto e quindi a un possibile Meloni-bis, scenario tutt’altro che gradito, si è scelta una strada diversa: fare terra bruciata attorno a Nordio, con le uscite di Bartolozzi e Delmastro.</p>



<p>A queste, si è aggiunta la &#8220;violenta&#8221; richiesta di dimissioni del ministro Santanchè. Una scelta francamente difficile da comprendere. Tre anni di difese compatte in nome del garantismo si sono sciolti al sole di una sconfitta referendaria, lasciando spazio a una dimostrazione pubblica di forza che ha avuto il suo apice in un comunicato stampa dai toni mai visti nella storia politica recente. Più che un segnale verso l’esterno, è sembrato un messaggio interno, rivolto agli equilibri della maggioranza.</p>



<p>Il regolamento di conti non ha risparmiato nemmeno Forza Italia, dove a cadere è stata la testa del capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, più sacrificabile perché meno vicino a Tajani dell&#8217;altro Capogruppo alla Camera, Paolo Barelli. Più contenuto, invece, l’impatto sulla Lega. Salvini, più attento nelle uscite pubbliche e meno esposto sulla campagna referendaria, paga meno il risultato negativo, anche grazie a una buona performance del “sì” nel Lombardo-Veneto.</p>



<p>Dall’altra parte, l’opposizione esulta. Ma è un successo che non le appartiene fino in fondo. Più che una vittoria costruita, è il risultato delle difficoltà della maggioranza. E tuttavia prova a capitalizzarlo, rilanciando l’idea di un’alternativa politica e tornando a parlare, non a caso, di primarie come strumento di legittimazione. Il punto, ora, è capire quanto durerà questa fase. C’è solo da sperare che il regolamento di conti si esaurisca rapidamente, senza trasformarsi in un periodo di auto-logoramento. Perché, in quel caso, il rischio sarebbe uno solo: offrire all’opposizione lo spazio politico che finora non è riuscita a costruirsi da sola.</p>
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		<title>Personalissima dichiarazione di voto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 13:29:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti al momento del referendum costituzionale sulla giustizia, vale la pena fare uno sforzo controcorrente: parlare del contenuto, invece che del tifo. Non è semplice, perché il...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Giunti&nbsp;al momento del referendum costituzionale sulla giustizia, vale la pena fare uno sforzo controcorrente: parlare del contenuto, invece che del tifo.&nbsp;<br>Non è semplice, perché il dibattito&nbsp;ormai ha da tempo&nbsp;preso la scorciatoia più comoda — trasformare il voto in un giudizio sul Governo.&nbsp;Legittimo,&nbsp;ma poco utile se l’obiettivo è capire cosa davvero cambia.</p>



<p>Partiamo da un punto fermo: il referendum interviene su alcuni meccanismi chiave dell’ordinamento giudiziario, non sulla sua quotidianità. Non decide se un processo sarà più veloce o più giusto domani mattina, ma prova a incidere sugli equilibri di potere interni alla magistratura e sul modo in cui si prendono decisioni che, indirettamente, influenzano la vita di tutti.</p>



<p>Il primo elemento che merita attenzione è il sorteggio per la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Qui la questione è meno tecnica di quanto sembri: oggi il sistema è fortemente influenzato dalle correnti, che nel tempo hanno assunto un ruolo sempre più simile a quello dei partiti, con dinamiche di consenso, accordi e — inevitabilmente — spartizione delle posizioni.&nbsp;<br>Il sorteggio non è una soluzione perfetta (non&nbsp;ne&nbsp;esistono), ma introduce un elemento di casualità che rompe la “corsa politica” interna alla magistratura. Meno campagne, meno pacchetti di voti, meno trattative su nomine e avanzamenti di carriera. Non elimina il problema, ma lo rende più difficile da strutturare.&nbsp;</p>



<p>Il secondo punto riguarda la separazione delle carriere. Anche qui, il dibattito è stato spesso semplificato in modo fuorviante: pubblici ministeri da una parte, giudici dall’altra.&nbsp;<br>In realtà, la questione più delicata riguarda il rapporto tra PM e GIP/GUP, cioè quei giudici monocratici che decidono su arresti, sequestri, intercettazioni — in altre parole, sulla libertà personale nelle fasi più sensibili delle indagini. È lì che si gioca l’equilibrio tra accusa e controllo, ed è lì che una distinzione più netta può rafforzare le garanzie, senza trasformare il sistema in qualcosa di radicalmente diverso.<br>Detto questo, è bene chiarire cosa questa&nbsp;nostra&nbsp;posizione non è. Non è un sostegno al Governo, né una valutazione sulla sua azione.&nbsp;<br>Anzi, proprio la gestione comunicativa della campagna per il “sì” lascia più di qualche perplessità. Legare una riforma costituzionale a singoli casi di cronaca — per quanto eclatanti — non aiuta a spiegare perché quella riforma serva. Trasforma&nbsp;solo&nbsp;un ragionamento di sistema in una reazione emotiva.&nbsp;</p>



<p>Qualche eccezione c’è stata. Il confronto tra Giorgio Mulè e Henry John Woodcock a Piazzapulita è stato uno di quei rari momenti in cui il dibattito, soprattutto grazie a Mulè,&nbsp;ha&nbsp;centrato il punto, mostrando come si possa discutere anche su posizioni opposte senza ridurre tutto a slogan.&nbsp;<br>Ma, nel complesso, la sensazione è che il “sì” sia stato raccontato peggio di quanto meriterebbe.</p>



<p>Dall’altra parte, non convince nemmeno la narrativa che trasforma il “no” in una sorta di scelta moralmente superiore. L’idea che votare “sì” significhi indebolire la legalità, o addirittura favorire zone grigie, è una semplificazione tanto comoda quanto pericolosa. Non esistono buoni e cattivi su un referendum costituzionale.&nbsp;</p>



<p>Alla fine, la questione è piuttosto lineare.&nbsp;Il sistema attuale funziona? In parte sì, in parte no. Le distorsioni emerse negli ultimi anni — dalle dinamiche correntizie al peso delle relazioni interne nelle carriere — sono sotto gli occhi di tutti.&nbsp;<br>Questa riforma le risolve completamente? No. Ma introduce correttivi che vanno nella direzione di ridurre alcune delle criticità più evidenti.</p>



<p>Per questo, il “sì” appare una scelta ragionevole. Non entusiastica, non ideologica, ma pragmatica. Un passo avanti, non un salto nel buio.</p>



<p>E poi c’è un ultimo punto, forse il più importante: andare a votare. Non c’è quorum, e questo cambia completamente la logica del referendum.&nbsp;<br>Decideranno i più motivati, anche se fossero pochi. E il risultato varrà comunque per tutti, per molto tempo.&nbsp;<br>È già successo nel 2016: da allora, di riforme costituzionali non si parla più. Non perché il tema sia scomparso, ma perché è diventato politicamente tossico.</p>



<p>Meglio quindi scegliere, anche con qualche dubbio, che lasciare che siano altri a farlo. Anche perché, nel frattempo, la giustizia continuerà a funzionare esattamente come prima. Con i suoi pregi, e con i suoi difetti.</p>
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		<title>Evoluzioni del conflitto e lo stretto passaggio italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 09:50:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Crisi Iran: Italia tra alleanza atlantica e prudenza strategica. Governo e Quirinale puntano su de-escalation e diplomazia.</p>
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<p>La crisi aperta dall’attacco americano contro l’Iran continua a produrre effetti a catena ben oltre il teatro militare mediorientale. Dopo i raid iniziali e le prime risposte di Teheran, la situazione si è stabilizzata solo in apparenza: gli scambi indiretti tra Iran e Israele proseguono, la presenza militare statunitense nel Golfo è stata rafforzata e i mercati energetici restano estremamente sensibili a qualsiasi segnale di escalation.&nbsp;<br>Lo Stretto di Hormuz rimane il punto più delicato della partita, perché anche una limitata interruzione del traffico petrolifero avrebbe effetti immediati sull’economia globale. Non sorprende quindi che il conflitto, pur rimanendo formalmente circoscritto, sia ormai entrato stabilmente nell’agenda politica europea.</p>



<p>In questo quadro l’Unione Europea continua a muoversi con cautela, oscillando tra la condanna implicita dell’escalation e la difficoltà di costruire una posizione comune realmente incisiva. Alcuni Paesi spingono per un rafforzamento della diplomazia multilaterale, altri si limitano a sostenere la necessità di proteggere le rotte commerciali e la sicurezza energetica.&nbsp;<br>La sensazione generale è che l’Europa stia ancora cercando un punto di equilibrio tra solidarietà atlantica e autonomia strategica, senza però avere ancora gli strumenti politici per trasformare questa ambizione in iniziativa concreta.</p>



<p>In Italia il tema è diventato inevitabilmente centrale nel dibattito politico della settimana. Le comunicazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Parlamento hanno segnato il momento più visibile di questa discussione.&nbsp;<br>La linea del governo è rimasta coerente con quella delineata nei giorni immediatamente successivi all’attacco: l’Italia non è parte del conflitto, non intende diventarlo e continuerà a sostenere ogni iniziativa diplomatica utile a evitare un allargamento della guerra. Allo stesso tempo, Meloni ha ribadito la piena collocazione atlantica del Paese e la necessità di mantenere un dialogo costante con gli Stati Uniti e con i partner europei.</p>



<p>Il dibattito parlamentare, come prevedibile, è stato acceso. Le opposizioni hanno accusato il governo di eccessiva prudenza e di una posizione inizialmente troppo silenziosa rispetto all’azione americana. Alcuni interventi hanno messo in discussione l’utilizzo delle basi statunitensi sul territorio italiano e chiesto maggiore trasparenza sugli accordi militari.&nbsp;<br>La maggioranza ha risposto difendendo la linea di responsabilità dell’esecutivo, sostenendo che un approccio più assertivo avrebbe rischiato di compromettere il ruolo diplomatico dell’Italia e la sicurezza dei cittadini italiani presenti nell’area.</p>



<p>Le risoluzioni approvate alla fine del confronto parlamentare hanno sostanzialmente confermato questa impostazione. Il Parlamento ha espresso sostegno alla linea del governo, ribadendo la centralità della de-escalation, la difesa del diritto internazionale e l’impegno dell’Italia nelle iniziative europee e multilaterali per contenere il conflitto. È una posizione che cerca di tenere insieme fedeltà alle alleanze e prudenza strategica, evitando di trasformare una crisi regionale in un terreno di scontro politico interno.</p>



<p>A rafforzare questa linea è intervenuto&nbsp;ieri&nbsp;anche il Consiglio Supremo di Difesa, riunito al Quirinale sotto la presidenza di Sergio Mattarella. Il Consiglio ha analizzato l’evoluzione della crisi e le possibili ricadute per la sicurezza nazionale, sottolineando la necessità di mantenere alta l’attenzione sui rischi di destabilizzazione nel Mediterraneo e sulle implicazioni energetiche ed economiche del conflitto.&nbsp;<br>Nelle conclusioni è emersa con chiarezza la volontà di evitare qualsiasi coinvolgimento diretto dell’Italia nelle operazioni militari, privilegiando invece il rafforzamento della cooperazione con gli alleati e il sostegno alle iniziative diplomatiche.</p>



<p>La posizione del Presidente della Repubblica ha avuto un peso evidente nel definire il tono complessivo della risposta italiana.&nbsp;<br>Mattarella ha richiamato esplicitamente il valore della stabilità internazionale e la necessità di evitare ogni ulteriore escalation, ribadendo il ruolo dell’Italia come Paese impegnato nella difesa dell’ordine multilaterale. È un messaggio che riflette la tradizione diplomatica italiana e che si inserisce in una fase in cui il margine di manovra degli Stati europei è inevitabilmente limitato dalle dinamiche tra le grandi potenze.</p>



<p>In definitiva, la postura italiana di fronte alla crisi iraniana appare oggi più chiara rispetto ai primi giorni del conflitto. Il governo ha scelto una linea di equilibrio: sostegno all’alleanza occidentale, rifiuto di qualsiasi coinvolgimento diretto nelle operazioni militari e impegno a favore della de-escalation.&nbsp;<br>È una strategia che punta a proteggere gli interessi nazionali e a preservare la credibilità internazionale dell’Italia, ma che dovrà confrontarsi con un contesto globale sempre più instabile.&nbsp;<br>Come già evidenziato in precedenza, se il conflitto dovesse intensificarsi o allargarsi ad altri attori regionali, anche Roma potrebbe trovarsi presto di fronte a scelte più difficili di quelle affrontate finora.</p>
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		<title>Iran, la prima settimana divide il mondo. Qual è il ruolo dell&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 08:31:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L razionalità in politica estera non basta: serve anche far capire che dietro la cautela c’è una strategia, non solo il timore di sbagliare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Gli Stati Uniti hanno attaccato l&#8217;Iran. O meglio, ne hanno eliminato la Guida Suprema, senza tentare un&#8217;operazione di estrazione modello Maduro in Venezuela ma procedendo direttamente alla soluzione definitiva. E&#8217; guerra, ma un modo diverso di fare la guerra su cui non esistono parametri di riferimento entro cui ragionare.&nbsp;<br>Le conseguenze di quanto sta avvenendo sono profondamente incerte, su un piano militare, politico e non ultimo economico, considerati i miliardi fermi per la chiusura dello Stretto di Hormuz.&nbsp;<br>Per questo, oggi parliamo solo di Italia.&nbsp;<br>Il punto di vista italiano si è costruito in questi giorni più per stratificazione che per slancio.&nbsp;Prima il silenzio prudente di Palazzo Chigi, poi i vertici riservati, quindi le comunicazioni in Parlamento di Antonio Tajani e Guido Crosetto, infine l’intervento pubblico di Giorgia Meloni, ma in radio e non in Parlamento.&nbsp;<br>Il risultato è una linea che prova a tenere insieme tre esigenze diverse: non&nbsp;indispettire&nbsp;Washington, non farsi trascinare&nbsp;nel&nbsp;conflitto regionale e non lasciare all’opposizione il monopolio della critica politica.&nbsp;<br>Meloni ha sintetizzato tutto con una formula semplice: “l’Italia non è in guerra e non vuole entrarci”, chiarendo anche che l’eventuale utilizzo delle basi americane sul territorio nazionale resterebbe confinato al supporto logistico previsto dagli accordi bilaterali.</p>



<p>In Parlamento, però, il tono è stato meno lineare di quanto si potesse immaginare.&nbsp;<br>Tajani ha insistito sulla priorità assoluta della sicurezza degli italiani nella regione, difendendo una postura di responsabilità e gestione dell’emergenza.&nbsp;<br>Crosetto, dal canto suo, ha scelto un registro più netto sul piano giuridico, arrivando a definire l’attacco americano “fuori dal diritto internazionale”. È una formula importante, perché segnala che il governo italiano non intende avallare politicamente l’azione statunitense, pur evitando qualsiasi rottura diplomatica.&nbsp;<br>In parallelo, il Parlamento ha approvato una mozione che consente il rafforzamento del sostegno difensivo ai Paesi del Golfo con sistemi antimissile e capacità di sorveglianza, confermando al tempo stesso la partecipazione italiana ai più ampi sforzi europei di protezione contro eventuali minacce iraniane.</p>



<p>Le opposizioni hanno colto immediatamente il punto debole della linea governativa: la sensazione di una certa esitazione iniziale.&nbsp;<br>Elly Schlein ha attaccato soprattutto sul ritardo con cui Crosetto ha preso posizione sul piano del diritto internazionale, mentre Giuseppe Conte ha trasformato la questione in un atto d’accusa politico contro Meloni, accusandola di “scappare” dal Parlamento e di non chiarire fino in fondo il tema dell’uso delle basi.&nbsp;<br>La critica, in sostanza, è doppia: subordinazione verso gli Stati Uniti e opacità istituzionale. È una linea d’attacco prevedibile, ma non priva di presa, soprattutto perché il conflitto iraniano tocca un nervo scoperto della politica italiana: la differenza tra alleanza atlantica e&nbsp;&#8220;automatismo atlantico&#8221;.</p>



<p>Dentro il dibattito parlamentare, però, il momento più politico è stato probabilmente l’intervento di Matteo Renzi. Non tanto per il merito della linea sull’Iran, quanto per il modo in cui ha scelto di colpire Tajani, accusandolo di una diplomazia debole e quasi notarile, con toni volutamente caustici e personali.&nbsp;<br>Lo scontro tra i due ha trasformato una discussione di politica estera in una scena di politica interna piuttosto classica: la Farnesina come teatro di schermaglie, con Renzi nel ruolo del guastatore professionale e Tajani in quello del ministro istituzionale irritato ma costretto a restare composto. Al netto delle battute, il punto di Renzi era chiaro: l’Italia non può limitarsi a fare il centralino dell’emergenza consolare se vuole contare davvero nello scenario mediorientale.</p>



<p>Politicamente, la linea del governo si muove quindi su un crinale stretto. Meloni prova a restare allineata al quadro occidentale senza apparire subalterna alla Casa Bianca. Tajani difende la tradizione diplomatica italiana, cioè cautela, contatti, protezione dei connazionali. Crosetto segnala un limite giuridico e politico all’azione americana, ma senza mettere in discussione l’ancoraggio strategico dell’Italia. È una linea coerente con la postura italiana degli ultimi anni: prudente, multilaterale quando possibile, atlantica senza fanatismi.&nbsp;<br>Il problema è che in una crisi come questa la prudenza può essere letta come equilibrio oppure come irrilevanza. E infatti la sensazione che emerge, anche da alcune ricostruzioni giornalistiche, è che in questa partita il baricentro europeo si sia spostato più verso Francia, Germania e Regno Unito che verso Roma.</p>



<p>Sul piano europeo, per l’Italia si apre ora una fase complicata ma anche potenzialmente decisiva. Se il conflitto dovesse allargarsi, Roma sarà costretta a scegliere quanto restare nel perimetro della semplice gestione difensiva e quanto partecipare alla costruzione di una posizione europea comune.&nbsp;<br>La decisione parlamentare di sostenere difese aeree e antimissile nel Golfo indica già un primo passo: non entrare in guerra, ma prepararsi alle conseguenze della guerra. È una distinzione sottile ma cruciale. E vale ancora di più se si considera che Washington continua a muoversi con ampi margini di autonomia, spesso senza una vera consultazione preventiva con gli alleati, come già si è visto su altri dossier recenti.</p>



<p>In definitiva, il punto di vista italiano sull’attacco all’Iran è meno ambiguo di quanto dicano le polemiche, ma più fragile di quanto voglia ammettere il governo.&nbsp;<br>L’Italia non vuole lo scontro, non vuole apparire ostile agli Stati Uniti, non vuole concedere all’opposizione il ruolo di unica voce critica e, soprattutto, non vuole trovarsi trascinata in una spirale che avrebbe conseguenze militari, energetiche e migratorie dirette.&nbsp;<br>È una posizione razionale. Ma, come spesso accade, la razionalità in politica estera non basta: serve anche far capire che dietro la cautela c’è una strategia, non solo il timore di sbagliare.</p>
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		<title>Legge elettorale, analisi di un ddl che prova a creare stabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 09:23:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[donzelli]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le reazioni al disegno di legge elettorale sono come sempre divisive. Obiettivo dichiarato è creare maggioranze forti. La stabilità conviene.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il disegno di legge elettorale depositato dalla maggioranza rappresenta un tentativo esplicito di correggere quello che, fino a poco tempo fa, era considerato il principale punto di forza del sistema attuale.</p>



<p>Il Rosatellum, in vigore dal 2017, combina una quota maggioritaria in collegi uninominali e una quota proporzionale, premiando soprattutto le coalizioni più unite e competitive nei territori. La nuova proposta, invece, va verso un sistema prevalentemente proporzionale ma accompagnato da un premio di maggioranza alla coalizione che superi una determinata soglia, con l’eventuale introduzione di un secondo turno tra le prime due coalizioni qualora nessuno raggiunga il livello necessario per governare.</p>



<p>L’obiettivo dichiarato è semplice: garantire che dalle urne esca sempre un vincitore chiaro, evitando i classici stalli parlamentari che hanno caratterizzato molte stagioni della Seconda Repubblica.</p>



<p>Come spesso accade, i giornali si sono mossi più velocemente del legislatore e hanno già ribattezzato la proposta con nomi destinati a restare. “Donzellum”, versione più maliziosa e personalizzata, e “Stabilicum”, versione più istituzionale e quasi autocelebrativa.</p>



<p>La differenza tra i due nomi racconta già tutto: per la maggioranza è una legge per la stabilità, per le opposizioni è una legge costruita su misura. In fondo, la tradizione italiana è questa: ogni legge elettorale prende il nome di chi la propone, e raramente come forma di omaggio.</p>



<p>Le reazioni politiche sono state immediatamente polarizzate, con un copione abbastanza prevedibile ma non per questo irrilevante.&nbsp;<br>Il PD parla di “blitz” e di legge scritta per mettersi al riparo, denunciando assenza di confronto e rischio di manipolazione delle regole a partita in corso.&nbsp;<br>Il Movimento 5 Stelle attacca soprattutto il premio di maggioranza, sostenendo che sia un modo per “regalare seggi” a chi non ha una maggioranza reale nel Paese e che il ballottaggio trasformerebbe le politiche in una sorta di elezione diretta mascherata.</p>



<p>Le forze centriste la leggono come l’ennesima riforma fatta per convenienza e non per sistema, e infatti la vera battaglia si annuncia su un punto: la tenuta costituzionale del premio e i margini di compatibilità con la giurisprudenza della Consulta.</p>



<p>Dentro la maggioranza, invece, il sostegno di principio convive con i calcoli di bottega.&nbsp;<br>Forza Italia la difende come strumento di stabilità e come modo per rendere coerente il sistema con l’idea di una guida di legislatura.&nbsp;<br>Nella Lega, però, emergono i malumori classici: ogni legge elettorale che rafforza la leadership del partito principale della coalizione viene vista come un’operazione che rischia di schiacciare i partner.</p>



<p>E infatti il tema vero non è se la legge “funziona”, ma chi ci guadagna in seggi e chi rischia di perdere peso negoziale nel prossimo Parlamento.&nbsp;Al di là delle polemiche, il vero motivo della riforma è numerico prima ancora che politico. Le elezioni del 2022 hanno dimostrato che il Rosatellum premia in modo decisivo la coalizione più unita.</p>



<p>Il centrodestra ha ottenuto una larga maggioranza parlamentare non solo per il proprio consenso, ma anche per la divisione del centrosinistra. Se PD e Movimento 5 Stelle si fossero presentati insieme, il risultato sarebbe stato molto più incerto e la maggioranza probabilmente molto più ridotta.</p>



<p>Oggi il rischio è speculare: con l’attuale legge elettorale, il centrodestra potrebbe non riuscire a replicare quel risultato, ma nemmeno il centrosinistra avrebbe la certezza di vincere. Il vero spettro è quello dello stallo.</p>



<p>La nuova legge nasce esattamente per evitare questo scenario. Non è una riforma neutrale, e non pretende di esserlo. È il tentativo di trasformare un sistema che premia la coesione in un sistema che garantisce comunque una maggioranza. Perché, al di là delle formule e dei nomi più o meno ironici, il problema politico resta uno solo: assicurarsi che, la sera delle elezioni, qualcuno abbia davvero vinto.</p>
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		<title>Ancora un mese al referendum</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/smash/ancora-un-mese-al-referendum/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 09:23:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A un mese dal referendum sulla giustizia il dibattito si polarizza, ma il voto riguarda gli equilibri istituzionali per i prossimi decenni. Partecipare conta.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Manca ormai un mese al referendum costituzionale sulla giustizia e, come spesso accade, il dibattito pubblico sembra correre in direzione opposta rispetto al testo che si andrà a votare. La riforma prevede principalmente la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la ridefinizione dei meccanismi di autogoverno della magistratura e alcune modifiche nei rapporti tra poteri dello Stato. Un intervento strutturale, tecnico, che riguarda l’architettura istituzionale più che l’attualità giudiziaria quotidiana. <br>Eppure la discussione si è già trasformata in una gara a chi urla più forte, tra chi la presenta come la salvezza dello Stato di diritto e chi come l’inizio della sua fine.</p>



<p>La politicizzazione crescente del confronto sta facendo perdere di vista il contenuto reale del referendum. Si parla molto di governo e opposizione, pochissimo di ordinamento giudiziario.&nbsp;<br>È il destino delle riforme costituzionali italiane: diventano inevitabilmente un plebiscito su chi le propone, anche quando la materia richiederebbe esattamente l’opposto, cioè un giudizio distaccato. Votare per appartenenza è comprensibile nelle elezioni politiche, molto meno quando si tratta di cambiare equilibri istituzionali destinati a durare decenni.</p>



<p>Il punto decisivo è un altro: non esiste quorum. Non conta quanti italiani andranno alle urne, ma solo quanti saranno più motivati a farlo. Una minoranza attiva potrebbe decidere per tutti, e le conseguenze sarebbero comunque generali e di lungo periodo.&nbsp;<br>In caso di approvazione, si aprirebbe una stagione nuova nel rapporto tra magistratura e politica; in caso di bocciatura, la materia probabilmente resterebbe congelata per anni.&nbsp;<br>Lo abbiamo già visto nel 2016: il referendum costituzionale che segnò la fine politica di Matteo Renzi chiuse di fatto per un decennio qualsiasi discussione organica sull’assetto dello Stato. Non perché il tema fosse risolto, ma perché divenne impraticabile.</p>



<p>In questo clima non aiutano dichiarazioni che spostano il confronto su un terreno emotivo. L’accostamento tra la criminalità organizzata e le ragioni del “sì”, avanzato dal procuratore Nicola Gratteri, è un esempio evidente di quanto il dibattito rischi di degenerare.&nbsp;<br>È troppo facile — e pericoloso — trasformare una scelta costituzionale in una distinzione morale tra buoni e cattivi. Così come, sul versante opposto, appare sospetta l’attenzione spasmodica dedicata da certa informazione a casi di malagiustizia recenti, quasi fossero prova diretta della necessità della riforma.&nbsp;<br>La separazione delle carriere non risolverà errori giudiziari dovuti a negligenze individuali o a impostazioni ideologiche: il referendum riguarda la struttura, non la perfezione umana.</p>



<p>Il rischio è dunque doppio: votare per tifo oppure non votare affatto. Entrambe le scelte sarebbero una rinuncia alla responsabilità civica su una materia che incide sull’equilibrio dei poteri e sul funzionamento della democrazia.&nbsp;<br>Il referendum non chiede di scegliere una maggioranza, ma di decidere come debba funzionare la giustizia per i prossimi decenni.</p>



<p>Per questo l’unica posizione davvero difficile da difendere è l’astensione.&nbsp;Si può votare sì o no, con convinzione o con dubbio, ma non delegare. Anche se andassero alle urne in pochi, la decisione varrà per tutti. Ed è proprio questa la ragione principale per cui, a prescindere dall’esito auspicato, conviene partecipare.</p>
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		<title>Una presa di coscienza dell&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 08:21:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vertice di Alden Biesen, preceduto dal pre-vertice tra Italia, Germania e Belgio, è la dimostrazione che qualcosa sta cambiando.</p>
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<p>Il Consiglio informale di Alden Biesen, a sua volta preceduto da un &#8220;pre-vertice&#8221; coordinato da Germania-Italia-Belgio, nasceva come un momento di riflessione strategica: capire quanto l’Europa fosse pronta ad aumentare la propria capacità politica comune o restare mero spazio regolatorio.<br>Possiamo dire che quanto accaduto alla Munich Security Conference abbia dato a quella discussione un contesto ancora più concreto e urgente.<br>A Monaco il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha scelto toni inediti rispetto a quelli &#8220;felpati&#8221; dei suoi predecessori: ha detto apertamente che l’ordine mondiale “non esiste più” e che l’alleanza atlantica non può più essere considerata automatica. Ha avvertito che gli Stati Uniti non sono in grado di agire da soli nel nuovo equilibrio globale e che serve ricostruire la fiducia transatlantica su basi più paritarie, non più su una dipendenza europea permanente. <br>Allo stesso tempo ha insistito su un punto chiave: rafforzare la sicurezza europea dentro la NATO, non fuori da essa. L’idea è costruire un pilastro europeo autonomo ma complementare all’alleanza, fino a discutere — insieme alla Francia e al Regno Unito — un ombrello nucleare europeo che affianchi quello americano.</p>



<p>Queste parole, di fatto, hanno dato forma&nbsp;più&nbsp;politica a ciò che ad Alden Biesen era ancora una discussione teorica: l’Europa non deve scegliere tra autonomia e alleanza, ma tra passività e responsabilità. Il debito comune, la difesa, la politica industriale diventano quindi strumenti per stare dentro il sistema occidentale da adulti e non da protetti.</p>



<p>Le intenzioni del&nbsp;vertice informale belga&nbsp;nascevano&nbsp;su questa linea&nbsp;e l’&#8221;asse&#8221;&nbsp;Germania-Italia-Belgio stava&nbsp;provando a trasformare la riflessione in metodo: emissioni comuni mirate, investimenti in sicurezza e competitività, coordinamento sulle filiere strategiche. Non un federalismo improvviso ma&nbsp;quasi&nbsp;un&nbsp;progressivo&nbsp;&#8220;gradualismo funzionale&#8221;, come da ispirazione del francese Jean Monnet.&nbsp;<br>E mentre un altro francese, Emmanuel&nbsp;Macron,&nbsp;resta il&nbsp;protagonista&nbsp;più ambizioso,&nbsp;più movimentista,&nbsp;Berlino e Roma si propongono come stabilizzatori, interessati più alla praticabilità delle decisioni che alla loro teatralità.</p>



<p>Presente ad Alden Biesen, ma assente a Monaco,&nbsp;il ruolo&nbsp;di Giorgia Meloni&nbsp;viene letto&nbsp;in modo ambivalente.&nbsp;Fare sì squadra con Friedrich Merz in chiave di rinnovato &#8220;motore europeo&#8221;,&nbsp;ma conservando per l&#8217;Italia&nbsp;rispetto a&nbsp;Washington un piano più bilaterale e pragmatico.&nbsp;<br>Una divisione dei compiti quasi implicita.&nbsp;Se&nbsp;Berlino verbalizza la frattura&nbsp;con gli Stati Uniti, Roma lavora per gestirla. Anche perché la linea italiana resta quella già emersa nei mesi scorsi: rafforzare il pilastro europeo senza mettere in discussione il rapporto con gli Stati Uniti.</p>



<p>Gli americani, del resto, sono stati il vero convitato di pietra ad Alden Biesen&nbsp;e stamattina si sono presi la scena di Monaco grazie all&#8217;intervento del Segretario di Stato, Marco Rubio. La loro pressione sugli alleati — più spesa militare, più responsabilità regionale, meno automatismi — è la causa principale della discussione europea sul debito comune. Non mutualizzazione ideologica, ma necessità geopolitica: difesa, energia, tecnologia.&nbsp;<br>L’Europa inizia a chiedersi non se possa permetterselo, ma se possa permettersi di non farlo.&nbsp;In questo contesto&nbsp;emerge anche il ruolo di&nbsp;altri 2 italiani,&nbsp;Mario&nbsp;Draghi ed Enrico&nbsp;Letta, passati Premier e magari futuri aspiranti Presidenti della Repubblica. I loro rapporti non sono trattati politici ma tentativi di dare coerenza a un passaggio storico: trasformare un’unione economica in un’unione capace di proteggere.&nbsp;<br>Alden Biesen è stato il luogo in cui queste idee sono diventate agenda di lavoro, Monaco quello in cui si è capito perché servono subito.</p>



<p>Resta però l’inerzia della legislatura europea. A quasi due anni dall’inizio, molte riforme restano sospese tra prudenza nazionale e assenza di leadership condivisa. Probabilmente cambieranno gli strumenti — più coordinamento industriale, più cooperazione sulla sicurezza — ma non cambierà il metodo: decisioni lente, consenso largo, compromesso permanente.</p>



<p>I prossimi appuntamenti decisivi saranno il Consiglio europeo di primavera, il negoziato sul quadro finanziario e il capitolo difesa-competitività. Alden Biesen è stato il laboratorio, Monaco la presa di coscienza. La sensazione è che l’Europa abbia finalmente capito il problema.&nbsp;<br>Ora resta da vedere se sarà capace di affrontarlo prima che gli eventi lo facciano al posto suo.</p>
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		<title>Le Olimpiadi, finalmente!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 11:21:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Milano-Cortina riporta l’Italia al centro della scena globale tra sobrietà istituzionale, diplomazia internazionale e reputazionale</p>
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<p>La settimana politica che si chiude con l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina ha avuto un tono diverso dal solito: meno rissoso, più solenne, decisamente più internazionale.&nbsp;<br>Per qualche giorno l’Italia si&nbsp;troverà&nbsp;davvero al centro dell’attenzione globale, non per una crisi&nbsp;o&nbsp;un’emergenza, ma per un grande evento capace di attrarre leader, delegazioni e simboli. Una rarità, di questi tempi.</p>



<p>Il protagonista più naturale è stato Sergio Mattarella, apparso in una versione che ha ricordato a molti la Regina Elisabetta II alle Olimpiadi di Londra del 2012: presenza misurata, istituzionale, quasi iconica.<br>Mattarella ha incarnato l’idea di continuità e affidabilità che l’Italia vuole trasmettere all’estero, con quella sobrietà che lo rende particolarmente efficace proprio nei contesti internazionali. Non una figura ingombrante, ma un punto fermo, capace di dare senso e cornice all’evento.</p>



<p>Accanto a lui, Giorgia Meloni ha giocato una partita più propriamente politica. La Premier ha sfruttato l’occasione olimpica non solo come vetrina, ma come piattaforma diplomatica.&nbsp;<br>Il bilaterale con il vicepresidente americano J.D. Vance, durato quasi tre ore presso la Prefettura di Milano, è stato il segnale più evidente: un incontro lungo, denso, che va ben oltre il rituale di cortesia. A questo si sono aggiunti altri colloqui di alto livello, in un’agenda che ha mostrato come l’Italia stia cercando di capitalizzare ogni spazio disponibile per rafforzare il proprio posizionamento.</p>



<p>Le Olimpiadi invernali non hanno forse l’allure mediatica di quelle estive, ma restano uno strumento geopolitico tutt’altro che secondario. In questo senso, l’Italia sta interpretando bene il ruolo di Paese ospitante: discreta, organizzata, presente. Senza eccessi, ma anche senza complessi di inferiorità.</p>



<p>Nelle prossime settimane ci trasformeremo tutti, con una certa leggerezza, in esperti di curling e improvvisati specialisti di slalom speciale. Poi, come sempre accade, l’attenzione calerà, le gare scorreranno sullo sfondo e ci ricorderemo delle Olimpiadi soprattutto in occasione della cerimonia conclusiva. Fa parte dello spettacolo, e anche un po’ della natura di questi eventi.&nbsp;<br>Ma ciò che resta è più profondo: l’Italia ha aggiunto ancora una volta il proprio nome all’elenco delle nazioni capaci di organizzare un’Olimpiade. Un fatto che non si cancella, né sul piano simbolico né su quello reputazionale.</p>



<p>Un onore indelebile soprattutto per Milano, che ha creduto fino in fondo in questa candidatura. E che contrasta ancora di più con il passo indietro di Roma nella corsa alle Olimpiadi del 2024, una scelta che all’epoca fu poco compresa e che oggi appare ancora più miope, come ha ricordato più volte anche Giovanni Malagò. In un mondo sempre più globalizzato ma anche sempre più diviso, le occasioni per ospitare eventi di questo livello non sono infinite.</p>



<p>La domanda, allora, resta sospesa sul finale di questa settimana olimpica: chissà se e quando si ripresenterà un’opportunità simile per l’Italia. Per ora, il Paese ha fatto la sua parte. E, almeno per qualche giorno, ha mostrato di saper stare al centro della scena senza perdere equilibrio.</p>
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