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	<title>Smash - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Sat, 19 Sep 2026 09:10:11 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Avere potere, il potere di fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:10:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo mesi nei quali l’agenda politica è stata occupata da ipotesi inerenti l’ipotetico e mai testato consenso del Generale Vannacci, Giorgia Meloni ha ricordato a tutti quale...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo mesi nei quali l&#8217;agenda politica è stata occupata da ipotesi inerenti l&#8217;ipotetico e mai testato consenso del Generale&nbsp;Vannacci,&nbsp;Giorgia Meloni ha ricordato a tutti quale sia il vantaggio competitivo di chi governa: fare le cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’annuncio dell’abolizione del bollo auto ha avuto esattamente questo effetto.&nbsp;Dal 2027 è prevista un’esenzione per le automobili fino a 80 kW e per i motoveicoli, limitata a un veicolo per cittadino: una platea molto ampia, per un costo stimato nell’ordine dei 2,3 miliardi di euro annui, risorse che verranno a mancare alle Regioni e che il Governo dovrà trovare per rendere la misura stabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bollo segna il vero inizio della campagna elettorale. Non perché si debba necessariamente votare&nbsp;a breve, anzi,&nbsp;ma perché da questo momento ogni scelta del Governo sarà letta attraverso quella lente.&nbsp;<br>E questa è una misura elettoralmente efficace: semplice da capire e capace di produrre un beneficio riconoscibile per milioni di persone. Gli italiani amano le auto, le posseggono, le utilizzano in percentuali superiori ad altri Paesi europei, ora le stanno anche ricominciando a fare belle.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione è inoltre arrivata senza anticipazioni, bozze o retroscena, sorprendendo persino una parte del Governo (chapeau). È la dimostrazione di quanto abbiamo sostenuto più volte: quando il Governo governa e Meloni controlla direttamente la propria comunicazione, il rumore attorno alla maggioranza diminuisce rapidamente. Vannacci, almeno per qualche giorno, è scomparso dal radar.&nbsp;<br>Dopo mesi trascorsi a discutere di ciò che il Generale dice, si è tornati a discutere di ciò che la Premier fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro questo cambio di passo, per completezza di analisi,&nbsp;merita una menzione anche la visita alla Fabbrica d’Armi Beretta per i 500 anni dell’azienda.&nbsp;Forse un primo segnale di quel “grand tour” dell’industria italiana che invochiamo da tempo: meno palazzi&nbsp;e&nbsp;più fabbriche, imprese, lavoratori e territori produttivi. Una strada che sarebbe utile proseguire nell’ultimo tratto della legislatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;altro campo, quello&nbsp;delle opposizioni, il problema&nbsp;è che prima o poi si vota e che, per questo, servirà&nbsp;trasformare il “campo largo” da formula politica in una coalizione capace di presentarsi alle elezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sondaggio Ipsos illustrato oggi&nbsp;da Nando Pagnoncelli sul <em>Corriere della Sera</em> fotografa bene la situazione. Non c’è accordo sulla composizione dell’alleanza, sul programma e soprattutto sulla leadership. In un’ipotetica &#8220;primaria&#8221; Giuseppe Conte raccoglierebbe oggi il 38%, contro il 22% di Elly Schlein. Conte dimostra inoltre una capacità di raccogliere consensi fuori dal perimetro pentastellato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta il cortocircuito: il PD rimane il principale partito dell’alternativa, ma la sua segretaria non appare oggi la leader naturale della coalizione. Affidarsi a Conte, d’altra parte, aprirebbe problemi nel Partito Democratico e nell’area centrista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riemerge così il sogno di un “federatore”, una sorta di Romano Prodi 4.0. Ma trent’anni dopo l’Ulivo quel meccanismo appare difficilmente replicabile: è complicato immaginare che un nome calato dall’establishment possa acquisire rapidamente la forza necessaria per confrontarsi con una Presidente del Consiglio reduce da cinque anni a Palazzo Chigi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alternative evidenti, del resto, non ce ne sono.&nbsp;Il sondaggio registra una significativa simpatia per Silvia Salis, ma gradimento e candidatura alla Presidenza del Consiglio sono due cose diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è il programma.&nbsp;Sui temi economici e sociali una sintesi appare possibile; sulla politica estera le distanze restano profonde, a partire da Ucraina, riarmo europeo e difesa. In una fase di turbolenza internazionale sono questioni difficili da relegare sullo sfondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Paradossalmente, il collante più efficace del centrosinistra potrebbe offrirlo proprio Meloni. La nuova legge elettorale è già il terreno sul quale le opposizioni riescono a mostrarsi più compatte. Schlein l’ha definita “incostituzionale” e proprio questa potrebbe diventare la parola capace di accompagnare il centrosinistra verso il voto: una mobilitazione contro una riforma presentata come costruita dalla maggioranza per cambiare le regole alla vigilia delle elezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere il tema capace di aggregare PD, M5S, AVS e una parte del centro, almeno fino a quando tornerà inevitabilmente la domanda che il campo largo continua a rinviare: chi sfiderà Giorgia Meloni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ora la campagna elettorale sembra comunque essere iniziata.&nbsp;Meloni ha scelto il bollo e deve continuare a &#8220;fare&#8221;.&nbsp;Il centrosinistra, come sempre, si affiderà alla Costituzione.&nbsp;E Vannacci, almeno per questa settimana, può aspettare.</p>
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		<title>Legge elettorale: facciamo il punto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 12:27:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riforma elettorale verso il voto finale: premio al 42%, preferenze con capilista bloccato e il nodo Vannacci che pesa sugli equilibri del centrodestra.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La settimana ha segnato un passaggio importante per la riforma elettorale. Dopo la sconfitta di luglio alla Camera, la maggioranza è riuscita a ricompattarsi al Senato.&nbsp;<br>Il compromesso approvato mantiene il capolista bloccato e consente agli elettori di esprimere fino a tre preferenze sugli altri sei candidati, con alternanza di genere dalla seconda scelta. Non sono quindi le preferenze “pure” chieste dalle opposizioni e da Vannacci, ma una soluzione intermedia: Meloni può rivendicare il ritorno della scelta degli eletti, mentre Lega e Forza Italia conservano una quota di candidati protetti.&nbsp;<br>Il passaggio più delicato è arrivato quando il governo si è rimesso all’Aula sulla proposta delle opposizioni di eliminare anche i capilista bloccati. A luglio FdI aveva votato insieme ai parlamentari del Generalissimo a favore di un meccanismo simile; questa volta ha rispettato l’accordo con gli alleati. Le preferenze integrali sono state respinte con 99 voti contrari e 68 favorevoli, mentre l’emendamento unitario della maggioranza è passato con 97 sì.&nbsp;<br>La discussione interna ha riguardato anche la soglia del premio: FdI aveva valutato di abbassarla dal 42 al 41 per cento, ma Forza Italia ha ottenuto il mantenimento del 42. È stata inoltre accantonata l’ipotesi del ballottaggio, sostenuta da alcuni settori di Fratelli d’Italia ma osteggiata da Lega e FI. Il doppio turno avrebbe consentito di cercare al ballottaggio i voti di Vannacci senza coinvolgerlo necessariamente nella coalizione fin dal primo turno, ma è stato considerato politicamente rischioso e tecnicamente troppo complesso.&nbsp;<br>L’impianto rimasto in piedi supera i collegi uninominali del&nbsp;<em>Rosatellum</em>&nbsp;e introduce un sistema proporzionale con un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione che arrivi prima e raggiunga almeno il 42 per cento in entrambe le Camere. Il tetto massimo sarebbe di 220 deputati e 113 senatori, numeri sufficienti a garantire una maggioranza autonoma. Se nessuno raggiungesse la soglia, oppure se Camera e Senato indicassero vincitori diversi, scatterebbe il proporzionale senza premio.&nbsp;<br>Per l’elettore cambierebbe soprattutto la scheda: scomparirebbe il candidato del collegio uninominale e comparirebbero&nbsp;solo&nbsp;il simbolo del partito, un capolista bloccato e sei nomi tra i quali esprimere fino a tre preferenze.&nbsp;<br>La vera partita politica ruota però intorno al 42 per cento: pochi decimali potrebbero separare una maggioranza già pronta da un Parlamento nel quale cercare accordi dopo il voto. È qui che entra in gioco Futuro Nazionale, arrivato al 7,7 per cento nell’ultima rilevazione SWG, dato rilevante ma pur sempre&nbsp;sondaggistico,&nbsp;non essendo&nbsp;ponderato con precedenti risultati&nbsp;reali.&nbsp;<br>Con il&nbsp;<em>Rosatellum</em>, una corsa autonoma del Generalissimo sottrarrebbe voti soprattutto a FdI e Lega e potrebbe consegnare al centrosinistra molti collegi uninominali, purché Pd, M5S e alleati riescano a non dividersi. Con il nuovo sistema, invece, quei voti diventerebbero preziosi per raggiungere il 42 per cento: se Vannacci restasse fuori dalla coalizione, potrebbe impedire tanto al centrodestra quanto al centrosinistra di conquistare il premio.&nbsp;<br>Il Senato voterà definitivamente il testo il 15 settembre. La legge tornerà poi alla Camera per la terza lettura dal 28 settembre, con l’obiettivo di chiudere entro l’inizio di ottobre.&nbsp;<br>Gli scenari restano tre:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1.&nbsp;Premio e preferenze</strong>. È lo scenario oggi più probabile. Sparirebbero i collegi uninominali, scatterebbe il premio al 42 per cento e tornerebbero le preferenze, pur con i capilista bloccati. FdI potrebbe rivendicare il risultato, mentre Vannacci continuerebbe a denunciarne i limiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>2.&nbsp;Premio senza preferenze</strong>. Un nuovo incidente alla Camera potrebbe far cadere la scelta dei candidati, lasciando in piedi il proporzionale con premio. Le segreterie manterrebbero il controllo sugli eletti, ma Meloni subirebbe una nuova sconfitta simbolica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>3.&nbsp;Nessuna riforma</strong>. Si voterebbe con il&nbsp;<em>Rosatellum</em>. Con Futuro Nazionale fuori dalla coalizione e sui livelli indicati dai sondaggi, la frammentazione della destra favorirebbe strutturalmente il centrosinistra nei collegi, sempre che quest’ultimo riesca a presentarsi sufficientemente unito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sullo sfondo resta la data delle elezioni. Una parte di FdI considera più razionale votare nella primavera 2027,&nbsp;la Lega preferisce invece arrivare alla conclusione naturale della legislatura,&nbsp;scommettendo su uno sgonfiamento di Vannacci dopo le Comunali di primavera.&nbsp;<br>Il Min.&nbsp;Calderoli, cui non manca la verve provocatoria,&nbsp;ha ricordato che&nbsp;tecnicamente si potrebbe votare persino entro il 23 dicembre 2027:&nbsp;ipotesi&nbsp;che lascerebbe all’attuale maggioranza anche la manovra del prossimo anno.&nbsp;<br>L’alternativa concreta resta quindi tra primavera e autunno.&nbsp;Volendo scommettere oggi 1€, lo metteremmo sull&#8217;autunno.&nbsp;</p>
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		<title>Ora, trasformare la stabilità in consenso</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/smash/ora-trasformare-la-stabilita-in-consenso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2026 15:55:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Meloni ha specificato: la stabilità è la più importante riforma regalata all'Italia. Le sfide vinte sono molte, ma non tutte.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Si riparte da dove ci eravamo lasciati.&nbsp;Avevamo scritto che l&#8217;ultimo anno di legislatura sarebbe stato quello nel quale Giorgia Meloni avrebbe dovuto trasformare la stabilità in consenso e i risultati ottenuti in una ragione sufficiente per chiedere un altro mandato. Ieri, a Bari, Fratelli d&#8217;Italia ha dato il via a questa operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;occasione era storica, almeno per le statistiche. Con 1.413 giorni consecutivi in carica, il Governo Meloni ha superato il Berlusconi II ed è diventato il singolo esecutivo più longevo della storia repubblicana. Attenzione però: parliamo di un Governo, non di permanenza complessiva a Palazzo Chigi. Gli oltre 3.000 giorni accumulati da Berlusconi rimangono parecchio lontani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meloni ha fatto bene a scegliere la stabilità come principale risultato da rivendicare. Lo ha detto con una formula efficace: «<em>la stabilità è la prima grande riforma regalata alla Nazione</em>». E ha anche avuto l&#8217;accortezza di precisare che «<em>il governo più stabile non è per forza anche il più capace</em>», perché la durata offre semplicemente più tempo per essere giudicati.&nbsp;<br>Poi vengono i risultati. Il documento fatto circolare da Fratelli d&#8217;Italia nei giorni precedenti li elenca con quello&nbsp;<em>spin</em>&nbsp;inevitabilmente aulico che trasforma qualsiasi dato positivo in una svolta epocale. Tolta la propaganda, però, qualcosa rimane. E non&nbsp;è&nbsp;poco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul lavoro i numeri sono oggettivamente migliori rispetto all&#8217;inizio della legislatura; alcuni comparti dell&#8217;economia italiana, a partire dall&#8217;export e dal turismo, hanno dimostrato una capacità di resistenza&nbsp;o di espansione&nbsp;sorprendente; sui conti pubblici il Governo ha mantenuto una disciplina che pochi avrebbero pronosticato nel 2022.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche sul fisco gli interventi ci sono stati, soprattutto sui redditi medio-bassi e medi. Il problema è che la riduzione della pressione viene percepita molto meno quando contemporaneamente aumenta il costo della vita. E questi quattro anni sono stati attraversati da una sequenza di policrisi quasi scientificamente costruita per cancellare qualsiasi dividendo elettorale: prima gli effetti della guerra in Ucraina, poi la guerra commerciale americana, infine il conflitto iraniano e il prolungato blocco di Hormuz con le relative conseguenze energetiche.&nbsp;<br>Puoi mettere qualche decina di euro in più nella busta paga, ma se il cittadino li lascia al supermercato o alla pompa di benzina difficilmente attribuirà al Governo il merito di averglieli dati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane invece&nbsp;molto&nbsp;debole un altro capitolo. Apertura dei mercati, concorrenza, attrazione degli investimenti internazionali. In quasi&nbsp;4 anni non ricordiamo un grande investimento estero trasformato in un evento politico nazionale, con tanto di Presidente del Consiglio davanti allo stabilimento. Nemmeno un taglio del nastro, Giorgia. Nemmeno uno. Cribbio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo naturalmente consapevoli che questi siano argomenti che scaldano più i nostri cuori che quelli dell&#8217;elettore medio.&nbsp;A leggere i sondaggi, quest&#8217;ultimo sembra molto più interessato alle quotidiane giravolte comunicative del Generalissimo, ormai stabilmente entrato nella modalità politica più redditizia di tutte: l&#8217;accerchiamento. Tutti contro di lui e quindi, nella sua narrazione, lui contro il sistema&nbsp;(&#8220;<em>me ne frego!</em>&#8220;).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che il Generalissimo rischia ormai di essere la vera quarta gamba del campo largo. Più cresce, più sottrae spazio al centrodestra; più viene attaccato dalla sinistra, più consolida il proprio elettorato; più Giorgia Meloni e i suoi alleati ne inseguono alcuni temi, più diventa difficile preservare quel profilo moderato ed europeista costruito durante gli anni di governo. Per il centrosinistra, fragilissimo quando deve trovare qualcosa che lo unisca, è quasi un regalo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questo punto di vista bisogna ringraziare il grande pasticcio estivo della coppia Ranucci-Lavitola, che ha occupato prime pagine, retroscena e talk show durante agosto. Senza quella vicenda avremmo probabilmente trascorso la pausa estiva discutendo quotidianamente del Generalissimo, con il rischio di ritrovarcelo direttamente al 10% alla riapertura dei lavori. Appuntamento che, a nostro avviso, è stato soltanto rinviato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora torniamo davvero al punto nel quale ci eravamo lasciati ad agosto. La palla rimane nel campo di Giorgia Meloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema della Premier non è soltanto&nbsp;&#8220;fare cose&#8221;&nbsp;nell&#8217;ultimo anno di legislatura. È ridurre la distanza tra ciò che il Governo ritiene di aver fatto e ciò che gli italiani pensano sia stato fatto.&nbsp;Il solito divario tra &#8220;realtà&#8221; e &#8220;percepito&#8221;. A&nbsp;Bari è stato il primo tentativo di colmare questo divario. Non a caso Meloni ha detto di non essere arrivata per festeggiare, ma per spiegare «<em>dov&#8217;era la Nazione il 22 ottobre 2022 e dov&#8217;è adesso</em>».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vent&#8217;anni fa Silvio Berlusconi affrontò una situazione persino peggiore. Nel 2005 il centrodestra sembrava destinato a perdere le successive elezioni con distanze siderali. Berlusconi occupò personalmente ogni spazio disponibile, trasformò le Politiche del 2006 in un referendum su se stesso e arrivò a un risultato incredibile:&nbsp;perdere, ma per soli&nbsp;24.000 voti di differenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giorgia Meloni non deve compiere una rimonta di quelle dimensioni. Parte ancora competitiva, con un centrodestra che conserva un lieve vantaggio&nbsp;e soprattutto con una leadership personale che rimane il principale asset della coalizione. Ma proprio per questo dovrebbe forse applicare la lezione berlusconiana: accentrare la campagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, questo il nostro primo consiglio,&nbsp;fare qualcosa che in Italia sembra essere diventato rivoluzionario: chiedere pubblicamente confronti televisivi uno contro uno. Con Schlein, Conte e perfino con il Generalissimo. All&#8217;americana. Senza filtri, senza interviste parallele, senza comizi contrapposti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le bolle mediatiche prosperano quando ciascuno parla al proprio pubblico. Il confronto diretto costringe invece a mostrare preparazione, visione, competenza e capacità di governo. È lì che emergono le differenze tra chi propone una suggestione e chi deve spiegare come trasformarla in una decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo&nbsp;4 anni trascorsi a dimostrare di saper governare, Giorgia Meloni deve ora dimostrare di saper convincere gli italiani a farla governare ancora.</p>
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		<title>Scenario sull&#8217;anno della verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 08:30:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E’ banale dire che sia stato un anno intenso, forse perché lo sono tutti, nel quale abbiamo provato a leggere la politica più attraverso le tendenze che...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; banale dire che sia stato un anno intenso,&nbsp;forse perché lo sono tutti,&nbsp;nel quale abbiamo provato a leggere la politica più attraverso le tendenze che attraverso i singoli episodi.&nbsp;<br>E proprio perché&nbsp;questo è l&#8217;ultimo&nbsp;prima della pausa, ci concediamo un esercizio che è insieme difficile e divertente: provare a capire cosa accadrà nell&#8217;ultimo anno pieno della XIX Legislatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La vera partita non sono le elezioni, ma il Quirinale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La convinzione da cui partiamo è semplice&nbsp;e l&#8217;abbiamo scritta più volte: la vera posta in palio delle elezioni politiche del 2027 non sarà Palazzo Chigi.&nbsp;Sarà il Quirinale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;elezione del prossimo Presidente della Repubblica, prevista nel&nbsp;gennaio&nbsp;2029, rappresenta la vera stella polare della politica italiana. Tutto ciò che avverrà nei prossimi mesi verrà letto attraverso quella lente.&nbsp;<br>Per questo motivo la legge elettorale assume un&#8217;importanza enorme.&nbsp;Se dovesse davvero entrare in vigore lo Stabilicum, il premio di maggioranza renderebbe molto probabile l&#8217;individuazione di un vincitore chiaro. Non abbastanza forte da eleggere da solo il Capo dello Stato, ma certamente abbastanza forte da svolgere il ruolo di proponente, di kingmaker, di soggetto intorno al quale costruire la futura maggioranza quirinalizia.&nbsp;Ed è qui che il quadro cambia completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la prima volta nella storia repubblicana il centrodestra avrebbe una concreta possibilità di indicare un Presidente della Repubblica politicamente riconducibile alla propria area culturale. Dal 1993, dall&#8217;elezione di Oscar Luigi Scalfaro in avanti, il ruolo di &#8220;grande elettore&#8221; è stato sostanzialmente esercitato dall&#8217;area progressista e dal Partito Democratico nelle sue varie incarnazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una vittoria netta del centrodestra cambierebbe questo equilibrio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma davvero tutti vogliono un vincitore?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che iniziano i dubbi.&nbsp;Davvero tutti gli attori del sistema hanno interesse ad una legge elettorale che produca un vincitore certo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Davvero tutto quel mondo fatto di alte amministrazioni, istituzioni, corpi intermedi, apparati dello Stato e grandi centri di influenza preferisce una competizione nella quale qualcuno possa davvero conquistare una posizione dominante?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure la fisiologia della Repubblica italiana continua a preferire il pareggio, la mediazione permanente, la conservazione degli equilibri?&nbsp;È una domanda che ci accompagnerà nei prossimi mesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è anche il motivo per cui continuiamo a ritenere improbabile che si arrivi alle elezioni con una legge fortemente maggioritaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere lo stesso centrodestra a riconsiderarne la convenienza. Oppure potrebbero intervenire altri fattori istituzionali lungo il percorso parlamentare o costituzionale. In ogni caso, lo scenario che continuiamo a considerare più probabile è quello di un ritorno, in forme più o meno simili, a un sistema capace di produrre un risultato molto più aperto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma: non ci sorprenderemmo se, alla fine, il Rosatellum si rivelasse molto meno morto di quanto oggi appaia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il pareggio favorisce sempre qualcuno</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è che il pareggio, in politica, non è mai davvero neutrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il centrosinistra dovesse vincere nettamente le elezioni, avrebbe naturalmente il diritto politico di guidare anche la partita del Quirinale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se invece il risultato fosse incerto?&nbsp;Qui la storia della Seconda Repubblica offre una risposta abbastanza chiara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei momenti di equilibrio il Partito Democratico ha quasi sempre dimostrato una maggiore capacità di costruire convergenze istituzionali. Più figure autorevoli, più relazioni consolidate nei corpi dello Stato, nella magistratura, nelle grandi amministrazioni, nel sistema delle autonomie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo motivo, paradossalmente&nbsp;(cit.), il centrosinistra dispone di due risultati utili su tre: vincere oppure pareggiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il centrodestra, invece, per cambiare davvero gli equilibri della Repubblica avrebbe probabilmente bisogno di una vittoria netta.&nbsp;Ed è proprio questa la difficoltà maggiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il fattore Generalissimo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se tutto questo non bastasse, il quadro si complica ulteriormente con la crescita, finora quasi esclusivamente virtuale, del Generalissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo già scritto come questo fenomeno sembri alimentarsi soprattutto della continua attenzione ricevuta dagli avversari e, non casualmente, del contributo fornito dal suo più efficace promotore mediatico: Matteo Renzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, tuttavia, non è tanto il suo consenso.&nbsp;È la sua collocazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se dovesse entrare nella coalizione di centrodestra, rischierebbe di renderla molto più problematica nei rapporti con gli alleati europei e con quell&#8217;elettorato moderato che Giorgia Meloni ha faticosamente conquistato in questi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece corresse da solo, potrebbe produrre un effetto forse ancora più rilevante.&nbsp;La storia offre un precedente molto preciso&nbsp;che già abbiamo già citato sabato scorso: il 1996. La divisione tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi costò al centrodestra decine di collegi uninominali e, con essi, la vittoria delle elezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il rischio potrebbe riproporsi in forme diverse ma con effetti simili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E quindi? Usare bene l&#8217;ultimo anno</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Giorgia Meloni si apre dunque probabilmente l&#8217;anno più difficile della legislatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica estera, che per quattro anni ha rappresentato il principale moltiplicatore del suo consenso, difficilmente potrà continuare a produrre gli stessi dividendi. Trump resta imprevedibile, l&#8217;Europa torna centrale, i margini di iniziativa internazionale si restringono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta quindi soprattutto la politica interna.&nbsp;Servirà una spinta molto forte. Ma davvero molto forte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché&nbsp;,&nbsp;se davvero si voterà con una legge elettorale non troppo diversa da quella attuale,&nbsp;vincere diventerà molto più complicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E perdere significherebbe molto più che lasciare Palazzo Chigi.&nbsp;Significherebbe probabilmente rinunciare all&#8217;occasione storica di partecipare, da protagonisti, all&#8217;elezione del prossimo Presidente della Repubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa, in fondo, la partita che vale davvero la pena seguire.&nbsp;Le altre, almeno fino a settembre, possono aspettare.</p>
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		<title>Vannacci e sicurezza, due indici del sentiment di fine legislatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 10:23:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si torna a parlare di sicurezza è segno che la legislatura volge al termine. E nel dibattito domina Vannacci.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Se c&#8217;è un indicatore che permette di capire quando una&nbsp;Legislatura è entrata davvero nell&#8217;ultimo miglio, quello è il ritorno della sicurezza al centro dell&#8217;agenda politica.&nbsp;<br>Non che il tema sia mai uscito dal dibattito, ma nelle ultime settimane il Governo Meloni ha scelto chiaramente di riportarlo al centro della propria azione,&nbsp;commentando in maniera diffusa la condanna del gioielliere Mario Roggero, con annessa richiesta di grazia al Presidente Mattarella, e&nbsp;accelerando su una serie di misure che i giornali hanno già ribattezzato&nbsp;&#8220;Legge anti-maranza&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo è piuttosto evidente. Dopo alcune settimane complicate,&nbsp;dalla bocciatura&nbsp;con voto segreto&nbsp;dell&#8217;emendamento sulle preferenze fino a una percezione di difficoltà nella gestione dell&#8217;agenda politica,&nbsp;Palazzo Chigi ha deciso di tornare su uno dei terreni che storicamente producono il maggiore consenso per il centrodestra: ordine pubblico, legalità, controllo del territorio, contrasto alla microcriminalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una scelta comprensibile. Ma è anche il sintomo di una campagna elettorale che, pur mancando ancora oltre un anno al voto, è ormai iniziata. Questo perché, e ci duole doverne di nuovo parlare, il vero convitato di pietra di questa fase politica non siede né a Palazzo Chigi né a Montecitorio. È il Generalissimo. Nel giro di pochi mesi il suo movimento è passato da curiosità politica a variabile strutturale del sistema. Prima avrebbe superato nei sondaggi la Lega, poi Alleanza Verdi-Sinistra, il tutto senza aver mai partecipato a un&#8217;elezione, senza aver presentato un programma di governo e senza aver nemmeno iniziato a costruire una classe dirigente riconoscibile. <br>Aspettiamo naturalmente di vedere anche quella, sperando che il criterio di selezione produca risultati migliori rispetto a quanto fatto finora&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato più interessante, tuttavia, non è tanto il consenso diretto quanto l&#8217;influenza indiretta. Perché oggi il Generalissimo pesa probabilmente più nelle decisioni del centrodestra di quanto pesi realmente nei sondaggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che emerge un&#8217;altra curiosità politica. Se dovessimo individuare il suo vero spin doctor, difficilmente dovremmo cercarlo a Mosca o negli Usa, nei fantomatici laboratori della disinformazione o tra oscuri strateghi della nuova destra europea. Il candidato più credibile sembra avere un nome molto più familiare: Matteo Renzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal giorno della partecipazione congiunta al&nbsp;<em>Pulp Podcast</em>&nbsp;di Fedez, il 20 aprile scorso, l&#8217;ex Presidente del Consiglio sembra aver trasformato il Generale nel proprio interlocutore privilegiato. Interviste, battute, provocazioni, sfide sportive&nbsp;(dall&#8217;ormai celebre proposta della maratona fino ai continui richiami reciproci)&nbsp;hanno contribuito a mantenerlo costantemente al centro del dibattito pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri raccontano una coincidenza quantomeno interessante. Il 23 aprile la Supermedia YouTrend pubblicata da AGI attribuiva a Futuro Nazionale un pur rispettabile 3,5%. Da quel momento, senza campagne elettorali, senza congressi, senza grandi iniziative politiche e senza particolari novità programmatiche, il consenso è praticamente raddoppiato fino a&nbsp;superare&nbsp;il 7%&nbsp;(mah&#8230;).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente sarebbe semplicistico attribuire tutto a Renzi. Ma è difficile non notare come il continuo tentativo di trasformare il Generalissimo nel protagonista del dibattito finisca inevitabilmente per rafforzarne notorietà e centralità, soprattutto come competitor a destra della coalizione di governo e fattore decisivo per fargli perdere le elezioni.&nbsp;<br>Per chi lo ricorda: la stessa operazione che Massimo D&#8217;Alema riuscì a fare nel 1996, dividendo la Lega di Bossi dal centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. La Lega, sola, arrivò al 10%, facendo perdere decine di collegi uninominali all&#8217;allora Polo per le Libertà, con conseguente vittoria dell&#8217;Ulivo di Romano Prodi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È anche per questo che il Governo sente il bisogno di presidiare con maggiore decisione i temi tradizionalmente più sensibili per il proprio elettorato. La politica estera, che per quattro anni ha rappresentato il principale punto di forza della Presidenza Meloni, attraversa una fase molto più complicata. I rapporti con gli Stati Uniti sono diventati più imprevedibili, il quadro internazionale è dominato da crisi sulle quali Roma ha inevitabilmente margini limitati e perfino il tradizionale protagonismo europeo richiede oggi un equilibrio molto più delicato. Sul fronte interno, invece, il problema è diverso. Più che di decisioni, sembra esserci una difficoltà nel trasformarle in risultati politicamente percepibili. È il tema della comunicazione, ma anche quello della concretezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui il ritorno della sicurezza come asse prioritario dell&#8217;azione di governo. Le nuove misure contro la criminalità giovanile, l&#8217;inasprimento di alcune fattispecie di reato e il rafforzamento degli strumenti di prevenzione rispondono certamente a esigenze reali, ma rappresentano anche un messaggio politico molto preciso: il Governo vuole tornare a essere percepito come il garante dell&#8217;ordine pubblico. Una strategia che qualcuno definirebbe &#8220;<em>law &amp; order</em>&#8220;, qualcun altro più semplicemente &#8220;panpenalistica&#8221;. In entrambi i casi il messaggio è identico: rassicurare un elettorato che guarda con crescente preoccupazione al futuro e dimostrare che lo Stato continua a esercitare la propria autorità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta da capire se questo basterà. Perché quando un avversario riesce a influenzare le scelte dei propri competitori senza nemmeno sedersi ai tavoli dove vengono prese, significa che la partita si sta giocando almeno su due livelli diversi.&nbsp;E, almeno per ora, il Generalissimo sembra riuscire a vincerne uno senza nemmeno essere sceso in campo.</p>
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		<title>La conta che non serviva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 08:57:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La bocciatura delle preferenze riapre i dubbi sulla strategia della maggioranza, mentre il centrodestra rincorre Vannacci e perde il profilo moderato.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La legge elettorale continua a confermarsi&nbsp;un&nbsp;terreno sul quale la politica italiana riesce a complicarsi la vita anche&nbsp;ove assolutamente non necessario.&nbsp;<br>La bocciatura dell’emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze rappresenta uno di quei passaggi che, pur non modificando l’impianto complessivo della riforma, lasciano inevitabilmente una scia di interrogativi politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo riguarda il metodo.&nbsp;Premessa: da mesi si discute della nuova legge elettorale. L’esame in Commissione alla Camera era iniziato già a febbraio e il confronto politico si è sviluppato per settimane.&nbsp;<br>Perché scegliere proprio l’Aula per introdurre un tema delicato come quello delle preferenze, sapendo perfettamente che il voto segreto avrebbe potuto trasformarsi in una conta interna?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le preferenze non potevano essere proposte durante l’esame in Commissione, oppure rinviate direttamente al Senato, dove il voto segreto non rappresenta un’incognita?<br>Domande&nbsp;che inevitabilmente aprono&nbsp;diverse possibili letture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è quella del peccato di&nbsp;<em>hybris.</em>&nbsp;Dopo quasi quattro anni di governo e una leadership consolidata all’interno della maggioranza, Palazzo Chigi potrebbe aver ritenuto di poter affrontare qualsiasi passaggio parlamentare senza sorprese.&nbsp;<br>La seconda è più raffinata: tentare di segnare una differenza tra la leadership della Premier e quella che viene spesso definita la “palude” parlamentare, dimostrando di voler restituire agli elettori uno strumento di scelta più diretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste però anche una terza interpretazione,&nbsp;quella dell’<em>overconfidence</em>. Un eccesso di fiducia nelle proprie capacità di controllo, già visto in occasione del referendum sulla giustizia.&nbsp;<br>Anche allora si era immaginato che il consenso costruito attorno alla leadership di Giorgia Meloni fosse sufficiente a superare ostacoli che poi si sono rivelati molto più complessi del previsto.&nbsp;<br>Anche allora, nel tentativo di inseguire temi molto identitari&nbsp;ma divisivi,&nbsp;si è finito per ottenere il risultato opposto: compattare tutti gli anti-Meloni, dall’opposizione fino&nbsp;forse&nbsp;ad&nbsp;una parte della stessa maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto sulle preferenze sembra riproporre una dinamica simile. Non tanto per il contenuto dell’emendamento, quanto per l’idea che una partita così delicata potesse essere affrontata senza calcolare fino in fondo i margini di dissenso interno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo si inserisce in un dibattito più ampio sulle prospettive delle prossime elezioni politiche. Da settimane si susseguono analisi che descrivono una competizione sostanzialmente in equilibrio, sostenendo che senza modifiche alla legge elettorale il risultato sarebbe destinato a risolversi in un sostanziale pareggio tra i due blocchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma siamo davvero sicuri che sia così?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Manca ancora più di un anno al voto. Nel mezzo ci sono una Legge di Bilancio, un autunno politicamente delicatissimo, l’evoluzione del quadro internazionale e un’intera campagna elettorale. Pensare che gli attuali rapporti di forza possano rimanere immutati appare quantomeno azzardato.&nbsp;<br>La politica italiana ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di cambiare velocemente. Perché dovrebbe smettere proprio adesso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">In più, nel frattempo,&nbsp;sembra essersi creata una sorta di bolla narrativa nella quale l’unico a guadagnare è il Generalissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A destra lo si rincorre continuamente, inseguendone temi e linguaggio. L’ultimo esempio è arrivato con la richiesta di grazia per Mario Roggero e con il successivo intervento pubblico della stessa Giorgia Meloni contro la decisione dei giudici.&nbsp;<br>A sinistra, invece, lo si trasforma sistematicamente nel pericolo assoluto, contribuendo involontariamente ad alimentarne centralità e visibilità. Il risultato è paradossale: più viene evocato come problema, più cresce come protagonista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così facendo il centrodestra rischia di ritrovarsi costretto a rincorrere posizioni sempre più identitarie proprio mentre, negli ultimi anni, aveva faticosamente costruito un profilo più europeista e istituzionale. E ogni passo verso il Generalissimo rende inevitabilmente più difficile quel riposizionamento moderato che tanti osservatori avevano individuato come uno dei punti di forza della Premier.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse, allora, ben venga il “Generale Agosto”. Non tanto come protagonista politico, quanto come tregua estiva. <br>Perché qualche settimana di pausa potrebbe fare bene a tutti: agli italiani, che meritano di parlare anche d’altro; alla maggioranza, che ha bisogno di abbassare la temperatura dello scontro interno; e magari persino al clima, nella speranza che insieme al dibattito politico si raffreddi anche quell’afa che ormai ci punisce ogni volta che mettiamo piede fuori casa.</p>
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		<title>Vertice Nato, il cordone sanitario di Rutte ha funzionato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 09:06:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[vertice nato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per una volta il vertice NATO non è stato ricordato per quello che è successo, ma per quello che non è successo. Alla vigilia di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Per una volta il vertice NATO non è stato ricordato per quello che è successo, ma per quello che non è successo. Alla vigilia di Ankara molti si aspettavano l’ennesimo show di Donald Trump, con qualche uscita destinata a monopolizzare il dibattito e a mettere in imbarazzo gli alleati. Invece il cordone sanitario costruito con pazienza dal Segretario Generale Mark Rutte ha funzionato.&nbsp;<br>Agenda serrata, dichiarazioni misurate, pochi spazi per improvvisazioni: il vertice si è chiuso senza incidenti diplomatici e già questa rappresenta quasi una notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto tutti hanno osservato con particolare attenzione Giorgia Meloni. Telecamere e commentatori sembravano più interessati alle sue espressioni facciali che ai contenuti del summit, alla ricerca del minimo segnale di tensione con la delegazione americana dopo gli screzi delle ultime settimane.&nbsp;<br>La Premier, invece, ha scelto probabilmente la strategia più efficace: un linguaggio misurato, una postura quasi britannica, nessuna polemica e nessuna ricerca di protagonismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, come riportato ieri dal&nbsp;<em>Corriere della sera,&nbsp;</em>il suo intervento ha posto l’attenzione su un tema meno immediato ma probabilmente più strategico.&nbsp;<br>Meloni ha distribuito ai 32 alleati una serie di tabelle e dati per dimostrare come il vero terreno della competizione globale non sia soltanto quello militare, ma quello industriale e tecnologico. Terre rare, semiconduttori, farmaceutica, fertilizzanti, materie prime critiche: la Premier ha richiamato gli alleati sulla necessità di recuperare il ritardo accumulato nei confronti della Cina e dell’Asia, sostenendo che la sicurezza delle filiere strategiche debba ormai essere considerata parte integrante della sicurezza collettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un’impostazione interessante perché amplia la riflessione sul concetto stesso di difesa. Non soltanto investimenti negli armamenti, ma anche capacità industriale, autonomia produttiva e sicurezza economica. Una linea che si inserisce perfettamente nella discussione europea sull’autonomia strategica e che consente all’Italia di portare un contributo originale all’interno dell’Alleanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vertice ha inoltre confermato il sostegno occidentale all’Ucraina, pur con toni più prudenti rispetto al passato. La NATO continua a rafforzare le capacità difensive dell’Alleanza e a mantenere aperto il sostegno a Kiev, mentre cresce la consapevolezza che il confronto con la Russia sarà lungo e dovrà essere accompagnato anche da una maggiore resilienza economica e industriale dell’Occidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, però, il contesto internazionale è tornato rapidamente a complicarsi. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e il ritorno delle tensioni sui mercati energetici, ricorda quanto rapidamente qualsiasi equilibrio possa essere rimesso in discussione.&nbsp;<br>Una situazione che, per volatilità, ricorda quasi il finestrino esploso sul volo Ryanair di ieri: tutto sembra procedere normalmente, finché all’improvviso qualcuno scopre che l’&#8221;aria è cambiata&#8221;, giusto per usare un eufemismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’Italia il summit di Ankara lascia soprattutto una conferma. Dopo settimane segnate dalle tensioni con Washington, Giorgia Meloni sembra aver scelto di abbassare il volume dello scontro e alzare quello della credibilità. Meno posture, più contenuti.&nbsp;<br>È probabilmente la scelta più utile in una fase nella quale il Governo ha bisogno di recuperare un&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, all&#8217;interno di un contesto di generale&nbsp;autorevolezza internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Ai tempi della pandemia…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 09:15:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il centrodestra punta sulla gestione della pandemia per colpire Giuseppe Conte. Ma la strategia convince gli indecisi o rischia di rafforzarne la leadership?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci sono campagne che servono a convincere gli indecisi e altre che sembrano parlare esclusivamente ai già convinti. A quale delle 2 categorie appartiene la strategia adottata dal centrodestra nelle ultime settimane nei confronti di Giuseppe Conte?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda delle mascherine acquistate nella prima fase della pandemia, con tutti gli interrogativi sui prezzi, sui rapporti tra alcuni intermediari e persone vicine all’allora Presidente del Consiglio, rappresenta senza dubbio un terreno giornalisticamente rilevante.&nbsp;<br>È comprensibile che una parte dell’informazione, soprattutto quella più vicina al centrodestra, ritenga doveroso approfondire ogni elemento e chiedere conto all’ex Premier di decisioni assunte in uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dubbio è un altro. Funzionerà davvero sul piano del consenso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">A sei anni di distanza, la pandemia è diventata per molti italiani una pagina da chiudere definitivamente. C’è chi non vuole più sentirne parlare e c’è chi, pur riconoscendo errori evidenti e scelte discutibili, tende comunque a contestualizzare quelle decisioni dentro una fase emergenziale nella quale l’obiettivo dichiarato era uno solo: salvare il maggior numero possibile di vite umane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrà discutere se sia stato fatto bene o male, se vi siano state leggerezze, improvvisazioni o comportamenti ai limiti della correttezza. Ma difficilmente questo cambia oggi il giudizio politico di chi, sul governo Conte II, un’opinione se l’è già formata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; possibile che questa campagna riesca a mobilitare una parte dell’elettorato di centrodestra. Evocare le immagini dei lockdown, dei green pass, delle conferenze stampa notturne e delle vaccinazioni obbligatorie rappresenta ancora oggi un potente richiamo identitario per una parte del Paese. Ma oltre quella platea il rendimento marginale sembra molto più incerto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero punto debole dell’esperienza di governo di Giuseppe Conte ci è sempre sembrato un altro. Non tanto la gestione della pandemia, quanto le conseguenze economiche delle scelte compiute in quegli anni.&nbsp;<br>Il Reddito di cittadinanza, il progetto dei navigator e, soprattutto, il Superbonus hanno lasciato un’eredità pesantissima sui conti pubblici italiani. È lì che si concentra il vero frutto avvelenato del Conte II. È lì che si misura la sostenibilità di una futura proposta di governo e la credibilità di chi aspira a tornare a Palazzo Chigi.<br>Continuare a porre Conte al centro del dibattito per le vicende pandemiche rischia di produrre un effetto opposto a quello che si vorrebbe ottenere: rafforzarne ulteriormente la centralità politica. In un sistema mediatico dominato dalla polarizzazione, essere il bersaglio principale significa spesso diventare automaticamente il protagonista della scena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo dimostra, con modalità completamente diverse, anche il caso del Generalissimo. Più viene criticato, più occupa spazio. Più viene attaccato, più diventa oggetto di curiosità. Più se ne parla, più cresce nei sondaggi. Non perché tutti condividano ciò che dice, ma perché la continua esposizione mediatica alimenta inevitabilmente attenzione e notorietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vale davvero la pena concedere a Giuseppe Conte lo stesso privilegio? Peraltro in una condizione in cui, complice la maggiore “leggerezza” politica della sua principale alleata, continua ad essere percepito come il più naturalmente “presidenziabile” dell’intero campo largo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una domanda che il centrodestra dovrebbe probabilmente porsi. Perché riportare quotidianamente l’ex Premier al centro del dibattito significa anche offrirgli l’occasione di riproporsi come principale antagonista del Governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La politica vive di memoria ma, soprattutto, di futuro. E c’è il rischio che una battaglia tutta rivolta al 2020 finisca per aiutare un candidato del 2027.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse il modo migliore per limitare la crescita di un avversario non è ricordare continuamente ciò che ha fatto sei anni fa, ma convincere gli italiani che esiste un futuro migliore di quello che lui potrebbe offrire. Tutto il resto rischia di trasformarsi in un gigantesco megafono regalato all’avversario.</p>
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		<title>Antibes, il nuovo asse europeo?</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/smash/antibes-il-nuovo-asse-europeo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 09:27:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vertice intergovernativo Italia-Francia di Antibes arriva dopo una lunga fase di rinvii, freddezze, sospetti reciproci e foto di circostanza. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il vertice intergovernativo Italia-Francia di Antibes arriva dopo una lunga fase di rinvii, freddezze, sospetti reciproci e foto di circostanza. Proprio per questo il suo significato politico va oltre il calendario diplomatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è stato soltanto un esercizio di manutenzione del Trattato del Quirinale, ma il tentativo di rimettere in moto una relazione che, per l’Italia, torna improvvisamente necessaria dopo le turbolenze con gli Stati Uniti di Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il comunicato congiunto è molto ampio e, come spesso accade in questi casi, contiene un po’ di tutto: Ucraina, Mediterraneo, Africa, competitività, difesa, spazio, energia, migrazione, digitale, agricoltura, cultura, giovani, infrastrutture transfrontaliere. Ma dentro questa abbondanza diplomatica emergono alcune priorità vere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Francia e Italia si impegnano a lavorare per un’Europa più “unita, sovrana, democratica, resiliente e competitiva”, formula che dice molto del momento: meno retorica europeista classica, più bisogno concreto di protezione politica, industriale e strategica. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano geopolitico, il messaggio è chiaro: sostegno all’Ucraina, pressione sulla Russia, attenzione al Mediterraneo, ruolo comune in Libano, difesa della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e cooperazione con l’Africa, anche incrociando Piano Mattei italiano e iniziative francesi sul continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una piattaforma che permette a Meloni e Macron di mostrarsi più vicini di quanto lo siano stati negli ultimi anni, senza fingere che le differenze siano scomparse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I toni della conferenza stampa sono stati forse ancora più interessanti dei contenuti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Macron ha negato che i rapporti siano “glaciali”, parlando anzi di clima ormai più caldo; Meloni ha scelto una formula più secca, quasi da antidoto ai retroscena: “siamo due persone che difendono i propri interessi nazionali ma che lavorano insieme”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tradotto: non serve amarsi, basta riconoscersi utili. E in questa fase Italia e Francia si sono improvvisamente riscoperte molto utili l’una all’altra. La chiave politica è tutta qui. Dopo gli scossoni con Washington, il rapporto con Trump resta strategico ma non può più essere l’unico pilastro del posizionamento internazionale italiano. La partnership atlantica resta sistemica, ma è difficile immaginare un ritorno ai fasti dello scorso anno: Trump è instabile, spesso indigeribile per una parte crescente dell’opinione pubblica italiana, e ogni nuovo incidente diplomatico rende più costoso per Meloni apparire troppo allineata.  La Premier ha guadagnato consenso rispondendo con fermezza al Presidente americano, ma sa bene che non può costruire una strategia duratura su una postura aggressiva verso gli Stati Uniti. Infatti l’ha smussata rapidamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Serve dunque un nuovo equilibrio geopolitico. E in questo equilibrio Macron diventa indispensabile, anche se mai gratuito. La Francia è pronta a riaccogliere Meloni nel circuito delle leadership europee più operative, ma il prezzo sarà una maggiore convergenza su dossier delicati: difesa europea, bilancio UE, politica industriale, energia, Mediterraneo. Non è un pranzo di riconciliazione, è un negoziato permanente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il potenziale, però, è enorme. Nel documento congiunto i due Paesi indicano cooperazione su automotive, industrie energivore, materie prime critiche, semiconduttori, tecnologie net zero, aviazione civile, moda e lusso.&nbsp;<br>Sul fronte energetico si parla esplicitamente di neutralità tecnologica, nucleare, rinnovabili, reti e interconnessioni.&nbsp;<br>Sulla difesa si citano base industriale europea, procurement comune, SAMP/T NG, intercettori contro minacce ipersoniche, spazio, sicurezza marittima e capacità missilistiche. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono ambiti nei quali Italia e Francia possono competere, certo, ma anche costruire massa critica. Spazio e difesa sono forse i dossier più evidenti: Thales Alenia Space, Ariane 6, Vega C, IRIS², connettività satellitare sicura, osservazione della Terra, applicazioni dual use. Qui l’amicizia non è sentimentalismo europeo, ma industria, contratti, sovranità tecnologica. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta da capire se questa nuova sintonia produrrà effetti concreti o se resterà l’ennesimo album fotografico della diplomazia europea. La storia recente invita alla prudenza: Italia e Francia hanno spesso firmato grandi intese e poi litigato sui dettagli. Ma il contesto è cambiato. Gli Stati Uniti sono meno prevedibili, la Germania attraversa una fase di riposizionamento, l’Europa ha bisogno di coppie motrici alternative e il Mediterraneo torna centrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In fondo, Italia e Francia sono i due Paesi fondatori dell’Occidente latino: ne incarnano le radici culturali, giuridiche, industriali e politiche. Quando collaborano, possono spostare gli equilibri europei. Quando si ignorano, lasciano spazio ad altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vertice di Antibes non cancella le divergenze tra Macron e Meloni. Ma segnala che entrambi hanno capito una cosa: in questa fase, litigare costa più che cooperare. E per Giorgia Meloni, dopo la stagione della relazione privilegiata con Washington, questo può essere il primo passo verso un riposizionamento più europeo, più solido e forse anche più utile all’Italia.</p>
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		<title>Tracciare linee, per poi superarle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 08:50:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono incidenti diplomatici che nascono da divergenze strategiche profonde e poi ci sono incidenti diplomatici che nascono da una frase. O da una telefonata....</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono incidenti diplomatici che nascono da divergenze strategiche profonde e poi ci sono incidenti diplomatici che nascono da una frase. O da una telefonata. Magari una telefonata raccontata male o, ancora peggio, raccontata bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda che ha coinvolto ieri Donald Trump e Giorgia Meloni appartiene a quest&#8217;ultima categoria. Perché, al netto delle interpretazioni&nbsp;e delle operazioni di spin che seguiranno, resta un dato politico difficilmente contestabile: la Presidente del Consiglio italiana si è trovata pubblicamente esposta da una dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti in termini che nessun leader politico, figurarsi un presunto &#8220;alleato speciale&#8221;,&nbsp;gradirebbe ricevere e che nessun governo può permettersi di ignorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrà discutere a lungo della traduzione esatta delle parole utilizzate. Si potrà sostenere che alcune espressioni siano state rese in maniera più dura di quanto fossero nelle intenzioni originarie. Si potrà persino ipotizzare che il famoso passaggio sul fatto che Meloni avrebbe &#8220;fatto pena&#8221; fosse meno brutale nel contesto linguistico originale.&nbsp;<br>Tutto possibile. Ma, a quasi ventiquattro ore di distanza, non risultano né smentite né precisazioni né richieste ufficiali di rettifica.&nbsp;E questo, in un normale mondo fatto di diplomazia, vale quanto una granitica conferma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;episodio appare ancora più singolare se si considera il momento della telefonata. Se la ricostruzione degli orari è corretta, quando quelle parole sono state pronunciate erano circa le undici del mattino in Italia e le cinque del mattino a Washington. Certo, tutti possono avere un risveglio difficile. Ma se nelle prime ore del mattino si può concedere il beneficio del dubbio, trascorsa più di un&#8217;intera giornata senza chiarimenti il problema non è più il sonno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La reazione di Giorgia Meloni è stata immediata come mai accaduto in passato. Unico esempio paragonabile la scelta di dichiarare pubblicamente la fine della sua relazione affettiva. Donald come Andrea, una scelta probabilmente obbligata. Perché l&#8217;Italia non può permettersi di essere messa alla berlina in questa maniera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche altre conseguenze sono state immediate. Il viaggio negli Stati Uniti del Vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato annullato, segnale che Palazzo Chigi ha ritenuto necessario congelare almeno temporaneamente il quadro delle relazioni politiche ad alto livello.&nbsp;<br>Un gesto che non equivale a una rottura, perché con gli Stati Uniti non si può rompere, ma che segnala l&#8217;esistenza di un problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora più interessante è stata la reazione politica. In Italia si è assistito a una rara manifestazione di solidarietà bipartisan nei confronti della Presidente del Consiglio.&nbsp;<br>Dall&#8217;opposizione alla maggioranza, passando per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il messaggio è stato sostanzialmente unanime: si può contestare Meloni ogni giorno dell&#8217;anno, ma non si accetta che venga delegittimata da un leader straniero.&nbsp;<br>Lo stesso riflesso si è visto a livello europeo, dove numerosi governi hanno colto l&#8217;occasione per manifestare sostegno all&#8217;Italia e, indirettamente, preoccupazione per l&#8217;ennesima uscita imprevedibile dell&#8217;inquilino della Casa Bianca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto Donald Trump sembra ormai impegnato in un&#8217;impresa che nessun avversario degli Stati Uniti era mai riuscito a realizzare: unire contemporaneamente amici e nemici contro se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuno farà guerra all&#8217;America qualsivoglia sia la forma che una guerra potrebbe assumere: militare, economica, finanziaria o tecnologica. Nessuno metterà in discussione la centralità strategica degli Stati Uniti. Nessuno immagina davvero un ordine occidentale senza Washington. Ma la fiducia è un&#8217;altra cosa. E quella continua a deteriorarsi.&nbsp;<br>Ogni dichiarazione impulsiva, ogni attacco personale, ogni sfuriata contribuisce ad alimentare un dubbio che si sta diffondendo ben oltre i confini europei: quanto è lucida oggi la leadership americana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle prossime settimane entreranno inevitabilmente in scena due categorie di professionisti. I pontieri e gli avvoltoi.<br>I primi lavoreranno per ricostruire almeno formalmente il rapporto tra Roma e Washington. E sarebbe già l&#8217;ennesimo tentativo di ricucitura dopo i precedenti attriti legati ai commenti sul Papa, alle tensioni sulla politica estera e ai vari incidenti diplomatici che si sono accumulati negli ultimi mesi.&nbsp;<br>I secondi, invece, descriveranno la vicenda come l&#8217;ennesima prova del declino dell&#8217;Italia sulla scena internazionale. Sebbene, paradossalmente, chi nelle ultime settimane accusava Giorgia Meloni di essere troppo vicina a Trump dovrebbe essere il più soddisfatto dell&#8217;attuale situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente entrambe le letture conterranno una parte di verità e una parte di esagerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta però una riflessione finale. Nelle relazioni internazionali apparenza e sostanza si mescolano continuamente. È spesso impossibile capire dove finisca la diplomazia simbolica e dove inizi quella reale. Ma proprio per questo serve una quantità enorme di sostanza per sostenere un apparato così complesso di gesti, parole e percezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda che oggi molti osservatori iniziano a porsi è semplice: quanta sostanza resta ancora disponibile per compensare l&#8217;enorme carico di apparenza che la leadership americana continua a produrre?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta, probabilmente, arriverà soltanto con le elezioni di midterm. Fino ad allora il mondo continuerà a osservare, interpretare, rassicurarsi e preoccuparsi. Spesso contemporaneamente.</p>
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		<title>Adelante Generalissimo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 08:21:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prosegue la discesa in campo del Generale Vannacci, tra shopping parlamentare e incursioni in territori ostili </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci sono personaggi politici che crescono vincendo elezioni. Altri che crescono governando. E poi esistono figure che crescono semplicemente occupando uno spazio che fino a poco tempo prima sembrava non esistere. È il caso del Generalissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi mesi il suo percorso politico non è stato particolarmente brillante sul piano elettorale. L’uscita dalla Lega, la costruzione di una lista autonoma, il tentativo di presentare propri candidati alle amministrative e i risultati piuttosto modesti ottenuti sul territorio avrebbero potuto suggerire una fase di ridimensionamento. Eppure sta accadendo l’opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A livello nazionale, infatti, il Generalissimo continua a crescere. I sondaggi più recenti lo collocano stabilmente sopra le soglie psicologiche che separano una testimonianza politica da una presenza parlamentare credibile. Alcune rilevazioni lo accreditano addirittura oltre il 4%.&nbsp;<br>Non sono numeri da rivoluzione, ma sono numeri sufficienti a cambiare gli equilibri di una competizione che appare sempre più equilibrata tra centrodestra e centrosinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In fondo, la storia politica italiana insegna che spesso non servono partiti da 20 punti percentuali per risultare decisivi. Talvolta bastano pochi punti per impedire a qualcun altro di vincere. O per costringerlo a negoziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crescita del Generalissimo non si misura soltanto nei sondaggi. In Parlamento è iniziata una paziente attività di pesca a strascico. Non grandi acquisti, almeno per ora. Piuttosto un lavoro di semina.&nbsp;<br>Si offre una prospettiva politica a chi osserva con crescente preoccupazione le future liste elettorali. Perché tutti sanno che la prossima legislatura sarà probabilmente più corta nei numeri e più selettiva nelle candidature. E quando un parlamentare inizia a dubitare della propria rieleggibilità, qualsiasi progetto che prometta futuro acquista improvvisamente interesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È interessante osservare come la sua strategia stia evolvendo anche sul piano mediatico. Per anni il Generalissimo ha prosperato nei contesti televisivi più favorevoli, frequentando studi e conduttori che ne comprendevano linguaggio e pubblico di riferimento. Oggi, invece, sta progressivamente uscendo dalla propria comfort zone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;approdo nei salotti più ostili rappresenta quasi un rito di passaggio. Finché frequenti soltanto i programmi degli amici, resti un fenomeno di nicchia. Quando inizi a sederti davanti a una Lilli Gruber e ad affrontare il tradizionale percorso di domande provocatorie, sguardi severi e rimproveri civici, entri ufficialmente nella categoria degli interlocutori politici nazionali. È una sorta di certificazione istituzionale non scritta.&nbsp;<br>Dopo il primo passaggio a&nbsp;<em>Otto e Mezzo</em>, ci si può considerare formalmente ammessi al dibattito pubblico italiano. Con il rischio, naturalmente, di essere sottoposti a interrogatori che spaziano dalla politica estera fino alla qualità delle proprie relazioni sentimentali&nbsp;(<em>by the way</em>, da oggi ci aspettiamo che Gruber ponga a tutti la domanda sulla propria devozione al partner e relativa fedeltà coniugale). Ma anche questo fa parte del percorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste poi un altro sondaggio, meno scientifico ma spesso più interessante di quelli pubblicati sui giornali. È il sondaggio delle aziende, delle associazioni di categoria, dei manager e dei consulenti che iniziano a fare una domanda semplice: &#8220;Secondo voi dobbiamo incontrarlo?&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una domanda che fino a pochi mesi fa non esisteva. Oggi invece compare con frequenza crescente. Non perché ci sia una particolare simpatia verso il Generalissimo, ma perché nel public affairs la curiosità segue sempre il consenso. Quando una forza politica supera una certa soglia di visibilità, il sistema inizia a considerarla un interlocutore potenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questo il vero passaggio che andrà osservato nei prossimi mesi. Perché una cosa è parlare alle piazze. Un&#8217;altra è parlare ai consigli di amministrazione.&nbsp;<br>Una cosa è costruire consenso attraverso slogan identitari. Un&#8217;altra è spiegare a una multinazionale quale sia la propria posizione su energia, fisco, industria, commercio internazionale, innovazione o difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima o poi arriverà anche quel momento. E sarà interessante capire se il Generalissimo deciderà di dotarsi di una struttura economica credibile e di un responsabile in grado di tradurre il linguaggio della mobilitazione politica in quello delle relazioni istituzionali e dell&#8217;economia reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, il resto del sistema politico continua a osservarlo con sentimenti contrastanti. Da isolare ma non troppo. Da criticare ma non troppo. Da avvicinare ma non troppo. Tutto dipenderà da una variabile che ancora incombe sul quadro politico come una nube estiva: la nuova legge elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se il sistema resterà fortemente competitivo e maggioritario, il Generalissimo rischia di essere soprattutto un problema per il centrodestra. Se invece prevarrà una logica più proporzionale, potrebbe trasformarsi in qualcosa di diverso: una forza capace non tanto di vincere, quanto di risultare necessaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in politica, a volte, essere necessari vale quasi quanto essere maggioritari.</p>
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		<title>Energia e conti pubblici: partita decisiva con l’UE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 09:11:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Energia, flessibilità fiscale e competitività industriale: il negoziato tra Italia e Commissione Europea per cambio di paradigma a Bruxelles.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le interlocuzioni tra il Governo italiano e la Commissione Europea sul tema dell’energia stanno assumendo un significato che va ben oltre la gestione dell’emergenza.&nbsp;<br>Per la prima volta dopo molti anni, infatti, Bruxelles sembra disponibile a riconoscere che&nbsp;l&#8217;energia&nbsp;non è soltanto una questione industriale o ambientale, ma un tema di sicurezza economica e geopolitica. È dentro questo quadro che si colloca la richiesta italiana di ottenere ulteriori margini di flessibilità sui conti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Commissione ha aperto alla possibilità di consentire maggiori spazi di spesa agli Stati membri per fronteggiare gli effetti dello shock energetico e delle tensioni internazionali, ma ponendo condizioni piuttosto chiare. Le risorse aggiuntive non potranno essere utilizzate per finanziare misure generalizzate o permanenti di sostegno ai consumi, bensì per investimenti che rafforzino strutturalmente la resilienza energetica europea.&nbsp;<br>La logica è semplice: non finanziare la conseguenza del problema, ma contribuire a risolverne le cause.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Governo italiano ha accolto con favore questa apertura. Giancarlo Giorgetti continua a mostrarsi fiducioso sulla possibilità di ottenere il via libera europeo, sottolineando come l’Italia abbia costruito negli ultimi anni una reputazione di affidabilità che oggi consente di presentarsi ai tavoli negoziali con maggiore credibilità rispetto al passato.&nbsp;<br>La linea è quella già vista su altri dossier: mettere sul tavolo risorse significative senza compromettere la percezione di solidità finanziaria del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la flessibilità verrà concessa, i beneficiari potrebbero essere numerosi. Non soltanto le grandi infrastrutture energetiche, ma anche le reti elettriche, i sistemi di accumulo, le interconnessioni europee, i progetti di efficientamento industriale e una parte importante della manifattura italiana ad alta intensità energetica.&nbsp;<br>In altre parole, settori in grado di aumentare la competitività del sistema produttivo e non semplicemente di attenuare temporaneamente il costo delle bollette.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È interessante osservare come questa vicenda si inserisca in una tendenza più generale dell’azione di governo.&nbsp;<br>Claudio Cerasa ha scritto recentemente&nbsp;su&nbsp;<em>Il Foglio&nbsp;</em>che Giorgia Meloni sta ottenendo alcuni dei risultati più significativi proprio nei settori sui quali le sarebbe più difficile rivendicare un merito politico tradizionale. La lotta all’evasione fiscale ha prodotto risultati record. L’europeismo praticato a Bruxelles è molto più marcato di quello immaginato dagli osservatori nel 2022. La gestione dei flussi migratori è passata soprattutto attraverso accordi con i Paesi africani e strumenti di cooperazione internazionale. Persino sul fronte delle rinnovabili, pur tra molte contraddizioni, l’Italia continua a crescere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è evidente. Una parte consistente dei risultati ottenuti dal Governo deriva da scelte che, negli anni dell’opposizione, la stessa maggioranza avrebbe probabilmente guardato con sospetto. Ed è forse anche per questo che questi successi vengono raccontati poco e male. Come se rivendicarli significasse ammettere una trasformazione politica che molti elettori non erano stati preparati a vedere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il referendum sulla giustizia, da questo punto di vista, dovrebbe rappresentare una lezione. Per mesi si è cercato di mobilitare il consenso attorno a una riforma percepita come identitaria. Il risultato finale ha invece suggerito che una parte significativa dell’elettorato cercava altro: stabilità, prevedibilità, rassicurazione. In altre parole, esattamente quei valori che il Governo sostiene di aver garantito in questi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo motivo il dossier energetico potrebbe avere un’importanza politica persino superiore a quella economica. Se l’Italia riuscirà a ottenere margini aggiuntivi e a utilizzarli per rafforzare il proprio sistema produttivo, sarà difficile sostenere che non sia stato fatto nulla. Ma qui emerge anche il limite della discussione pubblica attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, la questione è forse più politica che economica. Il Governo rischia di trovarsi nella singolare situazione di aver contribuito a rendere l’Italia più stabile, più credibile e più solida senza essere riuscito a trasformare questi risultati in una narrazione comprensibile. E sarebbe un paradosso notevole: perdere consenso non per ciò che si è fatto, ma per non aver trovato il coraggio di raccontarlo.<br><br>PS polemico: ennesima archiviazione per l&#8217;ex Presidente del Consiglio scomparso nel giugno 2023 e il suo amico di una vita, anche collaboratore e fondatore del Partito che da 32 anni rappresenta la parte moderata del centrodestra. Ufficialmente la 6a, ma nessuno sa davvero quante volte certi fascicoli si siano aperti e chiusi. Che sia l&#8217;ultima volta non ne siamo sicuri, non possiamo che sperare nell&#8217;anagrafica per scongiurare che certe ferite vengano riaperte solo per assicurarsi titoli e prebende. La consapevolezza della vastità della fantasia degli autori ci lascia poco ottimisti sul punto. </p>
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