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	<title>Smash - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Sat, 20 Jun 2026 08:50:54 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Tracciare linee, per poi superarle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 08:50:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono incidenti diplomatici che nascono da divergenze strategiche profonde e poi ci sono incidenti diplomatici che nascono da una frase. O da una telefonata....</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/smash/tracciare-linee-per-poi-superarle/">Tracciare linee, per poi superarle</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci sono incidenti diplomatici che nascono da divergenze strategiche profonde e poi ci sono incidenti diplomatici che nascono da una frase. O da una telefonata. Magari una telefonata raccontata male o, ancora peggio, raccontata bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda che ha coinvolto ieri Donald Trump e Giorgia Meloni appartiene a quest&#8217;ultima categoria. Perché, al netto delle interpretazioni&nbsp;e delle operazioni di spin che seguiranno, resta un dato politico difficilmente contestabile: la Presidente del Consiglio italiana si è trovata pubblicamente esposta da una dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti in termini che nessun leader politico, figurarsi un presunto &#8220;alleato speciale&#8221;,&nbsp;gradirebbe ricevere e che nessun governo può permettersi di ignorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrà discutere a lungo della traduzione esatta delle parole utilizzate. Si potrà sostenere che alcune espressioni siano state rese in maniera più dura di quanto fossero nelle intenzioni originarie. Si potrà persino ipotizzare che il famoso passaggio sul fatto che Meloni avrebbe &#8220;fatto pena&#8221; fosse meno brutale nel contesto linguistico originale.&nbsp;<br>Tutto possibile. Ma, a quasi ventiquattro ore di distanza, non risultano né smentite né precisazioni né richieste ufficiali di rettifica.&nbsp;E questo, in un normale mondo fatto di diplomazia, vale quanto una granitica conferma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;episodio appare ancora più singolare se si considera il momento della telefonata. Se la ricostruzione degli orari è corretta, quando quelle parole sono state pronunciate erano circa le undici del mattino in Italia e le cinque del mattino a Washington. Certo, tutti possono avere un risveglio difficile. Ma se nelle prime ore del mattino si può concedere il beneficio del dubbio, trascorsa più di un&#8217;intera giornata senza chiarimenti il problema non è più il sonno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La reazione di Giorgia Meloni è stata immediata come mai accaduto in passato. Unico esempio paragonabile la scelta di dichiarare pubblicamente la fine della sua relazione affettiva. Donald come Andrea, una scelta probabilmente obbligata. Perché l&#8217;Italia non può permettersi di essere messa alla berlina in questa maniera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche altre conseguenze sono state immediate. Il viaggio negli Stati Uniti del Vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato annullato, segnale che Palazzo Chigi ha ritenuto necessario congelare almeno temporaneamente il quadro delle relazioni politiche ad alto livello.&nbsp;<br>Un gesto che non equivale a una rottura, perché con gli Stati Uniti non si può rompere, ma che segnala l&#8217;esistenza di un problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora più interessante è stata la reazione politica. In Italia si è assistito a una rara manifestazione di solidarietà bipartisan nei confronti della Presidente del Consiglio.&nbsp;<br>Dall&#8217;opposizione alla maggioranza, passando per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il messaggio è stato sostanzialmente unanime: si può contestare Meloni ogni giorno dell&#8217;anno, ma non si accetta che venga delegittimata da un leader straniero.&nbsp;<br>Lo stesso riflesso si è visto a livello europeo, dove numerosi governi hanno colto l&#8217;occasione per manifestare sostegno all&#8217;Italia e, indirettamente, preoccupazione per l&#8217;ennesima uscita imprevedibile dell&#8217;inquilino della Casa Bianca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto Donald Trump sembra ormai impegnato in un&#8217;impresa che nessun avversario degli Stati Uniti era mai riuscito a realizzare: unire contemporaneamente amici e nemici contro se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuno farà guerra all&#8217;America qualsivoglia sia la forma che una guerra potrebbe assumere: militare, economica, finanziaria o tecnologica. Nessuno metterà in discussione la centralità strategica degli Stati Uniti. Nessuno immagina davvero un ordine occidentale senza Washington. Ma la fiducia è un&#8217;altra cosa. E quella continua a deteriorarsi.&nbsp;<br>Ogni dichiarazione impulsiva, ogni attacco personale, ogni sfuriata contribuisce ad alimentare un dubbio che si sta diffondendo ben oltre i confini europei: quanto è lucida oggi la leadership americana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle prossime settimane entreranno inevitabilmente in scena due categorie di professionisti. I pontieri e gli avvoltoi.<br>I primi lavoreranno per ricostruire almeno formalmente il rapporto tra Roma e Washington. E sarebbe già l&#8217;ennesimo tentativo di ricucitura dopo i precedenti attriti legati ai commenti sul Papa, alle tensioni sulla politica estera e ai vari incidenti diplomatici che si sono accumulati negli ultimi mesi.&nbsp;<br>I secondi, invece, descriveranno la vicenda come l&#8217;ennesima prova del declino dell&#8217;Italia sulla scena internazionale. Sebbene, paradossalmente, chi nelle ultime settimane accusava Giorgia Meloni di essere troppo vicina a Trump dovrebbe essere il più soddisfatto dell&#8217;attuale situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente entrambe le letture conterranno una parte di verità e una parte di esagerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta però una riflessione finale. Nelle relazioni internazionali apparenza e sostanza si mescolano continuamente. È spesso impossibile capire dove finisca la diplomazia simbolica e dove inizi quella reale. Ma proprio per questo serve una quantità enorme di sostanza per sostenere un apparato così complesso di gesti, parole e percezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda che oggi molti osservatori iniziano a porsi è semplice: quanta sostanza resta ancora disponibile per compensare l&#8217;enorme carico di apparenza che la leadership americana continua a produrre?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta, probabilmente, arriverà soltanto con le elezioni di midterm. Fino ad allora il mondo continuerà a osservare, interpretare, rassicurarsi e preoccuparsi. Spesso contemporaneamente.</p>
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		<title>Adelante Generalissimo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 08:21:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prosegue la discesa in campo del Generale Vannacci, tra shopping parlamentare e incursioni in territori ostili </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci sono personaggi politici che crescono vincendo elezioni. Altri che crescono governando. E poi esistono figure che crescono semplicemente occupando uno spazio che fino a poco tempo prima sembrava non esistere. È il caso del Generalissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi mesi il suo percorso politico non è stato particolarmente brillante sul piano elettorale. L’uscita dalla Lega, la costruzione di una lista autonoma, il tentativo di presentare propri candidati alle amministrative e i risultati piuttosto modesti ottenuti sul territorio avrebbero potuto suggerire una fase di ridimensionamento. Eppure sta accadendo l’opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A livello nazionale, infatti, il Generalissimo continua a crescere. I sondaggi più recenti lo collocano stabilmente sopra le soglie psicologiche che separano una testimonianza politica da una presenza parlamentare credibile. Alcune rilevazioni lo accreditano addirittura oltre il 4%.&nbsp;<br>Non sono numeri da rivoluzione, ma sono numeri sufficienti a cambiare gli equilibri di una competizione che appare sempre più equilibrata tra centrodestra e centrosinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In fondo, la storia politica italiana insegna che spesso non servono partiti da 20 punti percentuali per risultare decisivi. Talvolta bastano pochi punti per impedire a qualcun altro di vincere. O per costringerlo a negoziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crescita del Generalissimo non si misura soltanto nei sondaggi. In Parlamento è iniziata una paziente attività di pesca a strascico. Non grandi acquisti, almeno per ora. Piuttosto un lavoro di semina.&nbsp;<br>Si offre una prospettiva politica a chi osserva con crescente preoccupazione le future liste elettorali. Perché tutti sanno che la prossima legislatura sarà probabilmente più corta nei numeri e più selettiva nelle candidature. E quando un parlamentare inizia a dubitare della propria rieleggibilità, qualsiasi progetto che prometta futuro acquista improvvisamente interesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È interessante osservare come la sua strategia stia evolvendo anche sul piano mediatico. Per anni il Generalissimo ha prosperato nei contesti televisivi più favorevoli, frequentando studi e conduttori che ne comprendevano linguaggio e pubblico di riferimento. Oggi, invece, sta progressivamente uscendo dalla propria comfort zone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;approdo nei salotti più ostili rappresenta quasi un rito di passaggio. Finché frequenti soltanto i programmi degli amici, resti un fenomeno di nicchia. Quando inizi a sederti davanti a una Lilli Gruber e ad affrontare il tradizionale percorso di domande provocatorie, sguardi severi e rimproveri civici, entri ufficialmente nella categoria degli interlocutori politici nazionali. È una sorta di certificazione istituzionale non scritta.&nbsp;<br>Dopo il primo passaggio a&nbsp;<em>Otto e Mezzo</em>, ci si può considerare formalmente ammessi al dibattito pubblico italiano. Con il rischio, naturalmente, di essere sottoposti a interrogatori che spaziano dalla politica estera fino alla qualità delle proprie relazioni sentimentali&nbsp;(<em>by the way</em>, da oggi ci aspettiamo che Gruber ponga a tutti la domanda sulla propria devozione al partner e relativa fedeltà coniugale). Ma anche questo fa parte del percorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste poi un altro sondaggio, meno scientifico ma spesso più interessante di quelli pubblicati sui giornali. È il sondaggio delle aziende, delle associazioni di categoria, dei manager e dei consulenti che iniziano a fare una domanda semplice: &#8220;Secondo voi dobbiamo incontrarlo?&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una domanda che fino a pochi mesi fa non esisteva. Oggi invece compare con frequenza crescente. Non perché ci sia una particolare simpatia verso il Generalissimo, ma perché nel public affairs la curiosità segue sempre il consenso. Quando una forza politica supera una certa soglia di visibilità, il sistema inizia a considerarla un interlocutore potenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questo il vero passaggio che andrà osservato nei prossimi mesi. Perché una cosa è parlare alle piazze. Un&#8217;altra è parlare ai consigli di amministrazione.&nbsp;<br>Una cosa è costruire consenso attraverso slogan identitari. Un&#8217;altra è spiegare a una multinazionale quale sia la propria posizione su energia, fisco, industria, commercio internazionale, innovazione o difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima o poi arriverà anche quel momento. E sarà interessante capire se il Generalissimo deciderà di dotarsi di una struttura economica credibile e di un responsabile in grado di tradurre il linguaggio della mobilitazione politica in quello delle relazioni istituzionali e dell&#8217;economia reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, il resto del sistema politico continua a osservarlo con sentimenti contrastanti. Da isolare ma non troppo. Da criticare ma non troppo. Da avvicinare ma non troppo. Tutto dipenderà da una variabile che ancora incombe sul quadro politico come una nube estiva: la nuova legge elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se il sistema resterà fortemente competitivo e maggioritario, il Generalissimo rischia di essere soprattutto un problema per il centrodestra. Se invece prevarrà una logica più proporzionale, potrebbe trasformarsi in qualcosa di diverso: una forza capace non tanto di vincere, quanto di risultare necessaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in politica, a volte, essere necessari vale quasi quanto essere maggioritari.</p>
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		<title>Energia e conti pubblici: partita decisiva con l’UE</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/smash/energia-e-conti-pubblici-partita-decisiva-con-lue/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 09:11:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Energia, flessibilità fiscale e competitività industriale: il negoziato tra Italia e Commissione Europea per cambio di paradigma a Bruxelles.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le interlocuzioni tra il Governo italiano e la Commissione Europea sul tema dell’energia stanno assumendo un significato che va ben oltre la gestione dell’emergenza.&nbsp;<br>Per la prima volta dopo molti anni, infatti, Bruxelles sembra disponibile a riconoscere che&nbsp;l&#8217;energia&nbsp;non è soltanto una questione industriale o ambientale, ma un tema di sicurezza economica e geopolitica. È dentro questo quadro che si colloca la richiesta italiana di ottenere ulteriori margini di flessibilità sui conti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Commissione ha aperto alla possibilità di consentire maggiori spazi di spesa agli Stati membri per fronteggiare gli effetti dello shock energetico e delle tensioni internazionali, ma ponendo condizioni piuttosto chiare. Le risorse aggiuntive non potranno essere utilizzate per finanziare misure generalizzate o permanenti di sostegno ai consumi, bensì per investimenti che rafforzino strutturalmente la resilienza energetica europea.&nbsp;<br>La logica è semplice: non finanziare la conseguenza del problema, ma contribuire a risolverne le cause.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Governo italiano ha accolto con favore questa apertura. Giancarlo Giorgetti continua a mostrarsi fiducioso sulla possibilità di ottenere il via libera europeo, sottolineando come l’Italia abbia costruito negli ultimi anni una reputazione di affidabilità che oggi consente di presentarsi ai tavoli negoziali con maggiore credibilità rispetto al passato.&nbsp;<br>La linea è quella già vista su altri dossier: mettere sul tavolo risorse significative senza compromettere la percezione di solidità finanziaria del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la flessibilità verrà concessa, i beneficiari potrebbero essere numerosi. Non soltanto le grandi infrastrutture energetiche, ma anche le reti elettriche, i sistemi di accumulo, le interconnessioni europee, i progetti di efficientamento industriale e una parte importante della manifattura italiana ad alta intensità energetica.&nbsp;<br>In altre parole, settori in grado di aumentare la competitività del sistema produttivo e non semplicemente di attenuare temporaneamente il costo delle bollette.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È interessante osservare come questa vicenda si inserisca in una tendenza più generale dell’azione di governo.&nbsp;<br>Claudio Cerasa ha scritto recentemente&nbsp;su&nbsp;<em>Il Foglio&nbsp;</em>che Giorgia Meloni sta ottenendo alcuni dei risultati più significativi proprio nei settori sui quali le sarebbe più difficile rivendicare un merito politico tradizionale. La lotta all’evasione fiscale ha prodotto risultati record. L’europeismo praticato a Bruxelles è molto più marcato di quello immaginato dagli osservatori nel 2022. La gestione dei flussi migratori è passata soprattutto attraverso accordi con i Paesi africani e strumenti di cooperazione internazionale. Persino sul fronte delle rinnovabili, pur tra molte contraddizioni, l’Italia continua a crescere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è evidente. Una parte consistente dei risultati ottenuti dal Governo deriva da scelte che, negli anni dell’opposizione, la stessa maggioranza avrebbe probabilmente guardato con sospetto. Ed è forse anche per questo che questi successi vengono raccontati poco e male. Come se rivendicarli significasse ammettere una trasformazione politica che molti elettori non erano stati preparati a vedere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il referendum sulla giustizia, da questo punto di vista, dovrebbe rappresentare una lezione. Per mesi si è cercato di mobilitare il consenso attorno a una riforma percepita come identitaria. Il risultato finale ha invece suggerito che una parte significativa dell’elettorato cercava altro: stabilità, prevedibilità, rassicurazione. In altre parole, esattamente quei valori che il Governo sostiene di aver garantito in questi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo motivo il dossier energetico potrebbe avere un’importanza politica persino superiore a quella economica. Se l’Italia riuscirà a ottenere margini aggiuntivi e a utilizzarli per rafforzare il proprio sistema produttivo, sarà difficile sostenere che non sia stato fatto nulla. Ma qui emerge anche il limite della discussione pubblica attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, la questione è forse più politica che economica. Il Governo rischia di trovarsi nella singolare situazione di aver contribuito a rendere l’Italia più stabile, più credibile e più solida senza essere riuscito a trasformare questi risultati in una narrazione comprensibile. E sarebbe un paradosso notevole: perdere consenso non per ciò che si è fatto, ma per non aver trovato il coraggio di raccontarlo.<br><br>PS polemico: ennesima archiviazione per l&#8217;ex Presidente del Consiglio scomparso nel giugno 2023 e il suo amico di una vita, anche collaboratore e fondatore del Partito che da 32 anni rappresenta la parte moderata del centrodestra. Ufficialmente la 6a, ma nessuno sa davvero quante volte certi fascicoli si siano aperti e chiusi. Che sia l&#8217;ultima volta non ne siamo sicuri, non possiamo che sperare nell&#8217;anagrafica per scongiurare che certe ferite vengano riaperte solo per assicurarsi titoli e prebende. La consapevolezza della vastità della fantasia degli autori ci lascia poco ottimisti sul punto. </p>
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		<title>Che segnale ci indicano le elezioni amministrative</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/che-segnale-ci-indicano-le-elezioni-amministrative/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 09:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni amministrative]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si aspettava il funerale del centrodestra... E invece. Cosa fotografa l'esito elettorale della tornata amministrativa. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le elezioni amministrative dello scorso weekend hanno prodotto un risultato che, almeno rispetto al clima della vigilia, può essere considerato positivo per il centrodestra e soprattutto per Giorgia Meloni. Dopo settimane complicate,&nbsp;dalla sconfitta al referendum sulla giustizia fino alle tensioni internazionali e alle difficoltà economiche,&nbsp;molti osservatori si aspettavano un’onda lunga di calo del consenso anche sul territorio. Non è andata così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le vittorie al primo turno a Venezia e Reggio Calabria sono state la sorpresa più evidente. In entrambi i casi il centrodestra è riuscito a evitare il ballottaggio in contesti che venivano considerati più aperti o quantomeno contendibili.&nbsp;<br>Ma, più in generale, il dato politico è che la coalizione di governo ha tenuto meglio del previsto quasi ovunque, dimostrando che il logoramento accumulato negli ultimi due mesi non si è ancora trasformato in un rigetto elettorale diffuso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente il voto amministrativo ha dinamiche locali. Lo si dice sempre, soprattutto quando vincono gli altri. Ed è vero: candidati, reti territoriali, amministrazioni uscenti e coalizioni civiche continuano a contare molto più che alle politiche.&nbsp;<br>Ma sarebbe poco onesto negare che le aspettative della vigilia fossero piuttosto funeree per il Governo. La sensazione dominante era quella di una maggioranza entrata in una fase discendente, appesantita da una serie di infortuni comunicativi e politici accumulatisi nel giro di poche settimane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato delle amministrative, invece, suggerisce almeno una frenata di quella narrativa. Giorgia Meloni ha colto subito il punto e, nell’intervista rilasciata a&nbsp;<em>Mattino 5</em>, ha insistito sul fatto che “<em>gli italiani continuano a premiare la concretezza</em>” e che “<em>il Governo non si è mai fermato nemmeno nei momenti più difficili</em>”. Una linea difensiva ma anche offensiva: trasformare il voto locale in una certificazione della tenuta complessiva della maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è casuale che questa settimana sia stata anche quella del bilaterale con il premier indiano Narendra Modi, ospite a Roma. Un incontro che Palazzo Chigi ha utilizzato per riportare il dibattito sul terreno della politica internazionale e delle relazioni strategiche, uno dei campi su cui Meloni continua a sentirsi più forte.&nbsp;<br>La relazione con l’India viene raccontata come una direttrice fondamentale per commercio, energia e difesa, ma anche come simbolo di un’Italia che vuole restare centrale negli equilibri globali nonostante le difficoltà interne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, l’opposizione continua a vivere una fase ambivalente. Da un lato, i sondaggi continuano a certificare un sostanziale pareggio tra centrodestra e “campo largo”, alimentando la convinzione che la partita delle prossime politiche sia apertissima.&nbsp;<br>Dall’altro, però, proprio le elezioni locali,&nbsp;tradizionalmente il terreno più favorevole al centrosinistra,&nbsp;non hanno prodotto quel traino politico che molti si aspettavano dopo il referendum.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torna inevitabilmente il tema della legge elettorale. Il nuovo impianto proposto dal centrodestra, un sistema proporzionale con premio di maggioranza al 42% e indicazione obbligatoria del candidato premier , spinge inevitabilmente le opposizioni verso una scelta anticipata della leadership. Un passaggio che oggi appare tutt’altro che semplice.&nbsp;<br>I sondaggi mostrano infatti un quadro curioso ma politicamente comprensibile: il PD resta il primo partito dell’area progressista, ma Giuseppe Conte continua a essere percepito come figura più competitiva di Elly Schlein in una eventuale corsa di coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è una situazione ancora molto fluida. Il centrodestra non ha invertito automaticamente tutti i segnali negativi delle ultime settimane, ma ha evitato che si consolidasse l’idea di una crisi irreversibile del consenso. L’opposizione continua a vedere un’occasione storica, ma per ora fatica a trasformare il malcontento in vittoria politica concreta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questo il dato più interessante di queste amministrative: il sistema politico italiano continua a sembrare molto più contendibile nei talk show e nei sondaggi che nelle urne vere.</p>
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		<item>
		<title>Quando inizieremo davvero a discutere del mix energetico italiano?</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/smash/quando-inizieremo-davvero-a-discutere-del-mix-energetico-italiano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 08:08:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Facile continuare a guardare la Spagna senza nemmeno provare a imitare alcune delle scelte che hanno reso Madrid competitiva.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le recenti previsioni economiche della Commissione Europea hanno prodotto il solito effetto ormai automatico nel dibattito pubblico italiano: uno zero di troppo&nbsp;sul PIL e subito la sentenza definitiva sul “fallimento economico” del Governo Meloni.&nbsp;<br>I titoli si sono concentrati soprattutto sul dato della crescita italiana, prevista&nbsp;come la più bassa&nbsp;d’Europa, trasformandolo in una sorta di giudizio politico complessivo sull’esperienza di governo. È un riflesso comprensibile, ma parziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono infatti letture più articolate, come quella proposta dal nostro &#8220;guru&#8221;&nbsp;<strong>Marco Fortis</strong>&nbsp;sul&nbsp;<em>Messaggero</em>, che invita a guardare i numeri nella prospettiva degli anni post-pandemia e non soltanto nel confronto annuale sul PIL.&nbsp;<br>L’analisi di Fortis evidenzia come l’Italia, negli ultimi anni, abbia mantenuto una disciplina fiscale molto più simile a quella dei cosiddetti “Paesi frugali” che non all’immagine tradizionale del Paese spendaccione del Sud Europa.&nbsp;<br>Allo stesso tempo, il sistema economico italiano ha continuato a registrare risultati molto solidi sull’export e una crescita pro capite cumulata migliore di quella di molte grandi economie europee. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paragone con la Francia è particolarmente interessante. Parigi continua a muoversi ben oltre i parametri europei sul deficit, è sotto procedura d’infrazione da due anni e sembra vivere questa condizione con una serenità quasi disarmante.&nbsp;<br>L’Italia, invece, continua a percepire ogni decimale di deficit come una questione esistenziale. È una differenza culturale prima ancora che economica. E, probabilmente, riflette anche il diverso grado di fiducia che i mercati e le istituzioni europee storicamente attribuiscono ai due Paesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che continua a mostrarsi fiducioso sull’accoglimento della richiesta italiana di deroghe ai parametri europei per fronteggiare lo shock energetico.&nbsp;<br>La linea del Governo è chiara: mettere risorse consistenti per proteggere famiglie e imprese, ma senza compromettere quella percezione di solidità finanziaria costruita negli ultimi anni. Una postura prudente, quasi “nordica”, che rappresenta uno degli elementi più distintivi della gestione economica dell’esecutivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, proprio qui emerge il limite politico della strategia governativa. Di energia si continua a parlare quasi esclusivamente in termini emergenziali: bollette, ristori, aiuti, fondi tampone.&nbsp;<br>Tutto necessario, per carità. Ma quando inizieremo davvero a discutere del mix energetico italiano? Quando si andrà oltre la narrativa quasi fantascientifica sul nucleare, tema di cui tutti parlano riempiendo convegni e panel, ma di cui ancora non si intravede una reale messa a terra industriale e normativa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto: quando il Consiglio dei Ministri deciderà davvero di sbloccare i tantissimi progetti sulle rinnovabili che oggi restano impantanati nel derby infinito tra Commissioni VIA e Soprintendenze, in attesa della volontà politica di qualcuno che si assuma la responsabilità di decidere?&nbsp;<br>Perché è troppo facile continuare a guardare con una certa sufficienza alla Spagna — nuovo modello economico europeo dopo gli anni del mito tedesco e di quello nordico — senza nemmeno provare a imitare alcune delle scelte che hanno reso Madrid competitiva, a partire proprio dalle rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, il quadro italiano appare quindi meno negativo di quanto raccontino certi titoli, ma anche meno rassicurante di quanto suggeriscano alcune letture autoassolutorie. La disciplina fiscale c’è stata. L’export ha tenuto. Alcuni fondamentali economici si sono rafforzati. Ma resta aperta la grande questione strategica: quale modello produttivo ed energetico immagina davvero l’Italia per i prossimi dieci anni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questi temi, volendo seguire una discussione più ampia e approfondita, si parlerà anche in occasione del prossimo&nbsp;<strong>Festival dell’Energia</strong>,&nbsp;in programma a Lecce dal 28 al 30 maggio,&nbsp;di cui &nbsp;<strong>URANIA&nbsp;</strong>è media partner e che verrà trasmesso in diretta sul canale&nbsp;(<a href="https://uraniamedia.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">streaming</a>, 511 Sky Stream/Glass, 260 del digitale terrestre).</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il ritorno dell&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2026 13:37:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I sondaggi fotografano un forte sentimento europeista, una possibile chiave nella manica per il Governo, ma si deve sapere come sfruttarla.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il sondaggio pubblicato oggi dal&nbsp;<em>Corriere della Sera</em>&nbsp;e realizzato dalla&nbsp;Ipsos&nbsp;di&nbsp;Nando Pagnoncelli fotografa un dato politico molto più importante di quanto sembri a prima vista: gli italiani guardano con crescente preoccupazione a Donald Trump e alla postura internazionale degli Stati Uniti.&nbsp;<br>Il giudizio negativo&nbsp;(77%)&nbsp;prevale nettamente su quello positivo e, soprattutto, emerge una sensazione diffusa di instabilità e insicurezza rispetto alla politica estera americana&nbsp;(il 74% ritiene mal gestito il conflitto con l&#8217;Iran).</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un dato che aiuta a spiegare alcune delle difficoltà vissute dal Governo Meloni nelle ultime settimane, a partire dalla sconfitta al referendum sulla giustizia.&nbsp;<br>Lo avevamo già scritto: dietro quel sonoro “no” non c’era soltanto il merito della riforma, ma anche un clima emotivo più profondo. La guerra, l’escalation internazionale, la sensazione di vivere costantemente sull’orlo dello&nbsp;<em>showdown</em>&nbsp;hanno inciso molto più di quanto la politica italiana abbia voluto ammettere.&nbsp;<br>In un contesto simile, qualsiasi proposta percepita come conflittuale o divisiva tende inevitabilmente a pagare un prezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato interessante del sondaggio è che questa paura sembra produrre un effetto politico preciso: il ritorno di un sentimento europeista&nbsp;(63% degli intervistati).&nbsp;<br>Non necessariamente un europeismo ideologico o entusiasta, ma un europeismo da rifugio, quasi da protezione collettiva. L’idea che stare insieme in Europa significhi avere uno scudo più forte rispetto agli shock provenienti dall’esterno. È un cambio di umore importante, soprattutto dopo anni in cui l’Europa era stata raccontata più come vincolo che come riparo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso&nbsp;si inseriscono alla perfezione&nbsp;anche le parole pronunciate da Mario Draghi nel discorso di accettazione del Premio Carlo Magno. Draghi ha insistito sulla necessità di un’Europa capace di difendersi economicamente, industrialmente e strategicamente, sostenendo che il tempo dell’ingenuità geopolitica sia finito.&nbsp;<br>Un messaggio che arriva mentre cresce l’attesa per il suo nuovo libro, in uscita a fine mese&nbsp;per Rizzoli (gruppo Mondadori), che molti già leggono come una sorta di manifesto politico-culturale per la prossima fase europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo ritorno dell’europeismo potrebbe diventare fondamentale anche per Giorgia Meloni nell’ultimo anno pieno della legislatura. Perché il Governo si trova di fronte a due grandi dossier che rendono inevitabile una rimodulazione del rapporto con Bruxelles.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo è quello dei parametri europei e dei conti pubblici. Dopo il mancato rientro nei tempi previsti dalla procedura per deficit eccessivo, Palazzo Chigi dovrà decidere se tentare di allentare i vincoli europei per tutti, sfruttando il contesto internazionale e le tensioni geopolitiche, oppure se provare a rientrare autonomamente nei parametri attraverso una linea più rigorosa.&nbsp;<br>Entrambe le strade hanno costi politici elevati. E non aiutano alcune uscite estemporanee, come quella del Vicepremier Antonio Tajani, che ha evocato la possibilità di una “manovra correttiva”, alimentando immediatamente nervosismo&nbsp;dentro la maggioranza stessa&nbsp;(e forse anche sui mercati).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo grande tema è il PNRR. Per quattro anni il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato una gigantesca iniezione di risorse nell’economia italiana. Eppure, paradossalmente, non è mai stato davvero trasformato in un racconto politico di successo.&nbsp;<br>Il Governo si è limitato a gestire la dimensione burocratica e amministrativa del Piano: scadenze, milestone, rendicontazioni, rate da incassare. Poco si è raccontato di quanto il PNRR abbia sostenuto la crescita in questi anni, ancora meno di cosa potrà produrre nel medio periodo grazie agli investimenti realizzati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui emerge il nodo politico vero. Se nei prossimi mesi verrà meno la spinta economica del PNRR e contemporaneamente aumenteranno i vincoli europei sui conti pubblici, il Governo Meloni avrà bisogno di una nuova narrazione economica e internazionale. Una narrazione meno identitaria e più rassicurante. Meno muscolare e più istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il riavvicinamento all’Europa potrebbe non essere soltanto una necessità diplomatica, ma una vera esigenza politica interna. Non tanto per convinzione ideologica, quanto perché una parte crescente dell’elettorato sembra associare oggi l’Europa alla stabilità e Trump all’instabilità. Ed è una percezione che, lentamente, rischia di cambiare anche gli equilibri politici italiani.</p>
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		<title> Il pompiere Rubio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 08:50:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La visita di Rubio misura i rapporti Italia-USA tra Iran, Vaticano, NATO e dazi: Meloni cerca equilibrio tra fedeltà atlantica e autonomia politica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La visita di Marco Rubio a Roma arriva in un momento in cui il rapporto tra Italia e Stati Uniti aveva bisogno di una riparazione più che di una semplice fotografia ufficiale.&nbsp;<br>Dopo le sfuriate di Donald Trump, le tensioni sulla guerra in Iran, le pressioni sulle basi americane e le parole durissime rivolte al Papa, l’Italia era sembrata scivolare dal primo banco dei bravi scolari atlantici all’ultimo banco dei discoli europei, in compagnia di Spagna, Francia e altri alleati poco allineati. Non una rottura, ma certamente un raffreddamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rubio è stato mandato anche per questo: non per fare teatro, ma per ricucire. Il Segretario di Stato ha incontrato prima Papa Leone XIV, poi Antonio Tajani alla Farnesina e infine Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.&nbsp;<br>Il messaggio americano è stato abbastanza chiaro: Washington vuole verificare quanto l’Italia sia ancora disponibile a restare nel cuore del dispositivo occidentale, soprattutto su Iran, energia, NATO e presenza militare USA in Europa. Gli Stati Uniti chiedono agli alleati non solo solidarietà verbale, ma disponibilità concreta. E qui iniziano i problemi, perché l’Italia vuole restare atlantica senza sembrare arruolata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Meloni, l’incontro con Rubio è stato il primo vero test di alto livello dopo settimane complicate. La Premier doveva dimostrare due cose: di non aver perso il canale privilegiato con Washington e, allo stesso tempo, di non essere subalterna alla Casa Bianca. Operazione non semplice, perché Trump resta un riferimento naturale per una parte del suo mondo politico, ma oggi è anche un fattore di imbarazzo per un pezzo crescente dell’opinione pubblica italiana. Soprattutto dopo gli attacchi al Papa, che in Italia restano una pessima idea anche quando si è convinti di poter dire tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il passaggio in Vaticano è stato forse il più delicato. Papa Leone XIV, meno direttamente politicizzato nelle espressioni rispetto al predecessore, ha però acquisito rapidamente un peso specifico internazionale notevole. La visita di Macron di qualche settimana fa, seguita ora dall’arrivo di Rubio, dimostra che il nuovo Pontefice è percepito come un interlocutore globale e trasversale.&nbsp;<br>Non a caso, Washington ha scelto Rubio come pontiere, e non il vicepresidente J.D. Vance, già piuttosto abrasivo in precedenti uscite. Serviva un moderato, non un lanciafiamme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roma, nel frattempo, ha pagato il prezzo logistico della diplomazia. Il centro cittadino è stato blindato, con i romani già normalmente assediati da turisti, cantieri e deviazioni trasformati per qualche ora in stranieri a casa loro. D’altronde, quando arriva un ospite ingombrante come Rubio, la capitale riscopre la sua antica vocazione imperiale: bloccare tutto per far passare uno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano politico, la visita apre più domande che risposte. I prossimi passi nei rapporti Italia-USA passeranno da alcuni dossier molto concreti: la crisi iraniana, il possibile utilizzo delle basi, la sicurezza nel Mediterraneo, il futuro delle truppe americane in Europa, i dazi, l’Ucraina e il rapporto con il Vaticano.&nbsp;<br>Meloni cercherà di tenere insieme tutto: fedeltà atlantica, prudenza europea, sensibilità cattolica e autonomia nazionale. Un esercizio di equilibrismo che finora le è riuscito spesso, ma che diventa più difficile quando Washington smette di chiedere amicizia e inizia a pretendere allineamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta infine la questione più politica: come valuterà l’elettorato un eventuale riavvicinamento tra Giorgia Meloni e la leadership americana?&nbsp;<br>Per una parte della destra sarà un ritorno all’ordine naturale delle cose. Per una parte del centro moderato potrebbe essere accettabile solo se accompagnato da fermezza e autonomia. Per l’opposizione sarà l’occasione per accusarla, ancora una volta, di oscillare tra sovranismo e obbedienza atlantica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La visita di Rubio, insomma, non chiude la partita. La riapre. Ma almeno la riapre nei luoghi giusti: Vaticano, Farnesina, Palazzo Chigi. In diplomazia, a volte, anche solo tornare a parlarsi senza urlare è già un risultato.</p>
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		<title>Alla Meloni il Primo Maggio piace: come nel 2022, è stato il giorno della svolta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 08:32:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[decreto]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[piano casa]]></category>
		<category><![CDATA[primo maggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Casa e Lavoro, due pilastri su cui il governo ha deciso di rilanciare la sua azione e dare l'impronta al suo operato.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il Governo Meloni ha scelto il 1° maggio per rilanciare l’azione di governo su due dossier ad alta rilevanza sociale e politica: lavoro e casa. Due ambiti diversi ma complementari, con un obiettivo comune evidente: riportare il focus su misure concrete e recuperare spazio dopo una fase più complessa sul piano politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Decreto lavoro si muove nel solco delle politiche già adottate negli ultimi anni, introducendo però alcuni correttivi mirati. Il primo asse riguarda gli incentivi all’occupazione, concentrati su categorie considerate più fragili o strategiche, come giovani, donne e lavoratori nelle aree economicamente più deboli. <br>La novità principale è il tentativo di legare questi incentivi alla qualità del lavoro, introducendo criteri che favoriscano le imprese che applicano contratti collettivi considerati rappresentativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo asse interviene sul tema del lavoro povero e dei contratti irregolari, senza introdurre un salario minimo legale ma rafforzando indirettamente il ruolo della contrattazione collettiva. È una scelta coerente con l’impostazione già espressa dal Governo, che continua a preferire un approccio mediato rispetto a una soluzione normativa diretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo ambito riguarda il rafforzamento delle tutele, con misure che mirano a contrastare forme di sfruttamento più recenti e a migliorare alcuni strumenti già esistenti.&nbsp;<br>Nel complesso, il decreto non rappresenta una svolta strutturale, ma un intervento di affinamento del modello attuale, con l’obiettivo di orientarlo verso maggiore qualità e stabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto al lavoro, il secondo pilastro dell’iniziativa governativa è il Piano Casa, che ha un respiro più ampio e un orizzonte temporale più lungo. L’obiettivo dichiarato è quello di aumentare significativamente l’offerta abitativa, in particolare per le fasce intermedie che non rientrano nei criteri dell’edilizia popolare ma che faticano ad accedere al mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il piano si articola su tre direttrici principali. La prima è il recupero del patrimonio pubblico esistente, con interventi di ristrutturazione e riqualificazione di immobili oggi inutilizzati.&nbsp;<br>La seconda è lo sviluppo dell’edilizia a canone calmierato, destinata a giovani, lavoratori e famiglie che si trovano in una fascia di reddito intermedia.&nbsp;<br>La terza è il coinvolgimento del capitale privato, attraverso strumenti finanziari e incentivi che rendano sostenibili gli investimenti nel settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questi elementi si affiancano misure di semplificazione normativa e interventi sulla rigenerazione urbana, con l’obiettivo di rendere più rapido ed efficiente l’avvio dei progetti. Il Piano Casa si presenta quindi come un intervento strutturale, ma la sua efficacia dipenderà in larga parte dalla capacità di attuazione e dalla collaborazione tra livelli istituzionali e operatori privati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, il Governo ha scelto di puntare su due temi ad alto impatto sociale, con un approccio che privilegia la continuità rispetto alla rottura. Le misure adottate non cambiano radicalmente il quadro esistente, ma cercano di correggerne alcune criticità e di rafforzarne l’efficacia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una strategia che sposta inevitabilmente il giudizio politico nel tempo. Più che sull’impatto immediato degli interventi, la valutazione si concentrerà sulla loro capacità di produrre risultati concreti nel medio periodo. Ed è su questo terreno che si misurerà la reale portata del rilancio annunciato.</p>
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		<title>Fallisce la &#8220;liberazione&#8221; dai vincoli europei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 19:09:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Deficit al 3,07%: l’Italia resta nella procedura UE e rinvia l’uscita al 2027, con meno margini per la politica economica.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La notizia è tecnica solo in apparenza, ma politicamente molto pesante: l’Italia uscirà dalla procedura d’infrazione europea per disavanzo eccessivo con un anno di ritardo rispetto agli obiettivi fissati.&nbsp;<br>Non è più una questione di previsioni o margini interpretativi, ma di numeri ufficiali: i dati certificati dall’ISTAT fissano il deficit al 3,07% del PIL. Bastano sette centesimi sopra la soglia del 3% per determinare lo slittamento dell’uscita dalla procedura al 2027.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire la portata della questione bisogna ricordare cosa sono i parametri europei. Il Patto di Stabilità stabilisce due soglie fondamentali: deficit pubblico non superiore al 3% del PIL e debito pubblico al 60% del PIL (o comunque in discesa credibile verso quel livello). Quando questi parametri vengono superati in modo significativo, scatta la procedura per disavanzo eccessivo, che impone un percorso di rientro concordato con Bruxelles, con obiettivi puntuali anno per anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia resta strutturalmente fuori parametro sul debito, che si colloca intorno al 137% del PIL&nbsp;(per giunta in crescita). Ma è sul deficit che si è giocata la partita più immediata: il rientro sotto il 3% avrebbe consentito l’uscita dalla procedura.&nbsp;<br>Il dato ufficiale del 3,07% non lascia spazio a interpretazioni. È uno scostamento minimo in termini percentuali, ma decisivo sul piano politico e istituzionale. In Europa, la differenza tra dentro e fuori la procedura passa esattamente da qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uscire dalla procedura avrebbe significato maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici, più spazio per politiche espansive e un rafforzamento della credibilità internazionale. Restarci dentro comporta invece un monitoraggio più stringente, impegni di aggiustamento più rigidi e, soprattutto, minori margini di manovra nelle prossime Leggi di Bilancio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, al netto delle attenuanti, si tratta di un fallimento. E come tutti i fallimenti, ha cause che si distribuiscono nel tempo. Una parte rilevante del problema deriva dal peso ancora significativo del Superbonus sui conti pubblici. Una misura che ha generato un impatto complessivo superiore ai 110 miliardi e che continua a produrre effetti sul deficit anche negli anni successivi.&nbsp;<br>È un’eredità pesante, che rende più difficile qualsiasi percorso di rientro. E che dovrebbe far riflettere chi oggi guarda con favore a un ritorno di Giuseppe Conte: forse “Avvocato del popolo”, ma difficilmente “Avvocato della stabilità finanziaria italiana”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto questo, non si può attribuire tutto al passato. Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avuto quasi quattro anni di governo e altrettante Leggi di Bilancio per costruire un percorso credibile di uscita dalla procedura. Arrivati al traguardo, i conti non tornano.&nbsp;<br>Il dato del 3,07% è il risultato finale di quel percorso. E, pur trattandosi di uno scostamento contenuto, resta un errore di valutazione che pesa politicamente. In un sistema come quello europeo, dove ogni decimale è negoziato e monitorato, arrivare sopra la soglia significa non aver centrato l’obiettivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conseguenze politiche sono evidenti. Giorgia Meloni perde un argomento importante nella narrazione di affidabilità economica del suo governo. Ma soprattutto si trova con margini di manovra più limitati per il futuro. Senza uscita dalla procedura, immaginare una Legge di Bilancio espansiva diventa molto più difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le opzioni sono due. La prima è restare dentro i vincoli europei, accettando una linea prudente, con effetti inevitabili anche sul consenso.&nbsp;<br>La seconda è provare ad aprire un fronte politico a Bruxelles, chiedendo un allentamento delle regole — per tutti, in nome della crisi internazionale, oppure per l’Italia in modo più mirato. Una scelta che comporterebbe un costo politico elevato e conseguenze difficili da prevedere nei rapporti con i partner europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, la fase che si apre è più complessa di quella che si chiude. Perché mentre la politica può discutere e reinterpretare, i numeri ufficiali restano lì, inchiodati al 3,07%. E questa volta sono stati sufficienti, da soli, a cambiare il calendario e il perimetro dell’azione di governo.</p>
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		<title>Le traiettorie della politica, interna e non, si muovono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 08:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Smash]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come stanno cambiano lentamente gli equilibri. I segnali di cosa si sta muovendo in preparazione dell'appuntamento con la storia del 2027.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La sequenza degli ultimi giorni&nbsp;restituisce un’immagine meno lineare di quella a cui Giorgia Meloni aveva abituato osservatori e alleati.&nbsp;Dopo la sconfitta al referendum, che ha rappresentato il primo vero inciampo politico interno, sono arrivate una serie di “botte” sul piano internazionale e para-istituzionale che, pur non essendo direttamente imputabili a Palazzo Chigi, contribuiscono a creare un clima diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è la più evidente: l’apparente&nbsp;raffreddamento del rapporto con Donald Trump. Le recenti dichiarazioni del&nbsp;Presidente americano&nbsp;(sempre più&nbsp;elemento di ingovernabilità e incertezza&nbsp;sulla scena globale)&nbsp;hanno segnato una distanza che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile.&nbsp;<br>Non una rottura formale, ma una presa di posizione che ha fatto capire come il rapporto personale non basti più a garantire una sintonia politica automatica. Paradossalmente, i sondaggi suggeriscono che questo distacco potrebbe non essere un danno immediato per Meloni, anzi.&nbsp;<br>Una parte dell’elettorato moderato potrebbe vedere positivamente una maggiore autonomia rispetto a Washington. Ma il prezzo è evidente: una conversione più marcata verso un profilo europeista, che richiederà tempo, coerenza e credibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che entra in gioco&nbsp;<strong>Emmanuel Macron</strong>. Il vertice di Parigi&nbsp;dei &#8220;volenterosi&#8221;&nbsp;ha mostrato un presidente francese pronto ad accogliere Meloni a braccia aperte, quasi a offrirle una nuova collocazione nel perimetro delle leadership europee più “affidabili”.&nbsp;È un’opportunità, ma non senza costi. La Francia non regala nulla, soprattutto sul piano politico. Una rinnovata sintonia con Parigi implica inevitabilmente compromessi su dossier chiave: governance economica, difesa europea, politiche industriali. E, soprattutto, comporta un riposizionamento che potrebbe non essere indolore all’interno della stessa maggioranza italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, sullo sfondo europeo, arriva anche&nbsp;<strong>la sconfitta di Viktor Orbán</strong>&nbsp;in Ungheria, un altro elemento simbolico non secondario. Orbán è stato per anni uno dei riferimenti politici impliciti di una certa destra europea. Il suo arretramento segnala che quel modello, almeno in questa fase, non è più così vincente. Anche questo contribuisce a spingere Meloni verso una ridefinizione del proprio profilo internazionale, meno identitario e più istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il caso&nbsp;<strong>Monte dei Paschi di Siena</strong>. Il cambio al vertice dell’istituto ha aperto interrogativi più politici che finanziari. Non è chiaro chi, dentro il governo, abbia realmente guidato l’operazione, né se il Ministero dell’Economia sia rimasto davvero neutrale. Un elemento che, al di là del merito della scelta, alimenta la percezione di una gestione meno coordinata rispetto agli standard mostrati finora dall’esecutivo. Nel complesso, si ha la sensazione di una fase in cui più fattori, anche scollegati tra loro, contribuiscono a creare un’onda di fondo meno favorevole. Non una crisi conclamata,&nbsp;ma una modifica della parabola che, come insegna un amico, cambia pendenza e non si inclina.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Meloni, però, resta una leader che ha dimostrato di saper reagire. La possibile&nbsp;<strong>traiettoria di rilancio</strong>&nbsp;passa probabilmente da alcuni dossier su cui investire capitale politico e recuperare centralità mediatica.&nbsp;<br>La politica internazionale resta il primo di questi: il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo allargato, la gestione delle crisi energetiche, il rapporto con i Paesi del Golfo.&nbsp;Ma anche i dossier europei,&nbsp;dalla riforma delle regole fiscali alla politica industriale,&nbsp;potrebbero diventare terreno su cui costruire una nuova fase&nbsp;portatrice di consenso in vista dell&#8217;appuntamento con la storia del 2027.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, sul fronte interno, qualcosa si muove anche tra le opposizioni. Una sorta di onda invisibile sembra spingere verso un ritorno di&nbsp;<strong>Giuseppe Conte</strong>&nbsp;al centro del quadro politico.&nbsp;<br>Il nuovo libro, le interviste, le prese di posizione di esponenti di primo piano del Partito Democratico, formalmente a sostegno di Elly Schlein, ma spesso con toni che lasciano intendere altro,&nbsp;disegnano uno scenario in cui la leadership del “campo largo” potrebbe non essere così scontata. È una dinamica ancora embrionale, ma non priva di significato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è un quadro più fluido di quanto apparisse solo poche settimane fa. Meloni resta al centro del sistema politico italiano, ma&nbsp;intorno i satelliti iniziano ad ingrandirsi e ad assumere traiettorie sempre più incontrollabili.&nbsp;</p>



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		<title>Tentativi di rilancio (ma nella continuità)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 08:06:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il referendum, Meloni rilancia senza cambi di rotta mentre maggioranza e opposizioni ridefiniscono equilibri e leadership.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La settimana politica si è aperta e chiusa nel segno di una parola non detta ma chiarissima: continuità. Dopo la batosta del referendum, ancora molto viva come ferita, Giorgia Meloni ha scelto il Parlamento per difendere il proprio operato e rilanciare l’azione di governo.&nbsp;<br>Non una presa d’atto della difficoltà, ma un tentativo di rovesciare la narrazione: nessuna “fase 2”, nessun rimpasto, nessun cambio di passo imposto dagli eventi. Il messaggio è stato netto: si va avanti così, perché così si è vinto e così si governa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il&nbsp;<strong>dibattito in Aula</strong>&nbsp;è stato, nei fatti, l’inizio di una campagna elettorale a bassa intensità. I toni, gli attacchi, le repliche hanno confermato che la legislatura è entrata in una fase diversa, in cui ogni passaggio parlamentare diventa anche un posizionamento politico.&nbsp;<br>Meloni ha provato a riassorbire il colpo del referendum riportando il confronto sul terreno a lei più favorevole&nbsp;(stabilità, credibilità internazionale, leadership)&nbsp;ma senza concedere nulla sul piano dell’autocritica. Una scelta coerente, ma che lascia aperta la domanda su quanto quella sconfitta continuerà a pesare nel medio periodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte della maggioranza, le&nbsp;<strong>nomine delle società di Stato</strong>&nbsp;hanno offerto un altro elemento di lettura della fase.&nbsp;Anche qui il segnale generale è stato quello della conservazione, ma meno rigida del previsto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso più rumoroso è stato l’avvicendamento di Roberto Cingolani alla guida di Leonardo. Tre anni fa la sua nomina era stata letta come una scelta personale e quasi “di rottura” da parte di Meloni.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il contesto è completamente diverso: la statura politica della Premier è cresciuta, così come la necessità di mantenere un controllo più stretto sugli equilibri&nbsp;internazionali. E gli amministratori delegati, a differenza dei ministri, non sono inamovibili. Se alcune scelte non convincono, si cambia. Il messaggio è arrivato forte e chiaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi,&nbsp;<strong>Forza Italia</strong>. Il vertice di&nbsp;ieri&nbsp;tra la famiglia Berlusconi e Antonio Tajani, con la presenza immancabile di Gianni Letta, ha avuto un valore politico che va oltre la cronaca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se qualcuno avesse ancora dubbi sull’interesse diretto della famiglia verso il partito, questo incontro li ha dissipati. Il racconto ufficiale parla di “visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una formula che, al netto della retorica, indica una cosa precisa: Forza Italia resta un soggetto politico vivo, presidiato&nbsp;dalla famiglia&nbsp;e tutt’altro che destinato a&nbsp;vivacchiare in una stabilità tendente all&#8217;immobilità.<br>Dall’altra parte, qualcosa si muove.&nbsp;<br>Nelle&nbsp;<strong>opposizioni&nbsp;</strong>cresce il ruolo di Giuseppe Conte come possibile candidato premier del cosiddetto “campo largo”. Alcuni recenti sondaggi fotografano una situazione solo apparentemente paradossale: il Partito Democratico resta avanti come forza politica, ma Conte risulta più competitivo di Elly Schlein in una eventuale corsa per la leadership di coalizione.&nbsp;<br>Un dato che ha una sua logica. Conte ha già incarnato una funzione di governo, ha un profilo più “istituzionale” e meno identitario, ed è percepito come figura di sintesi. Schlein, al contrario, continua a rappresentare una leadership più politica e meno trasversale. Due percorsi diversi, due posizionamenti che parlano a elettorati in parte sovrapposti ma non coincidenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, la settimana restituisce l’immagine di un sistema che si sta lentamente riassestando dopo uno shock politico. <br><br>La maggioranza prova a blindare la propria linea senza aprire fronti interni, l’opposizione cerca di costruire un’alternativa che abbia un volto riconoscibile. In mezzo, una campagna elettorale che non è ancora iniziata ufficialmente, ma che nei fatti è già partita.</p>
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		<title>La parabola si è davvero invertita?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 08:30:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[conte]]></category>
		<category><![CDATA[meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse è presto per dirlo. Ma è evidente che qualcosa si è mosso. E in politica sono le lente inclinazioni a cambiare le traiettorie. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Si è invertita la parabola del consenso di Giorgia Meloni? È la domanda che inizia a circolare con una certa insistenza&nbsp;nella nostra testa. E, come sempre accade in politica, quando la parabola sembra piegarsi verso il basso, il tema non è tanto se stia davvero scendendo, ma se sia ancora possibile riportarla verso l’alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la sconfitta al referendum costituzionale sulla giustizia, i segnali di una possibile incrinatura si sono moltiplicati. Il <strong>risultato del voto</strong> ha colpito più del previsto: la vittoria del “no” è stata netta e, soprattutto, accompagnata da due elementi politicamente sensibili. Da un lato, l’ondata di voto giovanile, che ha premiato la posizione contraria alla riforma; dall’altro, il dato del Sud, dove il centrodestra governa molte regioni ma ha registrato una performance deludente. Non una sconfitta sistemica, ma un campanello d’allarme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si è aggiunto il&nbsp;<strong>regolamento di conti&nbsp;</strong>interno alla maggioranza, già evidente nei giorni immediatamente successivi al voto e tutt’altro che esaurito. Le dimissioni forzate nell’area della Giustizia e quelle, francamente difficili da spiegare, della ministra Santanchè hanno dato l’impressione di una gestione più reattiva che strategica. Più che chiudere una crisi, hanno contribuito ad alimentare la percezione di una fase di assestamento, se non di confusione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, anche sul&nbsp;<strong>fronte opposto</strong>&nbsp;qualcosa si muove. Il dibattito sulle primarie del cosiddetto “campo largo” è tornato d’attualità, sospinto da due elementi simbolici ma non irrilevanti.&nbsp;<br>Il primo è l’uscita del libro autobiografico di Giuseppe Conte, tempistica che ricorda da vicino quella di “Io sono Giorgia” a parti invertite, quasi a segnare l’inizio di una nuova fase politica.&nbsp;<br>Il secondo è l’editoriale, chirurgico come&nbsp;al solito, di Paolo Mieli, che ha evocato senza troppi giri di parole l’ipotesi di un passo indietro di Elly Schlein per lasciare spazio proprio a Conte.&nbsp;<br>Un parallelo che richiama gli anni ’90 e 2000, quando&nbsp;gli allora DS &#8211;&nbsp;Democratici di Sinistra&nbsp;(prima di essere PD),&nbsp;pur essendo il partito principale&nbsp;della coalizione,&nbsp;scelsero di non intestarsi la leadership e lasciarono spazio prima a Prodi e poi a Rutelli. Un’operazione che&nbsp;2 volte su 3 ha funzionato (1996 e 2006), al contrario di quando il candidato era di diretta espressione PD (Veltroni 2008, Bersani 2013, Renzi 2018 e Letta 2022).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere il quadro ancora più mosso contribuisce il riemergere di&nbsp;<strong>vicende personali</strong>&nbsp;che coinvolgono membri del Governo. Il caso che riguarda il ministro Piantedosi, emerso dopo l’intervista di Claudia Conte, riporta alla memoria dinamiche già viste, come quella che coinvolse Sangiuliano quasi due anni fa. Non si tratta, almeno per ora, di elementi politicamente dirompenti, ma contribuiscono a creare un clima di maggiore esposizione e vulnerabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Messi insieme, questi segnali disegnano una fase che potremmo definire di&nbsp;<strong>entropia politica</strong>.&nbsp;Le crepe si intravedono, ma non sono ancora pienamente riflesse nei sondaggi. È una situazione tipica: la percezione del cambiamento precede la sua misurazione. E spesso, quando arriva nei numeri, è già consolidata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giorgia Meloni, da parte sua, sta provando a reagire.&nbsp;<br>La&nbsp;<strong>nomina del sottosegretario Mazzi</strong>&nbsp;a ministro del Turismo è stata una scelta interamente sua, maturata senza preavvisi e senza le classiche anticipazioni da retroscena. Un segnale di controllo e di iniziativa, più che di mediazione.&nbsp;<br>Allo stesso tempo, la Premier ha scelto di riportare il baricentro sul piano internazionale, con un&nbsp;<strong>viaggio nei Paesi del Golfo</strong>&nbsp;che ha un valore politico evidente: essere la prima leader a muoversi in quell’area dopo l’escalation in Iran significa presidiare un terreno — quello della politica estera — su cui la maggioranza è più compatta e l’opposizione più divisa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una strategia già vista: quando il contesto interno si complica, si alza lo sguardo. E, nel caso di Meloni, è anche il terreno su cui ha costruito una parte significativa della propria credibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta però la domanda iniziale. La parabola si è davvero invertita? Forse è presto per dirlo. Ma è evidente che qualcosa si è mosso. E in politica, più che le cadute improvvise, sono le lente inclinazioni a cambiare le traiettorie.&nbsp;<br>La vera sfida, ora, non è evitare ogni segnale negativo,&nbsp;impossibile dopo&nbsp;quasi 4&nbsp;anni di&nbsp;governo, ma impedire che questi segnali si sommino fino a diventare una narrazione. Perché quando la narrazione cambia, riportarla indietro è&nbsp;praticamente impossibile.</p>
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