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	<title>Esteri - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Mon, 21 Sep 2026 14:01:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Xi da Trump: verso la managed competition</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 09:57:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Commercio, terre rare, intelligenza artificiale, Taiwan e Iran. Il vertice del 24 settembre alla Casa Bianca difficilmente produrrà un “grand bargain” tra Stati Uniti e Cina. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/xi-putin-managed-competition/">Xi da Trump: verso la managed competition</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Commercio, terre rare, intelligenza artificiale, Taiwan e Iran. Il vertice del 24 settembre alla Casa Bianca difficilmente produrrà un “grand bargain” tra Stati Uniti e Cina. Ma le principali testate internazionali convergono piuttosto sull’ipotesi di una nuova fase di managed competition: una rivalità strategica destinata a durare, ma accompagnata da strumenti per contenerne i rischi. Per capire la reale portata dell’incontro bisognerà quindi guardare meno alle dichiarazioni finali e più a numeri, scadenze e meccanismi di attuazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Xi Jinping arriva a Washington in una fase delicata dei rapporti tra le due maggiori potenze mondiali. Dopo mesi di tensioni commerciali, restrizioni tecnologiche e confronto sulle catene di approvvigionamento, Stati Uniti e Cina sembrano cercare non una vera distensione, ma una forma più strutturata di gestione della competizione. Reuters mette direttamente in secondo piano l’ipotesi di svolte storiche: “Trade truce, not breakthroughs, tops summit agenda”. Secondo l’agenzia, l’obiettivo centrale sarà verificare se Trump e Xi riusciranno a estendere la tregua commerciale raggiunta lo scorso anno, in un momento nel quale Pechino appare poco incentivata a grandi concessioni. Bloomberg descrive un vertice nel quale i due leader cercheranno soprattutto di “keep an awkward relationship as stable as possible”, pur in presenza di tensioni maggiori rispetto al precedente incontro di maggio. Una stabilizzazione, dunque, più che una riconciliazione. E con Xi che arriva al tavolo negoziale forte di un export cinese ancora molto dinamico e di un surplus commerciale che, secondo Reuters, potrebbe superare il trilione di dollari per il secondo anno consecutivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dazi e commercio: prorogare la tregua</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo dossier sarà inevitabilmente quello commerciale. Dopo la tregua raggiunta lo scorso anno, Washington e Pechino devono decidere se e come prolungarla. Il tema non riguarda più soltanto i dazi: sul tavolo c’è anche la possibilità di costruire meccanismi più stabili che consentano di separare il commercio ordinario dai settori considerati strategici. La South China Morning Post, citando fonti vicine ai negoziati, considera l’estensione della tregua “almost certain”. Il quotidiano di Hong Kong ha inoltre riferito che una delegazione di imprenditori cinesi potrebbe accompagnare Xi negli Stati Uniti, segnalando l’interesse di Pechino a inserire il vertice anche in una più ampia normalizzazione dei rapporti economici. Reuters segnala parallelamente che nei colloqui preparatori si è discusso della possibilità di facilitare gli scambi di prodotti considerati non sensibili, lasciando invece fuori dal perimetro della distensione i settori direttamente collegati alla sicurezza nazionale. Cosa guardare per capire: la durata dell’eventuale proroga, l’esistenza di scadenze precise e soprattutto un calendario per i negoziati successivi. Un generico impegno a proseguire il dialogo avrebbe un significato molto diverso da un meccanismo negoziale strutturato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Terre rare: la principale leva negoziale di Pechino</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i dossier più delicati ci sono le terre rare, diventate uno dei simboli della vulnerabilità occidentale nelle supply chain strategiche. Il Financial Times ha evidenziato alla vigilia dell’incontro che le spedizioni cinesi di magneti di terre rare verso gli Stati Uniti sono scese in agosto a 512 tonnellate, con un calo del 20% rispetto a luglio. Il giornale sottolinea inoltre come Washington accusi Pechino di non aver garantito pienamente la continuità delle forniture concordata nella precedente tregua commerciale. Il tema è particolarmente sensibile perché questi materiali sono essenziali per automotive, elettronica avanzata, difesa e tecnologie energetiche. Bloomberg ha definito le terre rare il “Trump Card in Trade War” della Cina, ricordando quanto sia difficile per Stati Uniti e alleati ridurre nel breve periodo la propria dipendenza dalle capacità estrattive e soprattutto di raffinazione cinesi. La questione non riguarda quindi soltanto i volumi commerciali, ma il controllo di uno dei principali choke point dell’economia tecnologica globale. Cosa guardare per interpretare il risultato: impegni sulle licenze di esportazione, tempi delle autorizzazioni e continuità delle forniture. In questo caso il vero test arriverà dopo Washington: saranno i flussi effettivi delle settimane successive a mostrare se l’intesa politica avrà funzionato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>AI e semiconduttori: la high-tech diplomacy</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera novità del vertice potrebbe arrivare dall’intelligenza artificiale. AI, semiconduttori avanzati e capacità di calcolo sono ormai al centro della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Washington continua a utilizzare export controls e limitazioni tecnologiche per proteggere tecnologie considerate sensibili, mentre Pechino interpreta molte di queste misure come un tentativo di rallentare il proprio sviluppo. Il Financial Times sintetizza il problema già nel titolo della propria analisi: “Why the US and China are at odds on AI threats”. Le due potenze riconoscono l’esistenza di rischi legati ai sistemi più avanzati, ma attribuiscono priorità differenti alla sicurezza dell’AI e restano profondamente divise sulla relazione tra sicurezza tecnologica e sicurezza nazionale. La South China Morning Post riferisce inoltre che proprio il confronto sull’AI ha dominato i preparativi finali della visita di Xi. Le due parti hanno discusso la possibilità di integrare il nuovo dialogo sull’intelligenza artificiale nei colloqui economici ad alto livello, dopo mesi nei quali il canale separato aveva prodotto progressi limitati. Anche il Wall Street Journal individua tecnologia e AI tra i principali punti di frizione. Citando gli analisti di MUFG, osserva che “technology and artificial-intelligence-related restrictions” resteranno aree cruciali di confronto. Cosa guardare sui dossier hogh-tech? La formalizzazione del dialogo, una data per il prossimo incontro e soprattutto la nascita di procedure di comunicazione su incidenti e rischi legati all’AI. Sarebbe uno dei segnali più significativi del passaggio dalla semplice competizione alla sua gestione istituzionalizzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Taiwan: dove finisce la distensione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se commercio e AI offrono almeno qualche spazio di negoziazione, Taiwan resta il limite più evidente della distensione. Reuters ha dedicato un’analisi specifica alle preoccupazioni degli alleati asiatici degli Stati Uniti, sottolineando il timore che Trump possa attenuare la posizione americana sull’isola in cambio di concessioni economiche da parte di Pechino. Lo stesso presidente americano ha definito il pacchetto di armamenti destinato a Taipei un “very good negotiating chip”. Per Pechino Taiwan resta invece, nelle parole utilizzate dalla leadership cinese, il “core of core interests” nelle relazioni con Washington. Anche una variazione apparentemente marginale nel linguaggio americano sarebbe quindi osservata attentamente a Pechino, Taipei e Tokyo. Reuters fa notare un clima di “a great deal of trepidation” tra gli alleati statunitensi sulla possibile evoluzione della politica americana verso Taiwan. Bisogna porre attenzione a non soltanto se Taiwan comparirà nel comunicato finale, ma analizzare le singole parole utilizzate. Eventuali variazioni rispetto al linguaggio tradizionale americano potrebbero essere politicamente molto più rilevanti di altri accordi annunciati durante il vertice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Military-to-military: costruire i guardrail</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello strettamente militare è il dossier meno visibile, ma uno dei più importanti nella logica della managed competition. Quanto più cresce la presenza militare delle due potenze nell’Indo-Pacifico, tanto maggiore diventa il rischio che un incidente tra navi o aerei produca un’escalation politica. In questo senso, il risultato più significativo non sarebbe necessariamente una riduzione della competizione militare, quanto la costruzione di guardrail capaci di impedire che degeneri accidentalmente. Perciò terminato il vertice occorrerà guardare con attenzione alle hotline operative, agli incontri regolari tra i vertici militari, alle procedure di crisis communication e ad eventuali passi verso nuovi colloqui sul controllo degli armamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Agricoltura, Boeing ed energia: la parte transazionale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto ai grandi dossier strategici resta poi la parte più immediatamente transazionale del negoziato. Reuters individua tra le possibili contropartite cinesi nuovi acquisti di aerei Boeing e prodotti agricoli americani, insieme a progressi sul fentanyl. È anche su questo terreno che emerge la natura sempre più pragmatica della relazione: “China-US ties have become more transactional”, osserva Wu Xinbo della Fudan University nell’analisi dell’agenzia.<br>L’acquisto di prodotti americani consentirebbe a Trump di presentare risultati facilmente quantificabili sul piano interno. Per Pechino rappresenta invece una leva relativamente flessibile da utilizzare in cambio di concessioni commerciali o politiche. A cosa guardare? Quantità, valore e durata degli impegni. Un memorandum generico avrà un peso molto diverso da contratti o target numerici pluriennali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fentanyl: il test dell’enforcement</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il contrasto al fentanyl resta un’altra priorità americana. Washington chiede a Pechino maggiori controlli sui precursori chimici utilizzati per la produzione dell’oppioide e Reuters include esplicitamente il dossier tra le possibili aree nelle quali Xi potrebbe offrire concessioni agli Stati Uniti. Anche in questo caso la discriminante sarà tra impegno politico ed enforcement. Da capire se nuove sostanze saranno sottoposte a controllo, i provvedimenti contro società coinvolte nella produzione o esportazione di precursori e soprattutto gli strumenti di cooperazione tra le autorità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Iran: la variabile geopolitica</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vertice avrà infine una dimensione che va oltre il rapporto bilaterale: l’Iran. Washington considera Xi uno dei pochi leader con sufficiente influenza economica su Teheran da poter contribuire ad aumentare la pressione sul governo iraniano. Ma le aspettative sono basse. Reuters osserva che Xi ha mostrato finora “little inclination” a esercitare la pressione richiesta da Washington, mentre la Cina mantiene rapporti economici significativi con Teheran. Anche Bloomberg inserisce le conseguenze della guerra con l’Iran tra i temi destinati a pesare nei colloqui preparatori al summit, insieme a commercio e intelligenza artificiale. Sarà cruciale notare eventuali riferimenti specifici a esportazioni energetiche, sanzioni o iniziative diplomatiche. Formulazioni generiche segnalerebbero una distanza ancora significativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Niente nuovo ordine, ma regole per la competizione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, le anticipazioni dei principali media internazionali restituiscono dunque aspettative relativamente contenute. Reuters parla di tregua più che di breakthrough. Bloomberg vede come obiettivo principale quello di mantenere stabile una relazione difficile. La South China Morning Post considera altamente probabile il prolungamento della tregua commerciale, mentre Financial Times e Wall Street Journal concentrano l’attenzione soprattutto sui nodi strutturali che resteranno aperti: terre rare, AI e tecnologia. Il vertice andrà quindi letto su tre livelli. Il primo è quello dei deliverable immediati: proroga della tregua commerciale, terre rare, acquisti, fentanyl ed eventuali misure tariffarie. Il secondo riguarda l’istituzionalizzazione della competizione: dialogo sull’AI, incontri economici regolari e canali militari di gestione delle crisi. Il terzo sarà visibile soltanto nelle settimane successive: cosa accadrà concretamente su Taiwan, semiconduttori, export controls e critical minerals. È probabilmente qui il significato più importante del vertice. Stati Uniti e Cina non stanno cercando di eliminare la loro rivalità strategica. Stanno cercando di stabilire fino a dove possa spingersi senza diventare ingestibile. Per questo, alla fine dell’incontro, più delle fotografie e delle dichiarazioni di principio conteranno numeri, date, procedure e prossimi appuntamenti negoziali. Saranno questi gli elementi utili per valutare se Washington avrà prodotto una stabilizzazione concreta dei rapporti sino-americani o soltanto un’altra tregua prima della prossima crisi.</p>
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		<title>Trump strizza l&#8217;occhio a Putin e minaccia Teheran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 13:12:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C'è una notizia che arriva da Washington e che piace a Mosca: non è di sicuro la prima e, finché ci sarà Donald Trump alla Casa Bianca, non sarà l'ultima, ma è piuttosto raro che la Tass riprenda tale e quale il titolo di apertura del New York Times e ci apra a sua volta il suo sito.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una notizia che arriva da Washington e che piace a Mosca: non è di sicuro la prima e, finché ci sarà Donald Trump alla Casa Bianca, non sarà l&#8217;ultima, ma è piuttosto raro che la Tass riprenda tale e quale il titolo di apertura del New York Times e ci apra a sua volta il suo sito: “Trump – è il titolo del giornale – vuole che Putin metta fine alla guerra. Ma perché ciò avvenga potrebbe prima offrire alla Russia accordi d&#8217;affari”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così si apprende che, proprio quando il Congresso vara nuove sanzioni anti-Russia e pro-Ucraina, nell&#8217;intento di esercitare pressioni su Putin perché cessi l&#8217;invasione, Trump sta raddoppiando gli sforzi su un diverso approccio: offrire a Vladimir, che lui considera un sodale, prospettive d&#8217;accordi economici e commerciali, in cambio della fine del conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; il vecchio gioco del bastone e della carota, con il rischio che Putin, che non è un ronzino, mangi la carota ed eviti la bastonata. La notizia del NYT si colloca nel contesto delle elezioni per la Duma, il Parlamento russo, le prime dopo l&#8217;inizio dell&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, che iniziano oggi e i cui risultati sono però scontati – vincerà il partito di Putin -. Però i dati sull&#8217;affluenza e la percentuale dei voti riportati potrebbero dare indicazioni sulla &#8216;saturazione&#8217; dell&#8217;opinione pubblica russa rispetto al conflitto – ammesso che i dati siano affidabili -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; possibile che Trump discuta le proprie idee con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che sarà la prossima settimana a New York per l&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite. Se l&#8217;incontro tra Trump e Zelensky, non ancora confermato, ci sarà, i due leader probabilmente parleranno pure della tregua nei reciprochi attacchi alle infrastrutture energetiche sollecitata da Trump sia a Kiev che a Mosca, con l&#8217;intento di calmierare i prezzi dell&#8217;energia sui mercati mondiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, qui, la guerra in Ucraina si interseca con i conflitti in Medio Oriente, con l&#8217;Iran e nello Yemen, oltre che intorno a Israele, nella Striscia di Gaza, in CiGgiordania, in Libano. Foreign Affairs, autorevole rivista del Center for Foreign Relations, punta l&#8217;attenzione sul “secondo fronte” iraniano, cioè la conquista di posizioni da parte degli Huthi, ribelli sciiti yemeniti pro-iraniani, lungo le coste del Mar Rosso, con la presa del controllo sullo Stretto di Bab el-Mandeb.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Fox dà una informazione che gli altri media non hanno o comunque non enfatizzano: il regime di Teheran ha ripreso a svolgere attività nel centro di ricerca nucleare sotterraneo di Natanz, bombardato già l&#8217;anno scorso e di nuovo all&#8217;inizio della guerra in atto da israeliani e americani: nuove immagini satellitari mostrano che gli ingressi del centro sono stati ulteriormente protetti e sepolti sotto accumuli di terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse proprio a queste attività vanno collegati i moniti del presidente Trump alle autorità iraniane, che sta per prendere – avverte &#8211; “grandi decisioni”. Trump lo dice in un&#8217;intervista ad Axios, che ci apre: il presidente sta preparando una svolta nel conflitto con l&#8217;Iran – l&#8217;ennesima &#8211; e sta preparando importanti decisioni. Le dichiarazioni del presidente appaiono contraddittorie con quanto lui stesso ha ripetutamente detto negli ultimi giorni, di non aspettarsi sviluppi decisivi nel conflitto iraniano fin dopo le elezioni di midterm il 3 novembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il New York Times punta lo sguardo sull&#8217;Arabia saudita, che si sente “messa in un canto” da Trump (che l&#8217;ha lasciata sola contro gli Huthi) e “assiedata dai suoi avversari”. Giovedì, un attacco Huthi ha ucciso e ferito civili nella provincia saudita occidentale di Taif: un drone dei riballi è stato intercettato dalle difese aeree saudite e i suo frammenti sono stati letali.</p>
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		<title>Tassi e Canada: Trump riceve doppia sberla da Fed e Ue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 10:24:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aumento del costo del denaro negli Usa e iniziativa per associare all’Ue il Canada: in poche ore, Donald Trump ha ieri ricevuto due sberle, lui che - da quando s’è insediato – insiste perché il costo del denaro scenda e che ha più volte ripetuto di volere fare del Canada il 51° Stato dell’Unione.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Aumento del costo del denaro negli Usa e iniziativa per associare all’Ue il Canada: in poche ore, Donald Trump ha ieri ricevuto due sberle, lui che &#8211; da quando s’è insediato – insiste perché il costo del denaro scenda e che ha più volte ripetuto di volere fare del Canada il 51° Stato dell’Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ‘anti-Trump’ del giorno sono Kevin Warsh, presidente della Fed, che riuniva ieri il suo Board, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ha ieri fatto l’annuale ‘discorso sullo stato dell’Unione’ davanti al Parlamento europeo in sessione plenaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta del presidente, secondo Axios, sarebbe una nuova iniziativa di pace in Medio Oriente, non si sa quanto velleitaria: un incontro, la prossima settimana, quando a New York si riunirà ad alto livello l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con i leader dei Paesi del Golfo. Obiettivo: ridurre le tensioni sui mercati dell’energia e, di conseguenza, attenuare spinte inflazionistiche e frizioni internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Usa: l’aumento del costo del denaro<br></strong>L’aumento del costo del denaro negli Usa è stato deciso dalla Federal Reserve (Fed), cioè la Banca centrale statunitense, nonostante Warsh sia stato messo a quel posto da Trump col preciso mandato di abbassare i tassi d’interesse. Warsh ha preso il posto di Jerome Powell, che s’era sempre rifiutato di farlo dopo che Trump ha ri-assunto la presidenza e che a maggio ha concluso il proprio mandato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’unanimità, ieri, la Fed di Warsh ha deciso di alzare di un quarto di punto, al 3,9% circa, il tasso di riferimento del costo del denaro, “per la prima volta da tre anni in qua”, sottolinea la Ap, sfidando le richieste di tagli di Trump. La mossa della Fed – spiegano i media – potrà comportare aumenti dei tassi di interesse sui mutui, i prestiti e le carte di credito e avere, quindi, conseguenze sui cittadini consumatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Fed prospetta, inoltre, un secondo aumento al 4,1 % circa prima della fine dell’anno, ma quasi certamente dopo le elezioni di midterm del 3 novembre, nel tentativo di contenere l’aumento dell’inflazione, che è attualmente poco sotto il 4% e che è spinta in alto dall’aumento dei costi dell’energia conseguenza dell’aggressione israelo-americana all’Iran del 28 febbraio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha immediatamente reagito criticando le decisioni della Fed e minacciando ritorsioni. Però, nelle ultime settimane, il magnate presidente ha fatto vari tentativi per calmierare i prezzi dell’energia: ad esempio, l’accordo con il Venezuela per la gestione di parte delle riserve petrolifere venezuelane; e l’invito a Ucraina e Russia a cessare la ‘guerra delle raffinerie’. Palliativi, a fronte degli sviluppi in Medio Oriente, dove la presa di controllo da parte degli Huthi, ribelli yemeniti sciiti pro-iraniani, dello Stretto di Bal el-Mandeb, che dà accesso al Mar Rosso, s’è appena sommata alle limitazioni della navigazione nello Stretto di Hormuz.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Wall Street Journal spiega che Warsh è convinto che l’aumento dei tassi “non frena l’economia” e pone l’accento “sullo shock petrolifero”: il che fa presagire “una lunga stagione d’ulteriori aumenti” del costo del denaro. Il Washington Post calcola che i prezzi dell’energia stiano per fare “un balzo in avanti ulteriore” e crede che il peggio debba ancora venire: le previsioni negative sull’impatto sull’economia della guerra con l’Iran vanno oltre le elezioni di midterm e “contrastano con i messaggi ottimistici dell’Amministrazione Trump”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ue: ipotesi associazione Canada<br></strong>Nel discorso sullo stato dell’Unione, presente il premier canadese Mark Carney, von der Leyen ha ieri proposto d’aprire un percorso perché il Canada diventi il primo Paese associato all’Ue, non potendo divenirne membro perché l’adesione è riservata ai Paesi europei. A mia memoria, non era mai successo che un discorso sullo stato dell’Unione europea avesse titoli d’apertura su media Usa: UvdL c’è riuscita, attirandosi anche reazioni stizzite del magnate presidente, che ora minaccia ulteriori dazi ai 27 – con il Canada, ha appena riaperto un’ennesima guerra commerciale -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il New York Times titola ironico: “Trump voleva fare del Canada il 51° Stato dell’Unione. Risultato: lo sta spingendo verso l’Ue… L’invito al Canada di associarsi all’Ue è un chiaro effetto della diplomazia di Trump, che spesso consiste nel minacciare gli amici più stretti dell’America…”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giornale, come Politico, riconosce, tuttavia, che il percorso di associazione del Canada all’Ue s’annuncia pieno “di ostacoli significativi” e potrebbe non essere mai completato. Ma il segnale è chiaro: dentro e fuori l’Ue, gli alleati degli Stati Uniti stanno ‘facendo comunella’ per meglio affrontare insieme le sfide poste da Trump. Che, infatti, titola la Cnn, considera la proposta di UvdL a Carney “un atto ostile”.</p>
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		<title>Medio Oriente: Camera Usa chiede la fine della guerra in Iran, Huthi all’offensiva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 08:11:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Camera degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che impone al presidente Donald Trump di porre fine alla guerra in Iran o di richiedere l'autorizzazione del Congresso per continuarla. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Camera degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che impone al presidente Donald Trump di porre fine alla guerra in Iran o di richiedere l&#8217;autorizzazione del Congresso per continuarla. L’iniziativa è molto probabilmente destinata a rimanere simbolica: ci vuole l’ok del Senato perché sia vincolante. Ma l’esito della votazione prova l’esistenza di screzi fra i repubblicani sul conflitto: sui 435 deputati, i repubblicani hanno una risicatissima maggioranza; la mozione è stata approvata con 220 voti a favore e 204 contro e almeno sette repubblicani hanno votato con i democratici, che sono stati compatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; la terza volta che la Camera chiede al presidente di porre fine alla guerra. Questa volta, il voto arriva a sette settimane dalle elezioni di midterm del 3 novembre. Non è chiaro se il Senato ne discuterà prima di quella data. Una risoluzione analoga, approvata dalla Camera in luglio, non è stata ancora presa in esame dal Senato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La votazione di ieri arriva in un momento particolarmente critico e complicato della guerra all’Iran. Il Washington Post scrive che la presa di controllo degli Huthi, i ribelli yemeniti sciiti filo-iraniani, sullo Stretto di Bab el-Mandeb, la ‘porta delle lacrime’, che dà accesso al Mar Rosso, potrebbe rivelarsi il maggior successo iraniano in questo conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Wall Street Journal, che ha espresso negli ultimi giorni valutazioni contraddittorie – gli Usa stanno perdendo; anzi no, l’Iran sta perdendo –, lancia l’ennesimo allarme sulla scarsa disponibilità di missili intercettori per contrastare i contrattacchi iraniani sulle basi americane nella Regione. Secondo il giornale, per contrare un recente attacco contro installazioni militari in Giordania, sono stati necessari più di 70 missili Patriots e Thaads.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il New York Times insiste, invece, sulle conseguenze economiche del conflitto e parla di “rabbia e proteste in tutto il Mondo”, citando manifestazioni e blackouts dall’Indonesia al Guatemala passando per la Siria, a causa dell’aumento dei prezzi del carburante e della ridotta disponibilità di petrolio e gas, essendo bloccate del tutto o parzialmente le vie d’acqua degli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb per dove, prima della guerra, transitavano rispettivamente quasi un quarto ed oltre un decimo dei traffici petroliferi planetari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’offensiva degli Huthi contro l’Arabia saudita non pare arrestarsi; anzi, pare intensificarsi. Riad sostiene di avere distrutto ieri un drone lanciato dai ribelli yemeniti verso la città santa della Mecca, gli Huthi smentiscono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Martedì 15 settembre le forze di difesa aerea reali saudite sono riuscite a intercettare e distruggere un drone ostile lanciato dalla milizia terroristica Houthi prima che entrasse nello spazio aereo interdetto della città santa&#8221;, riporta un comunicato. &#8220;Il drone è stato intercettato a sud della Mecca&#8221;, ha precisato un portavoce militare. Il comunicato denuncia &#8220;i disperati tentativi della milizia … volti … a mettere in pericolo i frequentatori della Sacra moschea, i cittadini e i residenti&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su X, gli Huthi hanno replicato: &#8220;Le accuse riguardanti il presunto tentativo di colpire La Mecca sono una menzogna trita e ritrita, già usata in passato e che non inganna più nessuno&#8221;. Invece, l&#8217;Organizzazione per la cooperazione islamica ha dal canto suo condannato &#8220;gli odiosi attacchi perpetrati dagli Huthi contro la città della Mecca e la regione di Medina, nonché la loro continua aggressione contro l&#8217;Arabia Saudita&#8221;. Gli attacchi &#8220;profanano la sacralità dei luoghi santi … e feriscono i sentimenti dei musulmani di tutto il mondo&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri l&#8217;Arabia Saudita aveva brevemente attivato gli allarmi aerei in diverse regioni del sud del Paese vicino al confine con lo Yemen, inclusa la Mecca: evento senza precedenti dall&#8217;inizio del conflitto. Un portavoce militare degli Huthi ha invece affermato che le forze armate saudite hanno condotto, tra lunedì e martedì, &#8220;52 attacchi aerei&#8221; contro &#8220;infrastrutture civili&#8221; in diversi governatorati yemeniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che – al di là della propaganda dall’una e dall’altra parte &#8211; la situazione sia particolarmente tesa lo dimostra il fatto che l&#8217;ambasciata statunitense in Arabia Saudita raccomanda ai cittadini americani di riconsiderare viaggi nel Paese, a causa “dei rischi posti da attacchi con droni e missili iraniani” e “dalla minaccia terroristica” degli Huthi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ambito militare, sul fronte Usa / Iran, c’è da da registrare che ieri le forze armate statunitensi hanno distrutto due piccole imbarcazioni iraniane che tentavano d’impadronirsi d’un drome marino: è l’ultima scaramuccia registrata nello Stretto di Hormuz.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se, in questo contesto, il Washington Post s’interroga su “che cosa vogliono davvero gli Huthi”, ci si chiede anche quale sia la logica dietro il rifiuto di Trump di frenare la milizia, nonostante esplicite ripetute richieste in tal senso del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman. E desta domande pure la decisione di vendere a Israele 40 mila bombe da 2000 libbre, cioè una tonnellata, per un valore di 2,8 miliardi di dollari: una delle maggiori vendite di armi a Israele da anni in qua, sia per entità che per valore. Le bombe sono controverse perché in diverse occasioni sono state protagoniste di incidenti che hanno fatto vittime civili,</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cnn punta, invece, sull’aiuto della Russia all’Iran e sostiene che missili spia russi sarebbero stati spostati su una base statunitense giorni prima di un devastante attacco iraniano, forse lo stesso che ha richiesto tutti i missili citati dal WSJ per essere contrato. L’aiuto russo consente all’Iran d’affinare la capacità di colpire gli interessi americani nella Regione. Analoghe accuse erano state mosse, nei giorni scorsi, sulla stampa Usa all’intelligence cinese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/medio-oriente-camera-usa-chiede-fine-guerra-iran-huthi-alloffensiva/">Medio Oriente: Camera Usa chiede la fine della guerra in Iran, Huthi all’offensiva</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>La guerra ibrida dei sabotaggi ferroviari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 12:57:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi i Paesi Bassi. Con indagini appena iniziate. Ma dalla Polonia alla Lettonia, fino all’Italia, negli ultimi anni le ferrovie europee sono diventate un bersaglio...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Oggi i Paesi Bassi. Con indagini appena iniziate. Ma dalla Polonia alla Lettonia, fino all&#8217;Italia, negli ultimi anni le ferrovie europee sono diventate un bersaglio di attività costante di sabotaggio, spionaggio e guerra ibrida. Va subito sgombrato il campo: gli episodi non hanno tutti la stessa matrice. In alcuni casi le autorità hanno individuato reti collegate ai servizi russi, in altri sono emersi ambienti anarchici. Una distinzione essenziale per evitare di trasformare fenomeni diversi in un&#8217;unica storia, ma che non riduce la portata del problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo segnale importante arriva dalla Polonia. Nel 2023 l&#8217;agenzia di sicurezza interna ABW smantellò una rete di spie accusata di lavorare per l&#8217;intelligence russa. Secondo le autorità polacche, gli appartenenti alla rete monitoravano le ferrovie utilizzate per trasportare aiuti militari verso l&#8217;Ucraina, installavano telecamere e dispositivi GPS e preparavano azioni di sabotaggio, compresi piani per provocare il deragliamento di treni. Nel novembre dello stesso anno la procura polacca comunicò di avere rinviato a giudizio 16 cittadini stranieri accusati di attività di spionaggio per conto dei servizi russi e di preparazione di atti di sabotaggio. Tutti, secondo le autorità, avevano ammesso le accuse e accettato la pena.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda ha assunto una dimensione ancora più grave nel novembre 2025. Sulla linea Varsavia-Lublino, utilizzata anche per i collegamenti con l&#8217;Ucraina, un&#8217;esplosione danneggiò i binari nei pressi di Mika. In un secondo punto, vicino a Gołąb, furono danneggiate la rete elettrica e la sede ferroviaria, con elementi metallici collocati sui binari che, secondo gli investigatori, avrebbero potuto provocare il deragliamento di un treno. La procura polacca ha contestato a due cittadini ucraini, atti di sabotaggio di natura terroristica compiuti a favore dell&#8217;intelligence russa. Il premier Donald Tusk ha dichiarato che i due avevano agito in collaborazione con i servizi russi e che avevano lasciato la Polonia subito dopo gli attacchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un modello simile è emerso in Lettonia. Nell&#8217;agosto 2025 diversi elementi dell&#8217;infrastruttura ferroviaria, tra cui armadi di controllo e una locomotiva, furono incendiati. Due persone vennero arrestate all&#8217;inizio di settembre. Nel marzo 2026 il servizio di sicurezza lettone, VDD, ha comunicato di avere raccolto prove che collegano le azioni agli interessi russi e ha chiesto alla procura di procedere penalmente contro i due responsabili. Secondo l&#8217;intelligence lettone, gli incendi avevano provocato danni significativi alle infrastrutture ferroviarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è l&#8217;Italia, dove la matrice individuata è completamente diversa. Il 7 febbraio 2026, all&#8217;inizio delle Olimpiadi di Milano-Cortina, una serie di danneggiamenti colpì la rete ferroviaria, in particolare nell&#8217;area di Bologna. Un gruppo anarchico rivendicò l&#8217;azione, presentandola come una forma di protesta contro le Olimpiadi e contro le politiche del governo. Gli attacchi provocarono ritardi fino a due ore e mezza, senza feriti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;indagine italiana ha successivamente prodotto arresti. Il 16 giugno la polizia ha fermato 7 persone accusate di appartenere a una rete anarchica insurrezionalista coinvolta nel sabotaggio di linee ferroviarie ad alta velocità durante le Olimpiadi. Cinque sono state condotte in carcere e due agli arresti domiciliari. Secondo gli investigatori, alcuni degli arrestati sarebbero coinvolti anche nel danneggiamento del 14 febbraio sulla linea Roma-Firenze. L&#8217;inchiesta contesta agli indagati, tra gli altri reati, l&#8217;associazione con finalità terroristiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro che emerge, dunque, è più complesso di una semplice sequenza di &#8220;sabotaggi russi&#8221;. Polonia e Lettonia rappresentano i casi più netti di operazioni che le autorità hanno collegato agli interessi dell&#8217;intelligence russa, con esecutori individuati e procedimenti giudiziari avviati. L&#8217;Italia mostra invece l&#8217;esistenza di una parallela minaccia proveniente da ambienti anarchici, che hanno rivendicato apertamente gli attacchi e in seguito sono stati oggetto di specifiche indagini e arresti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto comune è però la vulnerabilità della rete ferroviaria. Binari, cavi, apparati di segnalamento e infrastrutture elettriche possono essere danneggiati con mezzi relativamente semplici, provocando conseguenze molto più ampie rispetto alla dimensione materiale dell&#8217;attacco. E la ferrovia è contemporaneamente infrastruttura civile, economica e strategica: in Polonia è essenziale per i collegamenti con l&#8217;Ucraina, mentre in Italia e Francia gli episodi più clamorosi hanno coinciso con grandi eventi internazionali.<br>Non tutti i sabotaggi europei hanno oggi un responsabile identificato. Il grande attacco alla rete TGV francese del luglio 2024, alla vigilia delle Olimpiadi di Parigi, resta senza una responsabilità pubblicamente accertata. Lo stesso vale per diversi episodi successivi. È quindi sbagliato attribuire automaticamente ogni danneggiamento alla Russia o a una medesima organizzazione.<br>Ma i casi già documentati mostrano qualcosa di nuovo: l&#8217;infrastruttura ferroviaria è entrata stabilmente nel perimetro della sicurezza nazionale europea. Attraverso reti di agenti reclutati localmente, gruppi ideologici o singoli sabotatori, un&#8217;azione relativamente semplice può produrre un danno economico e politico sproporzionato. È la logica della guerra ibrida: non necessariamente bombe e soldati, ma cavi tagliati, apparati incendiati, binari danneggiati e infrastrutture trasformate in strumenti di pressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, dunque, non riguarda soltanto chi abbia sabotato una determinata ferrovia. Riguarda la capacità degli Stati europei di proteggere infrastrutture essenziali in una zona grigia dove spionaggio, criminalità, terrorismo e confronto geopolitico si sovrappongono sempre più spesso.</p>
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		<title>Artico, dodici Paesi chiedono più presenza Ue. Kallas: «La sicurezza sarà al centro della nuova strategia»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 09:18:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dodici Paesi chiedono un ruolo più forte dell’Unione europea nell’Artico. Kallas avverte sulle attività russe e sull’interesse crescente della Cina.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Unione europea deve rafforzare la propria presenza nell’Artico e assumere un ruolo più strategico in una regione diventata sempre più importante per la sicurezza del continente. È la richiesta avanzata da dodici Paesi europei al termine dello <strong>European Arctic Summit di Rovaniemi</strong>, nel nord della Finlandia, mentre aumentano le preoccupazioni per l’attività militare della Russia, l’interesse della Cina e le rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Chiediamo che l’Ue assuma un ruolo più strategico e proattivo nell’Artico europeo», si legge nella dichiarazione congiunta diffusa al termine del vertice. Tra i partecipanti figuravano il cancelliere tedesco <strong>Friedrich Merz</strong>, la prima ministra danese <strong>Mette Frederiksen</strong>, il ministro degli Esteri francese <strong>Jean-Noël Barrot</strong> e l’Alta rappresentante Ue per la politica estera <strong>Kaja Kallas</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio Kallas ha invitato i governi europei a rimanere «vigili» di fronte alla crescita delle attività militari russe nell’Artico e al contemporaneo interesse manifestato dalla Cina. Bruxelles si prepara intanto a presentare a ottobre una <strong>nuova strategia europea per l’Artico</strong>, nella quale la dimensione della sicurezza avrà un ruolo centrale. «È chiaro che questa area fa parte dell’architettura di sicurezza dell’Europa», ha sottolineato l’Alta rappresentante.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L’Artico diventa un nodo della sicurezza europea</h3>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;importanza strategica della regione deriva anche dalla sua posizione. L’Artico costituisce infatti una fondamentale area di collegamento tra <strong>Nord America ed Europa</strong>, con rotte rilevanti per trasporti, comunicazioni e scambi commerciali. Negli ultimi anni, tuttavia, alla sua tradizionale importanza geografica ed economica si è aggiunta una crescente competizione geopolitica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la <strong>Nato</strong>, Mosca ha aumentato «significativamente» la propria attività militare nella regione, creando un nuovo Comando artico, aprendo installazioni militari e sperimentando «nuovi sistemi d’arma». Anche Pechino mostra un forte interesse per l’area, in particolare per l’accesso ai <strong>minerali critici</strong>, alle risorse energetiche e alle nuove linee di comunicazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vertice di Rovaniemi arriva inoltre dopo la visita compiuta all&#8217;inizio del mese dalla presidente della Commissione europea <strong>Ursula von der Leyen in Groenlandia</strong>. L’Unione ha ribadito il proprio sostegno al territorio autonomo danese dopo le ripetute richieste del presidente americano <strong>Donald Trump</strong> affinché gli Stati Uniti ne acquisiscano il controllo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Bruxelles aumenta gli investimenti in Groenlandia</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Alla pressione americana l’Europa ha risposto anche sul terreno economico. Durante la visita in Groenlandia, von der Leyen ha annunciato una <strong>partnership da 200 milioni di euro</strong>, con risorse da investire tra quest’anno e il prossimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump, dal suo ritorno alla Casa Bianca, ha sostenuto più volte che il controllo statunitense della Groenlandia sarebbe necessario per ragioni di «sicurezza nazionale». Secondo il presidente americano, in assenza di un intervento di Washington l’isola rischierebbe di finire sotto il controllo della Cina o della Russia. Una posizione che ha provocato una forte reazione in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La presenza militare americana in Groenlandia ha peraltro radici profonde. Secondo diverse ricostruzioni, al culmine della <strong>Guerra fredda</strong> gli Stati Uniti disponevano sull’isola di <strong>17 installazioni militari e oltre 10mila soldati</strong>. Oggi Washington gestisce una sola base, la <strong>Pituffik Space Base</strong>, che rappresenta l’installazione più settentrionale del Dipartimento della Difesa statunitense.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La base viene utilizzata per attività di <strong>allerta e difesa missilistica e di sorveglianza spaziale</strong>, secondo la US Space Force. È anche sullo sfondo di questa presenza, insieme alla crescente attività di Russia e Cina, che i Paesi riuniti a Rovaniemi chiedono ora all’Unione europea di attribuire all’Artico un peso maggiore nella propria strategia di sicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Petrolio: successi Huthi mettono a rischio approvvigionamenti, infiammano mercati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 14:18:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’avanzata degli Huthi nello Yemen e le tensioni tra Hormuz e Bab al-Mandeb scuotono i mercati: petrolio a 110 dollari e nuovi rischi per gli approvvigionament</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">I ribelli sciiti Huthi avanzano nello Yemen, colpiscono l’Arabia saudita, creano ulteriori incertezze sui traffici di petrolio e rafforzano la posizione dell’Iran nel confronto con gli Stati Uniti. Dopo avere preso un porto strategico sul Mar Rosso, Mokha, gli Huthi controllano ora praticamente tutto il litorale yemenita e anche un’isola nello stretto di Bab al-Mandeb, che dà accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez dal Golfo di Aden.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, dove il traffico resta a singhiozzo e fortemente ridotto, nonostante le pretese di Washington di averne il controllo, Teheran – scrive Le Monde – può ora approfittare dei successi degli Huthi suoi alleati per aumentare le richieste se dovessero riprendere le trattative con gli Stati Uniti – cosa di cui non v’è comunque segnale -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le vie del petrolio appaiono più che mai incerte ed aleatorie, specie dopo che l’Arabia saudita ha deciso di chiudere un oleodotto che, lungo 1300 km, taglia da ovest ad est la penisola arabica e che costituiva un’alternativa alle limitazioni del traffico nello stretto di Hormuz. La decisione è stata presa dopo che un drone è stato lanciato contro l’infrastruttura petrolifera dal territorio iracheno, dove pure agiscono milizie sciite filo-iraniane,</p>



<p class="wp-block-paragraph">I successi degli Huthi e la decisione saudita hanno subito scosso i mercati energetici e hanno fatto schizzare il presso del barile di petrolio a 110 dollari. Nello Stretto di Hormuz transitava, fino all’aggressione israelo-americana all’Iran, oltre un quarto del petrolio mondiale, soprattutto verso l’Asia: in quello di Bab al-Mandeb, la ‘porta delle lacrime’, oltre un decimo del petrolio mondiale, soprattutto verso l’Europa. Insieme, nei due tratti di mare passava quasi il 40 % degli approvvigionamenti petroliferi mondiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’annunciare la chiusura dell’oleodotto, l’Arabia saudita non ha specificato chi abbia condotto gli attacchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente Usa Donald Trump Trump attribuisce la responsabilità di quanto accaduto all’Iran. Ma, dall’India, dove c’è il Vertice dei Brics, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian respinge ogni addebito e afferma: “Non siamo in guerra con l’Arabia saudita”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le dichiarazioni di Trump sabato in Irlanda, dov’è per un torneo di golf in un club di sua proprietà, non contribuiscono a fare chiarezza; anzi,. Aggiungono confusione. Trump afferma che gli Huthi hanno chiesto a Washington di non intervenire: &#8220;Gli Houthi ci hanno chiamato e ci hanno detto che non vogliono combattere con noi… Non vogliono che li attacchiamo…&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispondendo a domande di giornalisti, con accanto il premier irlandese Micheál Martin, Trump ha anche confermato di avere parlato con il principe ereditario e leader ‘de facto’ dell&#8217;Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. Secondo il sito di notizie online Axios, bin Salman aveva chiamato Trump due volte giovedì per chiedergli di colpire i combattenti yemeniti, ma la richiesta è stata respinta, abbastanza incomprensibilmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la Cnn, gli Usa stanno espandendo il sostegno di intelligence dato ai sauditi e le notizie sugli obiettivi da colpire nella campagna contro gli Huthi. Consiglieri americani operano a sostegno delle forze saudite, con il rischio di innescare una spirale nel conflitto in Yemen che dura da anni e di creare un ulteriore shock all’economia mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli effetti si vedono anche sull’inflazione, che ad agosto è rimasta al 3,4% negli Stati Uniti. Il che potrebbe indurre la Federal Reserve, la Banca centrale Usa, a innalzare il costo del denaro, come ha già fatto in settimana la Banca centrale europea. Il presso della benzina alla pompa nell’Unione resta mediamente sopra i 6 dollari al gallone: un dato che può pesare sull’esito del voto di midterm il 3 novembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua breve visita in Irlanda, il presidente Trump ha creato un incidente diplomatico – non è chiaro quanto voluto e consapevole &#8211; con la Gran Bretagna e ha imbarazzato il premier Martin dichiarandosi favorevole alla riunificazione dell’isola, attualmente divisa tra l’Eire, indipendente e cattolica, e l’Ulster, parte del Regno Unito e protestante: “Sarebbe fantastico”, ha detto, sostenendo che “prima o poi succederà”. Trump ha pure criticato l’Ue su commercio, energia e immigrazione, definendo “deludenti” i rapporti con gli alleati europei per la loro risposta alla guerra contro l’Iran.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il magnate presidente ha così deluso le speranze delle autorità irlandesi di uscire indenni dalla sua visita.</p>
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		<title>11 settembre, 25 anni dopo: la guerra al terrore è finita, la sua eredità no</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:59:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A 25 anni dall’11 settembre, il terrorismo è cambiato ma guerre, sicurezza e nuovi rischi mostrano quanto l’eredità del 2001 pesi ancora sugli Usa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/11-settembre-25-anni-dopo-la-guerra-al-terrore-e-finita-la-sua-eredita-no/">11 settembre, 25 anni dopo: la guerra al terrore è finita, la sua eredità no</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Venticinque anni fa quattro aerei di linea trasformarono una mattina di settembre in uno spartiacque della storia contemporanea. Oggi l’11 settembre comincia però a cambiare natura: per decine di milioni di americani non è più memoria personale ma storia. È un passaggio generazionale che <a href="https://www.reuters.com/world/whats-happened-to-al-qaeda-25-years-since-911-2026-09-10/?utm_source=chatgpt.com">Reuters individua</a> come uno dei tratti distintivi di questo anniversario e che modifica anche la domanda da porre sul 2001. Non soltanto che cosa accadde quel giorno, ma che cosa resta, un quarto di secolo dopo, del mondo costruito in risposta a quell’attacco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta è meno semplice di quanto suggerisca la formula della «guerra al terrore». La minaccia che dominò la politica internazionale all’inizio del secolo è profondamente cambiata. Al-Qaeda ha perso Osama bin Laden, ucciso nel 2011, e Ayman al-Zawahiri, colpito nel 2022; la sua struttura centrale è stata indebolita e l’organizzazione non è riuscita a ripetere negli Stati Uniti un attacco paragonabile a quello del 2001. Eppure non è scomparsa. Reuters ricostruisce una rete divenuta più decentralizzata, con affiliati ancora attivi soprattutto in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale, mentre la concorrenza dello Stato islamico ha ulteriormente frammentato l’universo jihadista. Più che una vittoria definitiva, dunque, è avvenuta una trasformazione della minaccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio attorno a questo paradosso che ruota il bilancio politico di questi venticinque anni. La fase della «War on Terror» può essere letta come un periodo storico con un inizio molto preciso, l’11 settembre 2001, e una conclusione simbolica vent’anni più tardi, con il ritiro americano dall’Afghanistan nell’agosto del 2021. Per due decenni il terrorismo non è stato soltanto uno dei problemi di sicurezza degli Stati Uniti: è diventato il principio attorno al quale Washington ha ridefinito buona parte della propria politica estera, l’impiego della forza militare e persino l’architettura dello Stato. In appena diciotto mesi gli Stati Uniti rovesciarono i governi dell’Afghanistan e dell’Iraq, ampliarono le operazioni antiterrorismo in molti Paesi e usarono il proprio peso diplomatico, economico e militare per disarticolare le reti jihadiste e colpirne i finanziamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questo punto di vista l’America ha ottenuto un risultato che nel settembre 2001 non era affatto scontato: impedire che il terrorismo jihadista continuasse a produrre sul territorio statunitense attacchi della stessa portata. Ma quel successo operativo si accompagnò progressivamente a un obiettivo assai più ambizioso. Colpire al-Qaeda diventò combattere il terrorismo su scala globale; la distruzione delle sue basi in Afghanistan si trasformò in nation building; alla guerra afghana seguì l’invasione dell’Iraq, mentre operazioni militari, missioni speciali, programmi di addestramento e attacchi con droni si allargarono ben oltre i due principali teatri di guerra. La capacità americana di contenere la minaccia terroristica si dimostrò alla fine maggiore di quanto molti temessero nel 2001, ma la risposta assunse dimensioni enormemente più ampie rispetto all’obiettivo iniziale di impedire un nuovo attacco agli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il progetto Costs of War della Brown University, che il 2 settembre ha pubblicato una nuova sintesi dei costi delle guerre post-11 settembre, gli Stati Uniti hanno speso o si sono impegnati a spendere oltre 8mila miliardi di dollari. La stima comprende le spese sostenute nei primi due decenni successivi agli attentati e gli obblighi futuri legati, tra l’altro, all’assistenza ai veterani. Le ricerche del progetto hanno inoltre quantificato in centinaia di migliaia le morti direttamente legate alle guerre successive agli attentati, alle quali vanno aggiunte quelle indirette provocate dalla distruzione di infrastrutture e sistemi sanitari, dagli sfollamenti e dalle conseguenze economiche dei conflitti. Numeri che non esauriscono il giudizio storico su quella stagione, ma danno la misura della distanza tra la missione iniziale e ciò che la risposta americana sarebbe diventata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il venticinquesimo anniversario diventa anche un bilancio dell’uso della potenza americana. L’11 settembre arrivò nel momento di massima superiorità degli Stati Uniti, dieci anni dopo la fine dell’Unione Sovietica e quando nessun concorrente appariva in grado di sfidarne seriamente la leadership globale. Washington reagì dunque a una minaccia proveniente da un attore non statale utilizzando gli strumenti di una superpotenza senza rivali. Afghanistan e soprattutto Iraq mostrarono progressivamente il limite di quell’impostazione: la capacità di abbattere un regime o distruggere un’organizzazione non coincide con quella di costruire l’ordine politico destinato a sostituirli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma le guerre sono soltanto una parte dell’eredità. L’attacco del 2001 trasformò anche lo Stato americano. Nacque il Department of Homeland Security, venne creata una nuova architettura per coordinare intelligence e antiterrorismo, aumentarono i poteri di sorveglianza e si moltiplicarono le strutture incaricate di prevenire un nuovo attacco. Molte istituzioni nate per affrontare un’emergenza eccezionale sono diventate permanenti anche quando quella particolare emergenza ha progressivamente perso centralità. È uno dei lasciti più profondi del dopo 11 settembre: il confine tra politica estera, sicurezza nazionale e politica interna si è fatto più sottile e il rapporto tra protezione, sorveglianza e libertà civili è diventato una questione strutturale della democrazia americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la percezione della minaccia è cambiata. Un sondaggio Reuters/Ipsos realizzato in occasione dell’anniversario mostra che oggi gli americani temono più il terrorismo e l’estremismo interni che un attacco organizzato dall’estero: il 61% considera le azioni ideologicamente motivate di estremisti domestici una minaccia maggiore rispetto a quelle provenienti dall’esterno. Quasi la metà esprime inoltre un giudizio negativo sulle guerre in Afghanistan e Iraq, mentre resta molto più ampio il consenso sulle misure di sicurezza adottate negli aeroporti. È forse uno degli indicatori più chiari della distanza dal 2001: la sicurezza continua a essere una preoccupazione centrale, ma il nemico non viene più identificato necessariamente oltre i confini degli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è ancora più evidente perché questo anniversario arriva mentre gli Stati Uniti sono nuovamente coinvolti in una guerra in Medio Oriente. Il conflitto con l’Iran riporta nel dibattito americano un lessico che sembrava appartenere alla stagione delle «forever wars»: obiettivi militari inizialmente circoscritti, progressivo allargamento della missione e difficoltà nel definire una strategia di uscita. Il confronto con Afghanistan e Iraq non implica naturalmente l’identità tra conflitti molto diversi, ma ripropone una domanda che il dopo 11 settembre avrebbe dovuto rendere centrale: quale risultato politico deve essere raggiunto perché un intervento militare possa considerarsi concluso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la struttura della potenza militare americana porta ancora le tracce di quella stagione. Il bilancio della Difesa statunitense, pari a circa 280 miliardi di dollari alla vigilia dell’11 settembre, supera oggi i 900 miliardi. Ma l’aumento della spesa non elimina un problema sempre più evidente nei conflitti contemporanei: sistemi estremamente sofisticati e costosi devono confrontarsi con droni, missili relativamente economici, cyberattacchi e altre forme di guerra asimmetrica. Il punto non è che la superiorità tecnologica americana sia diventata irrilevante, ma che l’equazione tra superiorità di mezzi e superiorità strategica, già messa in discussione in Afghanistan e Iraq, lo è ancora di più nel mondo del 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La minaccia terroristica, intanto, non si è semplicemente ridotta: si è frammentata e tecnologicamente evoluta. Le analisi del Council on Foreign Relations richiamano l’attenzione sul rischio che strumenti commerciali e facilmente accessibili, dai droni alle comunicazioni cifrate fino alle nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, aumentino le capacità operative di piccoli gruppi e singoli individui. Allo stesso tempo, dopo anni in cui la competizione tra grandi potenze ha assorbito una quota crescente dell’attenzione strategica americana, il terrorismo rischia nuovamente di scivolare ai margini delle priorità di sicurezza. Il pericolo è prepararsi a impedire il precedente attacco anziché comprendere la forma del successivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente questa la lezione politica più attuale dell’11 settembre. Gli Stati Uniti del 2001 sottovalutarono una minaccia che avevano davanti agli occhi; negli anni successivi finirono invece, in più occasioni, per sopravvalutare la capacità della forza militare di produrre risultati politici. Sono due errori opposti ma non incompatibili. Prevenire il prossimo shock richiede intelligence, tecnologia, cooperazione internazionale e la capacità di anticipare minacce ancora poco visibili. Evitare un nuovo ciclo di guerre senza fine richiede però anche qualcosa che nel dopo 11 settembre mancò spesso: distinguere tra ciò che rappresenta un pericolo reale e ciò che deve diventare il principio organizzatore dell’intera politica estera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Venticinque anni dopo, dunque, il successo e il fallimento della risposta all’11 settembre convivono. L’America ha impedito che al-Qaeda realizzasse il progetto di trasformarsi nella forza capace di piegare gli Stati Uniti e di guidare stabilmente il jihadismo globale. Ma gli attentati produssero comunque un effetto storico molto più grande della capacità materiale dei loro organizzatori: spinsero la maggiore potenza mondiale a modificare per una generazione le proprie guerre, le proprie istituzioni e il modo stesso in cui percepiva la sicurezza. Per questo l’11 settembre appartiene ormai alla storia, ma il suo dopoguerra non è ancora del tutto finito.</p>
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		<title>Guerre, punto: Iran, è escalation; Ucraina, speranze di de-escalation</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 12:33:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Oggi, due escalation, una militare tra Usa e Iran e una commerciale tra Usa e Canada, segnano l&#8217;attualità internazionale. Ma ci sono pure segnali di speranza di un avvio di de-escalation tra Ucraina e Russia, dopo i contatti negoziali a Mosca e Kiev nel fine settimana e la lunga telefonata, ieri, tra i presidenti Usa Donald Trump e russo Vladimir Putin. E ci sono le polemiche che scuotono Israele, con le accuse sul 7 ottobre 2023 al premier Benjamin Netanyahu e le sanzioni di vari Paesi – non c&#8217;è l&#8217;Italia – contro i coloni di Cisgiordania.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Guerre, punto: Iran, botta e risposta di missili e droni</strong><br>Nello Stretto di Hormuz, ieri, le forze armate statunitensi hanno colpito cinque petroliere iraniane (e ne hanno affondata una), dopo che navi da guerra Usa erano state prese di mira dai Guardiani della Rivoluzione iraniani. L&#8217;Iran ha risposto con un lancio di missili contro le basi militari americane in Giordania, ormai individuata come il ventre molle dello schieramento americano nella Regione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il New York Times, «l’Iran mostra d&#8217;essere pronto ad alzare il livello dello scontro di fronte alla maggiore pressione statunitense… Il governo iraniano sta assumendo un approccio sempre più aggressivo, preoccupato dalla crescente minaccia economica e perché vede ridursi il suo controllo sullo Stretto di Hormuz».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Washington Post segnala il rischio che i missili iraniani siano divenuti più sofisticati e, quindi, più difficili da neutralizzare, magari con l&#8217;aiuto tecnologico di Russia e Cina. Fonti iraniane rivendicano di avere danneggiato due cacciatorpediniere statunitensi. La Cnn titola: «Il conflitto s&#8217;infiamma di nuovo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo quanto riferito da media Usa, gli equipaggi delle petroliere iraniane attaccate erano stati avvertiti in anticipo, dando loro tempo di lasciare le navi. A loro volta, i Pasdaran hanno poi invitato gli equipaggi di petroliere nei pressi di porti del Kuwait e del Bahrein ad abbandonare le loro navi, possibili bersagli della ritorsione iraniana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come conseguenza dello scambio di colpi di ieri, il prezzo del petrolio è di nuovo tornato a sfiorare i cento dollari al barile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Guerre, punto: Israele, i guai di Netanyahu e le misure anti-coloni</strong><br>In Israele, il premier Netanyahu deve difendersi dall&#8217;accusa di essere stato personalmente informato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti dell&#8217;imminenza di un pesante attacco di Hamas, una decina di giorni prima dei raid e dei massacri del 7 ottobre 2023, e di avere ignorato l&#8217;allarme, senza neppure informarne l&#8217;intelligence e l&#8217;esercito. Netanyahu bolla le accuse come «menzogne».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, poi, c&#8217;è stata la decisione di una dozzina di Paesi, fra cui Gran Bretagna, Francia, Canada, Norvegia, Islanda e altri europei – ma non l&#8217;Italia e neppure la Germania – di bloccare l&#8217;ingresso nell&#8217;Ue di prodotti dei coloni della Cisgiordania, da tempo protagonisti di provocazioni e violenze nei confronti dei palestinesi che legittimamente lì risiedono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Israele annuncia ritorsioni, invece di affrontare quello che i suoi partner occidentali percepiscono come un sistema di «impunità in Cisgiordania», di cui parla il NYT.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Guerre, punto: Ucraina, la telefonata Trump-Putin</strong><br>La telefonata di ieri di un&#8217;ora tra Trump e Putin, giudicata «franca e costruttiva», è stata il frutto della missione di Steve Witkoff e Jared Kushner a Mosca e Kiev. E mentre Putin assicurava Trump di non avere piani d&#8217;attacco all&#8217;Europa, nuovi raid sulla capitale ucraina mettevano fine, con vittime e devastazioni, alla tregua di tre giorni osservata da Mosca durante la missione dei negoziatori Usa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il resoconto della conversazione fatto dal consigliere di Putin Yuri Ushakov, i due leader hanno «valutato positivamente» i colloqui dei giorni scorsi. E Putin colloca la necessità di porre fine al conflitto con l&#8217;Ucraina nella prospettiva di «un ampio ripristino delle relazioni tra Russia e Usa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente Volodymyr Zelensky, che considera possibile un incontro a tre entro la fine del mese, spera di sentire presto Trump, per discutere innanzitutto di forniture statunitensi per la difesa aerea di Kiev.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai media russi, Ushakov ha detto che «i miti sulla minaccia russa servono agli europei solo come copertura per aumentare il sostegno all&#8217;Ucraina e le loro spese militari». Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov bolla come «un&#8217;ossessione, una mania di persecuzione» la «russofobia» attribuita al cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui bisogna «proteggere la libertà» dei tedeschi «anche dalla Russia».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mosca continua a non volere l&#8217;Europa al tavolo dei negoziati sull&#8217;Ucraina, ritenendola responsabile del prolungamento della guerra e sicuramente più ostile degli Usa di Trump. Il conflitto, dice Peskov, poteva concludersi tempo fa, ma gli ucraini «vengono spinti ad andare avanti da alcuni Paesi europei».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo media ucraini, gli emissari statunitensi avrebbero discusso una possibile tregua tra Kiev e Mosca negli attacchi alle infrastrutture energetiche, almeno in vista dell&#8217;inverno. Ma, secondo Ushakov, Trump e Putin hanno solo «concordato di continuare a cercare di risolvere le cosiddette “questioni umanitarie”, compresi gli scambi di detenuti». E Putin ha pure «elogiato gli sforzi della first lady Usa Melania per il ricongiungimento dei bambini russi e ucraini con le loro famiglie».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Guerre, punto: Canada, botta e risposta di dazi e bandi</strong><br>La guerra commerciale tra Usa e Canada sembra entrata in una spirale fuori controllo: l’escalation di dazi e contro-dazi ha avuto ieri un ulteriore sviluppo con l’annuncio di Trump del bando, che scatterà il 29 settembre, dell’export dal Canada verso gli Usa di prodotti fra cui alcol e motociclette: il che, scrive il Washington Post, «alza la tensione fra i due Paesi vicini e confinanti a livelli senza precedenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Wall Street Journal avverte che l&#8217;escalation «potrebbe essere rovinosa» per numerose aziende dell&#8217;uno e dell&#8217;altro Paese. E il Washington Post osserva che la guerra dei dazi con il Canada «complica le prospettive elettorali del Partito repubblicano», soprattutto negli Stati di confine, alcuni dei quali, come il Maine, possono risultare determinanti nella corsa al controllo del Senato.</p>
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		<title>Guerre: Iran, negoziati a zero; Ucraina, uno spiraglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 12:40:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli sviluppi paralleli dei conflitti tra Usa e Iran e Ucraina e Russia trovano, questa mattina, letture spesso contraddittorie sui media.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Gli sviluppi paralleli dei conflitti tra Usa e Iran e Ucraina e Russia trovano, questa mattina, letture spesso contraddittorie sui media internazionali: tra Washington e Teheran, la via del negoziato pare sfumata; tra Mosca e Kiev, gli spiragli di trattativa sono affidati all’ipotesi – vaga – di un contatto tra i presidenti Usa Donald Trump e russo Vladimir Putin, che potrebbe poi divenire un triangolare con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto poi condizionato dagli umori estemporanei del magnate presidente, che nel lungo week-end del Labor Day, ha pubblicato una sessantina di post e meme e s’è esercitato nel suo ultimo hobby, cambiare i nomi geografici (e magari pure i confini, come vorrebbe fare inglobando nell’Unione Canada e Groenlandia).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo il Golfo del Messico divenuto Golfo dell’America e il lago Ontario divenuto Lago America – cambiamenti che possono valere negli Usa, ma non altrove -, ora Trump intende cambiare il nome del New Mexico, uno dei 50 Stati dell’Unione, e farlo diventare New America, pur senza avere – notano unanimi i media Usa &#8211; l’autorità per farlo (ma travalicare i poteri è una specialità della casa).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alle provocazioni trumpiane, c’è chi risponde pan per focaccia. Il Canada ha imposto nuovi dazi sull’import Usa, segnando un’escalation nella guerra commerciale fra i due Paesi confinanti. E l’Ue offre alla Groenlandia, territorio danese ambito dal magnate presidente, una nuova partnership e centinaia di milioni di investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Iran</strong>, <strong>forze armate e intelligence Usa valutano disimpegno</strong><br><br>In uno dei tanti meme realizzati con l’IA, i confini dell’Iran sono ridisegnati adeguandosi al profilo di Trump: una puntura di spillo, a confronto con gli scambi di missili e droni degli ultimi giorni. Nessuna parola di scuse e di cordoglio, invece, da parte del presidente, per le vittime civili causate, la settimana scorsa, da una delle sei bombe sganciate da aerei della US Navy su un centro comando e controllo della città costiera iraniana di Kuhestack ha mancato il bersaglio e ha centrato una festa di matrimonio – circostanza ora ammessa dal Pentagono -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la Cnn, le forze armate e l’intelligence statunitensi stanno valutando se ridurre la presenza Usa in Medio Oriente e cercano una strategia d’uscita dal conflitto diversa da quella adottata dopo l’11 Settembre 2001, di cui sta per ricorrere il 25° anniversario. Allora, l’America e l’Occidente finirono per impantanarsi in due lunghe guerre sostanzialmente perdute, in Afghaistan e in Iraq. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se le risposte iraniane agli attacchi Usa fanno emergere la vulnerabilità delle basi nella Regione, c’è pure da valutare la facilità con cui gli Huthi, la milizia sciita filo-iraniana dello Yemen, colpiscono gli alleati degli americani: stamane, si è avuta notizia di un attacco contro installazioni petrolifere dell’Arabia saudita, che ha innescato incendi e fatto decine di feriti</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Fox scrive che il confronto nucleare con l’Iran “prende una piega pericolosa”: mentre gli Usa tornano ad accentuare la pressione militare, Teheran fa “nuove minacce” e formula piani per creare una zona di esclusione oltre lo Stretto di Hormuz, cioè per ampliare il proprio controllo &#8211; reale o asserito – sulla navigazione in ingresso o in uscita dal Golfo Persico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Wall Street Journal torna, invece, a battere il tasto delle difficoltà dell’Iran di fronte alla strategia di ‘asfissia economica’ adottata dagli Stati Uniti: il flusso di dollari del petrolio si inaridisce e Teheran precipita sempre di più nella crisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altro canto, secondo Le Monde, l’accordo sul petrolio con i Venezuela, per calmierare i prezzi dell’energia negli Usa gestendo 65 miliardi di barili di riserve venezuelano, non sta funzionando come sperato: i termini dell’intesa sono vaghi – come spesso accade quando Trump fa affari – e, inoltre, le quantità non sono sufficienti a compensare il risotto apporto di petrolio mediorientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ucraina, Zelensky su ipotesi de-escalation<br></strong><br>In un’intervista ad Axios, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dice che gli Stati Uniti stanno esplorando i passi da fare per una de-escalation tra Russia e Ucraina questo inverno, de-escalation della quale, però, non si vedono ancora segnali. Anzi, la scorsa notte gli attacchi russi sono Kiev sono stati particolarmente intensi e letali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zelensky parla dopo i colloqui di domenica a Kiev con i negoziatori statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, che erano stati prima a Mosca. Dopo gli incontri, Witkoff avrebbe riferito a Trump di “progressi sostanziali”. Ma la pace è lontana: secondo l’intelligence ucraina, la Russia ha risorse per due anni di guerra; e, intanto, Mosca ingaggia ‘guerre diplomatiche’, a botte di chiusure d’uffici e d’espulsioni di funzionari, con la Germania e l’Ungheria.</p>
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		<title>Germania: vittoria estrema-destra in Sassonia-Anhalt segnale d’allarme per Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 09:25:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vittoria elettorale dell’estrema-destra nel land di Sassonia–Anhalt, in Germania, “manda un segnale all’Europa e dà una forte spinta” ad analoghi partiti di estrema destra che puntano a vincere elezioni nell’Ue l’anno prossimo, in particolare la presidenziali in Francia e le politiche in Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/germania-vittoria-estrema-destra-in-sassonia-anhalt-segnale-dallarme-per-europa/">Germania: vittoria estrema-destra in Sassonia-Anhalt segnale d’allarme per Europa</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La vittoria elettorale dell’estrema-destra nel land di Sassonia–Anhalt, in Germania, “manda un segnale all’Europa e dà una forte spinta” ad analoghi partiti di estrema destra che puntano a vincere elezioni nell’Ue l’anno prossimo, in particolare la presidenziali in Francia e le politiche in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sintesi del New York Times ricalca quelle di molti media europei e americani, analizzando il successo elettorale di Alternative fur Deutchland nel più piccolo land tedesco, in quella che fino al 1991 era la Germania orientale</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con un&#8217;affluenza alle urne record, superiore all&#8217;80%, l’estrema destra sfiora il 44% e ora sogna di governare un land per la prima volta dal dopoguerra, anche se i numeri lasciano margini di dubbio. La Cdu di Merz, che governava il land da 24 anni, esce dalle urne più che dimezzata. dal 37 a poco più del 17%; Verdi, in crescita, e Spd, in calo, sono entrambi intorno al 9%, la Linke poco sotto, mentre i rosso-bruni Bsw, i soli ad aprire a un&#8217;alleanza con AfD, superano d’un soffio la soglia del 5%, sotto la quale sono i liberali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I risultati non sono ancora definitivi e ufficiali, ma paiono consolidati. In termini di seggi, AfD ne ha 39, quindi meno della maggioranza assoluta degli 83 del parlamento regionale. Per governare, dovrà formare una coalizione con i 5 del Bsw. Insieme, Cdu (15), Spd, verdi e Linke (8 ciascuno) arrivano a 39.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vittoria della estrema destra in Sassonia-Anhalt prevale largamente, nei titoli d’apertura della stampa europea e americana questa mattina, sugli sviluppi negoziali -del tutto inattesi- nel triangolo Usa – Russia – Ucraina e sui sussulti di guerra tra Usa e Iran.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ucraina e Iran: sviluppi negoziali e militari</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel fine settimana, i negoziatori statunitensi Steven Witkoff e Jared Kushner somo stati prima a Mosca e poi a Kiev – la loro prima visita in Ucraina, in venti mesi d’Amministrazione Trump, mentre quelle in Russia sono state numerose -. A Kiev, Witkoff e Kushner hanno avuto tre incontri: all’ultimo, c’erano anche rappresentanti dei capi-fila dei cosiddetti Paesi Volenterosi, Gran Bretagna, Francia e Germania.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La missione americana ha ricevuto echi positivi sia da Mosca che da Kiev. Ma uno sblocco delle trattative verso la pace non pare imminente. E Mosca ha anzi inasprito i toni contro la Germania, considerando le accuse di Berlino per i droni sull’aeroporto di Lipsia una sorta d’atto di guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello Stretto di Hormuz, invece, Usa e Iran hanno intrecciato atti ostili: le forze armate statunitensi hanno colpito e danneggiato o distrutto tre petroliere iraniane – una nei pressi dell’isola di Kharg -, dopo che due unità della US Navy – la portaerei George Washington e un incrociatore &#8211; erano state attaccate con missili senza riportare alcun danno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Germania: le incognite del dopo voto e le reazioni</strong><br>Il voto in Sassonia-Anhalt, dove scocca l&#8217;ora di Ulrich Siegmund, avrà impatti a Berlino e pure a Bruxelles. Siegmund, 35 anni, sognava di governare con un esecutivo monocolore, col suo programma di estrema destra che attira i giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;astro nascente di AfD, modi gentili e sorriso accattivante, fa promesse populiste: &#8220;Non so ancora se sarò ministro presidente, ma abbiamo già scritto la storia&#8221;, ha detto. Perché possa o meno formare un esecutivo, qualcuno gli dovrà dare una mano. Sahra Wagenknecht, leader rosso-bruna del suo Bsw,è pronta a farlo, ma potrebbe restare fuori dal Parlamento. AfD e Bsw sono entrambi su posizione filo-russe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella Cdu di Mez, c’è sconforto e subbuglio. Il cancelliere che voleva dimezzare AfD ha invece dimezzato il suo partito, almeno in questo land, ed è adesso a rischio. E nella Cdu vacilla il cosiddetto Brandmauer, il cordone sanitario, cioè il principio in base al quale &#8220;nessuna collaborazione con un partito di estrema destra&#8221;. Socialdemocratici e Linke, invece, hanno subito confermato la linea d’intransigenza all’AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alice Weidel, co-presidente federale dell’estrema destra, afferma di potere immaginare &#8220;una collaborazione con la Cdu o con parti della Cdu&#8221;. Se Siegmund arriverà a governare, inizierà a realizzare il suo programma, che prevede, fra l’altro, stop all&#8217;obbligo scolastico, classi separate per bambini con disabilità e migranti, taglio dei fondi al servizio pubblico radio-televisivo e alle chiese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/germania-vittoria-estrema-destra-in-sassonia-anhalt-segnale-dallarme-per-europa/">Germania: vittoria estrema-destra in Sassonia-Anhalt segnale d’allarme per Europa</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>AfD, da partito anti-euro a forza radicale: cos’è e cosa vuole Alternative für Deutschland</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 09:11:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’euroscetticismo alla destra radicale: storia e programma dell’AfD, il partito tedesco cresciuto fino a contendere il primato.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il risultato ottenuto in <strong>Sassonia-Anhalt</strong> certifica un passaggio importante nella storia di Alternative für Deutschland. A poco più di tredici anni dalla sua fondazione, l’AfD non può più essere considerata soltanto una forza di protesta né un partito relegato ai margini del sistema politico tedesco. In una parte consistente della Germania è ormai in grado di contendere alla <strong>Cdu</strong> il ruolo di principale riferimento politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crescita elettorale è arrivata al termine di una trasformazione profonda. Nata nel 2013 attorno alla contestazione della gestione europea della crisi del debito, Alternative für Deutschland ha progressivamente spostato il proprio baricentro fino a diventare una formazione <strong>nazional-conservatrice radicale</strong>, nella quale immigrazione, identità nazionale, sicurezza e opposizione al multiculturalismo hanno assunto un peso centrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le posizioni sull’immigrazione rappresentano però soltanto una parte del progetto politico dell’AfD. Il programma approvato in vista delle elezioni federali del 2025 delinea infatti una piattaforma che investe anche il rapporto della Germania con l’Unione europea e con l’euro, l’energia, le politiche climatiche, il welfare, la famiglia e la politica estera, compresi i rapporti con la Russia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un quadro ulteriormente articolato dal <strong>manifesto di Magdeburgo</strong>, approvato ad aprile: un documento di 156 pagine, suddiviso in 16 capitoli e 302 misure, nel quale trovano spazio anche codici e temi culturali legati alla storia nazista.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le origini nella crisi dell’eurozona</strong><br>Quando nasce, nel 2013, l’AfD presenta caratteristiche molto diverse da quelle che ne definiscono oggi l’identità. La Germania e l’Europa sono ancora immerse nella crisi dell’eurozona e il nucleo originario del partito è composto soprattutto da <strong>economisti e conservatori</strong> contrari alla gestione europea della crisi del debito e ai salvataggi finanziari destinati ai Paesi in difficoltà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È dunque l’euroscetticismo a rappresentare inizialmente il principale collante politico. Con il passare degli anni, tuttavia, la questione europea rimane nell’agenda mentre cambiano le priorità attorno alle quali Alternative für Deutschland costruisce il proprio consenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’<strong>immigrazione</strong> acquista un ruolo sempre più rilevante insieme alla sicurezza, alla difesa dell’identità nazionale e alla contestazione del multiculturalismo. Il partito assume così un profilo nel quale convivono nazionalismo economico, conservatorismo sociale, euroscetticismo e una linea particolarmente dura in materia migratoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato della Sassonia-Anhalt assume quindi un significato che va oltre il dato elettorale regionale. Mostra quanto sia cambiata la posizione dell’AfD nel sistema politico tedesco rispetto alle sue origini: da formazione nata essenzialmente contro la gestione dell’euro a forza radicale con un programma esteso ai principali dossier politici, economici e sociali del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le ragioni profonde della vittoria</strong><br>La vittoria non consente automaticamente di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. I partiti sconfitti, dai democristiani della Cdu passando ai socialisti Spd fino ai liberali, hanno detto che si coalizzeranno affinché AfD non riesca a formare il suo esecutivo. <strong>Quello che succede in Germania, ad ogni modo, non va letto solamente come il colpo di reni della parte sociale più svantaggiata</strong>, per quanto questo sia un elemento, ma ulteriormente come il sintomo che un certo modello di sviluppo teutonico sta implodendo e è già imploso. <strong>Era il modello di sviluppo dell&#8217;era Merkel</strong>. Con politiche economiche centriste, attente al contenimento del costo del lavoro, compensato dalla crescita, nonostante l&#8217;alta produttività permettesse un&#8217;espansione salariale; perno tutto sulle esportazioni, capaci di generare surplus di conto corrente da centinaia di miliardi; energia a basso costo dalla Russia; posizione egemonica ai tavoli europei. Oggi la crescita attraverso la domanda estera è messa in discussione dalla frenata della Cina e dal mutamento radicale dei rapporti con Mosca, il Nord Stream 2 è solo un ricordo e, per giunta, Berlino ha deciso di rinunciare definitivamente alle centrali nucleari. Una serie di dinamiche che fanno interrogare ampie fette di popolazione sull&#8217;efficacia della traiettoria nazionale, ora che anche lì è arrivata la recessione. L&#8217;immigrazione sembra quindi un fenomeno molto più fastidioso da sopportare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;ondata nera in Europa</strong><br>La Germania non è l&#8217;unico Paese dove cresce il consenso nei confronti delle compagini conservatrici. In Francia nelle scorse elezioni nazionali il partito di Marine Le Pen è andato vicino a prendersi la guida del Paese, fermato solo al ballottaggio. E l&#8217;influenza della leader di RN non sembra essere scemato neppure dopo il caso dei finanziamenti pubblici al partito usati in modo improprio. Parigi infatti soffre oggi un declino economico, il debito pubblico ha superato il 100% del pil e la popolazione non vuole accettare i sacrifici che spesso vengono decisi in situazioni di stagnazione, nell&#8217;ambito delle pensioni e dei contratti di lavoro. Il riformismo di Macron non ha la vita facile che ebbe quello italiano ai tempi di Monti, Letta e Renzi, e la sinistra radicale di Melenchon, per molti accolta come alternativa, attrae ma non sfonda, salvo poi accettare i compromessi per bloccare l&#8217;avanzata della destra sociale. L&#8217;Italia, invece, ha sdoganato il potere politico della destra, che ora ha paura di essere sorpassata&#8230; a destra, da Futuro Nazionale di Vannacci. A Madrid, invece, sembra ancora reggere il governo di Sanchez che, con luci ed ombre, ha comunque inanellato riforme nella direzione del sostegno ai salari e al welfare. In estrema sintesi, il contesto politico-sociale dei più importanti Paesi dell&#8217;UE. I cui sobbollimenti, resta da vedere se produrranno realmente degli effetti tangibili all&#8217;impalcatura giuridico-economica di Bruxelles. Che fin ora ha sempre mostrato una evidente resilienza.     </p>
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