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	<title>Esteri - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 06 Nov 2026 20:16:21 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Abu Dhabi apre le porte alle imprese del Nord</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2026 14:29:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tour di KEZAD, il maggiore operatore di aree industriali dell'emirato di Abu Dhabi, ha toccato Piacenza, Milano e Bergamo. Al centro incentivi per chi investe, una presenza italiana già consolidata e un interscambio che supera i 10 miliardi di dollari.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tour nel cuore manifatturiero del Nord Italia, tra Piacenza, Milano e Bergamo, per presentare alle imprese le opportunità di Abu Dhabi. A guidarlo è stato KEZAD Group, parte di AD Ports Group, il gruppo quotato alla borsa di Abu Dhabi che nell&#8217;emirato gestisce porti, logistica e zone economiche. Con i manager c&#8217;erano l&#8217;Abu Dhabi Investment Office (ADIO), il Ministero degli Investimenti emiratino e l&#8217;Ambasciata degli Emirati in Italia. A Piacenza la delegazione è stata ospite di Confindustria; a Milano si è svolta una roundtable con sessioni B2B, organizzata da ANIMA Confindustria con Assolombarda, WIHN e Confindustria Bergamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">KEZAD è il maggiore operatore dell&#8217;emirato: sviluppa e gestisce 12 aree industriali e logistiche attrezzate per ospitare aziende locali e straniere, su 550 chilometri quadrati. Alle oltre 2.300 imprese clienti mette a disposizione terreni, magazzini e servizi industriali, con accesso diretto a Khalifa Port, lo scalo di punta di AD Ports e porta d&#8217;ingresso ai mercati del Medio Oriente e del Nord Africa. I settori al centro degli incontri sono stati manifattura avanzata, macchinari, automotive e componentistica, lavorazione e confezionamento alimentare, logistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Agli imprenditori ADIO e il Ministero hanno illustrato i vantaggi per chi investe. Gli stranieri possono controllare l&#8217;intero capitale di una società negli Emirati, senza dover cedere quote a un socio locale. L&#8217;imposta sul reddito d&#8217;impresa è al 9%. Per l&#8217;industria sono previsti contributi sui costi di elettricità e gas e sugli affitti dei terreni. Il Paese ha diversificato la propria economia: il petrolio, che nel 1980 valeva il 63% del Pil, oggi pesa il 23%, mentre l&#8217;economia non petrolifera di Abu Dhabi si attesta tra il 54 e il 56%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per le aziende italiane non si tratta di un terreno nuovo. Dentro KEZAD operano già 22 imprese italiane, 17 nella free zone, l&#8217;area con regole doganali e fiscali dedicate, e 5 nella mainland, cioè fuori dalle zone franche. Tra loro ZERO Farms, attiva nell&#8217;agricoltura verticale, e Gulf Compound Blending, joint venture con competenze italiane nella lavorazione dei polimeri. Il tour segue la missione del maggio 2025 e il memorandum firmato a gennaio da Assolombarda con ADIO a Milano; a ottobre un nuovo protocollo del Mimit ha messo al centro gli investimenti reciproci in industria, manifattura e tecnologie avanzate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri confermano un rapporto in crescita. Secondo i dati Comtrade, nel 2024 l&#8217;interscambio tra i due Paesi ha raggiunto 10,77 miliardi di dollari, il 17% in più rispetto al 2023, con 8,57 miliardi di export italiano e 2,20 di export emiratino. Anche sul fronte degli investimenti la collaborazione si sta strutturando: tra 2020 e 2024 le imprese italiane hanno investito negli Emirati circa 602 milioni di dollari e i capitali emiratini in Italia hanno raggiunto circa 178 milioni, secondo il Ministero degli Esteri di Abu Dhabi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il messaggio portato nel Nord Italia è quello di un&#8217;apertura: spazi industriali pronti, regole favorevoli e una rete istituzionale che accompagna le imprese nell&#8217;insediamento. Per chi vuole vendere nel Golfo, o produrre direttamente in loco per servire i mercati vicini, la porta di Abu Dhabi è aperta.</p>
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		<title>Usa: midterm, le bombe sull’Iran prima delle schede nelle urne</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/usa-midterm-le-bombe-sulliran-prima-delle-schede-nelle-urne/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 09:15:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ancora prima che le operazioni di voto iniziassero negli Stati Uniti – i primi seggi aprono alle 13.00 ora italiana, sulla Costa Est -, gli Stati Uniti hanno condotto “attacchi difensivi”.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ancora prima che le operazioni di voto iniziassero negli Stati Uniti – i primi seggi aprono alle 13.00 ora italiana, sulla Costa Est -, gli Stati Uniti hanno condotto “attacchi difensivi” – vuol dire che hanno colpito con missili e bombe – su obiettivi iraniani nello Stretto di Hormuz. Il presidente Usa Donald Trump aveva appena detto che non avrebbe ordinato attacchi all’Iran prima delle elezioni, ma è diffusa l&#8217;attesa che una ripresa delle ostilità su larga scala possa avvenire dopo il voto, specie in cado di sconfitta dei repubblicani: i boati delle bombe coprirebbero l&#8217;eco del tonfo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La notizia delle operazioni contro l’Iran è stata data dalla Ap nel cuore della notte – era poco prima delle 3 del mattino – ed ha particolare rilievo questa mattina sul Wall Street Journal: “Gli Stati Uniti colpiscono l’isola di Qeshm, isoletta iraniana nello Stretto di Hormuz, mentre il presidente Trump sminuisce i rischi di guerra e dice ai giornalisti, a margine del suo ultimo comizio, &#8216;sono mesi che non facciano nessuna azione militare&#8217;”. Forse, ne aveva nostalgia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il discorso di chiusura della campagna di Trump, notano sia il WSJ che il Washington Post, sorprende giornalisti, analisti e astanti, perché il presidente, al posto di parlare della guerra all’Iran o del prezzo della benzina o del costo della vita in generale, parla dei suoi progetti per Washington, cominciando da quello che è stato un totale fallimento, il restauro della Reflecting Pool ora invasa dalle alghe. Tutti progetti contestati in giustizia, dalla grande sala da ballo alla Casa Bianca all’arco di trionfo sulla riva destra del Potomac, dal riassetto di Lafayette Square di fonte alla Casa Bianca all’abbattimento di centinaia di alberi per migliorare un campo di golf poco fuori Washington. Per non parlare della ristrutturazione, bloccata, del Kennedy Center.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma veniamo alle previsioni elettorali. Il fatto nuovo, con cui apre il WP, è che ieri la Corte Suprema ha respinto, in ultima istanza, la richiesta dell’Amministrazione Trump di escludere 20 mila suffragi californiani espressi per posta per il sospetto che provengano da persone senza diritto di voto, cioè non cittadini statunitensi. In un’analisi, il giornale scrive: “Una notte terribile attende i repubblicani. E anche questo potrebbe essere un understatement”, cioè un’espressione edulcorata. L’opinione dell’analista Henry Olsen è che i democratici conquisteranno la maggioranza sia alla Camera – e questa è opinione diffusa – sia al Senato – e questo è meno sicuro -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è pure diffusa la percezione che i democratici vinceranno perché Trump ha deluso e non perché hanno un proprio messaggio convincente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giornale ha un dato che avalla, però, l’impressione di Olsen: in Michigan, dopo il colpo di scena della deputata democratica Haley Stevens che ha dato il suo endorsement al candidato repubblicano Mike Rogers, il vantaggio nei sondaggi del candidato democratico Abdul el-Sayef, un musulmano, suo suo rivale s’è ampliato e la sua campagna ha raccolto in un solo giorno 2,4 milioni di dollari, con 65 mila donatori, quasi la metà dei quali nuovi: piccole somme da tantissime persone diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la Cnn, i repubblicani sperano di sventare le previsioni di una sconfitta elettorale, tra la guerra all’Iran e il costo della vita aumentato. Il presidente Trump ha speso buona parte dell’ultimo mese cercando di ravvivare l’entusiasmo in stati rossi, cioè repubblicani, che saranno oggi decisivi, ma ha poi dedicato il suo ultimo discorso a temi che stanno a cuore a lui, ma non agli elettori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lo stesso concetto è sul New York Times: “Nel suo ultimo discorso, Trump parla di tubi d’acqua arrugginiti, prati inglesi e colonne ornamentali, mentre il Dipartimento della Giustizia è sempre più impegnato a perseguire i suoi ‘nemici’ delle presidenziali perdute nel 2020 e a cercare di interferire nel voto di midterm, agitando lo spauracchio di brogli e con il rischio di innescare ai seggi fenomeni di vigilantismo”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Axios e Politico puntano entrambi sul gioco di gettarsi la croce addosso e del trovare capri espiatori, che in campo repubblicano e alla Casa Bianca è già cominciato, “prima del solito” – titola Axios -. Politico scrive: l”Le primarie del ‘te l’avevo detto’ iniziano domani: pronti per un bagno di sangue, le battaglie peggiori dopo il midterm saranno all’interno di ogni partito”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, Fox News: “Trump mette in guardia contro un rovesciamento radicale delle sue politiche, se i democratici prendono il controllo del Congresso”. Il titolo contraddice le affermazioni di Trump, secondo cui aveva detto che, in caso di sconfitta, lui sarebbe diventato ‘Mr Veto’ e avrebbe bloccato le iniziativa democratiche. Che poi Trump accetti la sconfitta è cosa che dobbiamo ancora vedere.</p>
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		<title>Governo Israele: arabi e ultraortodossi decisivi nelle trattative</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 09:20:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A quasi una settimana dalle elezioni legislative del 27 ottobre, Israele resta alle prese con un difficile negoziato per il governo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">A quasi una settimana dalle elezioni legislative del 27 ottobre, Israele resta alle prese con un difficile negoziato per la formazione del nuovo governo. Il voto non ha consegnato una maggioranza a nessuno dei due principali schieramenti, aprendo una fase di incertezza politica nella quale potrebbero risultare decisivi i partiti arabi e quelli ultraortodossi. Da una parte Benjamin Netanyahu, intenzionato a mantenere la guida del Paese; dall&#8217;altra Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader centrista di Yashar, impegnato a costruire un&#8217;alternativa all&#8217;attuale premier. I numeri spiegano la complessità della situazione. Il blocco di Netanyahu ha conquistato 53 dei 120 seggi della Knesset, mentre quello guidato da Eisenkot si è fermato a 48. I restanti 19 seggi sono andati ai partiti arabi, che hanno ottenuto un risultato senza precedenti. Per raggiungere la maggioranza assoluta servono 61 parlamentari, una soglia che nessuno dei due schieramenti è attualmente in grado di raggiungere autonomamente. La principale novità riguarda proprio il possibile coinvolgimento delle formazioni arabe nella nascita di un governo alternativo a Netanyahu. La Joint List, che ha conquistato 11 seggi, ha espresso la propria disponibilità a collaborare con il fronte del cambiamento, pur escludendo un ingresso diretto nell&#8217;esecutivo. In un&#8217;intervista pubblicata oggi dal Guardian, Yousef Jabareen, esponente della formazione, ha parlato di un&#8217;opportunità storica per cambiare la direzione politica del Paese. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;eventuale sostegno a Eisenkot sarebbe tuttavia subordinato a impegni concreti sulle condizioni della comunità araba israeliana e su una diversa gestione della questione palestinese. Più articolata la posizione di Ra&#8217;am, il partito islamista guidato da Mansour Abbas, che dispone di otto parlamentari e ha già partecipato, nel 2021, alla coalizione che portò alla fine del precedente governo Netanyahu. Anche in questo caso è emersa una disponibilità a favorire un cambio di governo, ma non è stato ancora raggiunto alcun accordo formale. Sommando i 19 parlamentari arabi ai 48 del fronte di Eisenkot, un&#8217;eventuale alleanza disporrebbe sulla carta di 67 seggi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema principale riguarda però le divisioni interne al fronte anti-Netanyahu. Avigdor Lieberman, leader della formazione nazionalista e laica Yisrael Beytenu, ha ribadito la propria contrarietà a un governo dipendente dai voti dei partiti arabi. Lo stesso Eisenkot ha fissato condizioni precise per una possibile collaborazione, tra cui il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico, il servizio militare o civile obbligatorio e il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica. L&#8217;altro elemento al centro delle trattative è rappresentato dai partiti ultraortodossi, tradizionali alleati di Netanyahu. Shas e United Torah Judaism (UTJ) controllano complessivamente 13 seggi e potrebbero avere un ruolo determinante nella formazione del nuovo esecutivo. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa israeliana, Eisenkot starebbe valutando la possibilità di costituire un governo di minoranza attraverso una particolare combinazione parlamentare: il sostegno di una parte dei deputati di Ra&#8217;am e l&#8217;astensione degli altri parlamentari arabi e di UTJ. Una soluzione che consentirebbe, almeno teoricamente, di ottenere la fiducia senza raggiungere i 61 voti favorevoli, grazie alla maggioranza dei voti effettivamente espressi. Si tratta tuttavia di un&#8217;ipotesi ancora esplorativa, sulla quale non risultano intese definitive. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ultraortodossi mantengono infatti una posizione particolarmente rigida sulla questione delle esenzioni dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose ebraiche, uno dei temi che hanno maggiormente condizionato gli equilibri della precedente maggioranza. Proprio su questo punto emergono le principali difficoltà di un eventuale accordo con Eisenkot, che ha invece sostenuto la necessità di estendere gli obblighi di servizio militare o civile. Le indiscrezioni su una possibile apertura di UTJ non equivalgono quindi a una rottura dell&#8217;alleanza con Netanyahu, ma segnalano una fase di valutazione degli equilibri politici successivi al voto. Nel frattempo, Netanyahu continua a rivendicare la forza elettorale del proprio schieramento, che resta il più rappresentato alla Knesset. Il premier uscente potrebbe tentare di attrarre esponenti dell&#8217;opposizione o esplorare una soluzione di unità nazionale con Eisenkot, ipotesi che quest&#8217;ultimo ha finora respinto. L&#8217;attenzione si concentra ora sul 4 novembre, quando è attesa la formalizzazione dei risultati elettorali, passaggio preliminare alle consultazioni del presidente Isaac Herzog con le forze parlamentari. Il capo dello Stato dovrà individuare il candidato con maggiori possibilità di formare un governo, affidandogli un mandato iniziale di 28 giorni, prorogabile di ulteriori 14. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro appuntamento importante sarà il 10 novembre, data prevista per l&#8217;insediamento della nuova Knesset. Il fronte anti-Netanyahu punta anche a conquistare la presidenza del Parlamento, passaggio che potrebbe consentirgli di incidere sull&#8217;agenda legislativa indipendentemente dalla conclusione delle trattative per il governo. Il quadro resta dunque aperto. Eisenkot dispone sulla carta dei numeri per costruire un&#8217;alternativa, ma non ancora di una maggioranza politicamente omogenea. Netanyahu, pur non disponendo dei seggi necessari per governare autonomamente, può contare sulle profonde divergenze tra le forze che vorrebbero sostituirlo. Saranno soprattutto le scelte dei partiti arabi e ultraortodossi a determinare i prossimi sviluppi. La loro eventuale disponibilità a sostenere o semplicemente a non ostacolare un nuovo esecutivo potrebbe modificare gli equilibri parlamentari. In assenza di un&#8217;intesa, Israele rischia invece di avviarsi verso un nuovo periodo di instabilità politica, fino all&#8217;ipotesi di un ulteriore ritorno alle urne.</p>
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		<title>Israele: dopo le elezioni, un limbo politico. Netanyahu e Trump pronti ad attaccare di nuovo l&#8217;Iran</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/elezioni-israele-netanyahu-trump-iran/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 09:16:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’unica cosa chiara è che non è chiaro chi abbia vinto: mentre lo scrutinio delle schede prosegue – ci vorranno giorni per ultimarlo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/elezioni-israele-netanyahu-trump-iran/">Israele: dopo le elezioni, un limbo politico. Netanyahu e Trump pronti ad attaccare di nuovo l’Iran</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I risultati delle prime elezioni in Israele dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza piombano il Paese in un limbo politico, un’incertezza destinata a protrarsi settimane e forse mesi. E creano una situazione di accresciuto pericolo in tutto il Medio Oriente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8221;Abbiamo una possibilità storica di porre fine, con il nostro amico Trump, alla minaccia iraniana&#8221;, ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu mentre affluivano i risultati elettorali. Lui resta alla guida del governo, nelle more dei negoziati per un nuovo esecutivo, e ha il potere di rilanciare le ostilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il Wall Street Journal mette in apertura che gli Stati Uniti hanno già avvertito i Paesi del Golfo d’una possibile “breve, ma intensa ripresa della guerra all’Iran” subito dopo le elezioni di midterm, martedì 3 novembre: “Ci sono ulteriori segnali che i militari americani e israeliani si stanno preparando a una potenziale nuova ondata di attacchi con aerei e missili, per indurre con la forza Teheran a negoziare”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la conferma che siamo nel mezzo d’ una serie di elezioni – Brasile e Serbia domenica scorsa, Israele martedì 27, midterm negli Usa martedì prossimo – che ridisegnano l&#8217;influenza internazionale degli Stati Uniti e incidono sugli equilibri di potere nell&#8217;Unione e internazionali. A sorpresa, Trump perde in Brasile, dove il suo candidato Claudio Bolsonaro è sconfitto dal presidente uscente Luis Inacio Lula da Silva, un’icona planetaria della sinistra operaista; ma – sempre a sorpresa – vince, o almeno non perde, in Israele, dove gli elettori non scaricano Netanyahu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il magnate presidente si assume il merito di avere salvato ‘il soldato Bibi’. In un insolito messaggio in terza persona sul suo social Truth scrive: &#8220;Quando il presidente Trump ha dato il suo sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione è completamente cambiata. Eb ora quella che sembrava una sconfitta per un Grande Primo Ministro appare essere un&#8217;insperata rimonta che ha portato a una fase di stallo, se non a una vittoria per Netanyahu …. Tutto è successo dopo il sostegno del presidente Trump che vuole solo il bene del Medio Oriente, di Israele e degli Stati Uniti d&#8217;America&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con l’Iran, la ripresa del conflitto potrà servire a Trump ad attutire l’eco di una sconfitta al midterm. Sul fronte dell’Ucraina, il magnate presidente assicura che “la pace è vicina” – lo dice dal giorno che s’è insediato -. In Brasile, Trump lascia cadere la richiesta di Bolsonaro di invalidare le elezioni, perché, dice Politico, un braccio di ferro con Lula “minaccerebbe la fragile distensione commerciale in atto”, ma accoglie negli Stati Uniti il candidato sconfitto e la sua famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Flavio Bolsonaro, la giustizia brasiliana aveva ordinato di consegnare il passaporto, perché è indagato per corruzione. Invece, lui ha scelto di fuggire, prima in Argentina, poi negli Stati Uniti, come aveva fatto suo padre, l’ex presidente Jair Messias Bolsonaro, che era negli Usa quando scatenò la sommossa del 7 gennaio 2022, per rovesciare l’esito delle elezioni del 2021 – oggi, sconta ai domiciliari la pena inflittagli per quel complotto -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in Venezuela l’Amministrazione Trump si sta muovendo: il segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito la leader dell’opposizione, e Nobel per la Pace 2025, Maria Corina Machado, appena rientrata in patria, che “le proteste di piazza non ridaranno al Paese la democrazia”: ennesima prova dell’allineamento d&#8217;interesse tra gli Usa di Trump e il regime venezuelano &#8211; oggi impersonificato dalla presidente ad interim Nancy Rodriguez, dopo il sequestro da parte degli Usa del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie -. Una verifica della legittimazione democratica del potere non è una priorità per gli Usa di Trump: contano gli affari e il petrolio; e, su quelli, Rodriguez offre garanzie.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Israele: elezioni, nessuno ha vinto, ma Netanyahu non ha perso</strong><br>Il giorno dopo le elezioni israeliane, l’unica cosa chiara è che non è chiaro chi abbia vinto: accade spesso, col sistema di ripartizione dei seggi proporzionale (salvo la soglia del 3,25%) ed una selva di partiti in lizza. Mentre lo scrutinio delle schede prosegue – ci vorranno giorni per ultimarlo: infatti, i risultati ufficiali saranno proclamati il 4 novembre -, pare comunque acquisito che nessuno dei due schieramenti contrapposti avrà la maggioranza dei seggi della Knesset (61 su 120).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A metà scrutinio, il Likud del premier Netanyahu è in vantaggio su Yashar di Dari Eisenkot, partito d’opposizione principale. Il terzo partito più votato è Insieme dell’ex premier Naftali Bennett.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La coalizione di Netanyahu – i partiti di destra più i movimenti ultra-religiosi ortodossi – perde voti e seggi (specie il Likud, in netto calo rispetto al 2022) e può arrivare a 55 seggi. Quella di Eisenkot, un blando centro-sinistra, raccoglie una cinquantina di seggi. I seggi restanti, una quindicina, vanno agli arabo-israeliani, mai così forti nella Knesset.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Monde, che parla “della vertigine di una Knesset senza maggioranza”, rileva che “l’opposizione non è riuscita a detronizzate il Likud” e che “nessuno dei due blocchi può formare un governo”. L’affluenza alle urne è stata molto alta, quasi il 78%, la più alta dal 1999. E gli arabo-israeliani sono andati alle urne in gran numero, il che spiega il successo dei loro partiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, ci saranno settimane di trattative fra i leader politici israeliani, specie Netanyahu ed Eisenkot: il presidente della Repubblica Isaac Herzog ha 28 giorni di tempo per indicare il premier. Il fatto d’aver ottenuto la maggioranza relativa dei voti e dei seggi non garantisce l’incarico, che va a chi ha più chances di riuscire a coagulare una maggioranza a sostegno di un governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le ipotesi vanno da tentativi di formare governi di minoranza – la coalizione di centro-sinistra potrebbe cercare l’appoggio, magari esterno, di uno dei partiti arabo-israeliani – a una grande coalizione – non inedita &#8211; al ritorno alle urne (prima delle elezioni del 2022, c’era stata una fase politica molto turbolenta in Israele con cinque elezioni in pochi anni).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’ipotesi ‘grande coalizione’ c’è un’ulteriore variante: con o senza Netanyahu: se il premier facesse un passo indietro, l’accordo tra Likud, Yashar e Insieme, che non sarebbe comunque sufficiente a raggiungere i 61 seggi, sarebbe più semplice, perché il vero e forse il solo collante dell’opposizione è l’ostilità a Netanyahu. Perché questa opzione sia praticabile, bisognerà, però, riconoscere al premier che si fa da parte una via d’uscita dai processi per corruzione in corso e magari anche dalle inchieste mai avviate sulla mancata prevenzione del 7 ottobre 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente, risultati così ‘liquidi’ si interpretano a letture contrapposte. Ad esempio, la Cnn titola “nessun chiaro vincitore”, ma interpreta il voto come “una sconfessione” di Netanyahu, il cui partito perde seggi – ma resta il primo – e la cui coalizione non ha più la maggioranza nella Knesset.&nbsp; Invece, la Fox, sotto il banner “la corsa di fa più serrata”, titola che “Netanyahu guadagna terreno, dopo che Eisenkot lo invita a farsi da parte”. Lo stesso leader dell’opposizione è incoerente: dice che Israele ha votato per il cambiamento, ma il Likud ha più suffragi del suo partito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il New York Times è più articolato: “I leader rivali – titola &#8211; esibiscono toni trionfali, ma l’esito è lungi dall’essere chiaro”. Il giornale ricorda che due volte in passato Netanyahu è stato estromesso dal potere ed è poi tornato, che è in gioco anche il futuro economico – non solo quello politico – d’Israele e che i risultati pesano sui palestinesi, che però non hanno modo di dire la loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A proposito dei Palestinesi, in CisGiordania, dove Israele ha dato un giro di vite repressivo dopo l’uccisione di due militari israeliani, e nella Striscia di Gaza, l’ambasciatore Francesco Bascone scrive su Tpi: “A distanza di un anno dall’armistizio e dalla creazione del Board of Peace, l’attuazione del piano di pace in tre fasi non è decollata e la situazione umanitaria nella Striscia è catastrofica, anche se non si muore più di fame. In questo anno, i quotidiani attacchi israeliani hanno fatto circa 1400 morti (compresi 340 bambini), più che l’orrenda strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre 2023”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Washington Post ritorna sul fatto che Netanyahu voleva riprendere gli attacchi all’Iran ancor prima delle elezioni, convinto che un clima di guerra gli conveniva alle urne, ma che Trump, stavolta, l’ha stoppato, perché, invece, la riesplosione del conflitto danneggerebbe i repubblicani nelle consultazioni di martedì prossimo, dove già rischiano di perdere il controllo della Camera e forse anche quello del Senato. Ma, una volta passato il midterm, Trump non avrà più freni; e, anzi, una fiammata di guerra potrebbe fargli gioco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diplomatici e funzionari statunitensi non essenziali nell’area hanno già ricevuto l’ordine di lasciare le loro sedi, nel timore di reazioni iraniane alla ripresa degli attacchi israelo-americani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/elezioni-israele-netanyahu-trump-iran/">Israele: dopo le elezioni, un limbo politico. Netanyahu e Trump pronti ad attaccare di nuovo l&#8217;Iran</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Midterm USA, Trump al voto tra crisi interne e sfide globali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 14:06:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una settimana per decidere non soltanto il futuro del Congresso americano, ma anche gli equilibri della politica internazionale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/midterm-usa-trump-al-voto-tra-crisi-interne-e-sfide-globali/">Midterm USA, Trump al voto tra crisi interne e sfide globali</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Una settimana per decidere non soltanto il futuro del Congresso americano, ma anche gli equilibri della politica internazionale. Il 3 novembre gli Stati Uniti torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato, chiamate a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Un appuntamento che arriva in una fase delicata per Donald Trump, alle prese con il rallentamento della fiducia degli americani nell&#8217;economia, le conseguenze della guerra con l&#8217;Iran e un quadro geopolitico in rapida trasformazione. A rendere ancora più significativo il voto sono i risultati delle elezioni appena concluse in Brasile e Serbia e quelle in programma oggi in Israele, tre passaggi destinati a incidere sui rapporti di Washington con America Latina, Europa e Medio Oriente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I repubblicani controllano attualmente entrambe le camere del Congresso, ma i margini sono ristretti. Alla Camera sono sufficienti pochi collegi per modificare gli equilibri parlamentari, mentre al Senato i democratici devono conquistare quattro seggi aggiuntivi per raggiungere la maggioranza. La distinzione è decisiva: anche qualora i repubblicani perdessero una o entrambe le camere, Trump manterrebbe la presidenza fino al gennaio 2029, ma potrebbe ritrovarsi con un Congresso meno disponibile ad approvare le sue iniziative legislative e più determinato a esercitare poteri di controllo sull&#8217;amministrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il clima politico non appare favorevole alla Casa Bianca. Secondo l&#8217;ultimo sondaggio Reuters/Ipsos, concluso il 26 ottobre, il gradimento di Trump si attesta al 32%, mentre nelle intenzioni di voto per il Congresso i democratici raccolgono il 47% contro il 36% dei repubblicani tra gli elettori registrati. Il divario si riduce a nove punti considerando l&#8217;orientamento degli indecisi. Numeri che restituiscono un vantaggio nazionale democratico, ma che non possono essere tradotti automaticamente in seggi: il sistema americano premia la distribuzione territoriale del consenso e rende determinanti anche oscillazioni limitate in singoli collegi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come osserva Reuters nelle sue analisi preelettorali, la geografia politica resta fondamentale. Alla Camera soltanto una quarantina di collegi presenta una competizione sufficientemente aperta da risultare decisiva per gli equilibri complessivi, mentre al Senato il confronto si concentra soprattutto in un gruppo ristretto di Stati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Maine rappresenta una delle sfide più interessanti. La repubblicana Susan Collins difende il proprio seggio in uno Stato che nel 2024 ha votato per la candidata democratica alle presidenziali. In North Carolina, invece, il confronto vede protagonisti l&#8217;ex governatore democratico Roy Cooper e il repubblicano Michael Whatley. Due competizioni nelle quali il risultato potrebbe dipendere dalla capacità dei candidati di intercettare elettori moderati e indipendenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolarmente significativa è anche la sfida in Ohio, dove l&#8217;ex senatore democratico Sherrod Brown tenta di riconquistare un seggio contro il repubblicano Jon Husted. È uno Stato che permette di misurare il peso delle promesse di rilancio manifatturiero, della protezione commerciale e della condizione economica delle famiglie operaie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Michigan e Georgia presentano un&#8217;altra dinamica: qui sono i democratici a dover difendere posizioni importanti. Nel primo caso il confronto tra Abdul El-Sayed e Mike Rogers si svolge in uno dei principali centri dell&#8217;industria automobilistica americana, dove dazi, transizione tecnologica e competitività produttiva incidono direttamente sull&#8217;occupazione. In Georgia, invece, il senatore democratico Jon Ossoff deve confrontarsi con il repubblicano Mike Collins in uno Stato che continua a riflettere le trasformazioni demografiche e politiche del Sud.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche Texas e Alaska meritano attenzione. Il Texas rappresenta un osservatorio privilegiato sui rapporti tra energia, immigrazione e politica industriale; l&#8217;Alaska aggiunge al confronto le questioni legate alle risorse naturali, alla sicurezza e all&#8217;importanza strategica dell&#8217;Artico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma più dei singoli candidati, a orientare la campagna è una questione che attraversa quasi tutti gli Stati: il costo della vita. Il sondaggio Reuters/Ipsos indica che il 73% degli americani ritiene che la situazione stia evolvendo nella direzione sbagliata. Un&#8217;altra rilevazione ABC News-Washington Post-Ipsos, diffusa il 20 ottobre, assegna ai democratici un vantaggio nella fiducia degli intervistati sulla gestione dell&#8217;economia e soprattutto del potere d&#8217;acquisto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un dato particolarmente delicato per Trump, che ha costruito una parte centrale della propria offerta politica sulla promessa di proteggere i lavoratori americani, rilanciare la manifattura e rafforzare la capacità economica degli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dazi e protezionismo, tuttavia, sono diventati anche terreno di scontro sugli effetti per i consumatori. Se da una parte l&#8217;amministrazione rivendica la difesa delle imprese nazionali dalla concorrenza estera, dall&#8217;altra i democratici contestano l&#8217;aumento dei costi di importazione e le ricadute sui prezzi finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema si intreccia con quello energetico. La guerra con l&#8217;Iran ha contribuito ad alimentare tensioni sui mercati petroliferi e preoccupazioni per il prezzo della benzina. Reuters ha evidenziato come l&#8217;aumento dei costi energetici abbia trasformato un dossier di politica estera in una questione di politica interna, con conseguenze dirette sul giudizio degli elettori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immigrazione e sicurezza restano invece argomenti sui quali i repubblicani cercano di mobilitare la propria base, rivendicando il rafforzamento dei controlli alle frontiere e una linea più restrittiva sugli ingressi irregolari. I democratici insistono sulle garanzie costituzionali e sulle conseguenze sociali dei provvedimenti dell&#8217;amministrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Financial Times, nelle sue analisi sul clima economico americano, ha posto particolare attenzione alla distanza tra gli indicatori macroeconomici e la percezione concreta delle famiglie. È proprio questa frattura, tra risultati rivendicati dalla politica e condizioni economiche vissute dagli elettori, a costituire uno degli elementi centrali della competizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le elezioni del 3 novembre arrivano però anche dopo due risultati internazionali che modificano il quadro nel quale la Casa Bianca dovrà operare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Brasile, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato il 25 ottobre un quarto mandato, sconfiggendo al ballottaggio Flávio Bolsonaro, figlio dell&#8217;ex presidente Jair Bolsonaro. Una vittoria arrivata contro le aspettative di parte dei mercati finanziari e che ha provocato una brusca reazione della Borsa brasiliana e del real.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato assume un significato geopolitico evidente. La permanenza di Lula priva Trump della possibilità di rafforzare il rapporto con un governo brasiliano politicamente più vicino alla sua amministrazione. Il presidente americano ha contestato pubblicamente le modalità del voto, senza presentare prove di irregolarità, mentre il Partito Liberale brasiliano ha riconosciuto i risultati ufficiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile resterà quindi guidato da un presidente impegnato a preservare una politica estera autonoma, mantenendo relazioni con Washington ma anche con Pechino e con gli altri partner dei BRICS. Per gli Stati Uniti significa dover negoziare con un interlocutore che non condivide necessariamente le priorità americane su commercio, sicurezza e organizzazione degli equilibri globali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vittoria di Lula non comporta automaticamente un deterioramento delle relazioni bilaterali, ma rafforza l&#8217;importanza di una diplomazia pragmatica. Brasile e Stati Uniti conservano infatti interessi comuni negli investimenti, nell&#8217;energia, nell&#8217;agricoltura e nella sicurezza regionale. Il punto di attrito potrebbe riguardare soprattutto la competizione con la Cina e il tentativo di Washington di limitare l&#8217;influenza di Pechino in America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro risultato destinato ad avere conseguenze diplomatiche arriva dalla Serbia, dove il 25 ottobre Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta del proprio schieramento nelle elezioni parlamentari anticipate, vinte dal movimento sostenuto dagli studenti. Con quasi il 99% dei voti scrutinati, la lista studentesca aveva raggiunto il 52,7%, conquistando una maggioranza parlamentare autonoma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il voto segna una discontinuità nella politica serba dopo anni di predominio di Vučić e apre interrogativi sull&#8217;orientamento internazionale di Belgrado. Il nuovo quadro potrebbe favorire un riavvicinamento alle istituzioni europee e una revisione dei rapporti con Mosca, anche se le scelte del futuro governo restano da definire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Washington, la Serbia rappresenta un Paese strategico nell&#8217;equilibrio dei Balcani occidentali. La questione del Kosovo, l&#8217;influenza russa, gli investimenti cinesi e la sicurezza regionale costituiscono dossier sui quali gli Stati Uniti mantengono un interesse diretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Reuters ha sottolineato come la sconfitta di Vučić sia stata accolta con preoccupazione a Mosca, che perde un interlocutore importante in un&#8217;area dove continua a esercitare influenza politica ed energetica. Per la Casa Bianca il cambiamento potrebbe aprire nuovi spazi diplomatici, ma anche richiedere una gestione più attenta della transizione politica serba. Un eventuale orientamento maggiormente europeista di Belgrado non significherebbe automaticamente un allineamento a tutte le posizioni americane, soprattutto sul Kosovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo appuntamento è quello israeliano. Oggi, 27 ottobre, gli elettori sono chiamati a rinnovare la Knesset e a decidere indirettamente il futuro politico di Benjamin Netanyahu, dopo una legislatura segnata dalla guerra a Gaza, dallo scontro con l&#8217;Iran e dalle profonde divisioni interne alla società israeliana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ultimi sondaggi indicano una competizione aperta e possibili difficoltà nella formazione di una maggioranza parlamentare. In Israele, infatti, la questione decisiva non è soltanto quale partito ottenga più voti, ma quale leader riesca a costruire una coalizione di almeno 61 deputati sui 120 della Knesset.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una riconferma di Netanyahu potrebbe favorire una maggiore continuità nei rapporti con l&#8217;amministrazione Trump, soprattutto sulla sicurezza regionale, sul contenimento dell&#8217;Iran e sull&#8217;impostazione delle relazioni con i Paesi arabi. Resterebbero comunque possibili divergenze sui tempi e sulle modalità di gestione dei conflitti e sul futuro dei territori palestinesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un cambio di governo a Gerusalemme, invece, potrebbe modificare il linguaggio diplomatico e le priorità negoziali di Israele, aprendo nuove possibilità nei rapporti con gli Stati Uniti e con alcuni partner europei. Non significherebbe necessariamente un cambiamento radicale delle politiche di sicurezza: su Iran, ostaggi e minacce regionali esistono orientamenti condivisi da una parte significativa dello schieramento politico israeliano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera differenza potrebbe emergere nella gestione della questione palestinese, nei rapporti con l&#8217;Autorità nazionale palestinese e nel peso attribuito alla diplomazia rispetto all&#8217;azione militare. Molto dipenderà, tuttavia, dalla composizione dell&#8217;eventuale nuova coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Trump, il risultato israeliano arriverà a pochi giorni dal voto americano e potrebbe incidere anche sulla narrazione politica della Casa Bianca. Una riconferma di Netanyahu consoliderebbe una relazione personale e politica già strutturata; un&#8217;alternanza imporrebbe invece all&#8217;amministrazione di costruire un nuovo equilibrio con uno degli alleati strategici più importanti degli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che i tre appuntamenti internazionali consegnano a Washington scenari differenti. In Brasile viene confermata una leadership politicamente distante da Trump, in Serbia si apre una fase di cambiamento dopo la sconfitta di un interlocutore consolidato, mentre in Israele resta da chiarire se prevarrà la continuità o l&#8217;alternanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo contesto che gli americani decideranno la composizione del prossimo Congresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;eventuale maggioranza democratica alla Camera potrebbe rafforzare il controllo parlamentare sull&#8217;amministrazione e rendere più difficili nuove iniziative legislative, soprattutto in materia fiscale e di spesa pubblica. Se i democratici conquistassero anche il Senato, cambierebbero inoltre gli equilibri sulle nomine presidenziali e sulle autorizzazioni di bilancio. La conduzione della politica estera rimarrebbe comunque in larga misura nelle mani del presidente, che conserva poteri significativi in materia diplomatica, commerciale e militare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al contrario, la permanenza di entrambe le camere sotto controllo repubblicano garantirebbe alla Casa Bianca una maggiore continuità parlamentare, pur senza eliminare le possibili divisioni interne al partito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l&#8217;Europa, e in particolare per l&#8217;Italia, il voto del 3 novembre interessa direttamente la politica dei dazi, i rapporti con la NATO, il sostegno all&#8217;Ucraina e la sicurezza energetica. Un Congresso politicamente diverso potrebbe diventare un interlocutore più autonomo rispetto alla Casa Bianca, ma non cancellerebbe le trasformazioni già avvenute nella politica estera americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le elezioni di metà mandato, tradizionalmente considerate un referendum politico sul presidente in carica, assumono dunque questa volta una dimensione più ampia. Non decideranno soltanto quanto potere legislativo resterà a Donald Trump nei prossimi due anni, ma anche il margine di manovra della sua amministrazione in un mondo nel quale Brasile, Serbia e Israele stanno ridefinendo, ciascuno a modo proprio, i propri equilibri politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 3 novembre gli americani voteranno soprattutto pensando al prezzo della benzina, al costo delle abitazioni, al lavoro e alla sicurezza. Ma dal risultato delle urne dipenderà anche la capacità di Washington di affrontare una fase internazionale nella quale alleanze, rapporti commerciali e leadership regionali sono sempre meno prevedibili. E proprio questa distanza tra le preoccupazioni quotidiane degli elettori e la portata globale delle loro scelte rende le midterm del 2026 un passaggio particolarmente significativo per la politica americana e per il resto del mondo.</p>
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		<title>Israele: elezioni, Netanyahu punta sulle minacce alla sicurezza del Paese per evitare la sconfitta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 09:25:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle ultime battute della campagna elettorale per le politiche di domani, Israele ripiomba in clima di guerra.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nelle ultime battute della campagna elettorale per le politiche di domani, Israele ripiomba in clima di guerra: il premier Benjamin Netaniahu, convinto che la percezione di una minaccia alla sicurezza del Paese giochi a suo vantaggio, alza il livello del confronto con i palestinesi in CisGiordania e lancia manovre militari su larga scala per richiamare i rischi che vengono dall’Iran e dagli alleati dell’Iran nella Regione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, Israele ha chiuso i valichi con la CisGiordania, il giorno dopo che due soldati israeliani erano stati uccisi a Hebron da palestinesi armati. La decisione è parte di una stretta nei Territori, teatro d’un aspro confronto fra coloni e palestinesi, e specialmente a Hebron, dove decine di abitazioni sono state demolite e centinaia di persone evacuate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo il 7 ottobre 2023, cioè dopo i raid terroristici di Hamas in territorio israeliano, che fecero circa 1200 vittime, il governo Netanyahu ha ridisegnato la presenza israeliana in CisGiordania, espandendo la presenza dell’esercito e lasciano impuniti gli eccessi dei coloni. Le tensioni restano letali anche nella Striscia di Gaza, dove la reazione israeliana al 7 ottobre ha fatto circa 78 mila vittime</p>



<p class="wp-block-paragraph">Netanyahu avrebbe anche voluto riprendere le ostilità contro l’Iran, ma il suo sodale Donald Trump, questa volta, lo ha stoppato: i loro interessi elettorali divergono. A otto giorni dal voto di midterm negli Stati Uniti, Trump deve mettere la sordina alla guerra all’Iran, che non è popolare: racconta d’averla già vinta, e che la pace in Ucraina è vicina, anche se i prezzi dei carburanti alla pompa narrano un’altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domani, martedì 27 ottobre,quasi 7.332.000 cittadini israeliani sono chiamati al voto per rinnovare la Knesset, il Parlamento, che ha 120 seggi. Il sistema elettorale è un proporzionale puro, con soglia al 3,25%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ la prima consultazione elettorale dopo il 7 ottobre 2023 e dopo i sanguinosi conflitti che ne sono scaturiti, a Gaza, nel Sud del Libano, con l’Iran. La consultazione ha i contorni di un vero e proprio referendum sulla figura di Netanyahu, il premier uscente, 76 anni, da almeno trenta protagonista sulla scena politica israeliana, al potere per quasi venti in diverse fasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Netanyahu, è forse il momento più critico e divisivo della sua lunga parabola politica. Il leader del Likud – partito di maggioranza relativa nell’attuale Knessett – arriva al voto contestato: i cortei di protesta contro di lui si sono succeduti nelle ultime settimane. Su di lui pendono dal 2020 accuse di corruzione e frode, al cui processo cerca di sottrarsi; e c’è un mandato di cattura per il genocidio di Gaza emesso dalla corte penale internazionale. Inoltre, non sono ancora state chiarite le colpe sue e/o altrui nella mancata prevenzione degli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Netanyahu, però, non parte battuto. A guidare la forza d’opposizione al premier cui i sondaggi attribuiscono più forza è l&#8217;ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, 66 anni: Yashar è un partito moderato conservatore fondato nel settembre 2025. Eisenkot vuole istituire una commissione d&#8217;inchiesta statale sul 7 ottobre e introdurre la leva obbligatoria per tutti, cioè anche per gli studenti delle scuole religiose – un tema molto controverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Yashar contende al Likud la maggioranza relativa: potrebbe ottenere 21/23 seggi, contro 19/21. Eisenkot supera Netanyahu anche nel gradimento personale: 48% contro 41%. Pur costituendo un&#8217;alternativa di sobrietà istituzionale, l’ex capo di Stato Maggiore porta avanti, su sicurezza e difesa, una linea di sostanziale continuità rispetto all’attuale premier.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;opposizione conta sull&#8217;alleanza di Yashar con B’Yachad (‘Insieme’), guidata dagli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid (accreditata nei sondaggi di 13/14 seggi), e con i Democratici che, più a sinistra, fanno capo a Yair Golan (8/10 seggi). Si è ritirato in extremis l&#8217;ex ministro della Difesa Benny Gantz, il cui partito rischiava di rimanere sotto la soglia di sbarramento del 3,25%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, anche nella migliore delle ipotesi, il blocco anti-Netanyahu pare destinato a restare al di sotto della soglia dei 61 seggi necessari per governare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Likud del premier, pur in contrazione dagli attuali 32 seggi a 19/21, potrà contare sull’alleanza con i due partiti dall&#8217;ala della destra messianica e nazionalista guidati uno dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e l’altro da quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Ma anche il blocco di destra e religioso non va oltre i 50/51 seggi complessivi, ben distante dalla maggioranza di 61.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo quadro di forte frammentazione e con il 30% di elettori ancora incerti, un ruolo decisivo potrebbe essere giocato dai due partiti della minoranza arabo-israeliana: i sondaggi attribuiscono loro 14 seggi in tutto, divisi tra quelli della Lista Unita – aperta a una collaborazione di governo &#8211; e gli islamisti moderati di Ra’am.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eisenkot esclude, però, alleanze strutturali con la rappresentanza araba. E dunque il raggiungimento di quota 61 seggi appare problematico per tutti. Tra le opzioni sul tavolo dopo la chiusura dei seggi &#8211; prevista per le 22 locali (le 21 in Italia) &#8211; vi sono lunghe trattative per una grande coalizione d’unità nazionale tra Likud e Yashar, oppure un governo di transizione guidato da Netanyahu o, ancora, in caso di stallo prolungato, il ritorno alle urne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente Isaac Herzog avrà 28 giorni per conferire l&#8217;incarico. All’andamento delle consultazioni non sarà estraneo l&#8217;esito delle elezioni statunitensi di midterm del 7 novembre: un indebolimento di Donald Trump indebolirebbe la posizione di Netanyahu al tavolo dei negoziati.</p>
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		<title>Guerre ed elezioni: lo strabismo sull&#8217;Iran di Trump e Netanyahu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 12:35:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le guerre in Medio Oriente e in Ucraina sono ormai intrecciate indissolubilmente con le campagne per le elezioni israeliane di martedì prossimo e di midterm negli Usa del 3 novembre.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/guerre-ed-elezioni-lo-strabismo-sulliran-di-trump-e-netanyahu/">Guerre ed elezioni: lo strabismo sull’Iran di Trump e Netanyahu</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le guerre in Medio Oriente e in Ucraina sono ormai intrecciate indissolubilmente con le campagne per le elezioni israeliane di martedì prossimo e di midterm negli Usa del 3 novembre. Le mosse del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente Usa Donald Trump hanno spesso valenze più elettorali che diplomatiche; e, proprio per questo, appaiono divergenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Netanyahu voleva riprendere le ostilità contro l&#8217;Iran prima del voto, convinto che il clima di guerra giochi a suo favore, e continua a cavalcare il tema della sicurezza: ha appena ordinato che l&#8217;esercito chiuda gli accessi alla CisGiordania e disponga un cordone intorno alla città di Hebron, dopo che i militari israeliani hanno ucciso due palestinesi armati e sventato “un attacco terroristico” che ha fatto diversi feriti in territorio palestinese – le informazioni in merito sono ancora frammentarie -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump, invece, sa che la guerra gli gioca contro. E, allora, cerca di attenuarne gli effetti sulla borsa degli elettori statunitensi, salvo già programmare una ripresa dei bombardamenti sull&#8217;Iran subito dopo il voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dell&#8217;Ucraina, in un&#8217;intervista alla Cnn il presidente ucraino Volodymyr Zelensky assicura – senza risultare del tutto credibile – che tra lui e Trump “non c&#8217;è nulla di personale”, dopo che molte fonti hanno attribuito alla mancanza di feeling tra i due – l&#8217;espressione è molto edulcorata – e in particolare all&#8217;insofferenza di Trump verso Zelensky alcune recenti decisioni Usa pro-Russia e, quindi, anti-Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zelensky, nell&#8217;intervista, ripete che alleggerire la pressione su Mosca rafforza il leader russo Vladimir Putin e, quindi, allontana la pace. Putin, dal canto suo, in un&#8217;intervista largamente ripresa dalla Tass, nega che la Russia si prepari ad attaccare l&#8217;Europa e accusa di “schizofrenia” i leader dell&#8217;Ue che lo temono. Quanto ai colloqui a tre – Russia, Ucraina e Usa -, che dovrebbero riprendere a novembre, Putin li vede finalizzati a definire un quadro di sicurezza valido per Mosca e per Kiev dopo la guerra; e nega di pretendere da Zelensky concessione territoriale perché – sostiene – i russi vogliono solo riprendersi territori che sono storicamente loro e i cui cittadini hanno già espresso, in un referendum, la volontà di annettersi alla Russia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il New York Times, c&#8217;è voluta una telefonata di Trump a Elon Musk, il proprietario di Starlink, per levare le limitazioni poste all&#8217;uso militare della rete satellitare da parte ucraina – limitazioni che, secondo Zelensky, ancora in parte sussistono -. La telefonata è stata fatta dopo che gli ucraini avevano denunciato che le limitazioni all&#8217;uso della rete nella guida dei droni e nella difesa aerea li avevano resi ciechi al momento d&#8217;intercettare missili e droni russi, rendendo alcuni attacchi russi particolarmente letali e devastanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Musk, che ha recentemente espresso opinioni molto negative su Zelensky e l&#8217;Ucraina, potrebbe diventare bersaglio di ritorsioni politiche, dopo il voto di midterm, se i democratici conquistassero la maggioranza sia alla Camera che al Senato: il Washington Post scrive, oggi, che “i repubblicani si preparano a subire perdite e Musk si prepara ad affrontare una guerra”, se ciò dovesse avvenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Politico, nell&#8217;edizione europea, scrive che il 27 dell&#8217;Ue stanno cercando un negoziatore sull&#8217;Ucraina, cioè qualcuno che riesca a fare quello che i dioscuri negoziatori Usa Steve Witkoff e Jared Kushner fanno, parlare drettamente con Putin. Un problema è scegliere la persona giusta; ma un problema ancora più grande è che Putin – e pure Trump – vogliano poi incontrarla, parlarle, prestarle ascolto: finora. I due son o perfettamente allineati sul tenere l&#8217;Europa fuori dai giochi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sui fronti mediorientali, il Wall Street Journal titola che l&#8217;Iran “minaccia di allargare gli obiettivi economici e civili delle sue risposte”, se gli Stati Uniti riprenderanno i loro attacchi dopo le elezioni di midterm – un&#8217;opzione più volte evocata da Trump -. Secondo il quotisiano economico, Teheran mantiene consistenti arsenali di missili e droni e Washington, preoccupata, sta cercando di spostare il proprio personale diplomatico e civile fuori dalla loro portata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;articolo del WSJ va letto in parallelo a uno del WP che dà eco a dichiarazioni di Netanyahu, secondo cui Usa e Israele devono rovesciare il regime iraniano: lui e Trump – ha detto Netanyahu – sono pronti a finire il lavoro, perché l&#8217;Iran costituisce “una minaccia esistenziale”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le fonti israeliane hanno però smentito le notizie, circolate nei giorni scorsi, di pressioni su Trump per una ripresa degli attacchi prima del doppio appuntamento elettorale. Negli Usa, il voto arabo e quello ebreo rischiano di avere notevole influenza: gli ebrei americani sono divisi su Trump; invece, gli arabo-americani, che sono circa l&#8217;1% della popolazione e che nel 2024 avevano in maggioranza votato Trump, sono ora orientati quasi al 60% a votare democratico, in conseguenza dell&#8217;aggressione all&#8217;Iran e del sostegno a Israele.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Washington Post segnala che molti più elettori democratici del solito hanno scelto, quest&#8217;anno, d&#8217;andare a votare di persona, e di non farlo per posta, perché temono che Trump possa ancora cercare di limitare o di contestare la validità delle schede spedite. La Corte Suprema ha bloccato manovre in tal senso dell&#8217;Amministrazione Trump, ma gli elettori restano diffidenti; e fanno bene, perché il magnate presidente ha già dimostrato di non sapere digerire le sconfitte.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/guerre-ed-elezioni-lo-strabismo-sulliran-di-trump-e-netanyahu/">Guerre ed elezioni: lo strabismo sull&#8217;Iran di Trump e Netanyahu</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Guerre, il punto: venti di bombe sull’Iran, brezze di pace sull’Ucraina</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/guerre-pace-ucraina-bombe-iran/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 08:53:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Soffiano più venti di guerra in Medio Oriente che brezze di pace sull’Ucraina. Ma va detto che l’attenzione mediatica, almeno negli Stati Uniti, è sempre più puntata sulle elezioni di midterm del 3 novembre.</p>
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<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td>Soffiano più venti di guerra in Medio Oriente che brezze di pace sull’Ucraina. Ma va detto che l’attenzione mediatica, almeno negli Stati Uniti, è sempre più puntata sulle elezioni di midterm del 3 novembre: l’impressione è che, prima di allora, non ci saranno svolte sui fronti di conflitto aperti.   L’Ap ha ieri dato con una breaking news la notizia che il presidente russo Vladimir Putin, nell’incontro con gli emissari statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, ha dato il suo accordo per riprendere, il mese prossimo, i colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Usa, una formula già adottata in passato senza risultati tangibili, a parte scambi di prigionieri. L’Europa sarebbe, ancora una volta, esclusa.   Nel dare l’annuncio, l’Ap aveva, però, segnalato che Russia e Ucraina sono ancora ben lontane dall’ipotesi di un accordo di pace: i loro eserciti continuano a combattersi lungo la linea del fronte e le notti sono sempre segnate da attacchi incrociati con missili e droni, sovente letali per i civili.   Un messaggio un po’ più ottimista sembra venire dal Cremlino – “si va verso la fine della guerra” -, ma solo perché, spiega la Cnn, “dove Trump vede un accordo, cioè un affare, il presidente russo Vladimir Putin vede una vittoria per la Russia”: l’intesa sul diesel, la sospensione delle sanzioni in atto e lo stop all’entrata in vigore delle nuove “sono tutti segnali – scrive la tv ‘all news’ &#8211; che la sua strategia nei confronti degli Stati Uniti sta funzionando”.   Oltre agli emissari statunitensi, che ad Oslo, martedì, avevano visto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ieri Putin, a San Pietroburgo, ha incontrato il premier cinese Li Qiang. <br><br>Segnali di guerra chiari vengono, invece, dal Medio Oriente. Il New York Times, largamente rilanciato dai media israeliani, apre con la notizia che Stati Uniti e Israele stanno elaborando nuovi piani per attaccare l’Iran dopo le rispettive elezioni (in Israele si vota martedì 27 ottobre, negli Usa martedì 3 novembre), Ma il giornale avverte che la ripresa delle ostilità “potrebbe non avere più successo della prima fase” e segnala che il presidente Usa Donald Trump ha già cancellato più volte piani per un ritorno alla guerra guerreggiata.   Sempre sul fronte iraniano, il Wall Street Journal sottolinea le difficoltà in cui versa l’Iran, la cui flotta di petroliere ombra sarebbe rimasta a secco di greggio dopo mesi di blocco dei porti iraniani da parte della US Navy: Teheran aveva milioni di barili su petroliere in acque asiatiche, che gli hanno a lungo garantito un flusso di denaro consistente. Ma ora quella fonte di risorse fresche s’è inaridita.   E siccome le guerre non finiscono mai, il Pentagono – rivela il Washington Post in apertura – lavora alla creazione dui una rete di spie sotto copertura per contrastare la Cina sui terreni dell’economia e della tecnologia: “Lo spionaggio economico è la nuova priorità del Dipartimento della Difesa. Ma il Pentagono non ha una grossa esperienza nello spionaggio”, attività tradizionalmente di competenza della Cia.<br><br><strong>Veniamo al voto di midterm.</strong></td></tr></tbody></table></figure>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td>Axios sostiene che “il ‘muro rosso’ è caduto” – rosso è il colore dei repubblicani – e scrive che “il nemico è dentro le mura”, cioè che i democratici stanno facendo breccia, nei sondaggi, persino in Stati ritenuti ‘santuari’ conservatori: in Kansas, che non ha un senatore democratico da 94 anni; in Mississippi, da 44 anni; e in South Caroliana, da 28, le corse paiono ora aperte. Dunque, i repubblicani cercano di tamponare le falle spendendo soldi dove mai avrebbero pensato di doverlo fare, nel tentativo di salvaguardare la maggioranza almeno al Senato. &nbsp; Ogni giorno, c’è un nuovo sondaggio, Oggi è il turno del New York Times, secondo cui il 52% di quanti si recheranno probabilmente alle urne o lo hanno già fatto – negli Usa, si può votare in anticipo, per posta o in seggi ad hoc -intende votare democratico e il 41% repubblicano, con un margine di errore di due punti. E il tasso di approvazione del presidente Donald Trump cala al minimo anche per questo rilevamento. &nbsp; E’ significativo che l’autorità di controllo delle televisioni, guidata da un ultra ‘trumpiano’, Brendan Carr, abbia messo in guardia le emittenti dal diffondere ‘fake polls’: ennesima forma d’intimidazione dei media operata dall’Amministrazione Trump. &nbsp; &nbsp; <strong>&nbsp;</strong> &nbsp;</td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Guerre: gli sviluppi s&#8217;intrecciano con l&#8217;approccio alle elezioni in Usa e Israele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 07:37:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli sviluppi delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente sono ormai intrecciati con l'avvicinamento alle elezioni politiche in Israele e Usa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/guerre-gli-sviluppi-sintrecciano-con-lapproccio-alle-elezioni-in-usa-e-israele/">Guerre: gli sviluppi s’intrecciano con l’approccio alle elezioni in Usa e Israele</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Gli sviluppi delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente sono ormai intrecciati con l&#8217;avvicinamento alle elezioni politiche in Israele (fra una settimana, martedì 27 ottobre) e negli Stati Uniti (il voto sarà fra due settimane, il 3 novembre). Le mosse militari e diplomatiche sui fronti di conflitto aperti condizionano quelle politiche dei vari leader coinvolti &#8211; e ne sono a loro volta condizionate -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante la malattia, il più attivo per la pace resta Papa Leone XIV, che, dopo avere sentito durante il ricovero al Gemelli il presidente russo Vladimir Putin, ha avuto, di ritorno in Vaticano, una conversazione telefonica con il presidente ucraino Vladimir Zelensky: al centro dei suoi sforzi, la crisi umanitaria nella città di Oleshky.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La priorità del presidente Usa Donald Trump è fare scendere i prezzi dei carburanti alla pompa nell&#8217;Unione, anche se ciò &#8211; talora &#8211; significa smentire se stesso e il Congresso: allentare le sanzioni alla Russia e bloccare le nuove da lui avallate; prendersela con l’Ucraina che continua a bombardare le raffinerie russe; acquisire una parte delle riserve di petrolio venezuelane e spingere i Paesi del G7 a sbloccare una parte delle proprie riserve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte misure che stanno avendo un impatto limitato, perché la causa dell’aumento dei prezzi è senza ombra di dubbio l&#8217;aggressione israelo-americana all&#8217;Iran: fronte su cui Trump non fa più nulla – almeno per ora e viene da pensare per fortuna -, salvo minacciare di riprendere i bombardamenti dopo il voto di midterm e lasciare l&#8217;Arabia saudita a fronteggiare da sola la minaccia degli Huthi, ribelli yemeniti sciiti filo-iraniani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E prende corpo l’ipotesi, che ieri pareva un ‘ballon d&#8217;essai’ lanciato attraverso il Wall Street Journal, di un vertice a tre sull’Ucraina, e non solo, tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping . senza l’ucraino Zelensky. “La Russia propone un vertice trilaterale, che non è stato ancora deciso – rileva il Washington Post – e che aggraverebbe le tensioni tra Washington e Kiev”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul tema del vertice a tre torna, ovviamente, il WSJ, secondo cui Trump sarebbe aperto all’incontro con Putin e Xi e sarebbe pronto a parlare con loro di denuclearizzazione, cioè di regolamentazione ed eventualmente di riduzione degli arsenali atomici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il New York Times, la spinta di Trump a fare accordi con la Russia deriva dalla sua frustrazione nei confronti dell’Ucraina, che non rispetta le sue priorità e i suoi annunci. I passi fatti recentemente dal magnate presidente “riflettono il suo crescente desiderio di normalizzare le relazioni con Mosca anche se ciò significa indebolire ulteriormente quelle con Kiev”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei modi in cui questo avviene è evidenziato dal Washington Post: “L’Amministrazione Trump trattiene le batterie Patriot destinate all’Ucraina&#8230; I ritardi nell’approvazione del trasferimento all’Ucraina di sistemi anti-missile da Paesi europei Nato alleati degli Usa sancisce il peggioramento della rottura tra Trump e Zelensky”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la Cnn, le relazioni fra Usa e Ucraina vanno peggiorando per la mancanza di sfiducia reciproca tra Trump e Zelensky: “Il rapporto è già logorato dal rallentamento della condivisione dei dati d’intelligence, dalle decisioni sulle sanzioni alla Russia, dagli attacchi ucraini a raffinerie russe…”. E mentre Kiev si chiede se potrà ancora usufruire della rete di Starlink, Mosca sta già sviluppando tecnologie per annullare il vantaggio per l’Ucraina di disporre della rete satellitare di Elon Musk.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Politico lega gli sviluppi della posizione di Trump sull’Ucraina al voto di midterm e scrive che deputati e senatori repubblicani cercano “di salvare l’Ucraina da Trump” e, contestualmente, provano “a salvare il loro seggio prendendo le distanze” dal magnate presidente, ormai al minimo della popolarità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’altro quadrante dell’attualità internazionale, il Medio Oriente, il Wall Street Journal rileva che il vice-presidente JD Vance – contrariamente a Trump &#8211; non dà il suo endorsement a Netanyahu. Il premier israeliano ha incontrato il segretario alla Guerra Usa Pete Hegseth, che ha fatto una visita non annunciata in Israele.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fra le mosse diplomatiche, c’è pure la visita in Iran del ministro degli Esteri russo Serguiei Lavrov. Fra le mosse militari, ha rilievo l’attacco degli Huthi contro il campo al-Alam delle forze regolari yemenite nella provincia meridionale di Shabwa, che ha fatto almeno venti vittime e decine di feriti.</p>
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		<title>Ue, mercato elettricità: negoziati in corso per la partecipazione di Londra</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/ue-mercato-elettricita-negoziati-partecipazione-londra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 10:29:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 30 marzo 2026 quando il Consiglio europeo ha formalmente autorizzato la Commissione ad avviare negoziati con il Regno Unito su due accordi relativi alla partecipazione di quest'ultimo al mercato interno dell'energia elettrica dell'UE e a un adeguato contributo finanziario.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Il nostro obiettivo è concludere, in vista del vertice Ue-Uk, i negoziati su un’area comune in materia sanitaria e fitosanitaria, sul collegamento dei nostri sistemi di scambio delle quote di emissione e sull’istituzione di un programma di mobilità ed esperienza per i giovani, considerandoli come un pacchetto unitario.<strong> Sono inoltre iniziati i negoziati su accordi relativi alla partecipazione del Regno Unito al mercato interno dell’elettricità</strong> dell’Ue e su un adeguato contributo finanziario britannico volto a ridurre le disparità economiche, sociali e territoriali tra le regioni dell’Unione&#8221;. Lo ha detto <strong>Maros Sefcovic</strong>, commissario per il Commercio e la sicurezza economica, intervenendo nella plenaria di Strasburgo del Parlamento europeo per il dibattito sul prossimo summit Ue-Uk. La Commissione europea &#8220;sta lavorando intensamente con i nostri partner britannici per preparare il <strong>prossimo vertice Ue-Regno Unito del 20 novembre</strong>. Il nostro partenariato con il Regno Unito rimane di vitale importanza nell&#8217;attuale contesto geopolitico, di sicurezza ed economico&#8221;, ha aggiunto il commissario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era il 30 marzo 2026 quando il Consiglio europeo ha formalmente autorizzato la Commissione ad avviare negoziati con il Regno Unito su due accordi relativi alla partecipazione di quest&#8217;ultimo al mercato interno dell&#8217;energia elettrica dell&#8217;UE e a un adeguato contributo finanziario del Regno Unito alla politica di coesione dell&#8217;UE. I<strong>l Consiglio ha inoltre convenuto di consentire la partecipazione del Regno Unito al programma Erasmus+ dell&#8217;UE per il 2027</strong>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Le interlocuzioni di cui parliamo rappresentano progressi tangibili nei rapporti con l&#8217;ex membro dell&#8217;Unione e aprono un nuovo capitolo nel nostro partenariato. Promuovendo la mobilità ai fini dell&#8217;apprendimento attraverso Erasmus+, si promuovono interessi condivisi e si rinsaldiamo i legami interpersonali. Ma soprattutto Bruxelles spera che con la cooperazione nel settore dell&#8217;energia elettrica risulti rafforzata la sicurezza energetica.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;accordo sul <strong>contributo finanziario</strong> del Regno Unito per ridurre le disparità tra le regioni dell&#8217;UE aumentando la coesione economica, sociale e territoriale dell&#8217;Unione, fa parte di una politica che associa la concessione a un paese terzo dell&#8217;accesso al mercato a un contributo finanziario equo che riflette i vantaggi derivanti da tale accesso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Accordo sull&#8217;energia elettrica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;accordo sull&#8217;energia elettrica consentirebbe la partecipazione del Regno Unito al mercato interno dell&#8217;energia elettrica dell&#8217;UE, <strong>sia all&#8217;ingrosso che al dettaglio</strong>, e prevede un allineamento dinamico della legislazione del Regno Unito alle norme dell&#8217;UE, al fine di creare condizioni di parità tra le parti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Consentire al Regno Unito di partecipare al mercato interno dell&#8217;energia elettrica dell&#8217;UE migliorerebbe l&#8217;efficienza degli scambi di energia elettrica tra le parti e agevolerebbe gli investimenti nelle infrastrutture elettriche, compresa la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili necessaria per conseguire le ambizioni di entrambe le parti di azzerare le emissioni nette, salvaguardando allo stesso tempo la parità di condizioni.</p>
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		<item>
		<title>Ucraina: Putin pensa al vertice con Trump e Xi senza Zelensky</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/ucraina-putin-trump-xi-zelensky/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 11:56:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per cercare un accordo per chiudere la guerra in Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin progetta un vertice a tre, con i presidenti Usa e cinese Donald Trump e Xi Jinping, ma senza l'ucraino Volodymyr Zeklensky. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/ucraina-putin-trump-xi-zelensky/">Ucraina: Putin pensa al vertice con Trump e Xi senza Zelensky</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Per cercare un accordo per chiudere la guerra in Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin progetta un vertice a tre, con i presidenti Usa e cinese Donald Trump e Xi Jinping, ma senza l&#8217;ucraino Volodymyr Zeklensky. Lo scrive il Wall Street Journal. Un&#8217;occasione per il &#8216;triangolare&#8217;, se mai si farà,  potrebbe essere il vertice del G20 in Florida a dicembre, dove, in linea di massima, i tre leader saranno presenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il solo fatto che un&#8217;ipotesi del genere possa circolare testimonia lo squilibrio &#8216;pro Russia&#8217; degli Usa nella vicenda ucraina. Tutti i media osservano che le aperture di Trump a Putin creano difficoltà ai candidati repubblicani in vista delle prossime elezioni di midterm, il 3 novembre: gli americani cogliono che il conflitto, ma si rendono conto la che Russia è l&#8217;aggressore e l?Ucraina l&#8217;aggredito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il magnate presidente, nel giro di pochi giorni, ha raggiunto un&#8217;intesa sul diesel con il Cremlino, sospendendo le sanzioni sull&#8217;export di petrolio russo, e ha bloccato l&#8217;entrata in vigore delle sanzioni contro la Russia da poco varate dal Congresso con un voto largamente bipartisan e da lui firmate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In proposito, la Ap osserva che le decisioni pro-Russia di Trump irritano il Congresso, senza che. Però, s&#8217;intravvedano contromosse di rilievo, anche perché deputati e senatori non sono al momento in sessione, perché impegnati in campagna elettorale</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei suoi comizi – constata la Cnn -, Trump accusa Zelensky di non volere la pace, perché l&#8217;Ucraina ignora la sua richiesta di non colpire le raffinerie russe – anche ieri, Kiel ha attaccato un&#8217;importante installazione energetica russa -. A sua volta, Zelensky definisce “un errore” le decisioni di Trump &#8216;pro Russia&#8217;: allontanano la pace consentenbdo a Mosca di acquisire risorse per la guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le scelte ucraine dell&#8217;Amministrazione Trump hanno un certo impatto sulle prospettive elettorali. Il Washington Post punta su un suo sondaggio, secondo cui il tasso di approvazione del presidente è al minimo: solo il 33% degli intervistati ne approva l&#8217;operato; il 66% lo disapprova, ci sui una metà “fortemente”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parallelamente al calo del tasso d&#8217;approvazione del presidente, sale nel sondaggio il favore con cui gli elettori guardano ai democratici in vista delle imminenti elezioni del 3 novembre. Un grafico mostra che il tasso di approvazione di Trump, che all&#8217;inizio del mandato era al 45%, contro il 53% di disapprovazione, è praticamente sempre andato in calando e sta ora precipitando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal canto suo Zelensky, il cui Paese è a corto di sistemi Patriot per respingere gli attacchi russi con missili e droni, esprime anche preoccupazione per l&#8217;accesso a Starlink, cioè alla rete di satelliti posseduta da Elon Musk, che, negli ultimi giorni, avrebbe accusato disfunzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, il presidente Trump è anche intervenuto nella campagna per le politiche in Israele di martedì 27 ottobre: in un post sul suo social Truth, Trump ha dato il suo endorsement al premier israeliano Benjamin Netanyahu, che “è stato – ha scritto – un grande premier guerriero e un ancor più grande Partner per la Pace nel combattere la Repubblica islamica dell&#8217;Iran”. Il post di Trump smentisce, o almeno supera, i recenti asseriti contrasti fra i due leader sull&#8217;atteggiamento da tenere nei negoziati con l&#8217;Iran, sul persistere della presenza di Israele nel sud del Libano e sulla tolleranza del governo d&#8217;Israele nei confronti delle angherie dei coloni in CisGiordania nei confronti dei palestinesi.</p>
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		<title>I tre appuntamenti elettorali che tolgono il sonno agli europei: USA, Israele e Francia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:54:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono elezioni che si svolgono dentro i confini di un Paese, ma le cui conseguenze attraversano continenti. Nei prossimi mesi, tre appuntamenti dovrebbero tenere particolarmente svegli gli europei.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono elezioni che si svolgono dentro i confini di un Paese, ma le cui conseguenze attraversano continenti. Nei prossimi mesi, tre appuntamenti dovrebbero tenere particolarmente svegli gli europei: le elezioni israeliane del 27 ottobre, quelle americane di metà mandato del 3 novembre e le presidenziali francesi del 18 aprile e del 2 maggio 2027. Tre sistemi politici diversi, tre scelte che peseranno sulla nostra sicurezza, sulla pace nel Mediterraneo e sul futuro dell’integrazione europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che l’Europa rischia di assistervi con l’atteggiamento di chi aspetta una sentenza. Speriamo che gli elettori americani correggano la rotta di Washington, che quelli israeliani aprano una prospettiva di pace, che quelli francesi confermino una scelta europeista. Speranze legittime. Ma una potenza politica deve possedere gli strumenti per affrontare anche gli esiti che teme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti, il voto riguarda anche i limiti del potere di Trump. Le elezioni di metà mandato rinnovano la Camera dei rappresentanti e circa un terzo del Senato: non scelgono il presidente, ma possono modificare profondamente i rapporti di forza con il Congresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per noi europei, la questione è concreta: quanto sarà affidabile il rapporto transatlantico? Quale spazio conserveranno il sostegno all’Ucraina, la cooperazione economica e una concezione della sicurezza fondata sulle alleanze?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un Congresso più capace di esercitare controllo sull’amministrazione potrebbe condizionarne alcune decisioni e la postura di una Amministrazione disastrosa e sconvolgente per l&#8217;intero mondo .<br>Sarebbe però un errore immaginare che un successo democratico cancelli automaticamente le divergenze tra le due sponde dell’Atlantico. L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa, costruendo un pilastro europeo dentro la NATO e una capacità politica comune. La nostra sicurezza non può essere rimessa in discussione a ogni elezione americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Israele, il voto interroga il futuro dell’intero Mediterraneo. La sicurezza dei cittadini israeliani, i diritti del popolo palestinese e la possibilità di una convivenza tra due Stati sono parti della stessa questione. Separarle significa perpetuare il conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione europea dovrà riguardare gli impegni e i comportamenti del governo che nascerà dalle urne: protezione dei civili, rispetto del diritto internazionale, rifiuto delle annessioni, disponibilità a una soluzione politica. Un cambio di leadership può aprire opportunità; la pace richiede scelte precise e il coraggio di sostenerle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione dovrebbe prepararsi fin d’ora a esercitare un’influenza coerente. Cooperazione e accordi devono accompagnarsi a condizioni verificabili sul rispetto dei diritti umani, con conseguenze proporzionate alle violazioni. Le sanzioni mirate contro i responsabili degli abusi possono essere uno strumento, insieme al sostegno alla società civile e alle forze che lavorano per la convivenza. L’amicizia con Israele e la difesa dei diritti palestinesi devono trovare posto nella stessa politica europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Francia, infine, l’Europa voterà su se stessa. La prospettiva di una vittoria del Rassemblement National rappresenta una prova decisiva per il progetto comunitario. La Francia, per peso politico, economico e militare, è indispensabile a qualunque avanzamento dell’integrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una presidenza orientata a ricondurre sistematicamente le scelte comuni dentro una logica nazionalista potrebbe indebolire l’Unione proprio quando servono decisioni condivise su difesa, investimenti, energia e politica estera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma agli europeisti non basterà evocare il pericolo. Bisogna comprendere perché tanti cittadini cercano protezione altrove. Salari insufficienti, precarietà, servizi pubblici fragili, insicurezza e territori abbandonati alimentano la sfiducia. Un europeismo che parla di potenza e trascura la vita quotidiana lascia alle destre radicali il linguaggio della protezione. I socialisti e i riformisti devono recuperarlo, traducendolo in lavoro dignitoso, salute, istruzione e opportunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi tre appuntamenti pongono dunque una domanda alla classe dirigente europea: vogliamo continuare a dipendere dalle decisioni altrui o costruire la forza necessaria per incidere?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorrono una difesa comune, una politica mediterranea credibile, risorse per gli investimenti e una protezione sociale capace di restituire fiducia. E occorre superare i meccanismi decisionali che troppo spesso trasformano le divergenze nazionali in paralisi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sonno degli europei sarà più tranquillo quando l’Europa saprà assumersi la responsabilità del proprio destino.</p>
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