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	<title>economia - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 29 May 2026 17:30:06 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Fisco digitale, un miliardo in più grazie all’allineamento tra Pos e RT. Ma cresce l’allarme sui “velocizzatori”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 17:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[fisco digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accanto ai risultati positivi, cresce però la preoccupazione per la diffusione dei cosiddetti “velocizzatori” dei corrispettivi telematici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/fisco-digitale-un-miliardo-in-piu-grazie-allallineamento-tra-pos-e-rt-ma-cresce-lallarme-sui-velocizzatori/">Fisco digitale, un miliardo in più grazie all’allineamento tra Pos e RT. Ma cresce l’allarme sui “velocizzatori”</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’incrocio automatico tra pagamenti elettronici e corrispettivi telematici porta già risultati concreti nella lotta all’evasione fiscale. Secondo i dati diffusi dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone durante il convegno ala Camera dei Deputati per i 50 anni di Sogei, nei primi cinque mesi di applicazione dell’obbligo di allineamento tra Pos e Registratori Telematici (RT) sono emersi 5,3 miliardi di euro di imponibile aggiuntivo, con oltre 115 milioni di scontrini in più trasmessi al Fisco. Tradotto in gettito, significa circa un miliardo di euro di maggiori incassi per lo Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obbligo è entrato in vigore dal 1° gennaio 2026 e rappresenta uno dei pilastri della nuova strategia di controllo digitale dell’amministrazione finanziaria: i dati dei pagamenti elettronici e quelli dei corrispettivi fiscali vengono infatti trasmessi entrambi all’Agenzia delle Entrate, consentendo un controllo incrociato automatico delle operazioni commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è una maggiore tracciabilità degli incassi e una drastica riduzione delle possibilità di omessa certificazione dei corrispettivi, soprattutto nei comparti considerati più esposti al rischio evasione. &nbsp;Il Vice Ministro dell’Economia Maurizio Leo ha parlato di “risultati molto significativi”, sottolineando come soltanto nel mese di maggio siano stati registrati oltre 10 milioni di scontrini in più rispetto allo stesso periodo del 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto ai risultati positivi, cresce però la preoccupazione per la diffusione dei cosiddetti “velocizzatori” dei corrispettivi telematici, software che consentirebbero di automatizzare la trasmissione dei dati fiscali bypassando di fatto il presidio tecnologico garantito dai registratori telematici certificati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione è arrivata anche in Parlamento attraverso l’interrogazione presentata dall’On. Giorgianni e dall’On. Cangiano, entrambi di Fratelli d’Italia, nella quale si chiede al MEF se sia a conoscenza “della diffusione di soluzioni tecnologiche non certificate” nell’ambito della trasmissione dei corrispettivi e dei possibili rischi per il sistema dei controlli fiscali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo gli operatori del settore, il rischio è che la progressiva disintermediazione dei registratori telematici possa indebolire proprio quel presidio di sicurezza che ha contribuito ai risultati ottenuti negli ultimi mesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“La crescita del gettito dimostra che il sistema Pos-RT funziona”, osserva Gabriella Criscuolo, presidente di Comufficio, l’Associazione Nazionale delle aziende Produttrici, Importatrici e Distributrici dei prodotti e servizi per l’ICT. “Ma sostituire il controllo certificato dei registratori telematici con software velocizzatori rischia di riaprire spazi di evasione fiscale e alterazione del dato trasmesso al Fisco. La digitalizzazione deve rafforzare i controlli, non aggirarli”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le preoccupazioni aumentano anche in vista della prossima evoluzione normativa. Dal prossimo anno è infatti prevista la possibilità di utilizzare software per la memorizzazione e trasmissione dei corrispettivi in alternativa ai registratori telematici tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il passaggio da dispositivi hardware certificati a piattaforme software viene guardato con cautela da una parte del mercato, che teme una riduzione delle garanzie di integrità e immodificabilità del dato fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il timore è che, senza standard tecnologici particolarmente stringenti e sistemi di certificazione rigorosi, si possa creare una nuova area di vulnerabilità proprio mentre l’incrocio digitale tra Pos e corrispettivi sta mostrando risultati record sul fronte del recupero dell’evasione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La digitalizzazione del Fisco italiano ha già prodotto effetti significativi grazie alla fatturazione elettronica, agli scontrini telematici e all’interoperabilità delle banche dati fiscali. I numeri diffusi dall’Agenzia delle Entrate sembrano confermare che l’allineamento tra Pos e registratori telematici rappresenti oggi una delle leve più efficaci per far emergere il sommerso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la prossima sfida sarà evitare che l’evoluzione tecnologica riduca proprio quei presìdi di controllo che hanno consentito il recupero di gettito registrato nei primi mesi del 2026.</p>
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		<title>Addìo a Emmanuele Emanuele, un pilastro della storia economica e culturale di Roma</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/cultura/addio-a-emmanuele-emanuele-un-pilastro-della-storia-economica-e-culturale-di-roma/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 15:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuele emanuele]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[fondazione roma]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se ne va una figura che ha contribuito a scrivere pagine importanti della finanza e della cultura di Roma, autentico filantropo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Per molti anni è stato considerato l&#8217;ottavo Re di Roma, così in molti lo appellavano nel periodo in cui è stato tra i protagonisti dell&#8217;alta finanza romana. Con Emmanuele F.M Emanuele se ne va un personaggio che per Roma ha fatto più (molto di più) di quanto Roma non abbia fatto per lui. Aveva 88 anni e si è spento nella Capitale nella notte tra il 15 e il 16 aprile. Originario di Palermo, orgoglioso delle sue radici siciliane, il Prof. Avv. (come gli piaceva essere titolato) Emmanuele Emanuele è stato un vero filantropo, raffinato conoscitore e appassionato di arti, ma soprattutto molto sensibile al fascino dell&#8217;arte contemporanea. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La città di Roma è stata teatro della sua carriera galoppante nell&#8217;alta finanza e nell&#8217;università, fino a diventare presidente della Fondazione Roma, una delle principali fondazioni bancarie italiane, un ruolo attraverso il quale si è accreditato anche come uno dei principali player culturali. Dal vertice della Fondazione di Palazzo Sciarra è stato uno dei massimi teorici della &#8220;big society&#8221;, quel metodo ispirato alla sussidiarietà per cui pubblico e privato concorrano insieme per il conseguimento del bene comune. Era un&#8217;altra Europa. Oltremanica il premier David Cameron ne faceva un pilastro della sua azione di governo. Il Prof. invece da presidente dell&#8217;Azienda speciale Palaexpo ci provò a creare un piccolo modello di big society nella Capitale, proponendo un modello di gestione più moderno del colosso che gestiva alcuni dei più importanti poli museali della città. Non fu capito. Il Prof. aveva il difetto di andare un po&#8217; troppo veloce per i ritmi elefantiaci della pubblica amministrazione, parlava una lingua che spesso poteva risultare incomprensibile, troppo visionaria. Troppo alta. Ecco perché non adava sempre d&#8217;accordo con la politica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Da mecenate e filantropo, però, ha continuato a fare sempre tanto. A &#8220;casa sua&#8221; le regole le dettava lui e di cose per la cultura e l&#8217;arte ne ha organizzate tantissime. Ha fatto di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla due pilastri della scena museale romana: leggendarie le mostre di Andy Warhol, Edward Hopper e Norman Rockwell. Grande amante della poesia, aveva anche portato in Italia alcuni dei più grandi poeti contemporanei per il Festival di Poesia da lui voluto. E poi la sanità. Sue le intuizioni della creazione dell&#8217;Hospice per le cure palliative, per assistere gratuitamente i malati terminali nell&#8217;ultima fase della vita, e l&#8217;ideazione del Villaggio Alzheimer alla Bufalotta, un modello di accoglienza parimenti gratuito e all&#8217;avanguardia per i pazienti affetti da questa patologia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non a torto lo consideravano l&#8217;ottavo Re di Roma, il Prof. Avv. era davvero di sangue blu, erede di una delle più antiche famiglie nobiliari siciliane. E poi era regale e magnificente sul serio, con gli altri e con se stesso. Si piaceva e si ascoltava, ma era anche curioso di ascoltare gli altri, soprattutto quelli che considerava amici e a cui riconosceva l&#8217;autorevolezza per insegnargli cose nuove, specialmente di ambiti che non gli appartenevano per formazione ma che lo affascinavano, come l&#8217;innovazione tecnologica e la comunicazione. Bene ha fatto il ministro della Cultura Alessandro Giuli a ricordarlo: «L’Italia perde un raffinato intellettuale e un autentico umanista contemporaneo, capace di coniugare sapere e responsabilità, visione e concretezza. Nel suo lungo percorso, il Professor Emanuele ha incarnato una rara sintesi tra cultura, filantropia e impegno civile, restituendo centralità alla funzione etica della conoscenza». Alla città di Roma mancherà un personaggio così.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>I senza dimora come indicatore economico: cosa ci dicono le città italiane</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/lavoro/i-senza-dimora-come-indicatore-economico-cosa-ci-dicono-le-citta-italiane/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 10:20:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre 10mila senza dimora nelle 14 principali aree metropolitane italiane . Una mappa che ricalca la geografia dello sviluppo economico.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Italia invisibile ha un numero preciso. Ed è un numero che pesa più di quanto sembri sulle fondamenta economiche delle nostre città: 10.037. Non è solo il bilancio di un’emergenza sociale. È un indicatore. Un segnale che racconta quanto un sistema urbano sia ancora in grado — oppure no — di assorbire gli shock economici, di reggere l’urto della precarietà e di reintegrare chi scivola fuori dal mercato del lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fotografia scattata dall’Istat nella notte del 26 gennaio 2026, raccontata nel Report “Le Persone Senza Dimora: Il Conteggio nei 14 Comuni centro di Area Metropolitana” diffuso in questi giorni, restituisce esattamente questo: oltre diecimila persone senza dimora nelle 14 principali aree metropolitane italiane . Una mappa che ricalca, con sorprendente precisione, la geografia dello sviluppo economico del Paese. Roma e Milano sono gli epicentri. La Capitale concentra da sola il 26,1% del totale, con 2.621 persone, seguita da Milano con 1.641. Non è un caso: sono anche i mercati del lavoro più grandi, i poli di attrazione economica più forti — e, allo stesso tempo, quelli dove il costo della vita e dell’abitare ha raggiunto livelli più selettivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si leggono questi dati con una lente economica, ciò che emerge è il ritratto di una forza lavoro “congelata”. Oltre il 61% delle persone nelle strutture ha tra i 31 e i 60 anni, la fascia teoricamente più produttiva. Tra chi vive in strada, questa quota sale al 73,2% . Non si tratta quindi di marginalità residuale, ma di una quota significativa di popolazione attiva che il sistema non riesce più a intercettare. È qui che il fenomeno smette di essere solo sociale e diventa economico. Perché ogni persona che resta fuori dal mercato del lavoro rappresenta una perdita di produttività, ma anche un aumento dei costi indiretti: assistenza, emergenza abitativa, sanità, sicurezza urbana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il sistema di accoglienza racconta questa tensione. I posti letto disponibili sono 6.678, a fronte di oltre 10mila persone: uno squilibrio strutturale che lascia circa il 45% senza alcuna soluzione, costrette ogni notte a cercare riparo in strada . È il segnale di un’infrastruttura sociale che non riesce più a tenere il passo con la pressione economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardando alla distribuzione territoriale, emerge una frattura che è prima di tutto economica. Al Nord, il fenomeno è più ampio ma in parte “assorbito” dai servizi: città come Milano o Torino mostrano numeri elevati, ma anche una maggiore capacità di risposta. Al contrario, in contesti come Genova o Firenze, la strada diventa l’esito prevalente, con quote di persone all’aperto che superano la metà del totale . Al Sud il quadro cambia ancora. I numeri assoluti sono più contenuti e, in alcune città, la quota di persone in strada è più bassa — come a Messina (19,4%) o Bari (19,8%) — ma il profilo è diverso: più giovane, più fragile, più legato a una disoccupazione strutturale . A Catania, ad esempio, quasi il 40% degli ospiti delle strutture ha meno di 30 anni. È una distinzione cruciale: al Nord l’esclusione abitativa è spesso il risultato di mercati immobiliari saturi e costi della vita fuori scala; al Sud è più frequentemente l’esito di una mancata integrazione nel mercato del lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la composizione per nazionalità riflette modelli economici differenti. Nelle città del Nord gli stranieri rappresentano la maggioranza nelle strutture, superando in molti casi l’80%, mentre in città come Napoli o Cagliari prevale la componente italiana . Segno che i flussi migratori si intrecciano con le economie urbane più dinamiche, ma anche più selettive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Letto in questa chiave, il numero dei senza dimora diventa un vero e proprio indicatore urbano. Non misura solo la povertà, ma l’efficienza complessiva di una città: il funzionamento del mercato del lavoro, l’accessibilità della casa, la tenuta dei sistemi di welfare. Ogni giaciglio sotto un portico, ogni presenza stabile in una stazione, non è solo una storia individuale. È un dato economico. È il punto in cui un ingranaggio si è inceppato. E più quel numero cresce, più indica che il costo della povertà — umano, sociale ed economico — sta diventando una delle voci più pesanti, e meno sostenibili, nel bilancio futuro delle nostre città.</p>
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		<title>Le tre P di Antonio Costa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 10:09:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Costa]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Senza principi, l’Europa perde la sua anima; senza partnership, perde il suo raggio d’azione; senza potenza, perde la sua voce.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/le-tre-p-di-antonio-costa/">Le tre P di Antonio Costa</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nel mondo che si sta ridefinendo sotto la pressione di leadership assertive come quelle di Donald Trump e Xi Jinping, l’Unione europea è chiamata a una scelta di fondo: restare un gigante normativo o diventare finalmente un attore politico compiuto. Le “tre P” indicate da Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo, nel recente discorso tenuto alla Università&#8217; Science Po a Parigi, Principi, Partnership, Potenza, offrono una bussola chiara, ma pongono anche una sfida impegnativa: trasformare enunciazioni condivisibili in capacità concreta di azione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima P, quella dei Principi, è il tratto identitario più forte dell’Europa. Difendere un ordine internazionale basato su regole, diritti e cooperazione multilaterale non è solo una postura etica, ma un interesse strategico. In un contesto globale segnato dal ritorno della forza e dalla competizione tra modelli, l’Europa rappresenta ancora un riferimento per chi non vuole scegliere tra autoritarismo e unilateralismo. Tuttavia, i principi non bastano se non sono accompagnati da coerenza interna e credibilità esterna: lo Stato di diritto, la tutela delle libertà e la capacità di decisione devono essere praticati prima di essere proclamati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda P, Partnership, è forse la più urgente. L’illusione delle sfere di influenza rigide è tornata, ma l’Europa può e deve proporre un’alternativa: una rete aperta di relazioni economiche, tecnologiche e politiche con Africa, America Latina, Indo-Pacifico. Non si tratta solo di commercio, ma di costruire fiducia, investimenti, sviluppo sostenibile. In questo senso, la politica estera europea deve diventare più proattiva e meno reattiva, capace di anticipare le crisi e non solo di gestirle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, la Potenza. È la dimensione più controversa, ma anche la più necessaria. Senza capacità economica, tecnologica e militare, l’Europa resterà un attore incompiuto. La competitività industriale, la sovranità tecnologica e una difesa comune non sono opzioni ideologiche, ma condizioni per contare davvero. Non si tratta di militarizzare l’Unione, ma di darle gli strumenti per proteggere i propri interessi e contribuire alla stabilità globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le tre P di Costa non sono alternative tra loro: sono interdipendenti. Senza principi, l’Europa perde la sua anima; senza partnership, perde il suo raggio d’azione; senza potenza, perde la sua voce. La vera sfida è tenerle insieme in una sintesi politica nuova. In un mondo brutale, l’Europa non può permettersi né ingenuità né irrilevanza. Deve essere, insieme, fedele ai suoi valori e capace di difenderli. Solo così potrà essere non spettatrice, ma protagonista del nuovo ordine globale.</p>
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		<item>
		<title>Tecnologie quantistiche, la nuova frontiera della competizione globale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/tecnologie-quantistiche-la-nuova-frontiera-della-competizione-globale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 16:36:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[difesa]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[industria]]></category>
		<category><![CDATA[intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[quantistico]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie quantistiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal quantum computing alla sicurezza delle comunicazioni: la corsa tra potenze e industrie per dominare una tecnologia strategica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La rivoluzione quantistica si sta affermando come una delle frontiere tecnologiche più rilevanti della competizione globale contemporanea, destinata a produrre effetti profondi non soltanto nel campo della ricerca scientifica ma anche negli equilibri economici, industriali e geopolitici. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente interconnessione tra innovazione tecnologica e sicurezza nazionale, le tecnologie quantistiche rappresentano infatti uno dei principali ambiti di sviluppo strategico. Più in generale, la trasformazione tecnologica in atto ha assunto una portata tale da incidere in modo strutturale sugli equilibri di potere e sulle dinamiche di sicurezza degli Stati, tanto che oggi l’innovazione non si limita ad accompagnare il cambiamento ma tende a orientarlo e ad accelerarlo, ridefinendo la natura stessa delle minacce e delle opportunità nei sistemi economici e istituzionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo quadro , ben rappresentato nella relazione annuale dell&#8217;intelligence 2026, si colloca la crescente attenzione verso le tecnologie quantistiche, considerate uno dei settori di frontiera su cui si sta concentrando la competizione tra le grandi potenze. Le potenzialità di questi strumenti sono molteplici: dalla possibilità di rendere obsoleti gli attuali sistemi crittografici alla creazione di nuove modalità di comunicazione sicura, fino allo sviluppo di sistemi avanzati di navigazione, ricognizione e simulazione scientifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cuore di questa rivoluzione risiede nel quantum computing, una tecnologia che sfrutta i principi della meccanica quantistica per affrontare problemi computazionali estremamente complessi. A differenza dei computer tradizionali, che elaborano le informazioni in modo sequenziale, i sistemi quantistici sono in grado di esplorare simultaneamente un numero esponenziale di possibili soluzioni, aprendo prospettive completamente nuove nella simulazione di sistemi fisici, nell’ottimizzazione industriale e nella ricerca scientifica avanzata. Accanto al calcolo quantistico si stanno sviluppando altre due direttrici tecnologiche fondamentali: il quantum sensing, che consente misurazioni di precisione senza precedenti delle proprietà fisiche e trova applicazioni in ambito medico, geologico e militare, e le tecnologie di quantum communication e sicurezza quantistica, destinate a rivoluzionare il campo della crittografia e della protezione delle comunicazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio queste potenzialità spiegano perché la corsa alle tecnologie quantistiche sia oggi uno dei terreni più importanti della competizione internazionale. Stati Uniti, Cina, Unione europea, Giappone e India stanno investendo ingenti risorse nella ricerca e nello sviluppo di queste tecnologie, dando vita a quella che viene sempre più spesso definita una vera e propria “corsa quantistica”. Si tratta di una competizione che ricorda per certi versi la corsa allo spazio del secolo scorso, ma che si svolge oggi nei laboratori di ricerca e nei centri di innovazione tecnologica. Nel panorama globale sono attualmente censite centinaia di aziende attive nel settore, con una significativa presenza europea ma con imprese mediamente più piccole e più giovani rispetto a quelle statunitensi o cinesi. Parallelamente cresce anche la competizione sul terreno dei brevetti: negli ultimi anni sono state registrate circa trentamila famiglie di brevetti legate alle tecnologie quantistiche, con la Cina in posizione dominante, seguita dagli Stati Uniti e, a distanza, dagli altri attori globali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, il settore resta tuttavia in una fase di sviluppo tecnologico ancora incompleta. Le infrastrutture quantistiche richiedono condizioni operative estremamente complesse, come ambienti altamente controllati e temperature prossime allo zero assoluto, elementi che rendono difficile una diffusione commerciale su larga scala nel breve periodo. Al tempo stesso emergono interrogativi rilevanti sul piano della sicurezza e della tutela dei diritti, in particolare per quanto riguarda la protezione delle comunicazioni e dei dati sensibili. La possibilità che in futuro computer quantistici avanzati possano violare gli attuali sistemi di crittografia rappresenta infatti uno dei principali fattori di discontinuità nel paradigma della sicurezza informatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario, il controllo delle tecnologie emergenti diventa sempre più una componente essenziale della sovranità tecnologica degli Stati. La capacità di sviluppare autonomamente infrastrutture digitali avanzate, gestire dati e algoritmi e controllare filiere tecnologiche strategiche costituisce ormai un elemento centrale della competizione internazionale. Le tecnologie quantistiche si inseriscono dunque in una trasformazione più ampia, in cui il progresso scientifico e tecnologico tende a ridefinire i rapporti di forza tra economie e sistemi politici. La sfida dei prossimi anni non riguarderà soltanto il raggiungimento di traguardi scientifici, ma anche la capacità di integrare ricerca, industria e politiche pubbliche in una strategia coerente di sviluppo tecnologico. In questa prospettiva, la rivoluzione quantistica rappresenta al tempo stesso una straordinaria opportunità di progresso e un terreno di confronto strategico destinato a incidere in modo sempre più rilevante sugli equilibri economici e geopolitici globali.</p>
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		<title>La militarizzazione dell’economia russa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 11:34:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’economia russa dall’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 ad oggi non è affatto crollata: negli ultimi 4 anni, ha saputo organizzarsi per sostenere la crescita e non far aumentare il livello di disoccupazione.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Meglio di un orso in letargo. L’economia russa dall’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 ad oggi non è affatto crollata. Nonostante l’oltre ventina di round di sanzioni imposte dall’UE, dagli USA e dal Regno Unito, Mosca negli ultimi 4 anni ha saputo organizzarsi in tutti i modi per sostenere la crescita, non far aumentare il livello di disoccupazione, contenere l’inflazione e non far esplodere l’indebitamento. Come? Militarizzando di fatto l’economia interna. Se il 2022 si è caratterizzato da uno shock iniziale e recessione dovuta alla chiusura dei rubinetti degli acquisti internazionali di gas russo e al forte aumento della spesa pubblica per scopi militari, già il biennio 2023-2024 ha visto un ritorno alla crescita sostenuta, sostenuta da stimolo fiscale, produzione legata alla difesa e sostituzione delle fonti di credito estero. Banca Mondiale ha sottolineato come Mosca abbia «mitigato» parte degli effetti con una diversione commerciale verso Cina, India e Turchia. Nel 2025 l’economia si è «più militarizzata» soprattutto nei settori tecnologia, finanza e manodopera.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto stanno impattando le sanzioni</strong><br>Il Macro Poverty Outlook di Banca Mondiale sottolinea come le sanzioni internazionali stiano incidendo su: finanziamento estero, costi e composizione del commercio e accesso a tecnologie con effetti di medio-lungo periodo sulla produttività e crescita potenziale. Dal punto di vista energetico-fiscale le restrizioni e i meccanismi di price cap, sconti e riallocazioni di risorse hanno contribuito a ridurre sia le entrate che i margini. E’ così che i ricavi 2025 del settore oil&amp;gas sono risultati in calo, e il debito pubblico è cresciuto. Dopo 4 anni scarsi di conflitto Mosca ha chiuso il 2025 azzerando la crescita del Pil. Fonti FMI sottolineano un debole progresso pari allo 0,6%. Diverse fonti la definiscono una quasi-stagnazione, con la crescita sostenuta più dalla spesa pubblica legata al settore difesa che da investimenti ordinari e produttività.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tiene la bassa disoccupazione</strong><br>Sembrerebbe un paradosso, ma la disoccupazione dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina è rimasta ai minimi storici, sia per scarsità di manodopera dovuta a mobilitazione militare, emigrazione, demografia e riassorbimento in settori militari. La Banca di Russia lo scorso luglio ha misurato la disoccupazione destagionalizzata al 2,2%, sottolineando il risultato come un «all-time low». Diverse rilevazioni di dicembre confermerebbero il dato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sale il deficit federale</strong><br>La Banca Mondiale aveva previsto un debito al 18,6% del Pil per il 2025. Un dato molto basso rispetto ai competitor internazionali, anche se in lieve aumento nel triennio bellico. Il debito pubblico di Mosca lascia perciò spazio (e tempo) per un eventuale e probabile salita. La novità del 2025 è l’aumento del deficit federale, stimato attorno al 2,6% del Pil (oltre 5,6 trilioni di rubli pari a 61 miliardi di euro), con le entrate oil&amp;gas crollate e la spesa pubblica in forte aumento. Non è certo un segnale, ma non sembra essere un fattore di fretta nella conclusione degli accordi di pace con Kiev.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quasi azzerati gli investimenti dall&#8217;estero</strong><br>È il cluster dove l’impatto delle sanzioni e dell’uscita di molte imprese occidentali si fa più sentire. Fonti UNICTAD mostrano che gli investimenti esteri sono letteralmente decimati. Se nel 2010 superavano i 31 miliardi di $, già nel 2015 (dopo il primo inizio del conflitto ucraino) erano a quota 11,9 miliardi. E nel 2024 sono crollati ad appena 3,35 miliardi di $.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Inflazione sotto controllo</strong><br>In controtendenza il 2025 vissuto dall’inflazione russa. Il dato finale pubblicato è 5,6%, in forte calo rispetto al 9,5% fatto registrare nel 2024. Comunque ancora al di sopra del 4% indicato dalla Banca Centrale di Russia come obiettivo ufficiale di breve periodo. Il dato non è comunque definitivo, e alcune fonti indicano come possibile un’inflazione 2025 al 6-7%.</p>
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		<title>Disuguaglianza e democrazia: l’Italia descritta dal rapporto Oxfam 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 12:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fill the gap]]></category>
		<category><![CDATA[Davos]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[economi]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto Oxfam 2026 fotografa l’Italia: ricchezza sempre più concentrata, lavoro povero in crescita e democrazia sotto pressione.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il nuovo rapporto Oxfam 2026, presentato durante la prima giornata di un World Economic Forum a Davos piuttosto complesso, restituisce una fotografia netta dell’evoluzione delle disuguaglianze economiche a livello globale e nazionale, mettendo in relazione la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi con il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di popolazione e con una progressiva erosione dei meccanismi democratici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Oxfam, negli ultimi anni il numero dei pochi fortunati detentori di ciò che chiamiamo “ricchezza” è diminuito a dismisura: solo solo dodici i miliardari che oggi possiedono una ricchezza complessiva superiore a quella posseduta dalla metà più povera dell’umanità, circa quattro miliardi di persone. Stando ai dati del rapporto, nel solo 2025, la ricchezza dei miliardari globali è cresciuta a un ritmo triplo rispetto alla media dei cinque anni precedenti, mentre quasi la metà della popolazione mondiale continua a vivere in condizioni di povertà o forte vulnerabilità. Condizioni aggravate dall’aumento dei prezzi dei beni essenziali, dall’insicurezza alimentare e dalla difficoltà di accesso ai servizi pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto sottolinea un aspetto apparentemente scontato, ovvero che la concentrazione di risorse economiche si traduce anche in una crescente concentrazione di potere, capace di influenzare le decisioni politiche, il sistema dei media e le priorità delle politiche pubbliche, con effetti diretti sulla qualità della democrazia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia non fa eccezione. I dati raccolti da Oxfam mostrano che il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene quasi il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera possiede poco più del 7%. Negli ultimi quindici anni la quota di ricchezza concentrata nelle fasce più alte è cresciuta costantemente, mentre quella detenuta dai nuclei più fragili si è ridotta. Sul fronte dei redditi, il Paese continua a scontare una perdita di potere d’acquisto di lungo periodo: tra il 2007 e il 2023 i redditi reali delle famiglie sono diminuiti in media di quasi il 9%, con effetti particolarmente marcati per lavoratori dipendenti e autonomi. Il recente aumento dell’inflazione ha ulteriormente accentuato le difficoltà, soprattutto per chi già si collocava nelle fasce medio-basse della distribuzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un elemento centrale del rapporto riguarda il lavoro povero. Oxfam denuncia un aumento della povertà assoluta tra famiglie con occupati a dimostrazione di come, nei fatti, il lavoro abbia smesso di garantire una vita dignitosa, nonostante sia uno dei diritti fondamentali che la nostra Costituzione sancisce con l’articolo 36. Nel 2024, in Italia oltre 5,7 milioni di persone vivevano in povertà assoluta. L’incidenza resta più elevata nel Mezzogiorno e nei piccoli comuni, ma segnali di fragilità attraversano l’intero Paese. Particolarmente allarmante è la condizione dei minori: quasi il 14% dei bambini vive in famiglie che non riescono a sostenere una spesa minima considerata essenziale, un dato che raggiunge il livello più alto dell’ultimo decennio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pubblicazione del rapporto ha riacceso il dibattito politico, soprattutto tra le opposizioni. La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha definito i dati “drammatici”, sottolineando che l’aumento delle disuguaglianze e del lavoro povero dimostri la necessità di introdurre un salario minimo, di rafforzare i contratti per recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione e di investire maggiormente in sanità, scuola e welfare. Anche il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha commentato il rapporto parlando della fine della propaganda del “va tutto bene”, evidenziando il paradosso di una crescita record delle grandi ricchezze a fronte di un aumento dei poveri assoluti e dei lavoratori sottopagati, e ribadendo la richiesta di misure fiscali più eque e di un salario minimo legale. Dal fronte di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni ha definito la disuguaglianza descritta da Oxfam inaccettabile, richiamando il tema della tassazione dei grandi patrimoni come strumento per ridurre le distanze sociali e sostenere le fasce più deboli. Aspetto che anche il rapporto sottolinea come problematico parlando di una “ostinata inazione legislativa in materia di tassazione della ricchezza”. Una scelta politica difficile da giustificare se si pensa che i salari rappresentano solo il 38% del PIL italiano contro il 50% dei profitti (inclusi i redditi da lavoro autonomo). Tuttavia, quasi la metà delle entrate fiscali e contributive arriva dai salari, mentre solo il 17% dai profitti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là del confronto politico, il rapporto Oxfam pone una questione strutturale: la disuguaglianza è il prodotto di scelte politiche, economiche e fiscali, non un destino inevitabile. Senza politiche più progressive, investimenti nei servizi pubblici e nel lavoro di qualità, le fratture sociali sono destinate ad approfondirsi, insieme all’indebolimento della democrazia. La traiettoria è chiara: un Paese sempre più diviso tra chi ha molto e chi ha poco, sia in termini economici che di potere. Resta da capire se questa sia davvero la direzione che vogliamo prendere.</p>
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		<title>Caro Natale, quanto ci costi?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 10:38:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[natale]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Unimpresa stima una spesa media familiare in crescita di circa il 5% rispetto allo scorso anno, intorno ai 964 euro.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A Natale siamo tutti più buoni, ma anche più poveri e stanchi. Da un lato c’è chi parla di “ripresa dei consumi”: Unimpresa stima una spesa media familiare in crescita di circa il 5% rispetto allo scorso anno, intorno ai 964 euro tra regali, cenone e piccola fuga natalizia. Una cifra che però va letta insieme al contesto, perché se i prezzi del carrello alimentare negli ultimi anni sono saliti in modo sensibile – e secondo Istat tra 2021 e 2025 l’aumento sui beni alimentari vale circa un quarto, con rincari ancora più marcati su alcune categorie come latte, formaggi e uova e anche su pane e cereali – allora quel “+5%” non suona come benessere, ma come sforzo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altra c’è la fotografia più vera, quella di un Paese costretto a fare i conti con portafogli sempre meno pieni: Altroconsumo racconta che più di un terzo degli italiani vive l’acquisto dei doni come tensione e quasi uno su due ammette che finisce per spendere più del previsto. In parallelo, l’indagine Emg Different per Facile.it descrive un Natale che prova a tirare il freno: 204 euro pro capite di spesa per regali, 8,7 miliardi complessivi, quasi il 20% in meno dell’anno precedente, con un dettaglio che è tutto fuorché secondario: una parte dei pacchetti sotto l’albero non è “pagata”, è “spalmata”, perché circa il 18% dei regali passa da prestiti o Buy Now Pay Later. Sembra un tecnicismo, ma uno studio di mUp Research per Facile.it evidenzia che circa 800 mila italiani hanno già fatto ricorso al credito al consumo o a un prestito personale per comprare i regali, e molti si sono mossi con largo anticipo per inseguire sconti, iniziando un mese prima non solo con i doni ma anche con la spesa alimentare, pur di non arrivare a mani vuote e di non farsi travolgere dai prezzi sotto data. Un conto a cui si deve aggiungere, per esempio, il costo di uno spostamento per i fuori sede. Un’indagine Altroconsumo ha calcolato che quest’anno il prezzo dei voli aerei è aumentato fino al 700% su alcune tratte e dei treni ha raggiunto quasi il 200% in più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure far quadrare i conti non è nemmeno l’unica preoccupazione: le feste somigliano sempre meno a una pausa e sempre più a un secondo lavoro, tra regali da incastrare con ufficio e corriere, recite e calendari da coordinare, menu da pianificare, casa da tenere in piedi, aspettative da non deludere, con l’ansia dell’“organizzare tutto bene” che diventa la parte dominante. I numeri lo confermano: per l’Osservatorio IT Sanpellegrino le criticità più citate durante le festività sono incombenze domestiche (64%), stress per regali e preparativi (63%), impegni lavorativi che non mollano (54%) e stanchezza generale (52%). E quel carico, quasi sempre, non pesa uguale: tende a schiacciarsi sulle donne, che in Italia guadagnano in media il 5,6% in meno degli uomini (dato Istat 2022) eppure, secondo le stime, per le feste spenderanno circa il 4% in più.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un bilancio difficile da digerire, ma come ogni anno basta un amaro, un po’ di crema al mascarpone e si manda giù tutto.</p>
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		<title>Usa: Trump vanta successi economici, “eravamo un Paese morto, ora il Mondo ci invidia”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 07:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[discorso]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un breve discorso sullo sfondo natalizio della Diplomatic Room della Casa Bianca, Donald Trump ha cercato di convincere gli americani dei successi della sua politica economica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In un breve discorso – 18 minuti – sullo sfondo natalizio della Diplomatic Room della Casa Bianca, Donald Trump ha cercato di convincere gli americani dei successi della sua politica economica, ma – a giudicare dai titoli e dalle analisi dei maggiori media Usa – non c&#8217;è riuscito. Trump ha detto: &#8220;Un anno fa, eravamo un Paese morto. Ora, facciamo invidia al mondo&#8221;.<br>Il magnate presidente ha insistito di avere “ereditato un disastro” dall&#8217;Amministrazione precedente, puntando il dito contro il suo predecessore Joe Biden, e ha assicurato che “ora l&#8217;America è tornata” e sta per conoscere “un boom mai visto prima”, anche grazie ai dazi da lui imposti, che sono la sua “parola preferita” e che hanno già fruttato “18 mila miliardi di dollari di investimnenti” &#8211; un&#8217;affermazione apodittica -.<br><br>Pochi i riferimenti alla politica estera, solo un cenno sulla tregua a Gaza: &#8220;Ho risolto otto guerre. Ho risolto la guerra a Gaza, portando la pace in Medio Oriente per la prima volta da tremila anni&#8221;, ha detto senza mai nominare l&#8217;Ucraina o il Venezuela.<br>Due gli annunci: il &#8216;dividendo dei guerrieri&#8217;, una gratifica da 1.776 dollari a tutti i militari in servizjo (&#8220;Gli assegni sono già stati spediti, arriveranno per Natale&#8221;) – la cifra evoca l&#8217;anno dell&#8217;indipendenza degli Stati Uniti, che stanno per festeggiare il loro 250° anniversario &#8211; e la nomina imminente di un nuovo presidente della Federal Reserve, la banca centrale, incline a ridurre di più e più in fretta il costo del denaro – il mandato del presidente in carica, Jerome Powell, da lui stesso nominato, scade nel 2026 -.<br>Annunciato in fanfara, l&#8217;intervento di Trump in diretta televisiva in &#8216;prime time&#8217; è parte dello sforzo in atto di convincere gli americani che l&#8217;economia va bene e che loro stanno meglio di un anno fa, mentre i sondaggi mostrano che il tasso d&#8217;approvazione del presidente è in calo, specie sul fronte dell&#8217;economia.<br><br>Il discorso di Trump è stato una sfilza d&#8217;attacchi ai democratici – quel che non va &#8220;è colpa loro&#8221; &#8211; e d&#8217;esaltazioni dei suoi &#8220;successi”, dall&#8217;immigrazione con “il confine più sicuro della storia&#8221; al calo dei prezzi “veloce&#8221;, che le rilevazioni non confermano, coi “salari che crescono più dell&#8217;inflazione&#8221;. Tutto questo “in solo 11 mesi”. &#8220;Sto sistemando le cose”, ha affermato il magnate presidente, cercando di placare i malumori crescenti di fronte al caro vita che i consumatori avvertono persistere e ad un mercato del lavoro da cui vengono segnali di debolezza.<br>L&#8217;indice dell&#8217;inflazione si mantiene costantemente sopra il target del 2% che è l&#8217;obiettivo della Fed, così come in Europa della Bce, e il tasso di disoccupazione è salito in novembre al 4,6%, mai così alto dal 2021, cioè dai tempi della pandemia.<br>&#8220;Mi batto per gli americani, e abbiamo già raggiunto grandi risultati&#8221;, ha insistito il presidente, che, nel giudizio dei media, è parso “arrabbiato e frustrato” perché la gente non apprezza i suoi successi. Trump ha invitato gli americani ad avere pazienza: il prossimo anno i risultati delle sue politiche saranno più evidenti, soprattutto sul fronte delle tasse, cioè degli sgravi fiscali. Ma alcuni effetti della sua azione sono, a suo avviso, già &#8220;evidenti&#8221;; ed è solo l&#8217;inizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre il presidente parlava, facendo solo un cenno alla politica estera e senza affrontare i problemi con la Cina, il Dipartimento di Stato annunciava un pacchetto di vendite di armi a Taiwan per oltre 10 miliardi di dollari, inclusi missili a medio raggio, munizioni e droni, una mossa che – prevede l&#8217;Ap &#8211; “irriterà di sicuro Pechino”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/usa-trump-vanta-successi-economici-eravamo-un-paese-morto-ora-il-mondo-ci-invidia/">Usa: Trump vanta successi economici, “eravamo un Paese morto, ora il Mondo ci invidia”</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>La promozione di Fitch e il segnale ai mercati: perché l’Italia oggi piace di più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 11:43:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la revisione al rialzo del rating italiano da parte di Fitch, da BBB a BBB+, arriva un riconoscimento che il governo Meloni rivendica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/la-promozione-di-fitch-e-il-segnale-ai-mercati-perche-litalia-oggi-piace-di-piu/">La promozione di Fitch e il segnale ai mercati: perché l’Italia oggi piace di più</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con la revisione al rialzo del rating italiano da parte di Fitch, da <em>BBB</em> a <em>BBB+</em>, arriva un riconoscimento che il governo Meloni rivendica come una conferma della bontà del proprio approccio economico. “Conti in ordine, responsabilità nelle scelte di bilancio, l’economia che si rafforza grazie all’aumento dell’occupazione: questi non sono slogan, ma risultati concreti”, ha commentato la presidente del Consiglio. E a leggere le motivazioni dell’agenzia, il messaggio è chiaro: stabilità politica e coerenza nelle politiche fiscali stanno rafforzando la fiducia del sistema-Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La promozione è tutt’altro che scontata in un contesto globale ancora segnato da incertezze geopolitiche, tassi elevati e tensioni sulle finanze pubbliche. Fitch, nella sua nota, riconosce i progressi sul fronte dell’occupazione e la tenuta della crescita, pur in presenza di un debito ancora tra i più alti dell’area euro. A colpire positivamente, secondo l’agenzia, è stata anche la capacità di evitare deviazioni significative dagli obiettivi di bilancio, nonostante il contesto elettorale europeo e le pressioni politiche interne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un segnale che i mercati leggono come sintomo di affidabilità. Non a caso lo spread tra BTP e Bund è tornato su livelli contenuti, mentre la domanda per i titoli di Stato italiani rimane sostenuta. La promozione rafforza la posizione negoziale dell’Italia anche in vista del nuovo Patto di Stabilità europeo, dove Roma continua a chiedere flessibilità per sostenere investimenti strategici e difesa industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mancano, tuttavia, le ombre. Le sfide restano rilevanti: crescita strutturale ancora debole, produttività stagnante, spesa pubblica rigida. E il debito, seppur gestito, è destinato a crescere in rapporto al PIL se non accompagnato da riforme incisive e investimenti mirati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma oggi il giudizio è positivo, e la politica lo incassa come un dividendo di credibilità. “Il nostro impegno viene riconosciuto – ha dichiarato Meloni – e questo ci dà ulteriore forza per fare sempre di più, per l’Italia e le sue famiglie”. Una dichiarazione che suona come un appello alla continuità: per mantenere il favore dei mercati, servirà ora non solo stabilità, ma anche visione.</p>
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		<title>Trump alla prova dell’economia: la realtà smentisce la narrativa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 12:29:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[federal reserve]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Promesse mancate, crescita altalenante e Fed sotto attacco: il presidente cerca un capro espiatorio mentre il debito corre e si avvicina lo spettro dello shutdown. Il consenso reggerà?</p>
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<p class="wp-block-paragraph">(<em>Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Una quota non insignificante del suo successo alle presidenziali del 2024, Donald Trump la deve alla fiducia che gran parte degli elettori americani riponevano nelle sue capacità di rendere di nuovo prospera l’America. Poco contava che le cifre dell’Amministrazione Biden fossero buone, persino eccellenti: una crescita robusta, con tassi annui superiori al 3%; livelli di disoccupazione bassi, anzi bassissimi; un’inflazione ridiscesa su livelli vicini agli ottimali, poco sopra il 2%, dopo l’impennata, dovuta soprattutto ai costi dell’energia, conseguente allo scoppio della guerra in Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’elettore di Trump, i dati macro-economici ‘gli fanno un baffo’: lui si guarda in tasca e vedeva che, nei quattro anni dell’Amministrazione Biden, il suo potere d’acquisto era diminuito; e lui si sentiva, e in fondo era, più povero, anche se il suo salario era aumentato e se l’Unione andava bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump, ovviamente, prometteva meraviglie. Che non ci sono state. Anzi, il primo trimestre 2025 è stato un vero e proprio flop, con un Pil in calo dello 0,5%, il dato peggiore dal 2021 della pandemia, quando le oscillazioni furono pazzesche, giù d’un terzo in un trimestre, su d’un terzo nel successivo. Il secondo trimestre, invece, è andato bene, + 3,3%, in linea con i grafici di Biden.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se le meraviglie promesse in campagna elettorale non si sono concretizzate, il magnate presidente, che non si assume mai la responsabilità d’un insuccesso, sa bene su chi scaricare la responsabilità: il capro espiatorio è il presidente della Federal Reserve, la Fed, la Banca centrale degli Stati Uniti, Jerome Powell, che ha fin qui mantenuto inalterato il costo del denaro e, quindi, i tassi dei mutui, nonostante l’inflazione sia rimasta sostanzialmente costante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, non si sono neppure verificati i disastri che gli economisti, calati nel ruolo loro consono di cassandre, avevano pronosticato, causa dazi: l’imposizione di tariffe molto elevate sull’import avrebbe dovuto fare lievitare i prezzi dei prodotti finiti importati, ma anche dei prodotti manufatti nell’Unione con materie prime importate; e rallentare l’export, con effetti negativi sull’inflazione e sulla produzione e, di conseguenza, sull’occupazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finora, non è andata così: l’inflazione è rimasta al di sopra del 2%, ma al di sotto del 3%, in parte perché – come scrive il Wall Street Journal – “l’economia mostra di sapersi adattare” e in parte perché l’effetto dei dazi non s’era pienamente avvertito fino ad agosto, perché annunci funambolici sono stati seguiti da moratorie e negoziati, creando un effetto incertezza che ha indotto imprenditori e consumatori a muoversi con estrema prudenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’ora in poi, bisognerà, inoltre, ‘prendere con le molle’ i dati che saranno pubblicati. Licenziando con un post su Truth la responsabile delle statistiche sull’occupazione, perché aveva osato rivedere al ribasso i risultati provvisori, Trump ha mandato un messaggio raggelante a quanti maneggiano informazioni economiche rilevanti negli Stati Uniti: se i loro numeri non corrispondono alle attese del presidente, il problema non sono le politiche inadeguate, ma i loro calcoli. Sarebbe come sperare di aggiustare in Italia una crescita asfittica e una produzione industriale in costante declino licenziando gli statistici e non intervenendo sulle cause dei problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I sondaggi dicono che la fiducia degli americani nelle capacità economico-taumaturgiche di Trump s’è un po’ affievolita. Ma il magnate presidente ostenta fiducia: la Fed sotto assedio a settembre probabilmente abbasserà il costo del denaro, dando slancio a mutui e investimenti. Ma di qui a fine anno, il magnate presidente dovrà disinnescare una bomba il cui detonatore già ticchetta: la legge “grande e bella” da lui voluta e approvata dal Congresso taglia tanto le tasse ai ricchi e taglia un po’ le spese per la povera gente e, così, aumenta il debito, che, senza provvedimenti legislativi, sfonderà il tetto e provocherà uno ‘shutdown’, cioè una parziale serrata dei servizi federali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa legge potrebbe costare, l’anno prossimo, la maggioranza alla Camera ai repubblicani, perché gli elettori potrebbero rimproverare ai loro deputati i tagli ad assistenza sanitaria e programmi sociali. Ma questa è una storia che andrà scritta nei prossimi mesi.</p>
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		<title>Accordo USA-UK: i brexiteers esultano, l’economia un po’ meno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 09:45:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[accordo usa uk]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa significa l'accordo Usa Uk a fine luglio sui dazi. E quali possono essere le conseguenze per gli altri paesi. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">A fine luglio Stati Uniti e Regno Unito hanno annunciato un primo accordo commerciale formale dall’avvento dell’amministrazione Trump. Questo accordo è utile politicamente sia a Trump, sia a Starmer: al primo serve per sostenere che le numerose minacce sui dazi stanno iniziando a dare qualche risultato, mentre il secondo può rivendicare che il suo paese è stato il primo a trovare un accordo con l’amministrazione statunitense.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei contenuti, l’accordo è ancora parziale: prevede l’eliminazione dei dazi USA del 25 per cento su acciaio e alluminio britannici, la riduzione dal 25 al 10 per cento sul primo contingente annuo di 100mila auto, e l’abbassamento dal 5,1 all’1,8 per cento dei dazi britannici sulle merci statunitensi. Sono stati azzerati i dazi sull’etanolo e introdotto un contingente annuale di 13mila tonnellate di carne statunitense a dazio zero. Al di fuori di questi interventi, rimarrà comunque in vigore un dazio base del 10 per cento su tutte le importazioni statunitensi dal Regno Unito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’intesa ha scatenato l’euforia dei sostenitori della Brexit, che l’hanno celebrata come dimostrazione del successo della “libertà commerciale” conquistata con l’uscita dall’UE. L’ex ministro conservatore Kwasi Kwarteng, in un editoriale sul <em>Telegraph</em>, riferendosi al fatto che Bruxelles ha subito un dazio del 15 per cento, contro il 10 per cento imposto al Regno Unito, ha definito l’accordo la “più grande umiliazione dell’Unione Europea dalla Brexit”. Ha anche ripreso ironicamente le parole del primo ministro francese, che aveva parlato di “soumission”, interpretandole come eco storica della resa alla Germania nazista nel 1940. Ma questa retorica dimentica un dettaglio fondamentale: il Regno Unito commercia più del doppio con l’UE rispetto agli Stati Uniti. Come ha osservato l’economista John Springford del Centre for European Reform, la differenza di dazio tra il 10 e il 15 per cento rappresenta, nel migliore dei casi, “un errore di arrotondamento”, trascurabile rispetto al danno autoinflitto dalla Brexit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il nuovo accordo con l’India è stato presentato come una svolta, ma il suo impatto stimato sul PIL britannico è dello 0,13 per cento, poco più dell’accordo con l’Australia (0,08 per cento) o della bozza d’intesa con gli Stati Uniti (0,16 per cento), secondo le stime del Dipartimento per il Commercio Internazionale britannico riportate dal <em>The Guardian</em>. Inoltre, secondo l’Office for Budget Responsibility, il Regno Unito importa ed esporta il 15 per cento in meno rispetto a uno scenario in cui fosse rimasto nell’UE, con una perdita strutturale del 4 per cento di produttività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A livello di effetti reali, l’esperienza del Regno Unito dopo il 2016 offre una chiave di lettura utile anche per interpretare il possibile impatto delle politiche tariffarie di Trump. Secondo un’analisi di <em>Reuters</em>, né la Brexit né l’annuncio dei dazi americani hanno causato una crisi economica o finanziaria immediata, ma entrambi hanno prodotto una “combustione lenta” di produttività e crescita. Dopo il referendum del 2016, il Regno Unito ha evitato la recessione fino al 2020, ma da allora l’economia è quasi stagnante, la Borsa londinese ha sottoperformato rispetto agli indici globali e l’impatto sull’export – in particolare verso l’UE – è stato significativo, con un calo del 13 per cento delle esportazioni verso il mercato unico dopo l’entrata in vigore delle nuove regole commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, l’opinione pubblica britannica è profondamente cambiata. Secondo gli ultimi sondaggi YouGov, il 56 per cento dei cittadini ora ritiene che sia stato un errore lasciare l’Unione Europea e la maggioranza dei britannici attribuisce la responsabilità alla leadership conservatrice e a Nigel Farage. La narrativa brexiteer, però, non molla: ogni piccolo successo è amplificato per difendere la bontà della scelta, mentre i costi strutturali vengono sistematicamente minimizzati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accordo con gli Stati Uniti, dunque, appare più come un gesto politico che un cambio di passo economico. Come già accaduto con la Brexit, l’assenza di un crollo immediato rischia di dare l’illusione che queste scelte siano sostenibili, mentre i danni si accumulano nel tempo. Il rischio è quello di confondere la resilienza con il successo, ma anche gli errori più ideologici, prima o poi, presentano il conto.</p>
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