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	<title>Articoli di Alessandro Caruso, autore presso The Watcher Post</title>
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	<link>https://www.thewatcherpost.it/author/alessandro-caruso/</link>
	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Mon, 08 Jun 2026 07:59:28 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Energia, difesa e crescita: le sfide di un’Europa sotto pressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 09:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La politica italiana ed europea si è mossa questa settimana lungo una linea sottile che collega i grandi dossier geopolitici alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini....</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/energia-difesa-e-crescita-le-sfide-di-uneuropa-sotto-pressione/">Energia, difesa e crescita: le sfide di un’Europa sotto pressione</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La politica italiana ed europea si è mossa questa settimana lungo una linea sottile che collega i grandi dossier geopolitici alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini. Dalla crisi in Medio Oriente alla guerra in Ucraina, fino alle scelte energetiche e industriali di Roma e Bruxelles, il filo conduttore resta uno solo: la sicurezza, militare ed economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano internazionale, i riflettori continuano a essere puntati sull’Iran e sullo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota decisiva del commercio mondiale di petrolio e gas. Dopo mesi di tensioni e interruzioni della navigazione, le trattative diplomatiche sembrano aver aperto uno spiraglio verso una graduale normalizzazione dei traffici marittimi, anche se il quadro resta fragile e fortemente dipendente dagli equilibri tra Washington e Teheran. L’Europa osserva con particolare attenzione gli sviluppi perché la crisi di Hormuz ha già prodotto effetti diretti sui prezzi energetici, contribuendo a riaccendere le pressioni inflazionistiche e ad aumentare i costi per famiglie e imprese. In questo contesto l’Italia ha mantenuto una linea prudente, sostenendo gli sforzi diplomatici e confermando la disponibilità a contribuire a eventuali missioni internazionali di sicurezza soltanto all’interno di una cornice multilaterale e dopo il necessario passaggio parlamentare.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parallelamente, la guerra in Ucraina continua a rappresentare il principale fronte di instabilità del continente europeo. Mentre il conflitto resta sostanzialmente bloccato sul terreno, cresce la consapevolezza che la sfida non sia più soltanto militare ma anche economica e industriale. Per questo motivo Bruxelles insiste sul rafforzamento delle capacità produttive europee e sulla necessità di rendere l’Unione meno vulnerabile agli shock esterni, sia sul piano energetico sia su quello della difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio da questa consapevolezza che nasce una delle novità politiche più significative della settimana. La Commissione europea ha infatti aperto alla possibilità di estendere la flessibilità prevista dal Patto di stabilità anche agli investimenti destinati a contrastare il caro energia. Si tratta di una risposta alle richieste avanzate dal governo italiano nelle scorse settimane e rappresenta un segnale politico rilevante: Bruxelles riconosce che la sicurezza energetica è ormai una componente essenziale della sicurezza strategica europea. L’apertura resta circoscritta e accompagnata da rigide condizioni, ma potrebbe garantire agli Stati membri margini aggiuntivi di bilancio per sostenere investimenti in infrastrutture energetiche, reti e tecnologie utili a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il governo Meloni si tratta di un risultato politico non trascurabile. La premier può rivendicare di aver portato al centro dell’agenda europea il tema del costo dell’energia proprio mentre la crisi mediorientale dimostra quanto la dipendenza energetica rappresenti ancora un punto debole per l’intero continente. Non a caso il dossier energetico si intreccia con un’altra decisione destinata a segnare il dibattito dei prossimi anni: l’approvazione della legge delega sul nucleare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo dell’esecutivo è costruire il quadro normativo necessario per il ritorno dell’Italia all’energia atomica di nuova generazione, puntando in particolare sui piccoli reattori modulari e sulle tecnologie avanzate che dovrebbero affiancare le fonti rinnovabili. Per la maggioranza si tratta di una scelta strategica resa ancora più urgente dalla volatilità dei mercati energetici internazionali; per le opposizioni restano aperte le questioni dei costi, dei tempi e della gestione delle scorie. Al di là delle divisioni politiche, il tema segna comunque un cambio di paradigma: dopo decenni di assenza dal dibattito nazionale, il nucleare torna a essere considerato uno degli strumenti attraverso cui garantire autonomia energetica e competitività industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il fronte ucraino, le tensioni nel Golfo Persico e le nuove scelte europee sull’energia, emerge dunque una fotografia chiara della fase che stiamo attraversando. Le crisi internazionali non restano più confinate ai teatri di guerra ma si riflettono direttamente sui bilanci pubblici, sulle bollette e sulle strategie industriali. È per questo che la politica, in Italia come in Europa, sta progressivamente ridefinendo le proprie priorità: meno separazione tra politica estera e politica economica, più attenzione alla sicurezza complessiva del sistema. Una trasformazione che probabilmente accompagnerà l’intero continente negli anni a venire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le informazioni sugli sviluppi energetici e sulla flessibilità europea sono basate sulle decisioni e sulle aperture emerse nei giorni scorsi a Bruxelles.&nbsp;</p>
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		<title>Pichetto Fratin: «Servono più rinnovabili, ma senza ideologie. Il nucleare integrerà il mix energetico»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 08:37:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha tracciato al Festival dell’Energia di Lecce una panoramica sulle principali sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni, ribadendo la necessità di un approccio pragmatico fondato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla complementarità delle fonti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’energia è ormai al centro delle sfide economiche, industriali e geopolitiche del Paese. Dalla volatilità dei prezzi legata alle tensioni internazionali fino alla necessità di accelerare la transizione energetica, passando per il nodo delle autorizzazioni, il ruolo del nucleare e le opportunità offerte dal Mediterraneo, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha tracciato al Festival dell’Energia di Lecce una panoramica sulle principali sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni, ribadendo la necessità di un approccio pragmatico fondato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla complementarità delle fonti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ministro, il claim della quattordicesima edizione del Festival è “L’energia spiegata”. Fino a pochi anni fa era un tema per addetti ai lavori, oggi invece è al centro del dibattito pubblico. Come è cambiato il suo ruolo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ne parlano tutti perché l’energia sta diventando il fulcro dello sviluppo e quindi la chiave del futuro. È centrale per la decarbonizzazione, per mantenere e creare condizioni di benessere economico e, di conseguenza, di benessere sociale. Oggi l’energia è il tema del giorno».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il costo dell’energia incide direttamente sulla vita delle famiglie. Alla luce delle tensioni internazionali, è previsto un nuovo intervento del Governo sulle accise?<br></strong>«In questo momento dobbiamo osservare come evolve lo scenario internazionale, che cambia di ora in ora. L’impennata dei prezzi è legata alle tensioni nell’area del Golfo Persico e alle difficoltà che hanno interessato lo Stretto di Hormuz. I grandi consumatori asiatici, come Cina, Giappone e Corea del Sud, si sono rivolti ad altri mercati internazionali, contribuendo all’aumento dei prezzi. Se la situazione dovesse normalizzarsi, probabilmente non nell’immediato ma progressivamente, i prezzi potrebbero trovare un nuovo equilibrio. Gli analisti indicano una tendenza al ribasso».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei ha richiamato anche il tema degli stoccaggi energetici. A che punto siamo in vista della prossima stagione invernale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Siamo assolutamente tranquilli. Abbiamo già contratti che coprono oltre il 90% degli acquisti previsti ed è iniziata la fase di immissione del gas nei giacimenti esausti utilizzati come siti di stoccaggio. La situazione è sotto controllo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Uno dei temi centrali del dibattito energetico riguarda il rapporto tra sostenibilità, tutela del territorio e sviluppo industriale. Sul fronte delle rinnovabili, qual è oggi il principale ostacolo da superare?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’obiettivo del Piano nazionale integrato energia e clima è arrivare a 131 gigawatt di capacità installata entro il 2030. Solare ed eolico possono dare un contributo molto rilevante a un Paese che continua ad aumentare il proprio fabbisogno energetico. Le difficoltà riguardano soprattutto i processi autorizzativi, le valutazioni ambientali e la distribuzione delle competenze tra i diversi livelli istituzionali. Nella maggior parte dei casi le autorizzazioni sono di competenza regionale e quindi spetta alle Regioni effettuare le valutazioni necessarie».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto pesa il tema delle opposizioni territoriali ai progetti?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le opposizioni delle comunità locali e degli enti rappresentativi sono legittime, ma spesso rallentano i processi. Per questo è fondamentale individuare con chiarezza le aree idonee. In passato si è spesso proceduto senza una pianificazione adeguata, con la possibilità di realizzare impianti ovunque. Un Paese come l’Italia, caratterizzato da una straordinaria biodiversità, da un patrimonio paesaggistico unico e da una forte vocazione turistica, non può permettersi il disordine. Una volta individuate le aree idonee, però, bisogna essere automatici e non ideologici nelle autorizzazioni. Non può esistere un no pregiudiziale come posizione di principio».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Spesso il modello spagnolo viene indicato come riferimento nel dibattito energetico. Quali sono le principali differenze rispetto all’Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La Spagna dispone di condizioni molto diverse dalle nostre. Ha una disponibilità enorme di superfici per il fotovoltaico, soprattutto in Andalusia, che presenta caratteristiche quasi desertiche. Inoltre, abbina le rinnovabili a una significativa produzione nucleare che garantisce stabilità al sistema. C’è poi un altro elemento fondamentale: la Spagna dispone di una capacità di rigassificazione estremamente superiore rispetto alla propria domanda interna, mentre noi abbiamo cinque rigassificatori che coprono circa il 50% del fabbisogno nazionale. Questa ridondanza infrastrutturale offre una sicurezza maggiore negli approvvigionamenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Veniamo al nucleare. Durante il suo intervento ha parlato della necessità di “integrare, non sostituire”. Che cosa significa concretamente?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Un sistema energetico equilibrato deve poter contare su molteplici fonti. L’Italia dispone di risorse idroelettriche, fotovoltaiche, eoliche e geotermiche. Per alcuni decenni avremo ancora bisogno del gas, il cui peso dovrà progressivamente diminuire con la crescita delle fonti decarbonizzate. In questo quadro il nucleare non sostituisce le altre tecnologie, ma si aggiunge ad esse per rafforzare la stabilità del sistema. Dobbiamo costruire un mix energetico equilibrato, capace di garantire sicurezza, sostenibilità e competitività».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra le tecnologie emergenti c’è anche l’idrogeno. Quale ruolo potrà avere?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’idrogeno avrà una sua rilevanza nel prossimo decennio. La sua diffusione è più lenta perché richiede ancora un’evoluzione dei sistemi di utilizzo e consumo. Oggi, in molti casi, è più facile produrre idrogeno che impiegarlo in modo efficiente. Ma resta una tecnologia destinata ad avere un ruolo importante».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Italia dispone anche di una grande risorsa naturale: il mare. Quanto può incidere nella strategia energetica nazionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il Mediterraneo rappresenta un asset strategico. È già oggi un crocevia di infrastrutture fondamentali, dai gasdotti ai cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Proprio osservando la distribuzione dei nuovi data center in Italia ho notato una forte concentrazione tra Bari e Brindisi. La ragione è semplice: da lì transitano i principali collegamenti digitali tra Europa, Regno Unito, Commonwealth e India. Il mare è una straordinaria infrastruttura invisibile che contribuisce ad attrarre investimenti e attività ad alta intensità energetica. Per questo il suo ruolo sarà sempre più centrale nello sviluppo del Paese».</p>
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		<title>Energia, Fitto: «L’autonomia strategica europea passa da investimenti, infrastrutture e scelte coraggiose»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 08:21:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto indica la strada per ridurre la vulnerabilità energetica dell’Europa: più flessibilità nell’uso dei fondi di coesione, semplificazione degli investimenti, centralità del Mediterraneo e un approccio pragmatico sulle grandi infrastrutture.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’energia è diventata uno dei principali fattori che determinano la competitività economica e la sicurezza geopolitica dell’Europa. Le tensioni internazionali, dalla guerra in Ucraina alla crisi in Medio Oriente, hanno riportato al centro una questione che per anni era rimasta sullo sfondo: la dipendenza energetica del continente. È da questa consapevolezza che parte la riflessione di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea e commissario europeo alle Politiche regionali e di coesione, intervenuto a Lecce a margine del Festival dell’Energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro del dibattito c’è la proposta avanzata dalla Commissione per consentire a Stati membri e Regioni di utilizzare con maggiore flessibilità una parte delle risorse della politica di coesione per affrontare gli effetti dell’emergenza energetica. Una proposta che in Italia ha suscitato polemiche ma che Fitto respinge nettamente: «Non c’è nessuna imposizione e non c’è nessuna risorsa che viene spostata da una parte all’altra. C’è semplicemente un’opportunità che viene data per adeguare allo scenario attuale l’utilizzo delle risorse disponibili».</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è permettere a governi e amministrazioni regionali di sostenere famiglie e imprese colpite dall’aumento dei costi energetici, finanziando anche interventi di efficientamento e misure legate agli effetti economici delle tensioni internazionali. Per il commissario europeo si tratta di una naturale evoluzione di programmi definiti nel 2021 e nel 2022, in un contesto radicalmente diverso da quello attuale. «Dobbiamo raggiungere l’obiettivo dell’autonomia strategica europea», spiega. «Serve intervenire nell’immediato per sostenere cittadini e imprese, ma contemporaneamente bisogna mettere in campo investimenti strutturali e scelte di lungo termine».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio gli investimenti rappresentano uno dei punti centrali della strategia europea. Il tema dell’energia, secondo Fitto, non può essere separato da quello delle infrastrutture e della capacità di realizzarle rapidamente. Da qui la necessità di intervenire sui processi autorizzativi che spesso rallentano la realizzazione delle opere strategiche. Pur riconoscendo che molte competenze restano nazionali, regionali e locali, il vicepresidente della Commissione sottolinea come Bruxelles stia lavorando per accelerare le procedure e favorire la semplificazione. In questo quadro richiama l’esperienza della Zona Economica Speciale Unica del Mezzogiorno, che a suo giudizio ha dimostrato come procedure più snelle possano favorire investimenti e sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione energetica si intreccia inevitabilmente con il ruolo geopolitico dell’Italia. Per Fitto il Mediterraneo è destinato a diventare sempre più centrale nelle strategie europee e il nostro Paese può svolgere una funzione decisiva. «L’Italia è centrale non solo per l’Italia ma per l’Europa», afferma, richiamando il lavoro sviluppato attraverso il Piano Mattei, il programma Global Gateway e le iniziative che rafforzano il rapporto tra Europa e Africa. «L’Italia e il Sud Italia rappresentano il ponte naturale dell’Europa verso l’Africa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto alle scelte europee, Fitto richiama però anche il tema della capacità di realizzare concretamente le infrastrutture necessarie alla sicurezza energetica. L’esempio è quello del TAP, il gasdotto approdato in Puglia che oggi rappresenta uno degli asset fondamentali per gli approvvigionamenti nazionali. «Ero tra i pochissimi sostenitori del TAP in questa provincia», ricorda. «Oggi siamo tutti sostenitori del TAP, ma quando venne realizzato le contestazioni erano molto forti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il commissario europeo la lezione è chiara: le grandi scelte energetiche richiedono visione e capacità di guardare oltre il consenso immediato. Lo stesso ragionamento vale per il nucleare, tema sul quale invita a superare approcci ideologici. «Oggi paghiamo un gap enorme determinato da scelte fatte decenni fa», osserva. «I prezzi più bassi dell’energia si registrano nei Paesi che hanno costruito il giusto mix tra fonti rinnovabili e nucleare».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella visione di Fitto, autonomia strategica, competitività e sicurezza energetica sono ormai parti della stessa sfida. Una sfida che richiede investimenti, infrastrutture e capacità decisionale. Perché, in un contesto internazionale sempre più instabile, la disponibilità di energia non è più soltanto una questione economica, ma una leva decisiva di sovranità e crescita.</p>
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		<title>La transizione non è solo elettrica: il nuovo ruolo del GNL nell’economia che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 10:37:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crescita del gas naturale liquefatto e del bioGNL riapre il dibattito europeo su neutralità tecnologica, investimenti e sostenibilità industriale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>La transizione energetica europea continua a essere raccontata come un percorso lineare, quasi una sostituzione meccanica tra fonti tradizionali e nuove tecnologie. La realtà industriale, però, appare molto più complessa. La decarbonizzazione non si misura soltanto nella velocità con cui si abbandonano le fonti fossili, ma anche nella capacità di costruire un sistema energetico stabile, resiliente e sostenibile dal punto di vista economico. È dentro questa tensione tra obiettivi climatici e sostenibilità industriale che il Gas Naturale Liquefatto sta progressivamente assumendo un ruolo diverso rispetto al passato: non più soltanto combustibile di transizione, ma piattaforma abilitante per nuovi modelli di approvvigionamento e per lo sviluppo delle future molecole rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri raccontano con chiarezza la dimensione del cambiamento. Nel 2021 il GNL copriva appena il 13% delle importazioni nazionali di gas; nel 2025 la quota è salita a circa il 34%, con una crescita particolarmente significativa delle forniture provenienti dagli Stati Uniti, passate da meno del 10% a circa la metà del GNL complessivamente importato. Un cambiamento che non riflette soltanto una diversa geografia commerciale, ma anche una profonda revisione delle strategie energetiche europee avviata dopo la crisi del 2022.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La riduzione della dipendenza dal gas russo ha imposto una revisione accelerata delle infrastrutture energetiche. L’Italia ha risposto attraverso una combinazione di elementi: il rafforzamento delle connessioni strategiche via gasdotto, l’utilizzo delle infrastrutture esistenti e l’entrata in funzione dei rigassificatori di Piombino e Ravenna. La conseguenza è stata una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento e una capacità di risposta che ha consentito di mantenere continuità nella fornitura energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il punto oggi non riguarda soltanto la sicurezza degli approvvigionamenti. Il GNL sta diventando un vettore capace di aprire nuovi mercati e di accelerare percorsi di decarbonizzazione nei comparti più difficili da elettrificare. Il trasporto pesante e il settore marittimo rappresentano probabilmente gli esempi più evidenti. Nel trasporto stradale italiano la rete ha raggiunto 185 punti vendita, mentre i consumi nel segmento pesante hanno registrato una crescita superiore al 30% nell’ultimo anno. Parallelamente, nel comparto marittimo operano già 22 navi alimentate a GNL nel Mediterraneo, con prospettive di ulteriore espansione entro il 2030.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera partita, tuttavia, non riguarda il GNL nella sua configurazione attuale, ma la sua evoluzione verso forme rinnovabili. Il bioGNL rappresenta infatti una delle possibili strade attraverso cui coniugare continuità industriale e obiettivi climatici, con un vantaggio che altri percorsi tecnologici non sempre riescono a garantire: la possibilità di utilizzare infrastrutture già esistenti senza imporre riconversioni radicali del sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio su questo aspetto che insiste Matteo Cimenti, presidente di Assogasliquidi-Federchimica: «In un contesto internazionale molto difficile, occorre poter disporre di più alternative possibili in termini di mix energetico, a maggior ragione se si tratta di alternative virtuose dal punto di vista delle emissioni. I gas liquefatti sempre più diffusi nelle loro versioni rinnovabili rispondono a tutte queste esigenze: sono pronti e già disponibili».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema diventa particolarmente rilevante nel dibattito europeo sulle emissioni e sulle politiche di neutralità climatica. Il rischio che il confronto si riduca a una contrapposizione tra tecnologie vincitrici e tecnologie da abbandonare rischia infatti di semplificare eccessivamente una trasformazione molto più articolata. Perché la decarbonizzazione non è soltanto un obiettivo ambientale: è anche una questione di competitività industriale, investimenti e sicurezza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il GNL potrebbe giocare una funzione più ampia rispetto a quella immaginata fino a pochi anni fa. Non come destinazione finale della transizione, ma come ponte industriale e tecnologico capace di accompagnare il passaggio verso sistemi energetici a minore intensità carbonica. Una differenza che, in una fase segnata da instabilità geopolitiche e domanda energetica crescente, rischia di diventare meno ideologica e molto più concreta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/la-transizione-non-e-solo-elettrica-il-nuovo-ruolo-del-gnl-nelleconomia-che-cambia/">La transizione non è solo elettrica: il nuovo ruolo del GNL nell’economia che cambia</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>«Il problema dell’Italia non è la mancanza di capitale, ma la capacità di trasformarlo in crescita». Parla de Blasio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 08:27:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eugenio de Blasio, presidente di Green Arrow Capital, che ha appena acquisito Dea Capital. Dimensione, fondi pensione, infrastrutture e competitività al centro della nuova fase del capitalismo italiano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/il-problema-dellitalia-non-e-la-mancanza-di-capitale-ma-la-capacita-di-trasformarlo-in-crescita/">«Il problema dell’Italia non è la mancanza di capitale, ma la capacità di trasformarlo in crescita». Parla de Blasio</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Crescere non è più soltanto una scelta industriale ma una condizione di sopravvivenza economica. In una fase segnata da crisi ricorrenti, trasformazioni tecnologiche e nuove geografie del capitale, il tema della dimensione torna al centro della competitività. «Se non si cresce si muore», osserva <strong>Eugenio de Blasio</strong>, presidente e fondatore di Green Arrow Capital, gruppo che con l’acquisizione di Dea Capital arriva a circa 8 miliardi di masse gestite e punta a rafforzare la presenza italiana negli investimenti alternativi e nelle infrastrutture del futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’operazione che segna un salto di qualità anche rispetto ai competitor europei?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sì e no. Nel Sud Europa certamente sì, ma soffriamo ancora il nanismo italiano. Siamo oltre il doppio del secondo player nazionale, ma rispetto ai grandi gestori del Nord Europa siamo ancora più piccoli. Il settore crescerà e andrà incontro a una concentrazione simile a quella che stiamo vedendo nel sistema bancario: essere troppo piccoli non sarà più sostenibile».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei ha detto che “piccolo non è bello”. Serve davvero essere grandi player per attrarre grandi investimenti?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«In un mondo globalizzato le nicchie da sole non bastano più. Bisogna essere specializzati ma anche solidi, grandi e resilienti. Le crisi ormai arrivano continuamente: geopolitiche, energetiche, sanitarie. Viviamo in un contesto dove la stabilità è quasi una chimera. Noi italiani però abbiamo sviluppato una capacità di adattamento molto forte».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dove vede oggi la vera leva di crescita?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Nel risparmio e nei fondi pensione. In Italia le masse complessive valgono tra 1.300 e 1.500 miliardi di euro. C’è una crescente consapevolezza soprattutto tra i giovani sulla previdenza integrativa. Il punto è che questi capitali devono essere indirizzati verso l’economia reale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quindi il tema non è soltanto il rendimento finanziario.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Assolutamente no. Gli azionisti delle grandi aziende americane sono spesso i fondi pensione. Noi dovremmo fare lo stesso: i risparmi dei pensionati italiani devono contribuire a sostenere le nostre imprese, creare occupazione e generare nuovo gettito fiscale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Avete puntato molto sul Sud Europa. Perché questa area è strategica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Perché qui esiste una forte necessità di infrastrutture per il futuro: energia rinnovabile, gas rinnovabili, digitale, data center, reti. E poi abbiamo una caratteristica tipicamente italiana: le medie imprese. Noi le definiamo campioni italiani che devono diventare campioni europei».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali segmenti vede più strategici nei prossimi cinque anni?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sempre di più assisteremo a una convergenza tra energia e digitale. L’intelligenza artificiale consumerà enormi quantità di dati, banda ed energia. Pensiamo anche alle auto a guida autonoma: richiederanno elettricità e connessioni permanenti. Saremo sempre più elettrici e digitali».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come si costruisce un capitalismo italiano più forte?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La parola chiave è semplificazione. Noi non chiediamo aiuti pubblici, chiediamo meno ostacoli. Siamo un Paese troppo complicato, con troppa burocrazia. A volte non riusciamo a investire non per mancanza di risorse ma perché il sistema rende tutto eccessivamente complesso».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Esiste ancora un ostacolo culturale nei confronti della finanza e dei fondi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sì, ancora molto. C’è una componente ideologica che vede i fondi come soggetti speculativi. Però qualcosa sta cambiando. Si sta capendo che pubblico e privato non sono avversari ma possono essere complementari. Questo cambiamento culturale sarà fondamentale per rendere il Paese più competitivo».</p>
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		<title>Accise, dogane e monopoli: la nuova geografia della sovranità economica tra gettito, sicurezza e commercio globale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 10:07:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dagli introiti fiscali all’AI contro le frodi: perché accise, dogane e monopoli sono diventati un nodo strategico per l’economia italiana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Più che una struttura amministrativa, oggi l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è diventata uno dei punti in cui si incontrano commercio globale, sicurezza economica, tecnologia, fiscalità e competitività industriale. Non è un caso che gli Stati generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in programma il 20 e 21 maggio a Roma, arrivino in una fase in cui i confini tra politica fiscale e politica industriale sono diventati sempre più sottili. Le dogane non sono più soltanto il luogo fisico attraverso cui entrano e escono merci; sono un’infrastruttura strategica che misura la capacità di uno Stato di controllare flussi economici, proteggere filiere produttive e presidiare entrate fiscali sempre più esposte a trasformazioni profonde del mercato. Il dato che forse racconta meglio la dimensione di questa centralità è quello del gettito: nel 2025 le attività riconducibili ad ADM hanno generato oltre 82 miliardi di euro tra dogane, energie, alcoli, tabacchi e giochi. Di questi, circa 33,7 miliardi arrivano dal comparto energia e alcoli, 21,7 miliardi dal sistema doganale, 15,6 miliardi dai tabacchi e 11,5 miliardi dal settore giochi. Quasi una grande manovra finanziaria permanente che rende evidente come parlare di accise e dogane significhi ormai discutere di equilibri economici nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure il punto non riguarda soltanto il <a href="https://www.adm.gov.it/portale/home">gettito</a>. Le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno modificato il ruolo stesso delle dogane. La pandemia prima, la crisi energetica poi, le tensioni nel Mar Rosso, i nuovi assetti commerciali tra Stati Uniti, Cina e Unione europea hanno reso evidente quanto il commercio internazionale non sia più soltanto una questione di logistica ma di sicurezza strategica. Nel 2025 il valore degli scambi con Paesi terzi ha raggiunto circa 278,8 miliardi di euro in importazioni e 348,1 miliardi in esportazioni, con Stati Uniti e Cina che continuano a rappresentare snodi centrali dei flussi commerciali italiani. In questo scenario il lavoro delle dogane si sposta progressivamente dal semplice controllo documentale a un’attività molto più sofisticata di analisi del rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambiamento emerge soprattutto dall’esplosione dell’e-commerce. Le dichiarazioni di importazione legate al commercio elettronico sono passate da circa 54 milioni nel 2023 a quasi 105 milioni nel 2025. Parallelamente i controlli sono cresciuti da poco più di 29 mila a oltre 57 mila. Dietro questi numeri si intravede una trasformazione strutturale: le grandi filiere tradizionali lasciano sempre più spazio a flussi frammentati, microspedizioni e acquisti diretti che rendono più complessa la capacità di intercettare irregolarità e frodi. Non è un caso che la salute e sicurezza dei prodotti e la contraffazione rappresentino oggi oltre il 70% delle categorie di rischio extra-tributario monitorate da ADM.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che si inserisce una seconda trasformazione, forse ancora più significativa: l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella gestione doganale. Alla vigilia degli Stati generali il direttore Roberto Alesse ha descritto l’utilizzo di sistemi di computer vision e algoritmi predittivi per identificare in tempo reale merci sospette nei porti e negli aeroporti italiani. Nel 2025 sono stati sequestrati oltre 5,5 milioni di prodotti contraffatti e circa la metà riguardava giocattoli e articoli sportivi. L’idea di fondo è che il controllo non possa più basarsi soltanto su verifiche a campione o attività successive all’ingresso della merce, ma debba diventare preventivo, predittivo e continuo. È una logica che segna il passaggio da una funzione essenzialmente burocratica a una funzione di intelligence economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro questo scenario si inserisce anche la riforma delle accise, uno dei dossier più delicati degli ultimi mesi. Il tema è tecnicamente fiscale ma le implicazioni sono molto più ampie. Le accise rappresentano uno degli strumenti attraverso cui lo Stato orienta consumi, incentivi e comportamenti economici. Per anni il sistema italiano ha mantenuto differenze significative nella tassazione di carburanti differenti, con effetti che hanno spesso prodotto distorsioni di mercato. La revisione avviata punta progressivamente a riallineare il sistema in una logica di maggiore coerenza ambientale e fiscale, intervenendo soprattutto sul differenziale tra benzina e diesel. Dietro una questione apparentemente tecnica si nasconde però una partita molto più complessa: ogni modifica delle accise produce effetti immediati sui prezzi, sulle imprese di trasporto, sulla competitività industriale e sul potere d’acquisto delle famiglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che proprio sulle accise si concentrano alcune delle forme più sofisticate di evasione e criminalità economica. Nel 2025 le attività di contrasto alle frodi sugli oli minerali hanno consentito di individuare circa 25 milioni di euro di imposta evasa tra IVA e accise. È un terreno in cui la capacità tecnologica diventa decisiva, perché i cosiddetti “designer fuels”, carburanti modificati o alterati per aggirare il sistema fiscale, rappresentano uno dei fenomeni più difficili da intercettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è che oggi le dogane non rappresentano più soltanto una frontiera fiscale. Sono sempre più una linea di confine economica. Difendere il Made in Italy, contrastare la contraffazione, controllare la qualità dei prodotti, monitorare l’esplosione dell’e-commerce, prevenire l’evasione sulle accise e proteggere le entrate pubbliche fanno ormai parte della stessa partita. Gli Stati generali di questa settimana arrivano quindi in un momento che assomiglia meno a un bilancio annuale e più a una ridefinizione strategica del ruolo dell’Agenzia. Perché mentre le merci attraversano i confini a velocità crescente e i mercati diventano sempre più digitali, la vera sfida non è semplicemente controllare cosa entra o esce dal Paese. È capire quanto uno Stato sia ancora capace di governare i flussi che attraversano la sua economia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>«Competitività, sicurezza e investimenti: così l’Italia può rafforzarsi tra Europa e mercati globali». Parla Stefania Craxi</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/competitivita-mercati-globali-italia-stefania-craxi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 09:03:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fianco Sud della Nato, sovranità digitale, produttività, attrazione di capitali e stabilità normativa: Stefania Craxi delinea una strategia in cui politica estera e politica economica diventano parte della stessa sfida competitiva.</p>
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<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>«Alleati senza tentennamenti ma anche senza subalternità»: Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato ed ex presidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama, disegna una visione che tiene insieme autonomia europea, legame transatlantico e centralità italiana nei nuovi equilibri geopolitici. Dal Mediterraneo alla Libia, dalla guerra in Ucraina alla sovranità digitale, fino alle priorità economiche dell’ultimo anno di legislatura, emerge una strategia che punta su stabilità, competitività e posizionamento internazionale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Senatrice, in una fase di forte instabilità, come può l’Europa rafforzare la propria capacità di difesa senza trasformare l’autonomia strategica in un indebolimento del legame euro-atlantico?<br></strong>«L’autonomia strategica è un tema cruciale, spesso utilizzato dai nostri competitor come leva per indebolire il legame euro-atlantico. Ma l’Europa può e deve rafforzare le proprie capacità di difesa senza che questo significhi indebolire la NATO. La complementarità resta il principio guida. E per giocare un ruolo, dentro e fuori l’Alleanza, servono due condizioni: una politica estera comune credibile e la capacità di sviluppare da subito sinergie possibili sul piano militare e industriale. Sono i primi passi concreti e necessari per costruire un’Europa più forte, più responsabile e più capace di incidere negli equilibri globali».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Lei è un’attenta osservatrice del fianco Sud della Nato e ha più volte ricordato l’importanza di questo fronte per vari motivi. Secondo lei l’Italia sta facendo abbastanza per consolidare questa prospettiva?<br></strong>«L’Italia ha posto con forza il tema e continua a farlo perché non si tratta di un interesse particolare, ma di un pilastro della sicurezza internazionale. Un elemento spesso sottovalutato è che il fianco Sud non è solo un tema geografico, ma un crocevia di dinamiche globali che riguarda rotte energetiche, sicurezza alimentare, migrazioni, competizione tecnologica. L’Italia ha compreso che questi dossier sono interconnessi e che la Nato deve affrontarli con un approccio integrato, capace di combinare deterrenza, cooperazione e capacità di prevenzione. È un’intuizione che abbiamo ribadito con coerenza anche nella nuova strategia per il Mediterraneo e che è stata recepita nell’ultimo concetto strategico dell’alleanza. E, proprio per dare corpo a questa idea di sicurezza integrata, siamo impegnati in quest’area non solo attraverso la presenza militare e le missioni di sicurezza marittima, ma anche con un lavoro politico e diplomatico costante, che punta a rafforzare la resilienza dei partner regionali, a contrastare le interferenze esterne e a sostenere lo sviluppo economico e istituzionale dei Paesi della sponda sud».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Il vertice con il Primo ministro del governo di unità nazionale libico è stato funzionale in questo senso?<br></strong>«Sì, assolutamente. Anche perché la Libia non è solo il “cortile” dell’Italia, ma dell’Europa e della stessa Alleanza atlantica. Rafforzare questo dialogo significa consolidare la sicurezza sul fianco Sud e, allo stesso tempo, irrobustire in una fase di forte instabilità il rapporto con un partner energetico di primo livello. È un tassello essenziale di un puzzle che unisce sicurezza, diplomazia e interesse nazionale».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Alla luce di tutti gli accadimenti delle ultime settimane che hanno caratterizzato l’evoluzione del rapporto Italia-Usa, in ultimo la visita di Rubio a Roma, pensa che sia opportuno un “aggiornamento” della postura italiana nei confronti del suo più importante alleato?<br></strong>«Il rapporto atlantico non richiede alcun aggiornamento e resta per l’Italia e per l’Unione europea un pilastro ineludibile. Presidenti e toni possono cambiare, possono emergere divergenze o dossier complessi, ma nulla scalfisce la solidità del legame tra le due sponde. Insieme siamo più forti e separati più fragili, anche sul piano economico e commerciale. E poi i rapporti si consolidano nella chiarezza e nel rispetto reciproco. Per me non cambia nulla: alleati senza tentennamenti ma anche senza subalternità resta la formula che deve guidare questo rapporto ieri, oggi e domani».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Sabato scorso si è celebrata la Festa dell’Europa, purtroppo anche quest’anno macchiata dal conflitto in Ucraina. A suo giudizio l’Europa ha dimostrato compattezza strategica o sono emerse fragilità politiche che rischiano di pesare anche nel medio periodo?<br></strong>«Sul dossier ucraino l’Europa ha reagito in modo forte e compatto, un risultato tutt’altro che scontato che conferma quanto una voce unica in politica estera e di sicurezza possa incidere sul piano globale. Non sorprende che, dopo anni di conflitto, anche la Russia riconosca oggi la necessità di confrontarsi con l’UE per una possibile soluzione. Ma ogni spiraglio di pace va colto con prudenza, perché le aperture di Putin, inclusa l’irrituale scelta di un mediatore, vanno misurate sui fatti. Spesso nella politica internazionale la retorica può rispondere a esigenze contingenti più che a una reale volontà di de-escalation e di pace».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>C’è un tema europeo molto delicato, in bilico tra sicurezza, strategia e mercato: la sovranità digitale. Da un lato imprescindibile per motivi geopolitici, dall’altro rischiosa per un mercato dalla dimensione chiaramente globale. Secondo lei quale potrebbe essere il punto di equilibrio?<br></strong>«“In medio stat virtus”! L’Europa deve tenere insieme sicurezza e apertura. La sovranità digitale è un tema geopolitico che riguarda infrastrutture critiche, dati e autonomia in settori strategici come cloud, semiconduttori e IA, ma l’Europa vive in un mercato globale e chiudersi, in questo contesto, con i nostri ritardi, significherebbe perdere competitività. La risposta è una sovranità europea “aperta”. Serve sviluppare capacità europee nei nodi strategici, standard comuni, filiere resilienti, scelta dei partner in base alle nostre alleanze naturali, senza protezionismo né isolamento, condividendo magari con i nostri partner naturali e strategici un orizzonte comune. Solo così possiamo coniugare sicurezza e crescita».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Entriamo in un anno delicato, l’ultimo di legislatura: quali sono le priorità del suo partito all’interno della coalizione?<br></strong>«Vogliamo dare risposte concrete all’Italia che lavora e produce, essere i loro interlocutori e la loro voce. Le priorità saranno provvedimenti che sostengono crescita e sviluppo, che incentivino produttività, investimenti, innovazione e la competitività del sistema-Italia. Dobbiamo poi rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie, sostenere chi crea lavoro e mettere le aziende nelle condizioni di crescere, esportare e assumere».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Forza Italia è un partito che ha sempre rappresentato un interlocutore istituzionale per il mondo delle imprese. Quali politiche servono per rendere i nostri mercati e le nostre filiere più attrattive per gli investimenti?<br></strong>«Stabilità politica e normativa, tempi certi e un quadro regolatorio prevedibile sono il primo fattore di attrazione per chi investe. A questo va affiancata una fiscalità che incentivi innovazione, tecnologie e crescita delle filiere, rendendo strutturali strumenti come iperammortamento e sgravi per chi sceglie di investire in Italia. Dobbiamo attrarre risorse e al contempo favorire una movimentazione della ricchezza privata. Serve poi un salto di qualità sulle infrastrutture materiali e digitali, un migliore accesso al capitale per le imprese che vogliono crescere e favorire un ecosistema in cui università, ricerca e industria collaborano in modo stabile. Infine, una pubblica amministrazione efficiente, con procedure snelle e sportelli unici realmente operativi, sulla scia del lavoro che sta portando avanti il Ministro Zangrillo. È su questi pilastri che si costruisce un Paese capace di attrarre investimenti e generare sviluppo».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Dal mondo delle imprese spesso parte una richiesta al decisore, sintetizzabile in “meno regole, più mercato”. Secondo lei come è declinabile questa necessità nel nostro sistema?<br></strong>«Oggi, molte aziende ci chiedono di essere protette da una competizione selvaggia e la stessa richiesta di “meno regole e più mercato” va riletta dentro una fase storica in cui il mercato non è più neutrale né privo di condizionamenti geopolitici. Questo significa costruire un quadro legislativo più snello, eliminare la stratificazione di norme come sta facendo il Ministro Casellati, orientare la legislazione in funzione della competitività, con poche regole chiare e applicate con rigore, capaci di garantire trasparenza, parità di condizioni e tutela delle filiere nei settori più esposti. Allo stesso tempo occorre però rafforzare gli strumenti di difesa, perché per difendere il mercato così come noi lo vogliamo serve sottrarlo da pratiche scorrette e lasciarlo libero di creare valore per tutti».</p>
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		<title>Decreto Lavoro, come cambia la linea italiana sulle professioni digitali</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/decreto-lavoro-come-cambia-la-linea-italiana-sulle-professioni-digitali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 09:26:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il decreto lavoro approvato dal governo alla vigilia del Primo Maggio non rappresenta soltanto un nuovo pacchetto di incentivi per assunzioni e salario, ma anche un segnale politico su come l’esecutivo intenda governare la trasformazione del mercato del lavoro nell’era delle piattaforme digitali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/decreto-lavoro-come-cambia-la-linea-italiana-sulle-professioni-digitali/">Decreto Lavoro, come cambia la linea italiana sulle professioni digitali</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Il decreto lavoro approvato dal governo alla vigilia del Primo Maggio non rappresenta soltanto un nuovo pacchetto di incentivi per assunzioni e salario, ma anche un segnale politico su come l’esecutivo intenda governare la trasformazione del mercato del lavoro nell’era delle piattaforme digitali. Nel provvedimento convivono infatti due direttrici precise: da un lato il sostegno all’occupazione tradizionale attraverso sgravi e decontribuzioni; dall’altro il tentativo di costruire una prima architettura regolatoria per le nuove professioni nate nell’economia digitale, dai rider ai lavoratori intermediati da app, fino alle forme più ibride della gig economy. È soprattutto su questo secondo fronte che si concentra la novità del decreto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo dichiarato del governo è chiaro: evitare che la flessibilità tecnologica si trasformi in una zona grigia di sfruttamento. In questa prospettiva vengono introdotte maggiori garanzie di trasparenza sugli algoritmi che assegnano incarichi, determinano priorità, valutano performance o sospendono account, insieme a controlli più stringenti sull’identità dei lavoratori e sull’utilizzo degli account stessi, spesso al centro di fenomeni distorsivi. È in questo quadro che si inserisce il tema del cosiddetto “caporalato digitale”, definizione che già rivela con chiarezza l’approccio del provvedimento. Il decreto introduce infatti la presunzione di subordinazione nei casi in cui emergano forme di controllo o eterodirezione esercitate anche attraverso strumenti algoritmici. Una scelta che punta a rafforzare le tutele, ma che viene osservata con preoccupazione da parte del mercato e degli operatori del settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio percepito dal mercato è quello di trasferire sulle piattaforme digitali un impianto regolatorio più vicino ai modelli del lavoro tradizionale che alla natura stessa dell’economia di piattaforma. In altre parole, l’Italia sembra orientarsi verso una regolazione più rigida rispetto ad altri sistemi europei, con l’intenzione di prevenire derive sociali ma anche con il possibile effetto collaterale di irrigidire un comparto che negli ultimi anni ha rappresentato una delle poche aree di rapida espansione occupazionale, in particolare &#8211; ma non solo &#8211; per giovani, immigrati e lavoratori marginali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione di fondo è quindi capire se regolare significhi necessariamente applicare schemi novecenteschi a modelli produttivi radicalmente diversi. La “piattaformizzazione” del lavoro pone problemi nuovi, che richiedono certamente protezione, ma anche una capacità normativa sufficientemente adattiva da non trasformare la tutela in un freno all’evoluzione del settore. Un eccesso di rigidità potrebbe infatti spingere operatori, investimenti e sviluppo tecnologico verso contesti più competitivi e prevedibili, riducendo la capacità dell’Italia di attrarre innovazione in un comparto strategico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il decreto riflette dunque una visione politica precisa: intervenire sul mercato digitale con un approccio fortemente regolatorio e preventivo. Una scelta che rischia però di produrre un effetto più ampio e penalizzante, scoraggiando investimenti, nuovi modelli di impresa e opportunità occupazionali legate all’economia digitale. Walter Rizzetto, presidente della commissione Lavoro della Camera, in un’intervista al Giornale ha rassicurato che nel passaggio parlamentare sicuramente ci sarà spazio per smussare i punti critici ascoltando anche tutte le parti. Il suo approccio è “tutelare i diritti dei lavoratori e la continuità delle aziende”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto non è mettere in discussione la tutela del lavoro, ma comprendere se una regolazione costruita senza distinguere adeguatamente tra abusi da reprimere e innovazione da accompagnare possa finire per rendere il Paese meno attrattivo. Il rischio è che chi oggi vuole sviluppare piattaforme, servizi digitali e nuova occupazione scelga ecosistemi più flessibili e favorevoli, portando fuori dall’Italia opportunità che invece dovremmo trattenere e far crescere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida, dunque, non riguarda soltanto il contrasto al cosiddetto “caporalato digitale”, ma il modello di sviluppo tecnologico che l’Italia intende costruire. La tutela del lavoro resta una priorità, ma non può tradursi in un impianto regolatorio che penalizzi indistintamente un intero settore strategico. Per essere davvero efficaci, le regole devono essere proporzionate, evolutive e capaci di colpire gli abusi senza soffocare innovazione, investimenti e occupazione. È su questo equilibrio che si misurerà la reale efficacia del decreto Primo Maggio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/decreto-lavoro-come-cambia-la-linea-italiana-sulle-professioni-digitali/">Decreto Lavoro, come cambia la linea italiana sulle professioni digitali</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Pane, il nodo del Dl che divide tradizione e innovazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 13:51:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla Camera il confronto sulla norma che impone nuovi vincoli al bake-off: tra tutela del consumatore, sostenibilità e rischi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Il pane non è soltanto uno dei simboli più radicati della tradizione alimentare italiana, ma anche il terreno di un confronto sempre più concreto tra innovazione industriale, sostenibilità economica e regolazione del mercato. È su questo equilibrio che si gioca oggi una partita rilevante nel percorso parlamentare del disegno di legge AS 413 sulla produzione e vendita del pane, già approvato in Senato e ora atteso alla Camera, dove si concentrano le attenzioni del settore per correggere una norma che rischia di produrre effetti economici, ambientali e competitivi ben più ampi della sola etichettatura commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nodo riguarda in particolare il trattamento del cosiddetto pane ottenuto da completamento di cottura, cioè prodotti parzialmente cotti – freschi, congelati o surgelati – che vengono ultimati nel punto vendita attraverso il bake-off. Una tecnologia ormai strutturale nella moderna filiera alimentare, utilizzata dalla grande distribuzione, dal canale Horeca e da una quota crescente di operatori per garantire disponibilità continua, riduzione degli sprechi e maggiore efficienza produttiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nuovo impianto normativo ha aggiornato la definizione di “pane fresco”, adeguandola alle osservazioni europee: non conta più se il processo sia continuo o discontinuo, ma che il prodotto venga venduto entro 24 ore dalla conclusione del processo produttivo. Proprio qui però emerge la contraddizione. Se da un lato il pane bake-off può rientrare nella categoria del pane fresco, dall’altro i commi 4 e 5 dell’articolo 11 continuano a imporgli un regime separato, con obbligo di scaffali distinti e soprattutto, e questo è uno dei punti più sensibili della questione, di preconfezionamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo AIBI, International Association of Large Bakers, che rappresenta in Europa i principali produttori industriali del comparto, inclusi operatori presenti in Italia con oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato aggregato, questa impostazione crea una distorsione normativa e di mercato. Il nodo è il seguente: prodotti comparabili sotto il profilo qualitativo, nutrizionale e sensoriale vengono trattati diversamente senza una reale giustificazione sanitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione non è marginale. Il bake-off si fonda su processi tecnologici avanzati di congelamento degli impasti che, come evidenziano studi scientifici richiamati dal comparto, preservano struttura del glutine, capacità di lievitazione e caratteristiche nutrizionali, consentendo al prodotto finale di raggiungere standard qualitativi assimilabili a quelli del pane tradizionale appena sfornato. In termini economici, questa filiera consente di modulare la produzione sulla domanda reale, ridurre invenduto e sprechi alimentari, con un impatto diretto sui costi industriali e logistici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obbligo generalizzato di confezionamento rischia invece di ribaltare questa logica. Più packaging significa maggiori costi per materiali, processi interni, gestione degli spazi e smaltimento dei rifiuti, in un momento in cui imprese e distribuzione sono già sottoposte a forti pressioni su energia, trasporti e sostenibilità ESG. Il paradosso è evidente: una norma potenzialmente nata per aumentare trasparenza e tutela del consumatore potrebbe finire per produrre più costi e più rifiuti, senza benefici proporzionati né sul piano sanitario né su quello informativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano europeo, in molti mercati la vendita di pane bake-off sfuso con corretta informazione al consumatore rappresenta già una prassi consolidata. Il vero punto, dunque, non appare la sicurezza del prodotto, ma la qualità della regolazione. Per questo il confronto alla Camera potrebbe trasformarsi in un banco di prova più ampio: decidere se la disciplina del pane debba limitarsi a proteggere modelli tradizionali o se debba invece governare la convivenza tra artigianalità e innovazione industriale senza alterare la concorrenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In gioco non c’è soltanto una definizione commerciale, ma una questione di politica industriale che tocca filiere produttive, distribuzione moderna, sostenibilità ambientale e costo finale per il consumatore. Perché anche dietro uno degli alimenti più semplici, oggi, si misura la capacità del legislatore di tenere insieme tradizione, mercato e innovazione.</p>
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		<title>Codice della strada, la sfida della logistica urbana entra nella riforma: dalle cargo bike ai parcheggi dinamici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 12:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Trasporti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come l’e-commerce sta trasformando le città: logistica urbana, traffico e nuovi equilibri nello spazio pubblico italiano.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’e-commerce non sta soltanto cambiando il modo in cui si compra: sta ridisegnando fisicamente le città. La crescita del commercio digitale ha ormai assunto dimensioni sistemiche nell’economia italiana e, secondo Netcomm, nel 2025 ha generato 150,1 miliardi di euro di valore condiviso, pari al 7% del PIL, con 1,8 milioni di occupati lungo l’intera filiera. Ma dietro la smaterializzazione dell’acquisto si produce un effetto opposto sul territorio: ogni clic genera movimento, consegna, stoccaggio, traffico. La città contemporanea diventa così sempre più piattaforma logistica, chiamata ad assorbire l’impatto fisico di una domanda digitale in espansione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri del dossier Clean Cities fotografano con chiarezza questa trasformazione: nel 2025 il valore dell’e-commerce B2C in Italia ha raggiunto 62 miliardi di euro, raddoppiando in cinque anni, mentre i pacchi consegnati hanno toccato quota un miliardo, con il 65% legato proprio al business-to-consumer.&nbsp; Il risultato è che la crescita economica dell’online si traduce in una pressione crescente sulle infrastrutture urbane: più furgoni in circolazione, più soste brevi, più domanda di spazio stradale e maggiore congestione nelle aree ad alta densità. «La logistica è ormai un pezzo centrale dell&#8217;ecosistema urbano – spiega Claudio Magliulo, direttore di Clean cities Italia &#8211; e in quanto tale va gestita e orientata, facilitando le scelte più avanzate delle aziende e rimodulando chi usa lo spazio urbano per cosa e in che momenti della giornata».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milano rappresenta uno dei casi più emblematici di questa mutazione. Pur costituendo circa un decimo della flotta totale, furgoni e camion generano il 49% delle emissioni di NOx da traffico urbano, mentre il peso emissivo dei veicoli commerciali leggeri sotto le 3,5 tonnellate è cresciuto molto più rapidamente del parco circolante stesso tra il 2019 e il 2023.&nbsp; In altre parole, il problema non è solo l’aumento dei mezzi, ma la nuova intensità logistica che il commercio digitale impone alle città. Le strade, progettate storicamente per mobilità privata e trasporto tradizionale, si trovano ora a gestire una rete capillare di distribuzione continua.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo cambia anche la geografia dello spazio pubblico. Il parcheggio non è più solo sosta, ma diventa infrastruttura di consegna; i marciapiedi diventano punti di frizione tra rider, pedoni e locker; i quartieri residenziali si trasformano in terminali di distribuzione. La crescente scarsità di aree di carico-scarico nelle ore di punta produce sosta irregolare, doppie file e congestione diffusa, segnalando come la questione logistica sia ormai una componente strutturale della pianificazione urbana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parallelamente, emergono nuovi modelli. Il dossier evidenzia come il 91% dei 600mila pacchi di DB Schenker a Parigi potrebbe essere gestito tramite cargo bike con una rete di micro-hub dedicati, mentre nei Paesi Bassi il 78,5% dei nuovi furgoni immatricolati nel 2025 è già elettrico.   Il punto non è solo ambientale: è economico e urbanistico. Le città stanno progressivamente passando da modelli centrati sul trasporto lineare a ecosistemi logistici multilivello, dove efficienza, sostenibilità e gestione dello spazio diventano fattori competitivi. Lo conferma anche Marzia Picciano, Public Affairs manager di UPS per Italia Spagna e Portogallo: «Nella sfida della gestione degli spazi urbani applichiamo soluzioni di “rolling laboratory”, sperimentando e scalando soluzioni innovative come veicoli elettrici, cargo bike e modelli alternativi di consegna, adattati ai contesti locali. Tuttavia, favorire normativamente l’adozione di mezzi a basse e zero emissioni rimane chiave per contribuire alla sostenibilità del sistema logistico del Paese. Ups – annuncia – si è posta l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica delle proprie operazioni globali entro il 2050».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera trasformazione, quindi, riguarda il ruolo stesso della città nell’economia digitale. Non più soltanto luogo di consumo, ma infrastruttura operativa di una filiera che vale il 7% del PIL. La sfida dei prossimi anni sarà capire se urbanistica, mobilità e regolazione sapranno adattarsi a questa nuova funzione, perché il futuro dell’e-commerce non si gioca solo online: si gioca soprattutto sulle strade.</p>
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		<title>Calderone: «Salario giusto, più occupazione stabile e legalità per rafforzare la competitività»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 10:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Dl Lavoro agli incentivi per donne, giovani e PMI, la strategia del governo punta su retribuzioni qualificate, contrattazione collettiva e regole per accompagnare la trasformazione del mercato senza comprimere tutele e produttività.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br><strong>Ministro, il decreto si inserisce in una fase in cui il mercato occupazionale italiano mostra segnali di crescita, ma continua a convivere con nodi strutturali come bassa produttività, salari stagnanti e mismatch tra domanda e offerta: qual è oggi la priorità economica che guida l’impianto del provvedimento?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«I nodi strutturali si sciolgono con lavoro costante e mirato. È ciò che ci ha portato ai massimi occupazionali e ai minimi di disoccupazione, con progressi su giovani, donne e retribuzioni, benché non sufficiente a recuperare i gap. Il Dl lavoro parte da qui e aggiunge almeno due obiettivi: qualificare l’occupazione anche dal punto di vista retributivo attraverso l’introduzione del salario giusto e incentivare l’assunzione di chi è disoccupato da tempo. Il tutto in continuità con gli altri interventi del governo. La priorità in questo caso è stata intervenire sulle retribuzioni, ma se si perde il contesto si rischia di non capire la portata del provvedimento».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Governo ha più volte sottolineato l’obiettivo di rendere il lavoro più conveniente sia per imprese sia per lavoratori: in che modo il decreto punta a rafforzare il potere d’acquisto?</strong><br>«Valorizzando la contrattazione collettiva tra organizzazioni sindacali e datoriali e sostenendo le imprese che assumono, a patto che garantiscano buoni salari. Questo è il riferimento chiaro che tiene conto della realtà italiana, complessa ma molto avanzata in termini di relazioni utili a trovare il punto di equilibrio. Il ruolo del governo, in questo sistema, è creare nuovi spazi di dialogo negoziale. Ed è quello che stiamo facendo fin dall’inizio del mandato, con misure come la revisione delle aliquote Irpef, la detassazione del welfare, la tassazione di vantaggio per gli aumenti in busta paga correlati al rinnovo dei contratti».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il salario giusto come si inserisce in questa ricerca di equilibrio?</strong><br>«Il salario giusto è uno degli elementi di qualificazione. Abbiamo detto in modo esplicito che il riferimento è il TEC, il trattamento economico complessivo individuato nei contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale che include per esempio welfare, mensilità aggiuntive, TFR. Nella pratica significa dire che paga, garanzie e tutele sono fondamentali in egual misura e, ancora di più, che non si può pensare di comprimere il costo del lavoro sulla pelle dei lavoratori. L’equilibrio si rintraccia nel dialogo negoziale tra le parti, che porta con sé le specificità del settore, del territorio, talvolta della stessa azienda in caso di contratti di secondo livello».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quale deve essere l’approccio regolatorio verso nuove professioni in ambito digitale per tutelare il lavoro e, insieme, favorire la competitività?</strong><br>«Non c’è concorrenza più sleale di quella che ricade sulla pelle dei lavoratori. L’approccio regolatorio, quindi, non può che mettere al centro il rispetto della legalità. Quanto abbiamo fatto con il decreto lavoro per i lavoratori su piattaforma rende evidente la volontà del governo di creare un sistema che tuteli tanto il lavoratore quanto la reputazione delle imprese che operano regolarmente, lasciando volutamente un margine decisionale su come impostare il rapporto con le persone che lavorano per e con la singola impresa».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Uno dei nodi storici del mercato italiano resta il tasso di occupazione femminile e il divario di genere. Come interviene su questo la normativa?</strong><br>«L’occupazione femminile al momento è ai massimi storici, oltre il 53%. È un buon risultato, pur scontando ritardi storici nella partecipazione e nella formazione. La situazione sta cambiando ma resta un ampio bacino di donne “attivabili al lavoro”. Per questo nell’ultimo decreto lavoro abbiamo aggiunto a incentivi esistenti, sgravi fiscali, detassazioni contributive loro dedicati, un’agevolazione rivolta alle donne disoccupate di lungo periodo pari a 650 euro per 24 mesi – che diventano 800 nelle regioni ZES – per chi le assume a tempo indeterminato. Se la donna è in condizione di svantaggio, poi, i margini per accedere al bonus si ampliano. Il nostro obiettivo è creare le condizioni perché l’assunzione sia un’opportunità di crescita reale per impresa e lavoratrice».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per il tessuto produttivo italiano, composto in larga parte da PMI, il tema non è solo assumere ma farlo in modo sostenibile: quali misure del decreto sono pensate specificamente per rafforzare la loro capacità occupazionale?</strong><br>«Al netto del bonus ZES, pensato specificatamente per le imprese con meno di 10 dipendenti che assumono a tempo indeterminato over 35 disoccupati di lungo corso nell’area (esonero contributivo totale per 2 anni fino a un massimo di 650 euro al mese), le imprese possono avvalersi dell’incentivo alla trasformazione dei contratti a tempo determinato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato per chi ha meno di 35 anni. A patto che sia garantito il salario giusto introdotto dal decreto e un incremento occupazionale netto, la stabilizzazione permette di accedere a un taglio del 100% dei contributi dovuti (tranne i premi Inail) per un massimo di 500 euro mensili e fino al 2028. In questo momento, credo che l’impianto del decreto abbia questo merito: accompagnare il mondo del lavoro, dargli prospettiva e metodo. Utilizza un approccio inclusivo che valorizza la specialità delle parti sociali italiane. Orienta la spesa verso chi rischia di restare ai margini, integrando gli incentivi con le agevolazioni esistenti. Semplifica, grazie all’uso della piattaforma SIISL che accentra le informazioni necessarie a imprese e lavoratori».</p>
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		<item>
		<title>Tra vincoli di bilancio e sviluppo: le leve fiscali e infrastrutturali per la crescita del sistema Paese</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/matilde-siracusano-intervista-l-economista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 13:57:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra vincoli di bilancio e sviluppo: le leve fiscali e infrastrutturali per la crescita del sistema Paese.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>«La crescita e il lavoro non si creano per decreto, si coltivano mettendo le imprese nelle condizioni di investire». Matilde Siracusano (FI), sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, legge la fase economica tra vincoli di finanza pubblica, riforme in corso e necessità di rafforzare la competitività, con un focus su Mezzogiorno e grandi infrastrutture e un cuore messinese che si batte per la realizzazione del Ponte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Partiamo dal dl fiscale: su quali misure pensa che ci siano margini di modifica?<br></strong>«Il decreto fiscale è ora all’esame del Parlamento, che rappresenta il luogo naturale di confronto e di miglioramento delle norme. Il provvedimento contiene importanti strumenti a sostegno degli investimenti, penso ad esempio ai correttivi sull’iperammortamento e alla modulazione della tassazione su dividendi e plusvalenze. L’obiettivo è quello di rendere il sistema ancora più favorevole alla crescita e alla competitività delle imprese. Abbiamo sostenuto con convinzione un impianto che va nella direzione della riduzione della pressione fiscale, della semplificazione e di un rapporto più equilibrato tra fisco e contribuente».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In una fase di vincoli stringenti sui conti pubblici, come si tiene insieme l’esigenza di rigore con quella di sostenere gli investimenti?</strong><br>«In questi anni il governo si è trovato ad operare in una congiuntura economica internazionale e in un contesto geopolitico estremamente complessi. Nonostante questo, siamo riusciti a sostenere la crescita e ad aumentare l’occupazione. Lo abbiamo fatto tenendo conto dei vincoli di finanza pubblica, ma senza rinunciare a politiche espansive e, soprattutto, a un percorso di riduzione della pressione fiscale, a partire dal taglio del cuneo fiscale per i lavoratori e da una costante attenzione al sistema produttivo. È proprio questo l’equilibrio che intendiamo continuare a perseguire, attraverso una selezione attenta delle priorità e una qualità sempre più elevata della spesa pubblica. Guardando ai prossimi mesi, siamo consapevoli delle possibili criticità, a partire dal rischio di una nuova crisi energetica. Su questo sarà fondamentale una risposta europea forte e coesa: l’Europa deve saper agire senza miopie, come un unico soggetto, nell’interesse dei cittadini, delle imprese e dell’intero continente».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure sul patto di stabilità l’Italia chiede più ascolto dall’Ue.<br></strong>«Il confronto sul Patto di stabilità è cruciale e, in questa fase, riteniamo che l’Unione europea debba agire con tempestività e visione. L’Italia sta ponendo con chiarezza alcune questioni in sede europea, a partire dalla possibilità di valutare una sospensione del Patto, non come misura per il singolo Stato membro, ma come intervento di carattere generale, in grado di dare una risposta efficace a una fase straordinaria. Siamo di fronte a un contesto complesso, anche alla luce delle possibili evoluzioni sul fronte energetico, e sarebbe un errore sottovalutare l’impatto che questa situazione può avere nei prossimi mesi. Proprio per questo riteniamo necessario che l’Europa si muova in modo rapido e coordinato».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il contesto era complesso anche dopo il Covid e l’Ue in modo compatto ha ideato il Pnrr, ora alle sue fasi finali. Cosa sarà possibile fare in futuro per replicare questo modello di utilizzo delle risorse europee?</strong><br>«Il Pnrr ha rappresentato un’esperienza straordinaria, soprattutto per il metodo: programmazione chiara, obiettivi definiti e un sistema di monitoraggio rigoroso. È un modello che ha dimostrato come le risorse europee possano essere utilizzate in modo efficace. Ci era stato detto che il governo Meloni non sarebbe stato in grado di spendere i fondi Ue e che avrebbe messo a rischio i conti pubblici. I dati dimostrano esattamente il contrario: oggi l’Italia è il primo Paese in Europa per capacità di attuazione del Pnrr, con tutti gli obiettivi raggiunti e tutte le rate incassate regolarmente. Al 28 febbraio 2026 la spesa certificata è pari a 113,5 miliardi, a fronte di 153 miliardi complessivamente ottenuti, grazie al conseguimento di 366 obiettivi legati a otto rate. Guardando al futuro, sarà fondamentale consolidare questo metodo, rafforzando la capacità amministrativa, semplificando ulteriormente le procedure e continuando a orientare le risorse verso investimenti produttivi e strategici per la crescita del Paese».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali altre azioni ritiene fondamentali per sostenere la competitività del nostro sistema produttivo?</strong><br>«La crescita e il lavoro non si creano per decreto, si coltivano mettendo le imprese nelle condizioni di investire, produrre e assumere. Per questo è fondamentale continuare ad alleggerire la pressione fiscale e costruire un contesto sempre più favorevole a chi fa impresa. L’obiettivo deve essere quello di creare un vero e proprio “habitat” naturale per l’iniziativa economica, in cui chi vuole investire trovi regole chiare, tempi certi e meno ostacoli burocratici. In questa direzione vanno anche le politiche di semplificazione, il sostegno agli investimenti e l’attenzione al costo dell’energia, che oggi rappresenta uno dei principali fattori di preoccupazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La ZES unica per il Mezzogiorno è un progetto a cui lei ha molto lavorato. Quali sono i primi risultati e dove si concentrano ancora le eventuali criticità operative?</strong><br>«La ZES unica rappresenta una scelta strategica importante, perché punta a rendere il Sud un’area più attrattiva per gli investimenti. I primi risultati sono incoraggianti: nel primo anno sono state oltre 750 le imprese autorizzate, con investimenti attivati per circa 27,5 miliardi di euro e un impatto atteso di circa 35mila nuovi posti di lavoro. Sono numeri che dimostrano come, quando si semplificano le procedure e si offrono strumenti chiari, le imprese rispondono e investono. La ZES unica è uno dei maggiori traguardi raggiunti da questo governo, una grande riforma che abbiamo ottenuto in Europa, una realtà che sta già producendo effetti positivi e concreti sulle Regioni del Sud».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Parliamo del Sud, di quel Mezzogiorno che ha potenzialità e necessità di crescita. Su cosa bisogna far leva?</strong><br>«Bisogna agire su alcune leve molto chiare. La prima è la sburocratizzazione: ridurre i tempi è decisivo, perché oggi la velocità delle decisioni è un fattore competitivo tanto quanto il costo del lavoro o dell’energia. La seconda è il rafforzamento delle infrastrutture, materiali e immateriali. Collegamenti efficienti, logistica moderna, reti digitali avanzate: senza queste condizioni è difficile attrarre investimenti stabili e di qualità. Il Sud parte da un grande punto di forza, la sua posizione strategica nel Mediterraneo, che lo rende un naturale hub logistico ed energetico tra Europa, Africa e Medio Oriente. È una potenzialità enorme, che va valorizzata con politiche coerenti e una visione di lungo periodo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E qua si inserisce il tema del Ponte: da messinese doc, quali pensa che siano le &nbsp;ricadute economiche concrete del progetto?</strong><br>«Il Ponte è un’opera strategica che va letta in una prospettiva nazionale. Non si tratta solo di collegare Sicilia e Calabria, ma di creare un’infrastruttura capace di rafforzare l’integrazione del Mezzogiorno con il resto del Paese e con le principali direttrici europee. È già oggi un grande attrattore di investimenti e lo sarà ancora di più nei prossimi anni: un’opera di questa portata genera fiducia, attiva capitali e crea opportunità. Le ricadute economiche saranno significative, con migliaia di posti di lavoro, sia nella fase di realizzazione sia in quella successiva, e con effetti positivi su filiere produttive, logistica e turismo. Il Ponte contribuirà a rendere il Sud più competitivo, riducendo tempi e costi di collegamento e creando nuove occasioni di sviluppo per l’intero territorio. È un’occasione unica, non solo per il Mezzogiorno ma per tutta l’Italia».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A che punto è l’avanzamento del complesso processo realizzativo dell’infrastruttura?</strong><br>«Non diamo date, perché purtroppo l’iter progettuale e autorizzativo per avviare i lavori dell’opera ha subito in questi anni gravi ritardi a causa soprattutto dei signori del ‘no’, sempre pronti a picconare a prescindere e in modo ideologico ogni grande progetto per il Paese. Il governo continua a lavorare per iniziare la realizzazione nel più breve tempo possibile».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto pesa oggi il ritardo infrastrutturale nel limitare la crescita del Mezzogiorno e quali interventi ritiene prioritari per colmare questo gap, oltre al Ponte?</strong><br>«Pesa tantissimo, come le dicevo prima. In questi decenni non si è fatto il Ponte, ma nel frattempo non si sono fatte neanche autostrade, strade e ferrovie. È giunta l’ora, con una grande opera che attirerà su di sé l’attenzione del mondo, di voltare definitivamente pagina».</p>
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