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	<title>Articoli di Alessandro Caruso, autore presso The Watcher Post</title>
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	<link>https://www.thewatcherpost.it/author/alessandro-caruso/</link>
	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Wed, 22 Jul 2026 12:45:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Made in Italy, Bergamotto: «Competitività e sicurezza economica sono sempre più connesse»</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/made-in-italy-bergamotto-competitivita-e-sicurezza-economica-sono-sempre-piu-connesse/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 12:45:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sottosegretaria al Mimit indica innovazione, diversificazione dei mercati e autonomia strategica come priorità per il sistema produttivo. Dall’obiettivo dei 700 miliardi di export entro il 2027 al sostegno alle PMI, fino alla Blue Economy e all’attrazione degli investimenti esteri.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La chiave per il futuro è preservare e rafforzare la competitività delle eccellenze italiane». Fausta Bergamotto, sottosegretaria al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, delinea una strategia fondata su innovazione, competenze, filiere strategiche e apertura verso nuovi mercati internazionali. In uno scenario segnato da tensioni geopolitiche, dazi e nuove dipendenze industriali, la priorità è accompagnare le imprese nella crescita, sostenere ricerca e digitalizzazione e rendere l’Italia sempre più attrattiva per gli investimenti capaci di generare occupazione qualificata e sviluppo duraturo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Made in Italy resta uno dei motori dell’economia italiana. Quali sono le priorità per rafforzarne la competitività?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«In un contesto globale segnato da profonde trasformazioni degli equilibri geopolitici e commerciali, il Made in Italy continua a dimostrare una straordinaria capacità competitiva. L’Italia affianca oggi il Giappone come quarto grande esportatore mondiale ed è il secondo Paese manifatturiero in Europa. Questa performance discende da un sistema produttivo unico per diversificazione, qualità e capacità di adattamento. La chiave per il futuro è investire sui fattori in grado di preservare e rafforzare la competitività delle eccellenze italiane, attraverso un’azione combinata sia all’interno sia all’esterno del nostro sistema produttivo: incremento dell’innovazione, sviluppo delle competenze, valorizzazione delle filiere strategiche del Made in Italy, comprese quelle emergenti, conquista dell’autonomia strategica ed energetica e apertura a nuovi mercati internazionali».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali strumenti sta mettendo in campo il Governo contro tensioni geopolitiche, dazi e concorrenza internazionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Nell’attuale scenario, competitività e sicurezza economica sono sempre più connesse. Per tale ragione, il Governo mira anzitutto a ridurre le dipendenze strategiche esterne, diversificando sia i mercati di sbocco sia le catene di approvvigionamento. Non a caso, il Piano Export lanciato nel 2025 dalla Farnesina guarda ai mercati extraeuropei ad alto potenziale per raggiungere il traguardo dei 700 miliardi di export entro il 2027. Sul fronte della sicurezza degli approvvigionamenti, l’Italia è stata tra gli Stati promotori di una strategia europea orientata alla riduzione delle dipendenze strategiche nelle materie prime critiche, nei semiconduttori, nell’energia e nelle tecnologie avanzate. Sul piano nazionale ha intrapreso azioni concrete, dall’istituzione del Fondo Nazionale del Made in Italy all’adozione di un quadro normativo organico in materia di approvvigionamento di materie prime critiche, in linea con il Critical Raw Materials Act europeo. A ciò si aggiunge l’impegno per la realizzazione di un sistema nazionale ed europeo di stoccaggio delle materie prime critiche, nonché la ricerca di nuovi partner attraverso specifici accordi di cooperazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali mercati offrono le maggiori opportunità e come vengono accompagnate le PMI all’estero?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Oltre ai mercati tradizionali dell’Unione europea e degli Stati Uniti, emergono opportunità significative in India, nei Paesi ASEAN, nel Golfo, in Africa, nel Mercosur e nei Balcani occidentali. In questo quadro, il Governo ha costruito una collaborazione stabile tra i Ministeri interessati e tutti gli attori del Sistema Italia, mettendo a sistema ICE, SACE, SIMEST, CDP, Invitalia, sistema camerale e Regioni. L’obiettivo è accompagnare le imprese lungo tutto il percorso di crescita internazionale, creando le necessarie sinergie tra promozione commerciale, strumenti finanziari e politica industriale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali misure possono favorire ricerca, digitalizzazione e nuove competenze?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Tra i limiti strutturali che l’Italia deve affrontare vi sono la bassa intensità degli investimenti in ricerca e sviluppo, la difficoltà nel trasferire l’innovazione dal mondo della ricerca al sistema produttivo e il persistente mismatch tra domanda e offerta di competenze. Per colmare questo divario sono particolarmente rilevanti misure come Transizione 5.0 e le sue evoluzioni, che incentivano l’adozione di tecnologie digitali e sostenibili nei processi produttivi, il rafforzamento degli strumenti di trasferimento tecnologico, come i Competence Center, e la collaborazione tra università, centri di ricerca e imprese. Altrettanto decisivo è il tema delle competenze. La diffusione delle tecnologie richiede nuove figure professionali e l’aggiornamento di quelle esistenti. In questa prospettiva, il rafforzamento degli ITS Academy, della formazione tecnico-scientifica e dei percorsi di collaborazione tra scuola e impresa rappresenta una delle leve più efficaci».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Su quali interventi si concentra il Ministero per sostenere la crescita delle PMI?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le PMI rappresentano il cuore pulsante del Made in Italy. Per rafforzarne la competitività operano misure di incentivo dedicate, come il Fondo di Garanzia per le PMI, la Nuova Sabatini e Investimenti Sostenibili 4.0. In questo contesto abbiamo, però, anche inteso recuperare l’intuizione dello Statuto delle imprese del 2011, cui nessun Governo precedente aveva dato seguito, adottando la prima legge annuale per le PMI e intervenendo su alcuni nodi storici del nostro sistema produttivo: aggregazione tra imprese, accesso al credito, ricambio generazionale e avvio del riordino di ambiti chiave come artigianato, centrali consortili, confidi, startup e PMI innovative. L’obiettivo è accompagnare le PMI in un percorso di crescita dimensionale, innovazione e internazionalizzazione, superando quei limiti strutturali che troppo spesso ne frenano il potenziale. Parallelamente, siamo impegnati anche in Europa per ridurre gli oneri regolatori e creare condizioni più favorevoli agli investimenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quale ruolo può avere la Blue Economy nello sviluppo industriale italiano?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La Blue Economy rappresenta una leva strategica per lo sviluppo industriale del Paese. Grazie alla sua posizione nel Mediterraneo, l’Italia può valorizzare un ecosistema che integra manifattura, logistica, energia, ricerca e innovazione. Tra le filiere più rilevanti figurano la cantieristica e la nautica, settori di eccellenza riconosciuti a livello internazionale, insieme alla portualità, alla logistica integrata e alle nuove opportunità offerte dall’energia offshore. Un ruolo crescente sarà inoltre svolto dall’economia subacquea, che comprende tecnologie avanzate per il monitoraggio dei fondali, le infrastrutture sottomarine e la protezione delle reti strategiche».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cosa serve per rendere l’Italia ancora più attrattiva per gli investitori?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’attrazione degli investimenti esteri è uno dei pilastri della strategia italiana per la crescita. I risultati ottenuti negli ultimi anni dimostrano che, quando l’Italia si presenta con una regia unitaria e strumenti efficaci di accompagnamento, è in grado di competere con successo a livello internazionale. In un contesto in cui nel 2024 gli investimenti diretti esteri sono diminuiti a livello globale ed europeo, l’Italia si è affermata tra le principali destinazioni dell’Eurozona, attirando circa 35 miliardi di euro di investimenti nel 2024 e oltre 60 miliardi nel 2025. Un risultato sostenuto dall’azione coordinata del CAIE, della relativa Segreteria Tecnica, dell’Unità di Missione istituita presso il Mimit, di ICE e della rete diplomatica italiana. Le progettualità monitorate mostrano la solidità di questo modello, con numerosi progetti relativi ad attività ad alto contenuto di ricerca e sviluppo e con un significativo contributo del Mezzogiorno. Per rendere l’Italia ancora più attrattiva occorre ora consolidare questi risultati attraverso la semplificazione delle procedure, la certezza normativa e la valorizzazione dell’offerta territoriale, con l’obiettivo di attrarre investimenti che non solo apportino capitali, ma generino innovazione, occupazione qualificata e crescita duratura».</p>
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		<title>MFN, Mulè: «L&#8217;Europa rischia di perdere innovazione e investimenti. Ora servono regole più competitive»</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/mfn-mule-leuropa-rischia-di-perdere-innovazione-e-investimenti-ora-servono-regole-piu-competitive/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 14:31:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per il vicepresidente della Camera Mulè la Most Favoured Nation va ben oltre il tema del prezzo dei farmaci. In gioco ci sono ricerca, competitività industriale e accesso all'innovazione. L'Italia, spiega, sta intervenendo su payback e tempi autorizzativi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L&#8217;MFN non può essere letta soltanto come una guerra commerciale, perché riguarda direttamente la salute dei cittadini e la capacità dell&#8217;Europa di continuare a innovare». Per il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè la discussione sulla Most Favoured Nation non si limita ai prezzi dei medicinali, ma investe il futuro dell&#8217;industria farmaceutica europea, l&#8217;attrazione degli investimenti e la sostenibilità dei sistemi sanitari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;MFN viene spesso presentata come una questione di prezzi dei farmaci. In realtà qual è la vera posta in gioco?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sarebbe un errore considerarla soltanto una guerra commerciale. L&#8217;MFN riguarda direttamente la vita delle persone, perché parliamo di farmaci frutto della ricerca che migliorano e spesso salvano la vita. Da quando gli Stati Uniti hanno introdotto questo modello, i lanci di nuovi farmaci in Italia sono passati da 99 a 33. Lo stesso fenomeno si registra in altri Paesi europei come Germania, Belgio e Svezia, dove i nuovi lanci si sono sostanzialmente dimezzati. Questo significa meno innovazione disponibile per i pazienti e un sistema che rischia di diventare meno attrattivo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali conseguenze può avere questo scenario sul sistema sanitario europeo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le aziende possono decidere di ritardare il lancio dei nuovi medicinali nei mercati europei per evitare effetti sui prezzi internazionali. Alcuni casi si sono già verificati. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le stime parlano di una possibile riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo fino al 60%. Non stiamo discutendo del prezzo di un singolo farmaco, ma della capacità dell&#8217;Europa di continuare a produrre innovazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quale dovrebbe essere la risposta dell&#8217;Unione europea?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L&#8217;Europa deve intervenire su due fronti. Il primo riguarda la riduzione dei tempi di autorizzazione dell&#8217;EMA, che rappresenta un segnale positivo. Il secondo è rafforzare la tutela dei brevetti dei farmaci innovativi. Oggi la protezione dovrebbe essere estesa a tutte le molecole innovative, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, perché la tutela della proprietà intellettuale è uno degli elementi che orientano gli investimenti delle imprese».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema, però, non si esaurisce a Bruxelles. Quanto pesa il livello nazionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Pesa moltissimo. Dopo l&#8217;autorizzazione dell&#8217;EMA, in Italia l&#8217;accesso ai farmaci supera mediamente i 400 giorni e in alcuni Paesi europei si arriva addirittura a sfiorare i 950. È evidente che una parte importante della competitività si gioca sulla capacità dei singoli Stati di rendere più veloce ed efficiente il percorso di accesso alle terapie».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Su quali priorità si sta muovendo l&#8217;Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le questioni principali sono il payback e la semplificazione amministrativa. La legge delega sulla farmaceutica interviene proprio in questa direzione, prevedendo una riduzione del peso del payback e una razionalizzazione delle procedure. Nel frattempo sono già stati adottati interventi concreti: 120 milioni sono stati stanziati con la legge di Bilancio e altri 300 milioni di oneri sono stati alleggeriti spostando alcune categorie di farmaci in capitoli di spesa non soggetti al payback. Parallelamente AIFA ha certificato una riduzione di circa il 20% dei tempi medi di accesso negli ultimi due anni».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qual è oggi il messaggio che arriva dall&#8217;industria farmaceutica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le aziende chiedono soprattutto tempi certi, procedure più snelle e un modello moderno di accesso ai farmaci. L&#8217;Italia, nonostante le criticità, continua ad attrarre investimenti importanti. Ci sono progetti già molto avanzati che valgono complessivamente tra i 3 e i 4 miliardi di euro. È un patrimonio che dobbiamo preservare creando un contesto stabile e prevedibile».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come si può rafforzare ulteriormente l&#8217;attrattività del nostro Paese?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La chiave è la semplificazione. Gli investitori chiedono certezza normativa, tempi autorizzativi rapidi e la garanzia che gli impegni assunti vengano rispettati. Occorre facilitare il partenariato pubblico-privato, rendere più efficienti gli studi clinici e ridurre la frammentazione burocratica. Oggi l&#8217;Europa intercetta appena il 7% del venture capital mondiale, mentre gli Stati Uniti arrivano al 63%. È evidente che serva un cambio di passo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il settore farmaceutico può essere considerato un asset strategico per l&#8217;Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Assolutamente sì. È uno dei comparti che meglio rappresentano la capacità industriale del nostro Paese, con ricadute economiche, occupazionali e scientifiche molto rilevanti. Investire nella farmaceutica significa investire contemporaneamente nella salute dei cittadini, nella ricerca, nell&#8217;innovazione e nella competitività dell&#8217;Italia».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei è stato il promotore della legge sullo screening nazionale del diabete di tipo 1 e della celiachia. A che punto siamo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo completato tutto il percorso attuativo. Dopo i decreti attuativi e il riparto delle risorse alle Regioni, oggi la legge è pienamente operativa su tutto il territorio nazionale. Si parte da una fascia d&#8217;età limitata, ma è già previsto un progressivo ampliamento verso i bambini più piccoli. È un passaggio fondamentale perché la prevenzione consente di intervenire prima che la malattia si manifesti nelle forme più gravi».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I risultati delle sperimentazioni confermano questa impostazione?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sì. I progetti pilota realizzati su circa 5.000 bambini hanno mostrato una riduzione di quasi il 40% dei casi di chetoacidosi, dimostrando quanto la diagnosi precoce possa fare la differenza. Inoltre la legge valorizza il ruolo dei pediatri di libera scelta e della medicina territoriale come protagonisti della prevenzione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il modello italiano sta attirando attenzione anche all&#8217;estero. Qual è la prossima sfida?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La nostra legge viene osservata con interesse nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei che stanno valutando iniziative analoghe. Essere stati i primi è motivo di soddisfazione, ma ora dobbiamo consolidare questo primato. La legge è stata approvata all&#8217;unanimità da Camera e Senato e sono convinto che continuerà a essere sostenuta indipendentemente dai futuri equilibri politici. La sfida è rafforzarne progressivamente l&#8217;attuazione e continuare a investire sulla prevenzione, perché significa migliorare la salute delle persone e ridurre, nel tempo, anche i costi per il Servizio sanitario nazionale».</p>
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		<title>L&#8217;acqua diventa un asset strategico: il Super El Niño cambia la geografia dell&#8217;economia globale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/el-nino-risorse-idriche-priorita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 14:45:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'acqua diventa un asset strategico: il Super El Niño cambia la geografia dell'economia globale</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;acqua non è più soltanto una risorsa naturale da gestire, ma un&#8217;infrastruttura economica strategica destinata a incidere sulla competitività dei Paesi, sulla sicurezza delle filiere produttive e sugli equilibri geopolitici. Il ritorno ciclico dei fenomeni di Super El Niño rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questo cambiamento: non un semplice evento climatico, ma un moltiplicatore di rischi economici capace di alterare contemporaneamente agricoltura, produzione energetica, commercio internazionale e investimenti. È la tesi che emerge dal rapporto del Comitato One Water, organizzatore del Forum Euromediterraneo dell’Acqua che si terrà a Roma dal 29 settembre al 2 ottobre presso il centro congressi La Nuvola (<a href="http://www.euromedwarerforum.it">www.euromedwarerforum.it</a>. Le registrazioni per partecipare sono aperte). Il rapporto è dedicato agli effetti del Super El Niño sulle risorse idriche globali, che individua nella gestione dell&#8217;acqua uno dei principali fattori di resilienza economica dei prossimi decenni. Il Comitato One Water, presieduto dall’ On. Maria Spena e il cui direttore generale è Emilio Ciarlo, da anni porta avanti approfondimenti e analisi sul tema dell’acqua, finalizzando proposte e studi utili alla definizione delle politiche attive per il settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;aspetto più rilevante emerso dal rapporto è che il fenomeno non riduce semplicemente la disponibilità d&#8217;acqua, ma ne modifica profondamente la distribuzione geografica. Mentre alcune aree affrontano siccità sempre più severe, altre sono colpite da precipitazioni eccezionali e alluvioni che mettono sotto pressione infrastrutture, reti energetiche e sistemi logistici. Il risultato è un aumento della volatilità economica: diminuiscono le rese agricole, cresce la pressione sulle riserve idriche, rallenta la produzione idroelettrica e aumentano i costi assicurativi e di ricostruzione. Gli effetti si propagano rapidamente lungo le catene globali del valore, incidendo sui prezzi delle materie prime alimentari e sulla stabilità dei mercati internazionali. Basti pensare che il Super El Niño del 1997-1998 provocò danni economici stimati in circa 45 miliardi di dollari, mentre quello del 2023-2024 ha contribuito a una delle peggiori siccità mai registrate nel bacino amazzonico, evidenziando come la crisi idrica sia ormai una questione economica prima ancora che ambientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo scenario cambia anche il paradigma degli investimenti. Se fino a pochi anni fa le politiche climatiche erano concentrate prevalentemente sulla mitigazione delle emissioni, oggi cresce l&#8217;attenzione verso l&#8217;adattamento e la resilienza delle infrastrutture. Il tema non riguarda soltanto nuove dighe o reti acquedottistiche, ma tecnologie digitali capaci di prevedere con mesi di anticipo gli effetti degli eventi estremi. L&#8217;integrazione tra osservazione satellitare, intelligenza artificiale e modelli climatici consente già oggi di simulare l&#8217;evoluzione delle riserve idriche, ottimizzare la gestione degli invasi e supportare le decisioni di governi e imprese. Si apre così un mercato destinato ad attrarre capitali pubblici e privati, dalla sensoristica alle piattaforme di gestione intelligente dell&#8217;acqua fino ai cosiddetti &#8220;digital twin&#8221;, repliche virtuali dei sistemi idrici che permettono di valutare scenari alternativi prima di intervenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida è anche finanziaria. Sempre più analisti considerano la resilienza idrica una nuova asset class sulla quale costruire strumenti dedicati, come blue bond, water credit e assicurazioni parametriche contro la siccità. Una prospettiva che si lega anche alla crescente centralità del Mediterraneo, dove infrastrutture energetiche, cavi sottomarini e reti idriche stanno diventando elementi di una stessa architettura strategica, come dimostra il crescente interesse verso i grandi corridoi infrastrutturali che attraversano il bacino. L&#8217;acqua entra così nella stessa categoria di energia, dati e materie prime critiche: risorse da proteggere, gestire e utilizzare come leva di sviluppo economico e cooperazione internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In definitiva, il Super El Niño racconta qualcosa che va oltre il clima. Segna il passaggio da una gestione emergenziale dell&#8217;acqua a una politica industriale della sicurezza idrica. Perché la competitività dei sistemi economici del XXI secolo dipenderà sempre meno dalla sola disponibilità di risorse e sempre più dalla capacità di prevederne la scarsità, investirvi in anticipo e trasformare il rischio climatico in un vantaggio competitivo.</p>
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		<title>Butti: «L&#8217;Italia ha costruito un modello digitale riconosciuto dall&#8217;Europa»</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/butti-litalia-ha-costruito-un-modello-digitale-riconosciuto-dalleuropa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 08:21:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Digital Decade Report all'intelligenza artificiale, passando per PNRR, quantum e telecomunicazioni: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio traccia il bilancio della trasformazione digitale del Paese e le sfide dei prossimi anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/butti-litalia-ha-costruito-un-modello-digitale-riconosciuto-dalleuropa/">Butti: «L’Italia ha costruito un modello digitale riconosciuto dall’Europa»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’intelligenza artificiale molto si sta facendo, ma molto resta ancora da fare. Il punto lo fa Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all&#8217;Innovazione tecnologica e alla transizione digitale. Dalla Commissione europea è arrivato il plauso del Digital Decade Report ma è necessario continuare a delineare le priorità della politica industriale e tecnologica italiana. Dalle competenze digitali all&#8217;intelligenza artificiale, fino alle prospettive del quantum computing e agli investimenti nelle reti di telecomunicazione, l’obiettivo del Governo è consolidare i risultati raggiunti e a rafforzare il posizionamento dell&#8217;Italia nei settori chiave dell&#8217;innovazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sottosegretario, l&#8217;ultimo Digital Decade Report della Commissione europea restituisce un bilancio all&#8217;Italia sull&#8217;innovazione. Cosa è emerso?<br></strong>«La Commissione europea riconosce all&#8217;Italia il superamento della media UE in molti ambiti, come 5G, fibra ottica, digitalizzazione delle PMI, servizi pubblici digitali e sanità digitale. Siamo anche stati indicati come il primo Paese ad aver costruito una governance nazionale dell&#8217;intelligenza artificiale pienamente coerente con l&#8217;AI Act. Questo dimostra che gli investimenti del PNRR e le scelte strategiche compiute stanno producendo risultati concreti. Naturalmente non consideriamo questo un punto di arrivo. Dobbiamo accelerare ulteriormente sulle competenze digitali avanzate, sugli specialisti ICT e sull&#8217;adozione dell&#8217;AI da parte delle imprese».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Uno dei principali punti deboli evidenziati da Bruxelles resta la carenza di competenze digitali e di professionisti ICT. È oggi un collo di bottiglia della trasformazione digitale italiana?<br></strong>«È probabilmente la sfida più importante dei prossimi anni. Scontiamo un ritardo storico ma i dati mostrano che le competenze digitali di base hanno fatto finalmente il balzo in avanti per cui abbiamo lavorato, passando dal 45% al 54% della popolazione anche grazie al successo dei Punti Digitale Facile. Tuttavia gli specialisti ICT rappresentano ancora il 3,8% degli occupati. La trasformazione digitale non dipende solo dalle infrastrutture ma dalle persone in grado di progettare, gestire e utilizzare le nuove tecnologie. Per questo il tema delle competenze è ormai una priorità strategica nazionale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le aziende denunciano difficoltà crescenti nel reperire figure specializzate in cybersecurity, cloud, data science e intelligenza artificiale. Quali strumenti servono per colmare il divario tra domanda e offerta di competenze?<br></strong>«Servono interventi su più livelli. Innanzitutto rafforzare la formazione tecnica e scientifica già nelle scuole e nelle università. Stiamo lavorando anche alla definizione di nuovi profili professionali collegati all&#8217;IA e alle tecnologie emergenti. Parallelamente è fondamentale rafforzare il collegamento tra sistema produttivo, università e centri di ricerca, affinché i percorsi formativi rispondano alle esigenze reali delle imprese. La competitività del Paese dipenderà sempre più dalla disponibilità di queste competenze».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quale bilancio può fare sugli investimenti del PNRR per digitalizzazione e innovazione? Quali risultati considera già consolidati?<br></strong>«Il bilancio è molto positivo. Abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi, alcuni dei quali in anticipo, e coinvolto quasi 17.000 pubbliche amministrazioni in circa 71.000 progetti di digitalizzazione. Oggi oltre 9.000 enti sono collegati alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati, l&#8217;IT-Wallet ha superato gli 11 milioni di attivazioni, App IO conta oltre 50 milioni di download e il Fascicolo Sanitario Elettronico sta raggiungendo livelli di utilizzo senza precedenti. Sono risultati ormai strutturali che stanno cambiando in modo profondo il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione. A questo vanno aggiunti il risparmio economico e i vantaggi in termini di sostenibilità ambientale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Molti progetti finanziati dal Piano entreranno ora nella fase più delicata, quella della gestione e della sostenibilità nel tempo. Come evitare che gli investimenti si esauriscano con la fine delle risorse europee?<br></strong>«La vera sfida comincia adesso. Dopo la fase di costruzione occorre garantire continuità operativa, aggiornamento tecnologico e utilizzo effettivo dei servizi. Per questo stiamo lavorando su governance stabili, interoperabilità, formazione del personale e diffusione dell&#8217;utilizzo da parte di cittadini e imprese. Un&#8217;infrastruttura digitale produce valore solo se viene utilizzata. La fase post-PNRR sarà quindi meno centrata sui cantieri e più sulla qualità dei servizi, sulla manutenzione evolutiva e sull&#8217;innovazione continua».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Governo ha appena nominato il nuovo Comitato per l&#8217;Intelligenza Artificiale guidato da Gianluigi Greco. Quale sarà il contributo concreto di questo organismo e quali priorità vi aspettate nei prossimi mesi?<br></strong>«Il Comitato avrà il compito di supportare l&#8217;aggiornamento della Strategia nazionale per l&#8217;intelligenza artificiale prevista dalla legge italiana sull&#8217;AI. Come con i lavori per la precedente versione della strategia, ci aspettiamo proposte concrete su ricerca, trasferimento tecnologico, formazione, applicazioni nella pubblica amministrazione e sostegno alle imprese. Vogliamo che l&#8217;Italia non sia soltanto utilizzatrice di tecnologie sviluppate altrove, ma anche produttrice di conoscenza, competenze e innovazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;Europa sta costruendo il proprio quadro regolatorio sull&#8217;intelligenza artificiale mentre sembra che Stati Uniti e Cina corrano sugli investimenti. Come può l&#8217;Italia ritagliarsi uno spazio competitivo in questo scenario?<br></strong>«La contrapposizione tra regole e innovazione è spesso fuorviante. L&#8217;Italia ha sostenuto un modello che unisce sviluppo tecnologico e tutela dei diritti. Siamo stati tra i protagonisti dell&#8217;AI Act e siamo il primo Paese europeo ad aver approvato una legge nazionale pienamente allineata al regolamento europeo. La competitività si costruisce investendo in ricerca, infrastrutture computazionali, startup e competenze, ma anche offrendo un quadro normativo certo. Le imprese investono dove trovano regole chiare, istituzioni affidabili e una strategia di lungo periodo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il quantum computing e le tecnologie quantistiche sono considerate da molti la prossima rivoluzione tecnologica. Quanto è strategico questo settore per l&#8217;Italia?<br></strong>«È un settore di importanza strategica crescente. La Commissione europea ha riconosciuto le forti capacità italiane nella ricerca e nell&#8217;industria quantistica. Anche gli investitori privati osservano con estremo interesse l&#8217;Italia e non è un caso che due dei player più grandi in ambito quantistico abbiano formato la Q-Alliance per creare sul territorio italiano uno dei centri quantistici più importanti del mondo. Inoltre, il Governo ha adottato una Strategia nazionale dedicata e sostiene investimenti che rafforzano il posizionamento italiano in un ambito destinato ad avere un impatto rilevante sulla competitività e sulla sicurezza dei prossimi decenni».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sul fronte delle telecomunicazioni il Governo punta a una proroga delle frequenze legata a nuovi obblighi di investimento. Ci conferma questo orientamento? E quali benefici vi aspettate?<br></strong>«Senza dubbio vogliamo creare le condizioni per favorire nuovi investimenti nelle infrastrutture digitali. Le reti di telecomunicazione richiedono orizzonti temporali lunghi e una forte capacità di pianificazione industriale. In questo contesto stiamo lavorando affinché eventuali misure sulle frequenze siano coerenti con gli obiettivi europei e italiani di copertura, qualità delle reti e, soprattutto, di innovazione tecnologica. Con un approccio del genere ci aspettiamo benefici in termini di accelerazione degli investimenti, diffusione del 5G avanzato e maggiore competitività del settore».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le grandi piattaforme digitali stanno assumendo un peso crescente nell&#8217;economia e nell&#8217;innovazione. Quale dovrebbe essere oggi il rapporto tra istituzioni, operatori nazionali e Big Tech?<br></strong>«Le grandi piattaforme rappresentano interlocutori importanti, ma il rapporto deve essere equilibrato. Le istituzioni hanno il compito di garantire concorrenza, tutela dei diritti e sovranità digitale. Allo stesso tempo dobbiamo creare le condizioni affinché imprese europee e italiane possano crescere e competere. Per questo lavoriamo su infrastrutture strategiche, cloud, interoperabilità, cybersicurezza e iniziative europee come gli EDIC. L&#8217;obiettivo è costruire un ecosistema nel quale l&#8217;Europa e l&#8217;Italia siano protagoniste e non semplici consumatrici di tecnologie sviluppate altrove».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/butti-litalia-ha-costruito-un-modello-digitale-riconosciuto-dalleuropa/">Butti: «L&#8217;Italia ha costruito un modello digitale riconosciuto dall&#8217;Europa»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Zangrillo: «La nostra PA: merito, giovani e competenze per costruire l’amministrazione del futuro»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 14:09:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.thewatcherpost.it/?p=64953</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il ministro della Pubblica amministrazione rivendica la svolta sui contratti, il ricambio generazionale e la semplificazione. «In tre anni assunte 641mila persone, più della metà under 40. Ora la sfida è consolidare il cambiamento e investire nelle competenze».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/zangrillo-la-nostra-pa-merito-giovani-e-competenze-per-costruire-lamministrazione-del-futuro/">Zangrillo: «La nostra PA: merito, giovani e competenze per costruire l’amministrazione del futuro»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br><br>La Pubblica amministrazione italiana sta attraversando una delle trasformazioni più profonde degli ultimi decenni. Dalla stagione dei rinnovi contrattuali alla semplificazione amministrativa, dal ricambio generazionale all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, il Governo punta a costruire una macchina pubblica più attrattiva, più efficiente e più vicina a cittadini e imprese. Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, ripercorre i risultati raggiunti e le sfide che attendono il settore nei prossimi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ministro, per la prima volta un contratto delle Funzioni centrali viene firmato nel triennio di competenza. Qual è la portata di questo risultato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«È un risultato che conferma l’attenzione del Governo verso i dipendenti pubblici. Per anni i rinnovi contrattuali sono arrivati in ritardo o non sono arrivati affatto. Noi abbiamo scelto di garantire continuità e tempi certi, perché una Pubblica amministrazione attrattiva passa anche dalla valorizzazione delle persone. Partendo dallo stanziamento di 30 miliardi, dopo aver chiuso il rinnovo 2019-2021 ereditato dai governi precedenti, abbiamo proseguito con la tornata 2022-2024 e avviato tempestivamente quella successiva del triennio 2025-2027 nel primo anno di competenza, un fatto senza precedenti. Ad oggi abbiamo già ottenuto la firma dei rinnovi per i comparti Istruzione e Ricerca e martedì quelli delle Funzioni Centrali».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei ha spesso parlato della necessità di rendere la PA un luogo attrattivo per i giovani. Secondo lei ci state riuscendo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Uno dei problemi che ho trovato nel 2022 riguardava i tempi dei concorsi. La durata media era superiore ai due anni. Era impensabile essere competitivi sul mercato del lavoro con procedure così lunghe e farraginose. Abbiamo digitalizzato i processi, creato il portale InPA, unica porta di accesso ai concorsi pubblici, con il risultato di ridurre i tempi medi di attesa a quattro-cinque mesi. Questo ci ha consentito di assumere, tra il 2023 e il 2025, circa 641mila persone. Per la prima volta dopo quindici anni, la curva dei dipendenti pubblici torna a salire e più della metà dei nuovi assunti ha meno di quarant’anni. L’età media dei dipendenti pubblici nel 2021 era arrivata a 52 anni a causa del blocco del turnover; oggi siamo scesi a 48. È un dato importante perché dimostra che i giovani hanno ricominciato a guardare alla Pubblica amministrazione come a una concreta opportunità professionale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che cosa cercano oggi i giovani che entrano nella Pa?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non cercano il posto fisso. Ai giovani di oggi il posto fisso interessa molto meno di quanto si pensi. Cercano organizzazioni che investano su di loro, che offrano opportunità di crescita, formazione, responsabilità e valorizzazione del merito. Vogliono essere valutati per quello che sanno fare e per i risultati che raggiungono. In questi anni abbiamo lavorato proprio per costruire una Pubblica amministrazione capace di rispondere a queste aspettative. Oggi la PA può competere con il settore privato nell’attrarre talenti e i giovani che sono entrati e stanno contribuendo in maniera significativa a cambiarne il volto».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Merito del Pnrr?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il contributo è stato fondamentale. Abbiamo avuto a disposizione circa 1,2 miliardi di euro e oggi abbiamo impegnato quasi il 90% delle risorse. Le abbiamo utilizzate per ripensare il reclutamento, rafforzare la formazione, innovare la gestione del personale e accelerare la digitalizzazione dei nostri processi».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cosa ha cambiato culturalmente il Pnrr?</strong><br>«Ci ha insegnato a lavorare per obiettivi e soprattutto per tempi. Abbiamo acquisito quello che nel privato viene definito il senso di “urgenza”. Sapere che un obiettivo deve essere raggiunto entro una determinata scadenza cambia il modo di lavorare e costringe l’organizzazione a essere più efficace».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una volta conclusa la stagione del Pnrr, quali saranno le priorità?<br></strong>«La prima sfida è consolidare ciò che abbiamo realizzato. Tutti gli strumenti introdotti devono diventare patrimonio stabile della Pubblica amministrazione: questa è la priorità dei nostri dirigenti. La seconda riguarda il rapporto con cittadini e imprese. In questi anni abbiamo investito molto sul capitale umano, perché crediamo che un’amministrazione efficace dipenda prima di tutto dalle persone. Ora dobbiamo continuare a migliorare la qualità dei servizi e la relazione con gli utenti, rendendo la Pa sempre più semplice e accessibile. Una pubblica amministrazione più efficiente incide sulla qualità della nostra democrazia».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La semplificazione resta una delle principali richieste del sistema produttivo.<br></strong>«Abbiamo realizzato circa 500 interventi di semplificazione amministrativa. Ma la vera innovazione è stata nel metodo. In passato si cercava di semplificare restando chiusi nei nostri uffici, con un approccio autoreferenziale. Noi abbiamo deciso di andare nei territori, incontrare imprese, associazioni di categoria, istituzioni locali e cittadini. Abbiamo chiesto direttamente a loro quali fossero gli ostacoli da rimuovere. Le semplificazioni che abbiamo approvato nascono da questo confronto. Inoltre, abbiamo creato il portale Italia Semplice, che raccoglie e organizza tutte le misure adottate. La semplificazione, però, non è un obiettivo che si raggiunge una volta per tutte. È un processo continuo, perché la società evolve e le regole devono evolvere insieme ad essa».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo processo di semplificazione che ruolo avrà il merito?</strong><br>«Le posso anticipare che la prossima settimana, martedì o mercoledì, sarà in Senato il passaggio definitivo di un disegno di legge che rivoluziona la Pubblica amministrazione anche dal punto di vista del merito. Per la prima volta nella storia repubblicana avremo la possibilità che i dirigenti della Pubblica amministrazione propongano la crescita dei propri collaboratori».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E cosa cambierà?<br></strong>«Oggi nella Pa si avanza di carriera o per anzianità o perché si partecipa e si vince un concorso. Io penso che questo sistema sia monco. Non è detto che chi studia meglio e supera meglio i concorsi sia poi più bravo a far accadere le cose. Dobbiamo valutare il merito delle persone non in ragione dei titoli che accumulano, ma in ragione delle cose che sanno far accadere. Voglio dare la possibilità ai dirigenti di valutare i propri collaboratori e dire: questo è bravo e lo voglio promuovere a dirigente. Oggi tutto ciò nella Pa non è possibile».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto conta la formazione in questo processo di modernizzazione?<br></strong>«Per me la formazione è un tema strategico non solo per la Pa ma per l’intero Paese. Per questo abbiamo introdotto l’obiettivo minimo di quaranta ore annue di formazione e abbiamo costruito strumenti adeguati per raggiungerlo. Oggi siamo arrivati a 41 ore medie per dipendente. Attraverso la piattaforma Syllabus coinvolgiamo quasi un milione di dipendenti pubblici e oltre diecimila amministrazioni. È un investimento fondamentale perché il cambiamento tecnologico impone un aggiornamento continuo delle competenze».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che ruolo avranno digitalizzazione e IA nella PA del futuro?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Un ruolo sempre più importante. L’intelligenza artificiale ci consente di automatizzare attività ripetitive e di gestire grandi quantità di dati, liberando risorse per compiti che richiedono valutazione e responsabilità. Ma non può sostituire l’uomo: deve essere uno strumento al suo servizio. Un esempio è Camilla, l’assistente virtuale che aiuta i candidati a orientarsi tra i concorsi pubblici, fornendo in pochi secondi informazioni la cui disponibilità prima richiedeva molto più tempo. Però bisogna sempre ricordare che l’intelligenza artificiale è un grande acceleratore di sviluppo, ma deve essere sempre regolata dall’uomo con solidi principi etici. E in questo il Governo italiano si sta già muovendo tempestivamente».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sul fronte politico, Forza Italia sta attraversando una fase di rinnovamento. I congressi territoriali possono diventare l’occasione per costruire una nuova proposta in vista del 2027?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Tutte le organizzazioni devono sapersi rinnovare. Forza Italia sta affiancando nuove competenze e nuovi volti all’esperienza maturata in questi anni, senza rinunciare ai propri valori. I congressi regionali rappresentano un momento di confronto e di preparazione della proposta politica con cui affronteremo le prossime sfide».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le recenti amministrative hanno riacceso il confronto tra centrodestra e campo largo. Qual è la sua lettura?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Dopo il referendum qualcuno aveva dato per conclusa l’esperienza di questo Governo. Le amministrative hanno dimostrato che non è così. Il centrodestra continua a raccogliere un alto gradimento, mostra una forte capacità di coesione e sta lavorando a una proposta politica che tenga conto delle trasformazioni economiche e sociali in corso».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E Vannacci?<br></strong>«Oggi le sue posizioni appaiono difficilmente compatibili con il sistema di valori del centrodestra di governo. Per far parte di una coalizione serve una visione comune. In questo momento Vannacci segue un percorso autonomo, anche se manca ancora un anno e mezzo alla fine della legislatura: in politica è un tempo molto lungo e tante cose possono cambiare».</p>
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		<title>Energia, difesa e crescita: le sfide di un’Europa sotto pressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 09:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La politica italiana ed europea si è mossa questa settimana lungo una linea sottile che collega i grandi dossier geopolitici alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini....</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/energia-difesa-e-crescita-le-sfide-di-uneuropa-sotto-pressione/">Energia, difesa e crescita: le sfide di un’Europa sotto pressione</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La politica italiana ed europea si è mossa questa settimana lungo una linea sottile che collega i grandi dossier geopolitici alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini. Dalla crisi in Medio Oriente alla guerra in Ucraina, fino alle scelte energetiche e industriali di Roma e Bruxelles, il filo conduttore resta uno solo: la sicurezza, militare ed economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano internazionale, i riflettori continuano a essere puntati sull’Iran e sullo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota decisiva del commercio mondiale di petrolio e gas. Dopo mesi di tensioni e interruzioni della navigazione, le trattative diplomatiche sembrano aver aperto uno spiraglio verso una graduale normalizzazione dei traffici marittimi, anche se il quadro resta fragile e fortemente dipendente dagli equilibri tra Washington e Teheran. L’Europa osserva con particolare attenzione gli sviluppi perché la crisi di Hormuz ha già prodotto effetti diretti sui prezzi energetici, contribuendo a riaccendere le pressioni inflazionistiche e ad aumentare i costi per famiglie e imprese. In questo contesto l’Italia ha mantenuto una linea prudente, sostenendo gli sforzi diplomatici e confermando la disponibilità a contribuire a eventuali missioni internazionali di sicurezza soltanto all’interno di una cornice multilaterale e dopo il necessario passaggio parlamentare.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parallelamente, la guerra in Ucraina continua a rappresentare il principale fronte di instabilità del continente europeo. Mentre il conflitto resta sostanzialmente bloccato sul terreno, cresce la consapevolezza che la sfida non sia più soltanto militare ma anche economica e industriale. Per questo motivo Bruxelles insiste sul rafforzamento delle capacità produttive europee e sulla necessità di rendere l’Unione meno vulnerabile agli shock esterni, sia sul piano energetico sia su quello della difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio da questa consapevolezza che nasce una delle novità politiche più significative della settimana. La Commissione europea ha infatti aperto alla possibilità di estendere la flessibilità prevista dal Patto di stabilità anche agli investimenti destinati a contrastare il caro energia. Si tratta di una risposta alle richieste avanzate dal governo italiano nelle scorse settimane e rappresenta un segnale politico rilevante: Bruxelles riconosce che la sicurezza energetica è ormai una componente essenziale della sicurezza strategica europea. L’apertura resta circoscritta e accompagnata da rigide condizioni, ma potrebbe garantire agli Stati membri margini aggiuntivi di bilancio per sostenere investimenti in infrastrutture energetiche, reti e tecnologie utili a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il governo Meloni si tratta di un risultato politico non trascurabile. La premier può rivendicare di aver portato al centro dell’agenda europea il tema del costo dell’energia proprio mentre la crisi mediorientale dimostra quanto la dipendenza energetica rappresenti ancora un punto debole per l’intero continente. Non a caso il dossier energetico si intreccia con un’altra decisione destinata a segnare il dibattito dei prossimi anni: l’approvazione della legge delega sul nucleare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo dell’esecutivo è costruire il quadro normativo necessario per il ritorno dell’Italia all’energia atomica di nuova generazione, puntando in particolare sui piccoli reattori modulari e sulle tecnologie avanzate che dovrebbero affiancare le fonti rinnovabili. Per la maggioranza si tratta di una scelta strategica resa ancora più urgente dalla volatilità dei mercati energetici internazionali; per le opposizioni restano aperte le questioni dei costi, dei tempi e della gestione delle scorie. Al di là delle divisioni politiche, il tema segna comunque un cambio di paradigma: dopo decenni di assenza dal dibattito nazionale, il nucleare torna a essere considerato uno degli strumenti attraverso cui garantire autonomia energetica e competitività industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il fronte ucraino, le tensioni nel Golfo Persico e le nuove scelte europee sull’energia, emerge dunque una fotografia chiara della fase che stiamo attraversando. Le crisi internazionali non restano più confinate ai teatri di guerra ma si riflettono direttamente sui bilanci pubblici, sulle bollette e sulle strategie industriali. È per questo che la politica, in Italia come in Europa, sta progressivamente ridefinendo le proprie priorità: meno separazione tra politica estera e politica economica, più attenzione alla sicurezza complessiva del sistema. Una trasformazione che probabilmente accompagnerà l’intero continente negli anni a venire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le informazioni sugli sviluppi energetici e sulla flessibilità europea sono basate sulle decisioni e sulle aperture emerse nei giorni scorsi a Bruxelles.&nbsp;</p>
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		<title>Pichetto Fratin: «Servono più rinnovabili, ma senza ideologie. Il nucleare integrerà il mix energetico»</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/pichetto-fratin-servono-piu-rinnovabili-ma-senza-ideologie-il-nucleare-integrera-il-mix-energetico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 08:37:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha tracciato al Festival dell’Energia di Lecce una panoramica sulle principali sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni, ribadendo la necessità di un approccio pragmatico fondato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla complementarità delle fonti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/pichetto-fratin-servono-piu-rinnovabili-ma-senza-ideologie-il-nucleare-integrera-il-mix-energetico/">Pichetto Fratin: «Servono più rinnovabili, ma senza ideologie. Il nucleare integrerà il mix energetico»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’energia è ormai al centro delle sfide economiche, industriali e geopolitiche del Paese. Dalla volatilità dei prezzi legata alle tensioni internazionali fino alla necessità di accelerare la transizione energetica, passando per il nodo delle autorizzazioni, il ruolo del nucleare e le opportunità offerte dal Mediterraneo, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha tracciato al Festival dell’Energia di Lecce una panoramica sulle principali sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni, ribadendo la necessità di un approccio pragmatico fondato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla complementarità delle fonti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ministro, il claim della quattordicesima edizione del Festival è “L’energia spiegata”. Fino a pochi anni fa era un tema per addetti ai lavori, oggi invece è al centro del dibattito pubblico. Come è cambiato il suo ruolo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ne parlano tutti perché l’energia sta diventando il fulcro dello sviluppo e quindi la chiave del futuro. È centrale per la decarbonizzazione, per mantenere e creare condizioni di benessere economico e, di conseguenza, di benessere sociale. Oggi l’energia è il tema del giorno».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il costo dell’energia incide direttamente sulla vita delle famiglie. Alla luce delle tensioni internazionali, è previsto un nuovo intervento del Governo sulle accise?<br></strong>«In questo momento dobbiamo osservare come evolve lo scenario internazionale, che cambia di ora in ora. L’impennata dei prezzi è legata alle tensioni nell’area del Golfo Persico e alle difficoltà che hanno interessato lo Stretto di Hormuz. I grandi consumatori asiatici, come Cina, Giappone e Corea del Sud, si sono rivolti ad altri mercati internazionali, contribuendo all’aumento dei prezzi. Se la situazione dovesse normalizzarsi, probabilmente non nell’immediato ma progressivamente, i prezzi potrebbero trovare un nuovo equilibrio. Gli analisti indicano una tendenza al ribasso».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei ha richiamato anche il tema degli stoccaggi energetici. A che punto siamo in vista della prossima stagione invernale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Siamo assolutamente tranquilli. Abbiamo già contratti che coprono oltre il 90% degli acquisti previsti ed è iniziata la fase di immissione del gas nei giacimenti esausti utilizzati come siti di stoccaggio. La situazione è sotto controllo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Uno dei temi centrali del dibattito energetico riguarda il rapporto tra sostenibilità, tutela del territorio e sviluppo industriale. Sul fronte delle rinnovabili, qual è oggi il principale ostacolo da superare?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’obiettivo del Piano nazionale integrato energia e clima è arrivare a 131 gigawatt di capacità installata entro il 2030. Solare ed eolico possono dare un contributo molto rilevante a un Paese che continua ad aumentare il proprio fabbisogno energetico. Le difficoltà riguardano soprattutto i processi autorizzativi, le valutazioni ambientali e la distribuzione delle competenze tra i diversi livelli istituzionali. Nella maggior parte dei casi le autorizzazioni sono di competenza regionale e quindi spetta alle Regioni effettuare le valutazioni necessarie».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto pesa il tema delle opposizioni territoriali ai progetti?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le opposizioni delle comunità locali e degli enti rappresentativi sono legittime, ma spesso rallentano i processi. Per questo è fondamentale individuare con chiarezza le aree idonee. In passato si è spesso proceduto senza una pianificazione adeguata, con la possibilità di realizzare impianti ovunque. Un Paese come l’Italia, caratterizzato da una straordinaria biodiversità, da un patrimonio paesaggistico unico e da una forte vocazione turistica, non può permettersi il disordine. Una volta individuate le aree idonee, però, bisogna essere automatici e non ideologici nelle autorizzazioni. Non può esistere un no pregiudiziale come posizione di principio».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Spesso il modello spagnolo viene indicato come riferimento nel dibattito energetico. Quali sono le principali differenze rispetto all’Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La Spagna dispone di condizioni molto diverse dalle nostre. Ha una disponibilità enorme di superfici per il fotovoltaico, soprattutto in Andalusia, che presenta caratteristiche quasi desertiche. Inoltre, abbina le rinnovabili a una significativa produzione nucleare che garantisce stabilità al sistema. C’è poi un altro elemento fondamentale: la Spagna dispone di una capacità di rigassificazione estremamente superiore rispetto alla propria domanda interna, mentre noi abbiamo cinque rigassificatori che coprono circa il 50% del fabbisogno nazionale. Questa ridondanza infrastrutturale offre una sicurezza maggiore negli approvvigionamenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Veniamo al nucleare. Durante il suo intervento ha parlato della necessità di “integrare, non sostituire”. Che cosa significa concretamente?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Un sistema energetico equilibrato deve poter contare su molteplici fonti. L’Italia dispone di risorse idroelettriche, fotovoltaiche, eoliche e geotermiche. Per alcuni decenni avremo ancora bisogno del gas, il cui peso dovrà progressivamente diminuire con la crescita delle fonti decarbonizzate. In questo quadro il nucleare non sostituisce le altre tecnologie, ma si aggiunge ad esse per rafforzare la stabilità del sistema. Dobbiamo costruire un mix energetico equilibrato, capace di garantire sicurezza, sostenibilità e competitività».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra le tecnologie emergenti c’è anche l’idrogeno. Quale ruolo potrà avere?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’idrogeno avrà una sua rilevanza nel prossimo decennio. La sua diffusione è più lenta perché richiede ancora un’evoluzione dei sistemi di utilizzo e consumo. Oggi, in molti casi, è più facile produrre idrogeno che impiegarlo in modo efficiente. Ma resta una tecnologia destinata ad avere un ruolo importante».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Italia dispone anche di una grande risorsa naturale: il mare. Quanto può incidere nella strategia energetica nazionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il Mediterraneo rappresenta un asset strategico. È già oggi un crocevia di infrastrutture fondamentali, dai gasdotti ai cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Proprio osservando la distribuzione dei nuovi data center in Italia ho notato una forte concentrazione tra Bari e Brindisi. La ragione è semplice: da lì transitano i principali collegamenti digitali tra Europa, Regno Unito, Commonwealth e India. Il mare è una straordinaria infrastruttura invisibile che contribuisce ad attrarre investimenti e attività ad alta intensità energetica. Per questo il suo ruolo sarà sempre più centrale nello sviluppo del Paese».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/pichetto-fratin-servono-piu-rinnovabili-ma-senza-ideologie-il-nucleare-integrera-il-mix-energetico/">Pichetto Fratin: «Servono più rinnovabili, ma senza ideologie. Il nucleare integrerà il mix energetico»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Energia, Fitto: «L’autonomia strategica europea passa da investimenti, infrastrutture e scelte coraggiose»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 08:21:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto indica la strada per ridurre la vulnerabilità energetica dell’Europa: più flessibilità nell’uso dei fondi di coesione, semplificazione degli investimenti, centralità del Mediterraneo e un approccio pragmatico sulle grandi infrastrutture.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’energia è diventata uno dei principali fattori che determinano la competitività economica e la sicurezza geopolitica dell’Europa. Le tensioni internazionali, dalla guerra in Ucraina alla crisi in Medio Oriente, hanno riportato al centro una questione che per anni era rimasta sullo sfondo: la dipendenza energetica del continente. È da questa consapevolezza che parte la riflessione di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea e commissario europeo alle Politiche regionali e di coesione, intervenuto a Lecce a margine del Festival dell’Energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro del dibattito c’è la proposta avanzata dalla Commissione per consentire a Stati membri e Regioni di utilizzare con maggiore flessibilità una parte delle risorse della politica di coesione per affrontare gli effetti dell’emergenza energetica. Una proposta che in Italia ha suscitato polemiche ma che Fitto respinge nettamente: «Non c’è nessuna imposizione e non c’è nessuna risorsa che viene spostata da una parte all’altra. C’è semplicemente un’opportunità che viene data per adeguare allo scenario attuale l’utilizzo delle risorse disponibili».</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è permettere a governi e amministrazioni regionali di sostenere famiglie e imprese colpite dall’aumento dei costi energetici, finanziando anche interventi di efficientamento e misure legate agli effetti economici delle tensioni internazionali. Per il commissario europeo si tratta di una naturale evoluzione di programmi definiti nel 2021 e nel 2022, in un contesto radicalmente diverso da quello attuale. «Dobbiamo raggiungere l’obiettivo dell’autonomia strategica europea», spiega. «Serve intervenire nell’immediato per sostenere cittadini e imprese, ma contemporaneamente bisogna mettere in campo investimenti strutturali e scelte di lungo termine».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio gli investimenti rappresentano uno dei punti centrali della strategia europea. Il tema dell’energia, secondo Fitto, non può essere separato da quello delle infrastrutture e della capacità di realizzarle rapidamente. Da qui la necessità di intervenire sui processi autorizzativi che spesso rallentano la realizzazione delle opere strategiche. Pur riconoscendo che molte competenze restano nazionali, regionali e locali, il vicepresidente della Commissione sottolinea come Bruxelles stia lavorando per accelerare le procedure e favorire la semplificazione. In questo quadro richiama l’esperienza della Zona Economica Speciale Unica del Mezzogiorno, che a suo giudizio ha dimostrato come procedure più snelle possano favorire investimenti e sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione energetica si intreccia inevitabilmente con il ruolo geopolitico dell’Italia. Per Fitto il Mediterraneo è destinato a diventare sempre più centrale nelle strategie europee e il nostro Paese può svolgere una funzione decisiva. «L’Italia è centrale non solo per l’Italia ma per l’Europa», afferma, richiamando il lavoro sviluppato attraverso il Piano Mattei, il programma Global Gateway e le iniziative che rafforzano il rapporto tra Europa e Africa. «L’Italia e il Sud Italia rappresentano il ponte naturale dell’Europa verso l’Africa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto alle scelte europee, Fitto richiama però anche il tema della capacità di realizzare concretamente le infrastrutture necessarie alla sicurezza energetica. L’esempio è quello del TAP, il gasdotto approdato in Puglia che oggi rappresenta uno degli asset fondamentali per gli approvvigionamenti nazionali. «Ero tra i pochissimi sostenitori del TAP in questa provincia», ricorda. «Oggi siamo tutti sostenitori del TAP, ma quando venne realizzato le contestazioni erano molto forti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il commissario europeo la lezione è chiara: le grandi scelte energetiche richiedono visione e capacità di guardare oltre il consenso immediato. Lo stesso ragionamento vale per il nucleare, tema sul quale invita a superare approcci ideologici. «Oggi paghiamo un gap enorme determinato da scelte fatte decenni fa», osserva. «I prezzi più bassi dell’energia si registrano nei Paesi che hanno costruito il giusto mix tra fonti rinnovabili e nucleare».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella visione di Fitto, autonomia strategica, competitività e sicurezza energetica sono ormai parti della stessa sfida. Una sfida che richiede investimenti, infrastrutture e capacità decisionale. Perché, in un contesto internazionale sempre più instabile, la disponibilità di energia non è più soltanto una questione economica, ma una leva decisiva di sovranità e crescita.</p>
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		<title>La transizione non è solo elettrica: il nuovo ruolo del GNL nell’economia che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 10:37:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crescita del gas naturale liquefatto e del bioGNL riapre il dibattito europeo su neutralità tecnologica, investimenti e sostenibilità industriale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>La transizione energetica europea continua a essere raccontata come un percorso lineare, quasi una sostituzione meccanica tra fonti tradizionali e nuove tecnologie. La realtà industriale, però, appare molto più complessa. La decarbonizzazione non si misura soltanto nella velocità con cui si abbandonano le fonti fossili, ma anche nella capacità di costruire un sistema energetico stabile, resiliente e sostenibile dal punto di vista economico. È dentro questa tensione tra obiettivi climatici e sostenibilità industriale che il Gas Naturale Liquefatto sta progressivamente assumendo un ruolo diverso rispetto al passato: non più soltanto combustibile di transizione, ma piattaforma abilitante per nuovi modelli di approvvigionamento e per lo sviluppo delle future molecole rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri raccontano con chiarezza la dimensione del cambiamento. Nel 2021 il GNL copriva appena il 13% delle importazioni nazionali di gas; nel 2025 la quota è salita a circa il 34%, con una crescita particolarmente significativa delle forniture provenienti dagli Stati Uniti, passate da meno del 10% a circa la metà del GNL complessivamente importato. Un cambiamento che non riflette soltanto una diversa geografia commerciale, ma anche una profonda revisione delle strategie energetiche europee avviata dopo la crisi del 2022.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La riduzione della dipendenza dal gas russo ha imposto una revisione accelerata delle infrastrutture energetiche. L’Italia ha risposto attraverso una combinazione di elementi: il rafforzamento delle connessioni strategiche via gasdotto, l’utilizzo delle infrastrutture esistenti e l’entrata in funzione dei rigassificatori di Piombino e Ravenna. La conseguenza è stata una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento e una capacità di risposta che ha consentito di mantenere continuità nella fornitura energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il punto oggi non riguarda soltanto la sicurezza degli approvvigionamenti. Il GNL sta diventando un vettore capace di aprire nuovi mercati e di accelerare percorsi di decarbonizzazione nei comparti più difficili da elettrificare. Il trasporto pesante e il settore marittimo rappresentano probabilmente gli esempi più evidenti. Nel trasporto stradale italiano la rete ha raggiunto 185 punti vendita, mentre i consumi nel segmento pesante hanno registrato una crescita superiore al 30% nell’ultimo anno. Parallelamente, nel comparto marittimo operano già 22 navi alimentate a GNL nel Mediterraneo, con prospettive di ulteriore espansione entro il 2030.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera partita, tuttavia, non riguarda il GNL nella sua configurazione attuale, ma la sua evoluzione verso forme rinnovabili. Il bioGNL rappresenta infatti una delle possibili strade attraverso cui coniugare continuità industriale e obiettivi climatici, con un vantaggio che altri percorsi tecnologici non sempre riescono a garantire: la possibilità di utilizzare infrastrutture già esistenti senza imporre riconversioni radicali del sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio su questo aspetto che insiste Matteo Cimenti, presidente di Assogasliquidi-Federchimica: «In un contesto internazionale molto difficile, occorre poter disporre di più alternative possibili in termini di mix energetico, a maggior ragione se si tratta di alternative virtuose dal punto di vista delle emissioni. I gas liquefatti sempre più diffusi nelle loro versioni rinnovabili rispondono a tutte queste esigenze: sono pronti e già disponibili».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema diventa particolarmente rilevante nel dibattito europeo sulle emissioni e sulle politiche di neutralità climatica. Il rischio che il confronto si riduca a una contrapposizione tra tecnologie vincitrici e tecnologie da abbandonare rischia infatti di semplificare eccessivamente una trasformazione molto più articolata. Perché la decarbonizzazione non è soltanto un obiettivo ambientale: è anche una questione di competitività industriale, investimenti e sicurezza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che il GNL potrebbe giocare una funzione più ampia rispetto a quella immaginata fino a pochi anni fa. Non come destinazione finale della transizione, ma come ponte industriale e tecnologico capace di accompagnare il passaggio verso sistemi energetici a minore intensità carbonica. Una differenza che, in una fase segnata da instabilità geopolitiche e domanda energetica crescente, rischia di diventare meno ideologica e molto più concreta.</p>
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		<title>«Il problema dell’Italia non è la mancanza di capitale, ma la capacità di trasformarlo in crescita». Parla de Blasio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 08:27:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eugenio de Blasio, presidente di Green Arrow Capital, che ha appena acquisito Dea Capital. Dimensione, fondi pensione, infrastrutture e competitività al centro della nuova fase del capitalismo italiano.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Crescere non è più soltanto una scelta industriale ma una condizione di sopravvivenza economica. In una fase segnata da crisi ricorrenti, trasformazioni tecnologiche e nuove geografie del capitale, il tema della dimensione torna al centro della competitività. «Se non si cresce si muore», osserva <strong>Eugenio de Blasio</strong>, presidente e fondatore di Green Arrow Capital, gruppo che con l’acquisizione di Dea Capital arriva a circa 8 miliardi di masse gestite e punta a rafforzare la presenza italiana negli investimenti alternativi e nelle infrastrutture del futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’operazione che segna un salto di qualità anche rispetto ai competitor europei?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sì e no. Nel Sud Europa certamente sì, ma soffriamo ancora il nanismo italiano. Siamo oltre il doppio del secondo player nazionale, ma rispetto ai grandi gestori del Nord Europa siamo ancora più piccoli. Il settore crescerà e andrà incontro a una concentrazione simile a quella che stiamo vedendo nel sistema bancario: essere troppo piccoli non sarà più sostenibile».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei ha detto che “piccolo non è bello”. Serve davvero essere grandi player per attrarre grandi investimenti?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«In un mondo globalizzato le nicchie da sole non bastano più. Bisogna essere specializzati ma anche solidi, grandi e resilienti. Le crisi ormai arrivano continuamente: geopolitiche, energetiche, sanitarie. Viviamo in un contesto dove la stabilità è quasi una chimera. Noi italiani però abbiamo sviluppato una capacità di adattamento molto forte».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dove vede oggi la vera leva di crescita?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Nel risparmio e nei fondi pensione. In Italia le masse complessive valgono tra 1.300 e 1.500 miliardi di euro. C’è una crescente consapevolezza soprattutto tra i giovani sulla previdenza integrativa. Il punto è che questi capitali devono essere indirizzati verso l’economia reale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quindi il tema non è soltanto il rendimento finanziario.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Assolutamente no. Gli azionisti delle grandi aziende americane sono spesso i fondi pensione. Noi dovremmo fare lo stesso: i risparmi dei pensionati italiani devono contribuire a sostenere le nostre imprese, creare occupazione e generare nuovo gettito fiscale».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Avete puntato molto sul Sud Europa. Perché questa area è strategica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Perché qui esiste una forte necessità di infrastrutture per il futuro: energia rinnovabile, gas rinnovabili, digitale, data center, reti. E poi abbiamo una caratteristica tipicamente italiana: le medie imprese. Noi le definiamo campioni italiani che devono diventare campioni europei».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali segmenti vede più strategici nei prossimi cinque anni?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sempre di più assisteremo a una convergenza tra energia e digitale. L’intelligenza artificiale consumerà enormi quantità di dati, banda ed energia. Pensiamo anche alle auto a guida autonoma: richiederanno elettricità e connessioni permanenti. Saremo sempre più elettrici e digitali».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come si costruisce un capitalismo italiano più forte?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La parola chiave è semplificazione. Noi non chiediamo aiuti pubblici, chiediamo meno ostacoli. Siamo un Paese troppo complicato, con troppa burocrazia. A volte non riusciamo a investire non per mancanza di risorse ma perché il sistema rende tutto eccessivamente complesso».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Esiste ancora un ostacolo culturale nei confronti della finanza e dei fondi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Sì, ancora molto. C’è una componente ideologica che vede i fondi come soggetti speculativi. Però qualcosa sta cambiando. Si sta capendo che pubblico e privato non sono avversari ma possono essere complementari. Questo cambiamento culturale sarà fondamentale per rendere il Paese più competitivo».</p>
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		<title>Accise, dogane e monopoli: la nuova geografia della sovranità economica tra gettito, sicurezza e commercio globale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/accise-dogane-e-monopoli-la-nuova-geografia-della-sovranita-economica-tra-gettito-sicurezza-e-commercio-globale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 10:07:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dagli introiti fiscali all’AI contro le frodi: perché accise, dogane e monopoli sono diventati un nodo strategico per l’economia italiana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/accise-dogane-e-monopoli-la-nuova-geografia-della-sovranita-economica-tra-gettito-sicurezza-e-commercio-globale/">Accise, dogane e monopoli: la nuova geografia della sovranità economica tra gettito, sicurezza e commercio globale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Più che una struttura amministrativa, oggi l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è diventata uno dei punti in cui si incontrano commercio globale, sicurezza economica, tecnologia, fiscalità e competitività industriale. Non è un caso che gli Stati generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in programma il 20 e 21 maggio a Roma, arrivino in una fase in cui i confini tra politica fiscale e politica industriale sono diventati sempre più sottili. Le dogane non sono più soltanto il luogo fisico attraverso cui entrano e escono merci; sono un’infrastruttura strategica che misura la capacità di uno Stato di controllare flussi economici, proteggere filiere produttive e presidiare entrate fiscali sempre più esposte a trasformazioni profonde del mercato. Il dato che forse racconta meglio la dimensione di questa centralità è quello del gettito: nel 2025 le attività riconducibili ad ADM hanno generato oltre 82 miliardi di euro tra dogane, energie, alcoli, tabacchi e giochi. Di questi, circa 33,7 miliardi arrivano dal comparto energia e alcoli, 21,7 miliardi dal sistema doganale, 15,6 miliardi dai tabacchi e 11,5 miliardi dal settore giochi. Quasi una grande manovra finanziaria permanente che rende evidente come parlare di accise e dogane significhi ormai discutere di equilibri economici nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure il punto non riguarda soltanto il <a href="https://www.adm.gov.it/portale/home">gettito</a>. Le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno modificato il ruolo stesso delle dogane. La pandemia prima, la crisi energetica poi, le tensioni nel Mar Rosso, i nuovi assetti commerciali tra Stati Uniti, Cina e Unione europea hanno reso evidente quanto il commercio internazionale non sia più soltanto una questione di logistica ma di sicurezza strategica. Nel 2025 il valore degli scambi con Paesi terzi ha raggiunto circa 278,8 miliardi di euro in importazioni e 348,1 miliardi in esportazioni, con Stati Uniti e Cina che continuano a rappresentare snodi centrali dei flussi commerciali italiani. In questo scenario il lavoro delle dogane si sposta progressivamente dal semplice controllo documentale a un’attività molto più sofisticata di analisi del rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambiamento emerge soprattutto dall’esplosione dell’e-commerce. Le dichiarazioni di importazione legate al commercio elettronico sono passate da circa 54 milioni nel 2023 a quasi 105 milioni nel 2025. Parallelamente i controlli sono cresciuti da poco più di 29 mila a oltre 57 mila. Dietro questi numeri si intravede una trasformazione strutturale: le grandi filiere tradizionali lasciano sempre più spazio a flussi frammentati, microspedizioni e acquisti diretti che rendono più complessa la capacità di intercettare irregolarità e frodi. Non è un caso che la salute e sicurezza dei prodotti e la contraffazione rappresentino oggi oltre il 70% delle categorie di rischio extra-tributario monitorate da ADM.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che si inserisce una seconda trasformazione, forse ancora più significativa: l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella gestione doganale. Alla vigilia degli Stati generali il direttore Roberto Alesse ha descritto l’utilizzo di sistemi di computer vision e algoritmi predittivi per identificare in tempo reale merci sospette nei porti e negli aeroporti italiani. Nel 2025 sono stati sequestrati oltre 5,5 milioni di prodotti contraffatti e circa la metà riguardava giocattoli e articoli sportivi. L’idea di fondo è che il controllo non possa più basarsi soltanto su verifiche a campione o attività successive all’ingresso della merce, ma debba diventare preventivo, predittivo e continuo. È una logica che segna il passaggio da una funzione essenzialmente burocratica a una funzione di intelligence economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro questo scenario si inserisce anche la riforma delle accise, uno dei dossier più delicati degli ultimi mesi. Il tema è tecnicamente fiscale ma le implicazioni sono molto più ampie. Le accise rappresentano uno degli strumenti attraverso cui lo Stato orienta consumi, incentivi e comportamenti economici. Per anni il sistema italiano ha mantenuto differenze significative nella tassazione di carburanti differenti, con effetti che hanno spesso prodotto distorsioni di mercato. La revisione avviata punta progressivamente a riallineare il sistema in una logica di maggiore coerenza ambientale e fiscale, intervenendo soprattutto sul differenziale tra benzina e diesel. Dietro una questione apparentemente tecnica si nasconde però una partita molto più complessa: ogni modifica delle accise produce effetti immediati sui prezzi, sulle imprese di trasporto, sulla competitività industriale e sul potere d’acquisto delle famiglie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che proprio sulle accise si concentrano alcune delle forme più sofisticate di evasione e criminalità economica. Nel 2025 le attività di contrasto alle frodi sugli oli minerali hanno consentito di individuare circa 25 milioni di euro di imposta evasa tra IVA e accise. È un terreno in cui la capacità tecnologica diventa decisiva, perché i cosiddetti “designer fuels”, carburanti modificati o alterati per aggirare il sistema fiscale, rappresentano uno dei fenomeni più difficili da intercettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è che oggi le dogane non rappresentano più soltanto una frontiera fiscale. Sono sempre più una linea di confine economica. Difendere il Made in Italy, contrastare la contraffazione, controllare la qualità dei prodotti, monitorare l’esplosione dell’e-commerce, prevenire l’evasione sulle accise e proteggere le entrate pubbliche fanno ormai parte della stessa partita. Gli Stati generali di questa settimana arrivano quindi in un momento che assomiglia meno a un bilancio annuale e più a una ridefinizione strategica del ruolo dell’Agenzia. Perché mentre le merci attraversano i confini a velocità crescente e i mercati diventano sempre più digitali, la vera sfida non è semplicemente controllare cosa entra o esce dal Paese. È capire quanto uno Stato sia ancora capace di governare i flussi che attraversano la sua economia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/accise-dogane-e-monopoli-la-nuova-geografia-della-sovranita-economica-tra-gettito-sicurezza-e-commercio-globale/">Accise, dogane e monopoli: la nuova geografia della sovranità economica tra gettito, sicurezza e commercio globale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>«Competitività, sicurezza e investimenti: così l’Italia può rafforzarsi tra Europa e mercati globali». Parla Stefania Craxi</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/competitivita-mercati-globali-italia-stefania-craxi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 09:03:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fianco Sud della Nato, sovranità digitale, produttività, attrazione di capitali e stabilità normativa: Stefania Craxi delinea una strategia in cui politica estera e politica economica diventano parte della stessa sfida competitiva.</p>
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<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>«Alleati senza tentennamenti ma anche senza subalternità»: Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato ed ex presidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama, disegna una visione che tiene insieme autonomia europea, legame transatlantico e centralità italiana nei nuovi equilibri geopolitici. Dal Mediterraneo alla Libia, dalla guerra in Ucraina alla sovranità digitale, fino alle priorità economiche dell’ultimo anno di legislatura, emerge una strategia che punta su stabilità, competitività e posizionamento internazionale.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Senatrice, in una fase di forte instabilità, come può l’Europa rafforzare la propria capacità di difesa senza trasformare l’autonomia strategica in un indebolimento del legame euro-atlantico?<br></strong>«L’autonomia strategica è un tema cruciale, spesso utilizzato dai nostri competitor come leva per indebolire il legame euro-atlantico. Ma l’Europa può e deve rafforzare le proprie capacità di difesa senza che questo significhi indebolire la NATO. La complementarità resta il principio guida. E per giocare un ruolo, dentro e fuori l’Alleanza, servono due condizioni: una politica estera comune credibile e la capacità di sviluppare da subito sinergie possibili sul piano militare e industriale. Sono i primi passi concreti e necessari per costruire un’Europa più forte, più responsabile e più capace di incidere negli equilibri globali».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Lei è un’attenta osservatrice del fianco Sud della Nato e ha più volte ricordato l’importanza di questo fronte per vari motivi. Secondo lei l’Italia sta facendo abbastanza per consolidare questa prospettiva?<br></strong>«L’Italia ha posto con forza il tema e continua a farlo perché non si tratta di un interesse particolare, ma di un pilastro della sicurezza internazionale. Un elemento spesso sottovalutato è che il fianco Sud non è solo un tema geografico, ma un crocevia di dinamiche globali che riguarda rotte energetiche, sicurezza alimentare, migrazioni, competizione tecnologica. L’Italia ha compreso che questi dossier sono interconnessi e che la Nato deve affrontarli con un approccio integrato, capace di combinare deterrenza, cooperazione e capacità di prevenzione. È un’intuizione che abbiamo ribadito con coerenza anche nella nuova strategia per il Mediterraneo e che è stata recepita nell’ultimo concetto strategico dell’alleanza. E, proprio per dare corpo a questa idea di sicurezza integrata, siamo impegnati in quest’area non solo attraverso la presenza militare e le missioni di sicurezza marittima, ma anche con un lavoro politico e diplomatico costante, che punta a rafforzare la resilienza dei partner regionali, a contrastare le interferenze esterne e a sostenere lo sviluppo economico e istituzionale dei Paesi della sponda sud».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Il vertice con il Primo ministro del governo di unità nazionale libico è stato funzionale in questo senso?<br></strong>«Sì, assolutamente. Anche perché la Libia non è solo il “cortile” dell’Italia, ma dell’Europa e della stessa Alleanza atlantica. Rafforzare questo dialogo significa consolidare la sicurezza sul fianco Sud e, allo stesso tempo, irrobustire in una fase di forte instabilità il rapporto con un partner energetico di primo livello. È un tassello essenziale di un puzzle che unisce sicurezza, diplomazia e interesse nazionale».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Alla luce di tutti gli accadimenti delle ultime settimane che hanno caratterizzato l’evoluzione del rapporto Italia-Usa, in ultimo la visita di Rubio a Roma, pensa che sia opportuno un “aggiornamento” della postura italiana nei confronti del suo più importante alleato?<br></strong>«Il rapporto atlantico non richiede alcun aggiornamento e resta per l’Italia e per l’Unione europea un pilastro ineludibile. Presidenti e toni possono cambiare, possono emergere divergenze o dossier complessi, ma nulla scalfisce la solidità del legame tra le due sponde. Insieme siamo più forti e separati più fragili, anche sul piano economico e commerciale. E poi i rapporti si consolidano nella chiarezza e nel rispetto reciproco. Per me non cambia nulla: alleati senza tentennamenti ma anche senza subalternità resta la formula che deve guidare questo rapporto ieri, oggi e domani».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Sabato scorso si è celebrata la Festa dell’Europa, purtroppo anche quest’anno macchiata dal conflitto in Ucraina. A suo giudizio l’Europa ha dimostrato compattezza strategica o sono emerse fragilità politiche che rischiano di pesare anche nel medio periodo?<br></strong>«Sul dossier ucraino l’Europa ha reagito in modo forte e compatto, un risultato tutt’altro che scontato che conferma quanto una voce unica in politica estera e di sicurezza possa incidere sul piano globale. Non sorprende che, dopo anni di conflitto, anche la Russia riconosca oggi la necessità di confrontarsi con l’UE per una possibile soluzione. Ma ogni spiraglio di pace va colto con prudenza, perché le aperture di Putin, inclusa l’irrituale scelta di un mediatore, vanno misurate sui fatti. Spesso nella politica internazionale la retorica può rispondere a esigenze contingenti più che a una reale volontà di de-escalation e di pace».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>C’è un tema europeo molto delicato, in bilico tra sicurezza, strategia e mercato: la sovranità digitale. Da un lato imprescindibile per motivi geopolitici, dall’altro rischiosa per un mercato dalla dimensione chiaramente globale. Secondo lei quale potrebbe essere il punto di equilibrio?<br></strong>«“In medio stat virtus”! L’Europa deve tenere insieme sicurezza e apertura. La sovranità digitale è un tema geopolitico che riguarda infrastrutture critiche, dati e autonomia in settori strategici come cloud, semiconduttori e IA, ma l’Europa vive in un mercato globale e chiudersi, in questo contesto, con i nostri ritardi, significherebbe perdere competitività. La risposta è una sovranità europea “aperta”. Serve sviluppare capacità europee nei nodi strategici, standard comuni, filiere resilienti, scelta dei partner in base alle nostre alleanze naturali, senza protezionismo né isolamento, condividendo magari con i nostri partner naturali e strategici un orizzonte comune. Solo così possiamo coniugare sicurezza e crescita».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Entriamo in un anno delicato, l’ultimo di legislatura: quali sono le priorità del suo partito all’interno della coalizione?<br></strong>«Vogliamo dare risposte concrete all’Italia che lavora e produce, essere i loro interlocutori e la loro voce. Le priorità saranno provvedimenti che sostengono crescita e sviluppo, che incentivino produttività, investimenti, innovazione e la competitività del sistema-Italia. Dobbiamo poi rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie, sostenere chi crea lavoro e mettere le aziende nelle condizioni di crescere, esportare e assumere».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Forza Italia è un partito che ha sempre rappresentato un interlocutore istituzionale per il mondo delle imprese. Quali politiche servono per rendere i nostri mercati e le nostre filiere più attrattive per gli investimenti?<br></strong>«Stabilità politica e normativa, tempi certi e un quadro regolatorio prevedibile sono il primo fattore di attrazione per chi investe. A questo va affiancata una fiscalità che incentivi innovazione, tecnologie e crescita delle filiere, rendendo strutturali strumenti come iperammortamento e sgravi per chi sceglie di investire in Italia. Dobbiamo attrarre risorse e al contempo favorire una movimentazione della ricchezza privata. Serve poi un salto di qualità sulle infrastrutture materiali e digitali, un migliore accesso al capitale per le imprese che vogliono crescere e favorire un ecosistema in cui università, ricerca e industria collaborano in modo stabile. Infine, una pubblica amministrazione efficiente, con procedure snelle e sportelli unici realmente operativi, sulla scia del lavoro che sta portando avanti il Ministro Zangrillo. È su questi pilastri che si costruisce un Paese capace di attrarre investimenti e generare sviluppo».</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph"><strong>Dal mondo delle imprese spesso parte una richiesta al decisore, sintetizzabile in “meno regole, più mercato”. Secondo lei come è declinabile questa necessità nel nostro sistema?<br></strong>«Oggi, molte aziende ci chiedono di essere protette da una competizione selvaggia e la stessa richiesta di “meno regole e più mercato” va riletta dentro una fase storica in cui il mercato non è più neutrale né privo di condizionamenti geopolitici. Questo significa costruire un quadro legislativo più snello, eliminare la stratificazione di norme come sta facendo il Ministro Casellati, orientare la legislazione in funzione della competitività, con poche regole chiare e applicate con rigore, capaci di garantire trasparenza, parità di condizioni e tutela delle filiere nei settori più esposti. Allo stesso tempo occorre però rafforzare gli strumenti di difesa, perché per difendere il mercato così come noi lo vogliamo serve sottrarlo da pratiche scorrette e lasciarlo libero di creare valore per tutti».</p>
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