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	<title>Innovazione - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 06 Nov 2026 20:16:50 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Longevità e intelligenza artificiale: il progresso passa dall’equità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2026 14:42:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’AI può spostare la salute dalla cura alla previsione. Ma se l’accesso resta diseguale, anche i dati rischiano di esserlo. L’Europa ha un vantaggio da giocare, a partire dai suoi sistemi sanitari e dallo Spazio europeo dei dati sanitari.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(*Articolo di Lorenzo Maternini, CEO e co-founder di Perspective AI, pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scorso 23 ottobre, a Olbia, il Sandwich Club ha organizzato un forum dedicato alla longevità. In quell’occasione abbiamo discusso una tesi che vorremmo approfondire: l’intelligenza artificiale applicata alla salute non potrà esprimere tutto il suo potenziale se non affronteremo anche le disuguaglianze nell’accesso alle cure. Non è soltanto una questione etica. È anche una questione tecnica. Un’intelligenza artificiale che vede solo una parte della popolazione rischia di imparare da un’immagine incompleta della realtà. E un sistema che utilizza dati raccolti da molti, ma restituisce benefici soltanto a pochi, difficilmente riuscirà a costruire la fiducia necessaria per svilupparsi. Un modello predittivo vale quanto i dati su cui è addestrato. Delphi-2M, sviluppato dall’EMBL e dal Centro tedesco di ricerca sul cancro e pubblicato su Nature nel 2025, analizza le sequenze di diagnosi lungo la vita di una persona e stima il rischio di oltre mille malattie. Ma ha imparato dai dati della UK Biobank, raccolti tra mezzo milione di volontari britannici che non rappresentano necessariamente l’intera popolazione: all’invito ha risposto una minoranza delle persone contattate, con una maggiore partecipazione nelle aree più benestanti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso squilibrio riguarda gli strumenti della longevità di precisione. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open ha mostrato che negli Stati Uniti, tra le persone con malattie cardiovascolari, chi dispone di un reddito più alto ha molte più probabilità di utilizzare un dispositivo indossabile. Se la prevenzione di precisione resta accessibile soprattutto a chi ha più risorse, i dati che alimentano l’intelligenza artificiale rischiano di descrivere meglio proprio quella parte della popolazione. E gli algoritmi rischiano di funzionare meglio per chi dispone già di maggiori opportunità di cura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un secondo interrogativo, che riguarda la distribuzione del valore. I dati personali contribuiscono allo sviluppo di nuovi modelli, applicazioni e servizi. Ma se i benefici che ne derivano restano accessibili solo a chi può permetterseli, anche le persone che hanno contribuito a produrre quei dati rischiano di esserne escluse. Perché il rapporto sia sostenibile occorre che alla condivisione corrispondano tutela, trasparenza e benefici diffusi. È qui che l’Europa dispone di un vantaggio. I sistemi sanitari a vocazione universale possono offrire una base preziosa per conoscere i bisogni di una popolazione più ampia e sviluppare strumenti capaci di rispondere a esigenze diverse. Questo potenziale, però, dipende dalla capacità di garantire l’accesso effettivo alle cure e di far dialogare sistemi, territori e dati. Su questo fronte l’Europa ha già imboccato una strada importante. Lo Spazio europeo dei dati sanitari punta a rendere più semplice e sicuro lo scambio delle informazioni cliniche tra Stati membri e a consentire, a determinate condizioni, il loro utilizzo per la ricerca e l’innovazione. Il regolamento è entrato in vigore nel 2025 e la sua applicazione sarà progressiva: dal 2029 sono previste le prime principali tappe dello scambio transfrontaliero e dell’utilizzo dei dati per la ricerca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è ambizioso: permettere a una persona di avere continuità nella propria storia sanitaria anche quando si cura in un altro Paese europeo e, allo stesso tempo, mettere a disposizione della ricerca un patrimonio di conoscenze più ampio. Non occorre concentrare fisicamente tutte le informazioni in un unico archivio: occorre che i sistemi possano comunicare, nel rispetto di regole comuni, della sicurezza e dei diritti dei cittadini. L’accesso ai dati per curare una persona e quello per svolgere ricerca rispondono a finalità e procedure differenti, che devono rimanere chiare e trasparenti. Anche l’Italia sta compiendo passi avanti con il Fascicolo sanitario elettronico 2.0, sostenuto dal PNRR. Il progetto punta a rendere più omogenei documenti clinici, dati e servizi digitali, rafforzando la continuità tra i diversi soggetti che si prendono cura del paziente. Una storia clinica più completa può aiutare, per esempio, uno specialista a consultare esami precedenti e documenti di dimissione prima di un intervento o nel percorso successivo. La sfida ora è dare piena attuazione a questi progetti, colmando le differenze tra territori e facendo sì che le infrastrutture nazionali e quelle europee dialoghino davvero. Servono dati di qualità, professionisti messi nelle condizioni di utilizzarli e cittadini che possano comprenderne il valore e fidarsi delle garanzie previste. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La fiducia si costruisce anche assicurando che le informazioni non siano utilizzate per discriminare le persone. Un sistema sanitario universale può produrre dati più rappresentativi se l’accesso alle cure è effettivo. Nel 2024, secondo l’Istat, milioni di italiani hanno rinunciato ad almeno una visita o a un esame. Quando una persona rinuncia a una prestazione, il suo bisogno di salute può rimanere meno visibile anche nei dati disponibili. Difendere l’accesso alla sanità è quindi una scelta di equità, ma anche una condizione per sviluppare un’intelligenza artificiale più affidabile. Il futuro della longevità si deciderà nei laboratori, negli ospedali e nelle scelte di welfare. L’Europa ha già avviato un’infrastruttura che può darle un ruolo di primo piano: il prossimo passo è realizzarla pienamente e fare in modo che ai progressi della tecnologia corrispondano più prevenzione, cure migliori e una vita in buona salute accessibile a tutti.</p>
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		<title>Cybersecurity, l’Italia tiene. Ma gli hacker con l’AI corrono più veloci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 10:36:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli attacchi informatici aumentano, ma le difese italiane migliorano. L’intelligenza artificiale accelera le minacce e impone nuove strategie di sicurezza per imprese e istituzioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un hacker, poche istruzioni in cinese, oltre cento siti violati. La nuova frontiera del cybercrime non richiede più squadre di specialisti. Può bastare impartire un obiettivo a una pattuglia di agenti di intelligenza artificiale e lasciarli lavorare. È quanto ricostruito in settimana da Reuters negli Stati Uniti. Un giovane di lingua cinese, inesperto di attività hacker, avrebbe semplicemente sfruttato la piattaforma Cairn per individuare vulnerabilità e penetrare nei siti di aziende come Deere, SharkNinja e Cummins. Meno di cento caratteri per impartire le istruzioni, circa 5mila dollari di costo stimato e più di cento compromissioni a siti web di aziende importanti. I danni segnalati sono limitati, ma la svolta è enorme: l’automazione abbassa il costo d’ingresso del crimine digitale. L’Italia guarda a questa nuova minaccia con un paradosso. Gli attacchi aumentano, ma le difese mostrano di funzionare meglio. La Relazione 2025 dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale registra 2.729 eventi cyber, il 38% in più del 2024, e 615 incidenti con impatto confermato, cresciuti appena del 7%. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le vittime censite sono 3.907, in aumento del 50%. La Pubblica amministrazione resta il settore più colpito, seguita da telecomunicazioni e tecnologia. Nel 34% degli incidenti sono stati danneggiati riservatezza o integrità dei dati; nel 27% la disponibilità dei servizi. Numeri che fotografano rischi reali, non soltanto tentativi respinti. Il divario tra aumento degli eventi e crescita più contenuta degli incidenti è però un risultato da non sottovalutare. L’ACN lo collega alla maggiore efficacia degli allertamenti del Csirt Italia e al rafforzamento delle capacità difensive degli operatori. Nel 2025 l’Agenzia è intervenuta direttamente a supporto delle vittime in 55 occasioni. La resilienza nazionale, insomma, ha superato una prova. Ma quella prova è stata sostenuta prima che gli agenti AI diventassero una leva così accessibile per gli attaccanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida cambia scala e velocità. Non basta più riconoscere malware e email fraudolente: occorre controllare sistemi capaci di scegliere strumenti, interrogare archivi e compiere azioni autonome. L’intelligenza artificiale diventa insieme arma d’attacco, presidio difensivo e nuovo patrimonio aziendale da proteggere. Per banche, sanità, energia, manifattura e amministrazioni pubbliche, il problema è misurare chi autorizza una decisione automatica, come verificarla e quando fermarla. In questo scenario Engineering ha presentato EngSure, piattaforma agentica concepita per monitorare gli attacchi e governare modelli, dati e agenti AI, mantenendo la supervisione umana. Una difesa che include il controllo delle macchine intelligenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fabio Momola, General Manager Digital Solutions Engineering Group, durante un incontro tra Istituzioni e stakeholder del settore: «L’Intelligenza Artificiale è un moltiplicatore di potenza in entrambe le direzioni, sia per chi attacca sia per chi difende». Da qui l’esigenza di sviluppare competenze e tecnologie sotto controllo nazionale, non soltanto acquistare soluzioni all’estero. Anche NIS2 e DORA spingono verso responsabilità e controlli più stringenti, ma l’adempimento normativo da solo non chiude il divario. Secondo Engineering il vero asset da proteggere non sono più soltanto i dati, ma il patrimonio di conoscenza e il processo decisionale dell&#8217;azienda. E il concetto di sovranità digitale va necessariamente esteso alla capacità di comprendere, governare e controllare ciò che viene delegato all&#8217;IA. La vera gara tra difesa e attacco è ora sul tempo: quello necessario agli agenti criminali per trovare una falla contro quello impiegato dalle organizzazioni per individuarla e neutralizzarla. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia parte da una capacità di risposta che i numeri ACN giudicano in miglioramento. Per non perderla deve portare l’AI nella difesa alla stessa velocità con cui gli avversari l’hanno introdotta nell’offesa. La prossima crisi digitale potrebbe non cominciare con un hacker alla tastiera, ma con un ordine di poche parole.Box: La Relazione 2025 dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale registra 2.729 eventi cyber, il 38% in più del 2024.</p>
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		<title>INPS presenta Arianna, l&#8217;assistente digitale con intelligenza artificiale per oltre 400 prestazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 11:41:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un nuovo assistente digitale basato sull’intelligenza artificiale generativa, progettato per semplificare l’accesso alle informazioni e ai servizi previdenziali. Si chiama Arianna. La presentazione il 27...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Un nuovo assistente digitale basato sull&#8217;intelligenza artificiale generativa, progettato per semplificare l&#8217;accesso alle informazioni e ai servizi previdenziali. Si chiama <strong>Arianna</strong>. La <a href="https://x.com/INPS_it/status/2113271310444822553">presentazione</a> il 27 ottobre a Roma, nella sede della Direzione generale dell&#8217;INPS. Il sistema permette ai cittadini di orientarsi tra oltre 400 prestazioni dell&#8217;Istituto, attraverso una conversazione in linguaggio naturale e risposte costruite esclusivamente sulla base di fonti verificate dall&#8217;INPS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla presentazione hanno partecipato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l&#8217;Innovazione <strong>Alessio Butti</strong>, il presidente dell&#8217;INPS <strong>Gabriele Fava</strong>, la direttrice generale <strong>Valeria Vittimberga</strong> e il direttore della Direzione centrale Tecnologia, Informatica e Innovazione <strong>Massimiliano D&#8217;Angelo</strong>. A moderare l&#8217;incontro è stato <strong>Diego De Felice</strong>, direttore della Direzione centrale Comunicazione dell&#8217;Istituto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come funziona Arianna e quali servizi offre</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Disponibile sul portale istituzionale e integrato nell&#8217;app INPS Mobile, Arianna costituisce un punto di accesso ai servizi dell&#8217;Istituto, offrendo un&#8217;assistenza continuativa e multicanale, coerente tra i diversi strumenti digitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A differenza di un chatbot tradizionale, il nuovo assistente è concepito per interpretare le esigenze degli utenti senza richiedere la conoscenza preventiva dei nomi delle prestazioni o dell&#8217;organizzazione amministrativa dell&#8217;INPS. Il cittadino può formulare una domanda con parole comuni: Arianna ne analizza il contenuto e il contesto della conversazione, individua il bisogno e propone le informazioni e le soluzioni più pertinenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La piattaforma utilizza un&#8217;<strong>architettura multi-agente</strong>, sviluppata attraverso framework open source e modelli di intelligenza artificiale generativa. Il sistema è progettato per evolvere progressivamente insieme ai servizi dell&#8217;Istituto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attualmente copre oltre 400 prestazioni negli ambiti delle pensioni e della previdenza, del lavoro, dei sostegni, dei sussidi e delle indennità, oltre ai servizi rivolti a imprese e liberi professionisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa si inserisce nel percorso di trasformazione digitale dell&#8217;INPS e nella visione del <strong>Welfare Generativo</strong>, orientata a un&#8217;assistenza più semplice, accessibile, proattiva e attenta alle necessità delle persone.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fava: «Adesso è lo Stato che deve imparare a capire il cittadino»</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente dell&#8217;INPS Gabriele Fava ha evidenziato come la crescente complessità del sistema di welfare abbia spesso reso più difficile l&#8217;accesso alle tutele proprio per le persone che ne hanno maggiore bisogno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Per decenni il welfare ha vissuto un paradosso silenzioso. Più cresceva per proteggere, più diventava complesso, e quella complessità finiva per respingere proprio chi aveva più bisogno di protezione. Arianna nasce per spezzare questo circolo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Fava, la tecnologia deve contribuire a rendere più comprensibile il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, mantenendo il controllo pubblico sulle informazioni e sulle risposte fornite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Per la prima volta, la tecnologia più avanzata è anche la più semplice da usare, e dà di più a chi ha meno strumenti. Lavora sulle parole, che sono la materia stessa delle istituzioni, e per questo deve restare in mani pubbliche. Arianna è governata dall’INPS e parla soltanto con la sua voce verificata, perché lo Stato può essere complesso ma non può mai essere ambiguo. E ogni risposta semplice affidata alla macchina restituisce tempo umano a chi ha bisogno di qualcuno accanto. Per generazioni è stato il cittadino a dover capire lo Stato. Adesso è lo Stato che deve imparare a capire il cittadino».</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Vittimberga e D&#8217;Angelo: innovazione condivisa e fonti verificate</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La direttrice generale Valeria Vittimberga ha presentato Arianna come un progetto che supera la sola modernizzazione dei servizi previdenziali, con l&#8217;ambizione di mettere a disposizione dell&#8217;intera pubblica amministrazione soluzioni e competenze sviluppate dall&#8217;INPS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Arianna conferma il ruolo di INPS come hub di innovazione sociale e tecnologica del Paese», ha sottolineato Vittimberga. «Un Istituto che non si limita a modernizzare i propri servizi, ma sviluppa soluzioni, competenze e modelli che possono diventare patrimonio comune. Vogliamo essere un abilitatore sistemico della Pubblica Amministrazione italiana: mettere a disposizione ciò che costruiamo perché l’innovazione non resti un primato isolato, ma diventi un vantaggio per tutto il sistema pubblico e, quindi, per tutti i cittadini».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul funzionamento tecnologico è intervenuto Massimiliano D&#8217;Angelo, che ha richiamato le caratteristiche di sicurezza e modularità della piattaforma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Abbiamo costruito una soluzione solida, aperta e sicura», ha spiegato D&#8217;Angelo. «L’architettura multi-agente, realizzata con framework open source, ci permette di far crescere Arianna in modo modulare. Il fatto che risponda soltanto sulla base di fonti verificate dall’Istituto garantisce affidabilità e trasparenza. È una piattaforma pensata per evolvere insieme ai servizi INPS».</p>



<h2 class="wp-block-heading">Butti: verso uno Stato capace di riconoscere i bisogni</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sottosegretario Alessio Butti ha collegato il progetto al percorso del governo verso lo <strong>Stato agentico</strong>, un modello amministrativo che punta a individuare le esigenze dei cittadini, prevenire gli errori e facilitare l&#8217;accesso ai diritti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Per molto tempo abbiamo chiesto al cittadino di imparare il linguaggio dell’amministrazione. Con Arianna l’INPS permette ai cittadini di esprimere le proprie esigenze con parole semplici», ha dichiarato Butti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«È la direzione verso cui stiamo lavorando come Governo con lo Stato agentico, un’amministrazione capace di riconoscere i bisogni, aiutare a prevenire gli errori e rendere più facile l’accesso ai diritti. La legge nazionale sull’intelligenza artificiale accompagna questo percorso con garanzie precise sulla trasparenza e sulla responsabilità umana delle decisioni, tenendo sempre presente che il valore dell’innovazione si misura nella qualità dell’aiuto che riusciamo a dare alle persone».</p>



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<iframe title="IA, INPS, Butti (Sottosegretario all&amp;apos;Innovazione): &quot;Molto importante comunicare in modo così veloce&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/rHbi183tNy8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h2 class="wp-block-heading">I risultati dei test: successo nel 97% dei casi d&#8217;uso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I test effettuati con gli utenti hanno evidenziato un miglioramento delle prestazioni rispetto alla versione precedente del sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>97% dei casi d&#8217;uso è stato completato con successo</strong>, con un incremento di 36,6 punti percentuali. Il <em>Customer Effort Score</em>, indicatore dello sforzo richiesto agli utenti per utilizzare il servizio, ha raggiunto <strong>4,8 su 5</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il <em>Customer Satisfaction Score</em>, relativo alla soddisfazione degli utenti, ha registrato risultati positivi, attestandosi a <strong>4,5 su 5</strong>, con una crescita del 18,4% rispetto alla versione precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dati raccolti durante l&#8217;utilizzo del servizio indicano inoltre che circa il <strong>90% dei feedback e dei commenti è favorevole</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le prossime funzionalità: assistenza dopo il login e supporto alle domande</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto prevede un&#8217;estensione graduale di Arianna a ulteriori servizi, canali digitali e agenti dell&#8217;Istituto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli sviluppi programmati rientra l&#8217;assistenza anche dopo l&#8217;autenticazione degli utenti, negli scenari post-login, insieme all&#8217;integrazione con nuovi servizi e simulatori INPS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È inoltre previsto il supporto alla compilazione delle domande e alla gestione delle segnalazioni, così da accompagnare progressivamente i cittadini anche in ulteriori fasi dell&#8217;interazione con l&#8217;amministrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;obiettivo dichiarato dall&#8217;Istituto è <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/inps-nuove-funzioni-per-il-portale-della-famiglia-asili-nido-servizi-e-bonus-per-i-genitori/">integrare</a> sempre più l&#8217;assistenza digitale nell&#8217;esperienza degli utenti, rendendo l&#8217;accesso alle informazioni e alle prestazioni più immediato e guidato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/inps-arianna-assistente-digitale-intelligenza-artificiale/">INPS presenta Arianna, l&#8217;assistente digitale con intelligenza artificiale per oltre 400 prestazioni</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>CERN per l’IA, Bonaldi: «All’Europa serve una terza via tra Stati Uniti e Cina»</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/cern-per-lia-bonaldi-alleuropa-serve-una-terza-via-tra-stati-uniti-e-cina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 10:04:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La responsabile Innovazione, Professioni e P.A. del Pd rilancia un centro europeo pubblico per ricerca, capacità di calcolo e talenti: «Polo italiano e CERN europeo possono essere complementari».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/cern-per-lia-bonaldi-alleuropa-serve-una-terza-via-tra-stati-uniti-e-cina/">CERN per l’IA, Bonaldi: «All’Europa serve una terza via tra Stati Uniti e Cina»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa ha costruito la prima architettura normativa organica sull’intelligenza artificiale, ma resta indietro su investimenti, capacità di calcolo e attrazione dei talenti. È il divario fotografato anche dal rapporto “CERN for AI”, a cura dell’International center for future generations, che indica nella concentrazione di risorse, infrastrutture e ricerca una possibile risposta alla frammentazione europea. Da qui parte la proposta sostenuta dal Pd di un grande centro pubblico continentale per l’IA. Una proposta a cui sta lavorando in prima fila anche Stefania Bonaldi, responsabile Innovazione, Professioni e P.A. del Partito Democratico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come nasce questa idea?</strong><br>«Nasce da una domanda che l’Europa non può più rimandare: riusciamo a governare il cambiamento portato dall’IA? Oggi pochissime aziende, tra Stati Uniti e Cina, decidono come funzionano strumenti che entrano nella nostra vita, nel lavoro, nella scuola, nella sanità e nell’informazione. È una questione di potere, prima ancora che di tecnologia. Il Laboratorio per le politiche tecnologiche del Pd ha ascoltato ricercatori, imprese e sindacati e fissato un principio: l’IA è un bene comune e i beni comuni hanno bisogno di infrastrutture pubbliche. Quando Giorgio Parisi ci ha presentato il manifesto per un CERN dell’IA, ci siamo riconosciuti subito. Il CERN è nato prima dei Trattati di Roma: oggi serve la stessa ambizione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come dovrebbe funzionare concretamente?</strong><br>«Come un grande centro europeo di ricerca pubblica: un polo capace di formare e attrarre talenti, con capitale umano e visione di lungo periodo come pilastri. La ricerca scientifica, con sicurezza ed etica al centro, deve poter contare su una capacità di calcolo crescente e dialogare in modo dinamico con startup e industria. Serve un centro pubblico, indipendente e dotato di risorse permanenti, capace di affiancare alla leadership normativa europea una vera sovranità tecnologica democratica».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi dovrebbe finanziarlo e governarlo?</strong><br>«L’ipotesi avanzata da Giorgio Parisi ci convince, anche se va approfondita. Le risorse dovrebbero essere raccolte tra i Paesi partecipanti. Noi immaginiamo un perimetro vicino a quello dell’Unione europea, ma il modello potrebbe funzionare anche attraverso un accordo tra singoli Stati, coinvolgendo Paesi non Ue come Regno Unito e Svizzera».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto dovrebbe investire l’Europa per renderlo credibile?</strong><br>«Serve un’infrastruttura pubblica, ricerca condivisa, cooperazione europea, accesso più democratico alla capacità di calcolo, tutela dei dati e una sovranità aperta, non subordinata ai monopoli tecnologici. È quella che chiamiamo “terza via europea”. Senza un investimento comune rischiamo di restare schiacciati tra i colossi privati americani e cinesi. Le stime su cui ragioniamo indicano tra 700 milioni e un miliardo l’anno nei primi anni».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come si concilia un’infrastruttura pubblica con un’industria competitiva?</strong><br>«La competitività europea richiede una strategia collaborativa che massimizzi le risorse comuni. Lo sviluppo dell’IA secondo modelli aperti e coerenti con i valori etici e sociali europei può creare un contesto più dinamico per le imprese, dentro rapporti strutturati tra università, aziende e istituzioni. Responsabilità, sicurezza ed etica non sono un freno allo sviluppo: possono diventare parte della leadership europea».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che rapporto dovrebbe esserci con il polo italiano e le AI Gigafactory?</strong><br>«Una candidatura italiana va sostenuta, perché parliamo di infrastrutture destinate a qualificare il Paese per i prossimi decenni. Il polo italiano potrebbe diventare uno degli snodi del futuro centro europeo, facendo da ponte tra ricerca e sistema produttivo. Polo nazionale e CERN europeo sarebbero complementari: condividere ricercatori, università, conoscenza e infrastrutture è la condizione per consentire all’Europa di competere scientificamente nell’IA».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/cern-per-lia-bonaldi-alleuropa-serve-una-terza-via-tra-stati-uniti-e-cina/">CERN per l’IA, Bonaldi: «All’Europa serve una terza via tra Stati Uniti e Cina»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Cybersecurity, Engineering lancia EngSure: l’intelligenza artificiale per difendere imprese e PA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 15:12:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[engineering]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[pa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Engineering presenta EngSure, la piattaforma AI per la cybersecurity che protegge imprese e PA dagli attacchi informatici.</p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza artificiale sta cambiando gli equilibri della sicurezza informatica, trasformandosi contemporaneamente in uno strumento di difesa e in una nuova fonte di vulnerabilità per imprese e pubbliche amministrazioni. La crescente diffusione di sistemi autonomi, capaci di elaborare informazioni, accedere a dati sensibili e prendere decisioni operative, impone infatti un ripensamento delle strategie di cybersecurity. Non basta più proteggere reti e infrastrutture dagli attacchi esterni: occorre garantire anche la sicurezza, l’affidabilità e il controllo dei sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dalle organizzazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo scenario che si inserisce EngSure, la nuova piattaforma agentica sviluppata da Engineering e presentata in occasione del Digital Innovation Forum 2026. Una soluzione che punta a rispondere a due esigenze sempre più interconnesse: utilizzare l’intelligenza artificiale per rendere più rapida ed efficace la difesa informatica e proteggere, allo stesso tempo, gli stessi sistemi AI da manipolazioni, accessi non autorizzati e comportamenti imprevisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione assume una rilevanza crescente anche sul piano economico. Con l’integrazione dell’AI nei processi produttivi e amministrativi, la sicurezza diventa un fattore determinante per la continuità operativa, la protezione degli investimenti tecnologici e la fiducia nell’innovazione. L’automazione consente di aumentare efficienza e produttività, ma amplia anche la superficie esposta agli attacchi, rendendo necessario affiancare all’adozione delle nuove tecnologie strumenti di monitoraggio e governance.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La cybersicurezza è una condizione imprescindibile per la competitività e per la fiducia nell’innovazione digitale», ha sottolineato Aldo Bisio, amministratore delegato di Engineering. «Con IS-IA abbiamo definito il nostro approccio a un’Intelligenza Artificiale governabile, trasparente e sicura, che consente alle organizzazioni di mantenere il controllo su dati, modelli, infrastrutture e processi. EngSure completa questa strategia, estendendone i principi alla cybersicurezza e proteggendo l’AI quando entra concretamente nei processi aziendali».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La piattaforma si articola in quattro moduli specializzati, progettati per intervenire nelle diverse fasi di utilizzo dei sistemi intelligenti. SHIELD monitora le applicazioni in produzione e individua anomalie e possibili attacchi, mentre PROBE simula comportamenti ostili per verificare preventivamente le vulnerabilità. CERTIS traduce controlli e verifiche tecniche in informazioni utili per audit e conformità normativa; PROVENANCE analizza invece provenienza, qualità e affidabilità di dati e modelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è superare una concezione della cybersecurity limitata alla protezione del perimetro aziendale, integrando i controlli direttamente nei processi operativi. EngSure può, ad esempio, individuare tentativi di sottrazione delle credenziali o rilevare quando un agente AI cerca di accedere a informazioni esterne al proprio ambito autorizzato, prevedendo il blocco dell’operazione o l’intervento umano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un approccio che si inserisce nella strategia IS-IA di Engineering, orientata alla gestione dell’intero ciclo di vita dell’intelligenza artificiale e all’interoperabilità tra piattaforme e modelli differenti. La possibilità di adottare progressivamente i diversi strumenti punta inoltre a rendere la sicurezza proporzionata alle esigenze e ai rischi delle singole organizzazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non basta più difendere il perimetro delle organizzazioni: occorre proteggere e sorvegliare gli agenti, verificare i dati su cui apprendono e controllare il modo in cui prendono decisioni», ha spiegato Bisio. La sfida, per imprese e amministrazioni, sarà dunque accompagnare la crescente autonomia dei sistemi intelligenti con una capacità altrettanto evoluta di supervisione. Perché la diffusione dell’intelligenza artificiale su scala industriale dipenderà sempre più dalla possibilità di coniugare innovazione, sicurezza e controllo.</p>
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		<title>Il massimo di sovranità che l’Europa può permettersi sull’AI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 10:35:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un piano necessario per garantirsi capacità di calcolo e autonomia strategica, ma ancora dipendente dai chip americani, frammentato tra gli Stati membri e chiamato a dimostrare di poter costruire una vera domanda europea.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 12 novembre si chiude la gara per le Gigafactory europee per l’intelligenza artificiale. Prima che arrivino gli annunci, conviene riflettere su che cosa l’Europa stia davvero costruendo. Non si tratta della leadership mondiale: con al massimo sette impianti cofinanziati da Unione e Stati membri, l’obiettivo è piuttosto quello di non restare senza una propria capacità di calcolo mentre l’IA diventa un’infrastruttura essenziale, come la rete elettrica. È un obiettivo legittimo, forse l’unico attualmente realistico. Ma è più modesto della retorica sul “continente dell’IA”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta guardare le cifre. Dieci miliardi pubblici, tra fondi europei e nazionali, e venti privati (attesi) sono tanti per i bilanci europei, ma pochi per il mercato globale: nel solo 2026 Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta secondo le indicazioni date dalle stesse società a fine luglio, investiranno oltre 700 miliardi di dollari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il piano d’azione europeo dell’aprile 2025 parlava di oltre 100.000 processori per impianto; la gara non fissa più un numero e chiede di arrivare, a regime, al triplo o al quadruplo dei processori della più potente AI Factory europea già esistente. L’asticella si misura su ciò che l’Europa ha, non su ciò che fanno gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso realismo vale per i chip. La gara arriva con lettere d’intenti sosttoscritte con AMD, NVIDIA e Qualcomm, che la Commissione presenta come conseguenza dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti e che garantiscono ai consorzi l’accesso ai processor necessari. Bruxelles promette spazio anche a fornitori e startup europei, ma il cuore degli impianti sarà quindi americano. Saranno europei i siti, la governance, le regole di accesso e la gestione dei dati, non la tecnologia su cui tutto poggia. La scelta si può difendere: un’alternativa europea per la scala necessaria non c’è, aspettarla vorrebbe dire restare senza infrastruttura. Ma le cose vanno chiamate con il loro nome: è una sovranità d’uso, non di filiera, la dipendenza non sparisce, si sposterà dal cloud al silicio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto più delicato è chi userà questi impianti. EuroHPC, l’impresa comune europea per il supercalcolo, e gli Stati compreranno insieme potenza di calcolo: il settore pubblico sarà il principale cliente rendendo i progetti finanziabili. È una buona idea, ma non crea un mercato. Per addestrare modelli di frontiera servono imprese europee in grado di farlo, e oggi sono poche. Senza di loro gli impianti rischiano di restare in parte vuoti, o di lavorare per operatori che europei non sono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è la politica. Il piano evocava il CERN, un’unica grande infrastruttura comune. La gara prevede invece fino a sette impianti, cofinanziati dai diciotto Stati aderenti in misura pari ai fondi UE. Si capisce: ogni governo vuole che ci sia un ritorno a casa propria. Ma così la scala si frammenta proprio dove conta di più. Anche le regole europee su dati, sicurezza ed etica possono attrarre chi cerca garanzie, purché il costo di rispettarle resti sostenibile per chi sviluppa modelli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, il tempo. Le aggiudicazioni sono attese all’inizio 2027 e gli impianti dovranno entrare in funzione entro diciotto mesi dalla firma. I primi impianti saranno pronti tra il 2028 e il 2029, in un settore in cui l’hardware migliora di anno in anno. E il vero limite potrebbe non essere il denaro, ma la corrente. Un impianto di questa taglia ha bisogno di grandi quantità di elettricità e di un allacciamento alla rete adeguato, che il bando chiede di dimostrare già in gara. Anche dove l’energia c’è, serve efficenza nelle procedure amministrative, lo stesso piano ricordava che in Europa per i permessi per costruire un data center ci vogliono spesso più di quattro anni. Per questo il Cloud and AI Development Act conta quanto la gara. Le Gigafactory sono dunque necessarie, ma non bastano. Il loro successo non si misurerà dalle inaugurazioni, ma dalla quota di capacità usata davvero da imprese e ricercatori europei. Per l’Italia, tra i firmatari dell’accordo, la prova è vicina: entro il 12 novembre si saprà se esistono consorzi, nazionali o con altri Paesi, con siti ed allacci di corrente già pronti.</p>
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		<title>Nasce l’Osservatorio europeo per l&#8217;IA</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/nasce-losservatorio-europeo-ia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 08:47:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Commissione europea compie un nuovo passo nella costruzione della propria strategia sull’intelligenza artificiale. Il 5 ottobre è stato pubblicato il bando di gara.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/nasce-losservatorio-europeo-ia/">Nasce l’Osservatorio europeo per l’IA</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Commissione europea compie un nuovo passo nella costruzione della propria strategia sull’intelligenza artificiale. Il 5 ottobre è stato pubblicato il bando di gara per la creazione e la gestione dell’European AI Observatory, una nuova iniziativa destinata a monitorare la diffusione dell’AI nei settori strategici dell’Unione e a valutarne gli effetti sull’economia, sul lavoro e sulla società europea. La procedura è aperta dal 5 ottobre al 3 novembre dell&#8217;anno in corso e prevede l’affidamento di un contratto della durata di tre anni. L’obiettivo è dotare l’Unione europea di uno strumento stabile di osservazione capace non soltanto di fotografare il livello di adozione dell’intelligenza artificiale, ma anche di individuare tendenze, opportunità e criticità legate alla trasformazione tecnologica in corso. L’Osservatorio si inserisce nel quadro della Apply AI Strategy, attraverso la quale Bruxelles punta ad accelerare l’utilizzo concreto dell’intelligenza artificiale nei principali comparti produttivi e nei settori considerati strategici per la competitività europea. Se la regolamentazione rappresenta uno dei pilastri dell’approccio comunitario all’AI, l&#8217;ente dovrebbe contribuire all’altra grande sfida: comprendere quanto e come queste tecnologie vengano effettivamente adottate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei compiti principali affidati al futuro contraente sarà infatti lo sviluppo di un solido sistema di monitoraggio basato su indicatori chiave di performance atti a&nbsp; permettere di misurare l’adozione settoriale dell’AI e, allo stesso tempo, analizzare alcuni dei fattori che ne determinano lo sviluppo. Tra questi, gli investimenti nell’intelligenza artificiale, i brevetti collegati alle nuove tecnologie, la disponibilità di competenze e talenti e le infrastrutture di calcolo. Il monitoraggio dovrà inoltre consentire di valutare l’impatto dell’AI sull’economia e sulla società dell’Unione. Particolare attenzione sarà dedicata alle trasformazioni del mercato del lavoro, un terreno sul quale l’intelligenza artificiale può modificare mansioni, competenze richieste e organizzazione dei processi produttivi. L’Osservatorio dovrà quindi contribuire a fornire una base informativa utile per comprendere l’evoluzione di questi fenomeni e sostenere le future decisioni di policy. Accanto agli indicatori quantitativi, il progetto prevede la realizzazione di rapporti qualitativi dedicati ai singoli settori strategici. Questi studi dovranno identificare e valutare i principali casi d’uso dell’AI nei processi fondamentali di ciascun comparto, offrendo così una visione più concreta di come la tecnologia venga integrata nelle attività economiche. Saranno inoltre prodotti rapporti sulle sfide trasversali individuate dalla Apply AI Strategy e su ulteriori questioni che emergeranno con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AI Observatory avrà anche una funzione di confronto e dialogo. Il progetto dovrà infatti sostenere l’organizzazione di discussioni settoriali, creando occasioni di approfondimento sulle esigenze specifiche dei diversi comparti e sulle eventuali barriere che rallentano l’adozione dell’AI. Una componente centrale sarà infine la realizzazione e la gestione del sito web dell’Osservatorio, concepito come una piattaforma informativa interattiva. Il portale dovrà presentare in maniera accessibile e visivamente efficace i principali KPI, schede di sintesi sui settori strategici e una selezione di rapporti sull’intelligenza artificiale. Dovrà inoltre includere un sistema per seguire le azioni della Commissione europea in materia di AI e collegamenti alle strategie nazionali sull’intelligenza artificiale dei Paesi membri. Con la gara aperta fino al 3 novembre, prende così forma un’infrastruttura conoscitiva destinata ad accompagnare per almeno tre anni l’attuazione della strategia europea sull’intelligenza artificiale: non soltanto osservando l’avanzata dell’AI, ma cercando di capire dove, quanto velocemente e con quali conseguenze essa stia trasformando l’Europa.</p>
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		<title>Standard, l’UE taglia i tempi per competere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 16:25:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi stabilisce gli standard detta anche le regole della competizione industriale. È su questo terreno che la Commissione europea vuole rafforzare il peso dell’UE.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Chi stabilisce gli standard detta anche le regole della competizione industriale. È su questo terreno che la Commissione europea vuole rafforzare il peso dell’UE, con una riforma della standardizzazione pensata per accompagnare più rapidamente l’innovazione e sostenere il mercato unico. Le norme tecniche, infatti, non riguardano soltanto sicurezza e interoperabilità: possono determinare l’accesso ai mercati e orientarne lo sviluppo, dalle tecnologie pulite alle batterie, dalla cybersicurezza all’edilizia e alla manifattura avanzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nodo principale è la velocità. Oggi per elaborare uno standard servono in media circa sei anni, un arco temporale poco compatibile con l’evoluzione tecnologica. Bruxelles propone quindi scadenze più chiare, un maggiore ricorso &#8211; entro condizioni definite &#8211; a specifiche tecniche esterne e strumenti provvisori che consentano di dimostrare la conformità mentre le norme definitive sono ancora in preparazione. Nei casi urgenti o altamente specialistici potranno essere coinvolte anche altre organizzazioni tecniche. L’obiettivo è portare il tempo medio di elaborazione a quattro anni, riducendo gli ostacoli per le imprese che vogliono introdurre nuove soluzioni nel mercato unico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La riforma punta anche ad allargare la partecipazione. Le organizzazioni europee e nazionali di standardizzazione dovranno garantire maggiore spazio a PMI, società civile, università e autorità pubbliche, rafforzando al tempo stesso trasparenza e responsabilità. Un altro cambiamento riguarda l’accesso alle norme sviluppate nell’ambito della legislazione europea: dopo le recenti pronunce della Corte di giustizia dell’UE, la Commissione propone di renderle gratuitamente disponibili attraverso archivi dedicati, facilitandone la consultazione da parte di aziende, amministrazioni e cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è infine una partita geopolitica. Gli standard che si affermano a livello internazionale possono indirizzare lo sviluppo di intere filiere industriali e tecnologiche. Per questo Bruxelles vuole migliorare il coordinamento dell’Unione nelle sedi internazionali e creare un Centro di esperti sulla standardizzazione europea, chiamato a raccordare questo lavoro con le priorità strategiche dell’UE. «Chi stabilisce gli standard plasma le tecnologie, i prodotti e i mercati di domani», ha sottolineato Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione per la Prosperità e la Strategia industriale. La proposta dovrà ora essere esaminata dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima dell’adozione.</p>
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		<title>Dominio.IA, una proposta europea per la governance dell’IA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 09:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Commissione europea ha registrato l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) “Creation of a European Digital Space (.IA) for Sovereign AI Governance”, che propone di creare...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/dominio-ia-proposta-europea-governance-ia/">Dominio.IA, una proposta europea per la governance dell’IA</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La Commissione europea ha registrato l’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) “Creation of a European Digital Space (.IA) for Sovereign AI Governance”, che propone di creare uno spazio digitale europeo dedicato alla governance dell’intelligenza artificiale. Al centro dell’iniziativa c’è il namespace .IA, cioè uno spazio di nomi Internet che i promotori vorrebbero riservare e proteggere a livello europeo come strumento di sovranità digitale. Per questo chiedono alla Commissione di avviare negoziati con ISO e con ICANN/IANA, gli organismi internazionali coinvolti nella gestione dei domini e degli identificatori di Internet. La proposta comprende anche la definizione di un quadro europeo per gli “High-Trust Digital Spaces” e di ambienti di sperimentazione, le cosiddette sandbox, destinati all’AI etica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle intenzioni dei promotori .IA &#8211; ed è questo il punto centrale della proposta &#8211; non dovrebbe essere soltanto un’estensione per gli indirizzi Internet. La sua registrazione e il suo funzionamento dovrebbero essere collegati ad alcuni degli strumenti con cui l’Unione europea sta regolando il digitale e l’intelligenza artificiale: l’identità digitale prevista da eIDAS 2.0, l’audit trasparente degli algoritmi nell’ambito dell’AI Act e la protezione dei dati personali garantita dal GDPR. L’iniziativa punta quindi a collegare un namespace dedicato all’AI alle regole europee su identità, trasparenza e dati personali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La registrazione dell’ICE non rappresenta un’approvazione del progetto. La Commissione ha verificato soltanto che l’iniziativa soddisfi le condizioni formali previste dalla normativa europea e non ne ha ancora valutato il contenuto. Gli organizzatori hanno ora sei mesi per avviare la raccolta delle firme, che potrà durare dodici mesi. Per ottenere una risposta formale da Bruxelles dovranno raccogliere almeno un milione di firme valide di cittadini dell’UE, raggiungendo le soglie minime previste in almeno sette Stati membri. Se il risultato sarà raggiunto, la Commissione dovrà esaminare l’iniziativa e decidere se intraprendere eventuali azioni, motivando la propria scelta. Dall’introduzione dello strumento nel 2012 sono state registrate complessivamente 136 Iniziative dei cittadini europei.</p>
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		<title>L’Ue investe altri 130 milioni nei sistemi anti-drone per la sicurezza delle frontiere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 08:38:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Commissione europea stanzia altri 130 milioni di euro per rafforzare le capacità drone e counter-drone degli Stati membri nella protezione delle frontiere esterne.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La Commissione europea stanzia altri 130 milioni di euro per rafforzare le capacità drone e counter-drone degli Stati membri nella protezione delle frontiere esterne. Le risorse, annunciate al Consiglio Giustizia e Affari interni del 1° ottobre, saranno mobilitate attraverso il Border Management and Visa Instrument (BMVI) e serviranno a potenziare sorveglianza, rilevamento e risposta alle attività di velivoli senza pilota non autorizzati o ostili. Il nuovo intervento si aggiunge ai 250 milioni annunciati nel dicembre 2025 e ai 169 milioni messi a disposizione nel 2026 per droni da sorveglianza e relativi equipaggiamenti destinati agli Stati membri e a Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Il volume complessivo delle risorse stanziate attraverso i fondi Ue per gli Affari interni per queste tecnologie supera così il mezzo miliardo di euro. Sul piano operativo, gli investimenti puntano ad accrescere la situational awareness lungo i confini terrestri e marittimi attraverso piattaforme unmanned, sensori e apparati per la scoperta, l’identificazione e il tracciamento dei velivoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’iniziativa si inserisce nell’EU Action Plan on Drone and Counter Drone Security, varato dalla Commissione a febbraio per migliorare la protezione dello spazio aereo e delle infrastrutture critiche e coordinare le iniziative nazionali contro l’impiego malevolo dei sistemi senza pilota. Il piano prevede anche la creazione di un Counter-Drone Centre of Excellence, concepito come polo per sostenere innovazione, sperimentazione e cooperazione nello sviluppo delle tecnologie di contrasto. L’obiettivo è mettere in rete competenze operative e industriali, favorire soluzioni interoperabili e ridurre la frammentazione tra gli Stati membri. Le capacità counter-UAS assumono un peso crescente anche per la rapida evoluzione dei droni commerciali, relativamente economici e facilmente modificabili, che possono essere utilizzati per attività illecite, ricognizione o azioni contro obiettivi sensibili. La risposta richiede quindi una catena integrata che comprenda rilevamento, classificazione della minaccia e individuazione della misura di contrasto più appropriata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla componente di sicurezza interna si affianca quella industriale e della difesa. Il Fondo europeo per la difesa sostiene già programmi per lo sviluppo di tecnologie avanzate drone e counter-drone, mentre Security Action for Europe (SAFE) offre agli Stati membri un quadro per procedere anche ad acquisizioni congiunte in questi settori. Bruxelles punta in questo modo a collegare le esigenze immediate delle autorità di frontiera con lo sviluppo di capacità tecnologiche di lungo periodo, favorendo standard comuni e una maggiore convergenza negli approvvigionamenti. I droni possono ampliare la copertura di aree difficili da presidiare continuativamente e integrare capacità ISR – intelligence, surveillance and reconnaissance – mentre sul versante counter-UAS la priorità è disporre di sistemi in grado di individuare e identificare rapidamente piattaforme potenzialmente ostili. Il finanziamento aggiuntivo rafforza quindi un’architettura europea che combina controllo delle frontiere, protezione delle infrastrutture critiche, ricerca tecnologica e cooperazione industriale.</p>
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		<title>EU Kids Act, l’Europa ci chiama a costruire uno spazio digitale più sicuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 06:40:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[kids act]]></category>
		<category><![CDATA[sicuro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Commissione ha aperto la raccolta di contributi sull’EU Kids Act, la proposta per rafforzare la sicurezza dei minori online. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Costruire uno spazio digitale europeo nel quale bambini e ragazzi possano crescere, imparare, comunicare e partecipare contando su un livello elevato di protezione in tutta l’Unione. È in questa prospettiva che la Commissione europea ha aperto la raccolta di contributi sull’EU Kids Act, la proposta adottata a settembre per rafforzare la sicurezza dei minori online. La consultazione, avviata il 2 ottobre, resterà aperta fino al 26 novembre dell&#8217;anno in corso e coinvolge società civile e piattaforme online interessate dalle nuove disposizioni. Un confronto ampio che accompagnerà il dibattito legislativo al Parlamento europeo e al Consiglio e che punta a portare nel processo decisionale esperienze e punti di vista diversi. La proposta dell&#8217;EU Kids Act si inserisce nel lavoro già sviluppato dall’Unione europea per la protezione dei minori online e poggia su una base di conoscenze costruita attraverso ricerca, ascolto e partecipazione. Tra i contributi utilizzati figurano il rapporto dei copresidenti dello Special Panel sulla sicurezza online dei bambini, consultazioni dedicate a minori, genitori ed educatori e la ricerca “Children’s Online Experiences”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un percorso importante perché la sicurezza digitale non può essere affidata a un solo soggetto. Istituzioni, famiglie, scuola, società civile, ricercatori e operatori tecnologici hanno responsabilità differenti ma possono concorrere allo stesso obiettivo: creare ambienti digitali più sicuri e, nello stesso tempo, accrescere conoscenze e competenze di bambini e adulti. La proposta europea si articola intorno a quattro direttrici: il cosiddetto “social media delay”, regole di sicurezza integrate fin dalla progettazione dei servizi, sistemi per accertare l’età tutelando la privacy e un’applicazione efficace delle disposizioni. A queste si affianca il ruolo della responsabilità genitoriale. L’EU Kids Act è quindi destinato a completare il quadro di regole che l’Unione ha già costruito per proteggere i minori online. La dimensione europea assume qui un significato particolare. Bambini e adolescenti di Paesi diversi utilizzano spesso gli stessi servizi, guardano gli stessi contenuti e comunicano attraverso ambienti digitali che non si fermano ai confini nazionali. Rafforzare una cornice comune significa riconoscere questa realtà e lavorare affinché la protezione dei più giovani possa essere sempre più coerente con la natura europea e globale della rete.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È anche una questione di cittadinanza. Per i nostri figli sentirsi davvero cittadini europei dovrebbe significare poter crescere sapendo che i propri diritti valgono anche nello spazio digitale. La sicurezza, in questa prospettiva, non è soltanto protezione dai rischi: significa avere gli strumenti per comprendere ciò che accade online, esercitare le proprie scelte in modo consapevole e partecipare alle opportunità offerte dalla tecnologia. Per raggiungere questo risultato è essenziale la collaborazione. Le piattaforme possono contribuire traducendo i principi di sicurezza in servizi e soluzioni concrete; le istituzioni devono costruire un quadro chiaro ed efficace; famiglie, insegnanti ed educatori hanno il compito fondamentale di accompagnare i più giovani. La società civile può aiutare a far emergere bisogni, esperienze e competenze che nessuna norma, da sola, potrebbe esaurire. Ed è proprio sul terreno delle competenze che si gioca una parte decisiva della sfida. Educazione digitale significa imparare a proteggere i propri dati, riconoscere situazioni di rischio, comprendere il funzionamento dei servizi utilizzati e sviluppare senso critico. Significa anche fornire agli adulti strumenti aggiornati per accompagnare bambini e adolescenti senza trasformare la tutela in una semplice successione di divieti. La consultazione aperta dalla Commissione va quindi letta anche in questa chiave. Dare voce a bambini, genitori, educatori e operatori significa riconoscere che uno spazio digitale più sicuro si costruisce attraverso responsabilità condivise e ascolto reciproco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I contributi potranno essere presentati fino alla mezzanotte del 26 novembre. Saranno poi sintetizzati dalla Commissione europea e trasmessi al Parlamento e al Consiglio per alimentare il confronto legislativo. Il traguardo va oltre la singola norma: continuare a costruire uno spazio digitale europeo nel quale innovazione, sicurezza, diritti e competenze possano procedere insieme. Perché anche online i nostri figli possano crescere non soltanto più protetti, ma più consapevoli del loro essere cittadini europei.</p>
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		<title>Ricerca e innovazione, all’Europa servono 560 miliardi per colmare il gap</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 08:08:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>’Unione europea mantiene una posizione di vertice nella ricerca scientifica mondiale, ma continua a perdere terreno quando si tratta di trasformare la conoscenza in tecnologie, imprese scalabili e crescita della produttività. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Unione europea mantiene una posizione di vertice nella ricerca scientifica mondiale, ma continua a perdere terreno quando si tratta di trasformare la conoscenza in tecnologie, imprese scalabili e crescita della produttività. Per raggiungere l’obiettivo di investire il 3% del Pil in ricerca e sviluppo entro il 2030 servirebbero circa 560 miliardi di euro aggiuntivi. È l’allarme che emerge dal rapporto 2026 della Commissione europea sulla performance dell’UE in scienza, ricerca e innovazione. L’Europa vanta dunque innovazione in campo scientifico, ma deve aumentare la capacità di trasformarla in crescita economica. È questa la fotografia scattata dal Science, Research and Innovation Performance of the EU 2026, il rapporto con cui la Commissione europea analizza punti di forza e debolezze del sistema continentale dell’innovazione. Sul fronte della produzione scientifica, l’UE resta un attore globale di primo piano: è seconda al mondo per output scientifico e il 57% delle pubblicazioni europee coinvolge collaborazioni internazionali. Anche la qualità della ricerca rimane elevata. Il problema si manifesta soprattutto a valle, quando i risultati devono diventare brevetti, tecnologie, nuovi prodotti e aziende capaci di competere sui mercati internazionali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nodo principale è quello degli investimenti. Secondo le stime contenute nel rapporto, per centrare entro il 2030 il target europeo del 3% del Pil destinato a ricerca e sviluppo sarebbero necessari 560 miliardi di euro aggiuntivi. Un fabbisogno che rende indispensabile non solo rafforzare le risorse pubbliche, ma soprattutto mobilitare capitali privati e istituzionali. La questione è strettamente legata alla produttività. In un’economia globale sempre più dipendente dalla capacità di sviluppare e applicare rapidamente nuove tecnologie, Bruxelles considera ricerca e innovazione leve decisive per sostenere la crescita europea senza rinunciare agli obiettivi ambientali e alla tutela del modello sociale dell’Unione. Accanto alla carenza di investimenti, il rapporto individua nella frammentazione uno dei principali freni alla competitività. Le attività di ricerca e innovazione restano distribuite tra sistemi nazionali, regioni e istituzioni che non sempre riescono a operare con sufficiente coordinamento. Il risultato è una dispersione di risorse che limita la possibilità di raggiungere la massa critica necessaria nei comparti a maggiore intensità tecnologica. È proprio sulle tecnologie strategiche che il confronto internazionale diventa più difficile. L’Europa incontra ostacoli nel portare su larga scala le innovazioni e nel trasformare le scoperte scientifiche in leadership industriale, soprattutto in settori come intelligenza artificiale, semiconduttori avanzati e cloud computing. Tra i colli di bottiglia individuati figurano l’accesso ai finanziamenti, la valorizzazione della conoscenza e la diffusione commerciale delle tecnologie.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Commissione punta quindi ad agire su più fronti. Per il bilancio europeo 2028-2034 ha proposto un rafforzamento delle risorse destinate alla ricerca e all’innovazione, accompagnato da strumenti per attirare maggiori investimenti privati. Tra questi c’è lo Scaleup Europe Fund, che ha già annunciato sette investimenti in aziende tecnologiche europee. Un secondo intervento riguarda il coordinamento. Con il futuro European Research Area Act, Bruxelles intende avvicinare le priorità di investimento europee e nazionali, migliorare la programmazione e rimuovere gli ostacoli alla circolazione di ricercatori, conoscenze e competenze all’interno dell’Unione. Sul versante delle imprese, la proposta di European Innovation Act punta invece a creare condizioni più favorevoli alla crescita delle società innovative, facilitando l’accesso agli appalti pubblici e sbloccando strumenti di finanziamento garantiti dalla proprietà intellettuale. Il tema è centrale soprattutto per le aziende che riescono a superare la fase iniziale di sviluppo ma incontrano difficoltà nel reperire in Europa i capitali necessari per crescere su scala internazionale. A completare il quadro c’è Choose Europe, l’iniziativa con cui l’UE punta ad attrarre e trattenere ricercatori, innovatori e imprenditori, in un mercato globale nel quale la competizione riguarda sempre più non soltanto capitali e tecnologie, ma anche talenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«I risultati del rapporto sottolineano il ruolo cruciale di scienza, ricerca e innovazione nel guidare la competitività, la resilienza e l’autonomia strategica dell’Europa», ha dichiarato la commissaria europea per Start-up, ricerca e innovazione, Ekaterina Zaharieva, richiamando la necessità di un programma ambizioso per la ricerca nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. Il messaggio economico del rapporto è netto: l’eccellenza scientifica, da sola, non garantisce competitività. La partita europea si giocherà sulla capacità di concentrare gli investimenti, mobilitare capitali privati e creare un mercato nel quale tecnologie e imprese innovative possano crescere rapidamente. Il passaggio decisivo, per Bruxelles, è trasformare la forza dei laboratori europei in produttività, industria e leadership tecnologica.</p>
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