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	<title>Innovazione - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 24 Apr 2026 13:11:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Il tech italiano cresce e si struttura: dagli unicorni a un vero sistema industriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 13:11:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Software, AI e piattaforme digitali trainano un ecosistema da oltre 15 miliardi, ma la sfida ora è trasformarli in crescita.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/il-tech-italiano-cresce-sistema-industriale/">Il tech italiano cresce e si struttura: dagli unicorni a un vero sistema industriale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>C’è una parte del Paese che sta cambiando passo senza passare dai canali tradizionali della manifattura o dai tempi della politica industriale. È quella legata al digitale, al software e all’intelligenza artificiale, un ecosistema che secondo l’Italian Tech Landscape ha raggiunto i 15,2 miliardi di euro di ricavi e che ha già generato nove unicorni, per un valore complessivo vicino ai 29 miliardi e più di 24mila occupati. Non si tratta più di realtà emergenti, ma di aziende ormai consolidate, in grado di competere sui mercati internazionali e di produrre valore su scala significativa. A guidare questa evoluzione è Bending Spoons, che con una valutazione di 11 miliardi segna il passaggio definitivo del tech italiano da fenomeno di nicchia a comparto industriale maturo. Subito dopo si colloca Technoprobe, valutata 7,9 miliardi, che rappresenta invece la dimensione più industriale e strategica dell’innovazione, legata a un settore cruciale come quello dei semiconduttori, oggi al centro delle dinamiche geopolitiche globali.</p>



<p>A completare il quadro dei principali player c’è Reply, che con una valutazione di 2,4 miliardi e ricavi per 2,6 miliardi si distingue come una piattaforma industriale della consulenza digitale, capace di accompagnare imprese e pubblica amministrazione nei processi di trasformazione tecnologica. Intorno a questi grandi operatori si muove un sistema più ampio e diversificato, che testimonia la maturazione dell’intero comparto. Satispay ha ridefinito il mercato dei pagamenti digitali, affermandosi come una delle poche fintech europee capaci di scalare senza il supporto del sistema bancario tradizionale, mentre Scalapay ha intercettato la crescita dell’e-commerce con il modello del “buy now, pay later”. Facile.it continua a presidiare il segmento della comparazione online, mentre realtà come Namirial operano su livelli meno visibili ma fondamentali, offrendo infrastrutture digitali per la gestione documentale e la firma elettronica.</p>



<p>Anche settori più tradizionali stanno vivendo una trasformazione profonda, come dimostra Prima Assicurazioni, che ha superato il miliardo di ricavi grazie a un modello interamente digitale. Accanto a queste aziende si affacciano nuove realtà come Domyn, che puntano sull’intelligenza artificiale e segnano una fase in cui il valore si costruisce sempre più sulle prospettive di sviluppo oltre che sui risultati attuali. Il dato più rilevante non è tanto il numero degli unicorni, quanto la loro eterogeneità: piattaforme globali, deep tech, servizi digitali, fintech e AI convivono in un ecosistema articolato, che rafforza la credibilità dell’Italia nel panorama tecnologico europeo.</p>



<p>Oggi il settore pesa per lo 0,78% del PIL e continua ad attrarre investimenti, con oltre 500 milioni raccolti nel 2025. Numeri ancora distanti dalle grandi economie digitali, ma sufficienti a indicare un cambio di fase. La vera sfida non è più dimostrare che il tech italiano esiste, ma renderlo stabile e duraturo. Perché se gli unicorni rappresentano la punta visibile della crescita, è dalla solidità dell’intero ecosistema che dipenderà la capacità del Paese di trasformare questa traiettoria in un vantaggio competitivo di lungo periodo.</p>
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		<title>L&#8217;intelligenza artificiale entra in psicoterapia, ma non per sostituire i terapeuti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 14:06:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricercatori dell'Università dello Utah propongono un framework per classificare i livelli di automazione in psicoterapia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/intelligenza-artificiale-entra-in-psicoterapia-ma-non-per-sostituire-i-terapeuti/">L’intelligenza artificiale entra in psicoterapia, ma non per sostituire i terapeuti</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La psicoterapia è sempre stata un fatto profondamente umano: un paziente che parla, un terapeuta che ascolta e risponde, una guarigione che avviene attraverso le parole. Ma con la rapida diffusione dell&#8217;intelligenza artificiale conversazionale, quel paradigma sta cambiando velocemente. Un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università dello Utah ha deciso di affrontare la questione non chiedendosi se i robot sostituiranno i terapeuti, ma esplorando domande più concrete: cosa stiamo automatizzando, e in che misura?</p>



<p>Il risultato è uno studio pubblicato su Current Directions in Psychological Science, intitolato «A Framework for Automation in Psychotherapy», frutto di una collaborazione tra il College of Engineering, la School of Medicine e il College of Education dell&#8217;ateneo. «La storia delle nuove tecnologie è quasi sempre una storia di collaborazione, di come la tecnologia supporta l&#8217;esperto umano nel fare il lavoro che sa fare», ha spiegato Zac Imel, professore di psicologia dell&#8217;educazione e autore principale dello studio.</p>



<p>Il framework proposto articola l&#8217;automazione in quattro categorie lungo un continuum di complessità e rischio. La prima – sistemi scriptati – prevede chatbot che seguono alberi decisionali con contenuti preconfezionati da esseri umani. La seconda affida all&#8217;IA il compito di valutare le sessioni terapeutiche e fornire feedback ai clinici. La terza vede l&#8217;IA suggerire interventi o formulazioni, mentre il terapeuta umano continua a erogare la cura. La quarta, la più avanzata, prevede un agente autonomo che interagisce direttamente con il paziente, eventualmente sotto supervisione umana. «Un chatbot scriptato, uno strumento di coaching per terapeuti e un terapeuta IA completamente autonomo sono tecnologie fondamentalmente diverse, con rischi radicalmente diversi», ha sottolineato Imel. Eppure spesso né gli utenti né i sistemi sanitari sanno con quale di queste tecnologie stanno interagendo.</p>



<p>Il co-autore Vivek Srikumar, professore associato alla Kahlert School of Computing, ha usato l&#8217;analogia delle auto a guida autonoma: «Il settore automobilistico introduce da anni sistemi di assistenza alla guida, e l&#8217;estremo opposto è l&#8217;auto completamente autonoma. Lo stesso vale per l&#8217;IA in psicoterapia: l&#8217;estremo è un terapeuta artificiale, ma esistono livelli diversi di automazione associati a gradi diversi di rischio».</p>



<p>L&#8217;area su cui i ricercatori puntano con maggiore convinzione è quella della valutazione e della formazione dei clinici, dove i modelli linguistici di grandi dimensioni possono offrire un contributo significativo senza avvicinarsi alla sostituzione del professionista. «Valutare una sessione psicoterapeutica è tremendamente laborioso, lento, poco affidabile e raramente utilizzato nella pratica», ha detto Imel. I modelli linguistici possono invece catturare rapidamente i componenti chiave del trattamento e restituire quella valutazione al terapeuta in tempo quasi reale. Il team sta già collaborando con SafeUT, la linea di crisi testuale dello Stato dello Utah, per sviluppare strumenti di valutazione delle sessioni dei counselor.</p>



<p>Il terzo co-autore, Brent Kious, psichiatra associato, ha evidenziato le potenzialità dell&#8217;IA anche nelle linee di crisi: «È un ambiente molto difficile, in cui non sai nulla delle persone con cui parli, hai forse cinque o sei scambi per connetterti con loro e aiutarle. I futuri sistemi di counseling in crisi saranno pesantemente potenziati dall&#8217;IA, perché la scala è troppo grande per essere gestita senza automazione».</p>



<p>I ricercatori mettono però in guardia dai rischi dell&#8217;automazione più estrema. Chiunque può già rivolgersi all&#8217;IA per qualcosa che assomiglia a una sessione terapeutica, ma i modelli linguistici non utilizzano necessariamente tecniche psicoterapeutiche basate sull&#8217;evidenza, sono noti per fabbricare informazioni, codificare pregiudizi e rispondere in modo imprevedibile. «Perché mai si dovrebbe voler usare la versione più rischiosa di uno strumento quando esistono versioni molto più leggere che possono già fare la differenza?», ha detto Srikumar. «Un&#8217;applicazione per prendere appunti durante una sessione, per esempio: già questo migliorerà la qualità della vita dei clinici e la qualità del servizio».</p>
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		<item>
		<title>UE: Primo bilancio positivo per l’AI Continent Action Plan</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/ue-ai-continent-plan-un-anno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 13:09:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A un anno dal lancio dell’AI Continent Action Plan, la Commissione europea traccia un primo bilancio e rivendica risultati concreti nella strategia per trasformare l’Europa in un polo globale dell’intelligenza artificiale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/ue-ai-continent-plan-un-anno/">UE: Primo bilancio positivo per l’AI Continent Action Plan</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A un anno dal lancio dell’AI Continent Action Plan, la Commissione europea traccia un primo bilancio e rivendica risultati concreti nella strategia per trasformare l’Europa in un polo globale dell’intelligenza artificiale. Il punto sull’avanzamento del piano, pubblicato&nbsp; insieme a due nuovi rapporti sull’adozione dell’IA e sulle politiche europee, evidenzia progressi in tutti e cinque i pilastri: infrastrutture, dati, competenze, adozione e semplificazione normativa.</p>



<p>Sul fronte delle infrastrutture, l’Unione europea ha rafforzato in modo significativo la capacità di calcolo disponibile per ricerca e imprese. Sono ora operative 19 AI Factory integrate nei supercomputer europei, affiancate da 13 antenne regionali che ampliano l’accesso a startup, PMI e centri di ricerca. Parimenti cresce l’interesse per le future AI Gigafactories: la call per manifestazioni di interesse ha raccolto 76 proposte distribuite in 60 siti di 16 Stati membri, segnale di una forte mobilitazione industriale e tecnologica. Il secondo pilastro riguarda i dati, elemento chiave per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Con la Data Union Strategy, presentata a novembre, la Commissione punta a sbloccare la condivisione dei dati tra Paesi e settori. A supporto delle organizzazioni è stato anche lanciato l’AI Act Service Desk, destinato ad accompagnare aziende e amministrazioni nell’attuazione della normativa europea. Il tema delle competenze resta centrale nella strategia comunitaria. Tra le iniziative più rilevanti figura il lancio, a febbraio, dell’European Legal Gateway Office tra Unione europea e India, volto a facilitare la mobilità dei talenti nel settore ICT. Proseguono inoltre i lavori per la AI Skills Academy, che offrirà programmi specializzati in intelligenza artificiale generativa e tecnologie di calcolo avanzato, con l’obiettivo di rafforzare il capitale umano europeo. Sul fronte dell’adozione, la Apply AI Strategy, pubblicata nell’ottobre 2025, ha già attivato decine di bandi per un valore complessivo fino a un miliardo di euro. Le iniziative mirano ad accelerare l’integrazione dell’IA nei settori industriali e nella pubblica amministrazione. In questa direzione si inserisce anche il nuovo rapporto sull’adozione dell’IA nelle amministrazioni pubbliche europee, che propone un modello basato su tre direttrici: ancorare l’IA alle politiche pubbliche, adattare le capacità organizzative e applicare soluzioni in ambiti ad alto impatto.</p>



<p>Il secondo documento pubblicato dalla Commissione, elaborato dal Joint Research Centre, analizza invece un decennio di politiche europee sull’intelligenza artificiale. Dal 2018 l’UE ha costruito un approccio progressivo che combina innovazione, tutela dei diritti fondamentali e competitività, con l’obiettivo di sviluppare un ecosistema tecnologico affidabile e sicuro. Sul fronte industriale, la Commissione ha inoltre approvato un aiuto di Stato italiano da 211 milioni di euro per lo sviluppo di chip fotonici basati su grafene da parte della PMI CamGraPhIC. Il progetto, che sarà realizzato tra Pisa e Bergamo in collaborazione con università e centri di ricerca, punta a sviluppare transceiver ottici capaci di trasmettere dati tramite la luce, migliorando prestazioni ed efficienza rispetto ai chip in silicio. L’iniziativa si inserisce nella strategia europea per rafforzare la filiera dei semiconduttori e le tecnologie avanzate.</p>



<p>Il percorso verso un “continente dell’intelligenza artificiale” resta in evoluzione, ma la Commissione sottolinea un’accelerazione tangibile. Il prossimo appuntamento sarà l’European AI Innovation Month, in programma dal 14 ottobre al 17 novembre, occasione per mostrare i progressi raggiunti e consolidare il ruolo dell’Europa nello sviluppo di un&#8217;intelligenza artificiale affidabile, sicura e competitiva.</p>
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		<title>Dalla governance all’AI: come cambia il lavoro legale tra aziende e studi, parla La Lumia</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/dalla-governance-allai-come-cambia-il-lavoro-legale-tra-aziende-e-studi-parla-la-lumia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 09:38:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Governance, intelligenza artificiale, riservatezza, gestione dei documenti, rischi geopolitici e sinergie tra uffici legali d’impresa e studi. Un confronto con l’Avvocato Antonino La Lumia, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/dalla-governance-allai-come-cambia-il-lavoro-legale-tra-aziende-e-studi-parla-la-lumia/">Dalla governance all’AI: come cambia il lavoro legale tra aziende e studi, parla La Lumia</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Governance, intelligenza artificiale, riservatezza, gestione dei documenti, rischi geopolitici e sinergie tra uffici legali d’impresa e studi. Ne parliamo con l’Avvocato <strong>Antonino La Lumia</strong>, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano.</p>



<p><strong>Partiamo dall’esito del referendum.. Secondo voi, la giustizia ha bisogno di essere riformata? Da dove sarebbe utile ripartire?</strong></p>



<p>«L’esito referendario, al di là dei numeri, va letto come l’espressione di una domanda di intervento complessivo, che si avverte da tempo. La giustizia ha urgente bisogno di una visione prospettica che la riconosca come <strong>infrastruttura vitale del Paese</strong>: il processo non è un mero esercizio di rito, ma il luogo in cui si tutelano i diritti fondamentali. Riformare significa investire sulla <strong>qualità della giurisdizione</strong> e sulla sua efficienza organizzativa. Per costruire un sistema che sia presidio di garanzie e volano di sviluppo economico, restituendo fiducia a cittadini e imprese, occorre valorizzare l’equilibrio del processo, incrementare gli organici e puntare sulla digitalizzazione».</p>



<p><strong>Oggi l’IA è entrata nella quotidianità di moltissime professioni, anche in ambito forense. Come usarla nel lavoro legale senza rischiare errori o fughe di informazioni? E qual è il rischio più sottovalutato?</strong></p>



<p>«La regola fondamentale risiede nel concetto di <strong>supporto servente</strong>: la tecnologia deve potenziare le capacità del giurista, non sostituirne la funzione critica. L&#8217;intelligenza artificiale può analizzare dati, ma non può dare un senso ai fatti. Il rischio più sottovalutato non risiede tanto nell’errore tecnico della macchina o nella violazione della privacy che, pur centrali, possono essere evitati, quanto nello slittamento verso una sorta di <strong>anestesia del giudizio</strong>, con delega della scelta finale all&#8217;algoritmo. Per questo, il nostro Ordine degli Avvocati di Milano ha proposto Horos, la prima Carta dei principi per l’uso consapevole dell’AI, a garanzia che ogni decisione resti un atto di responsabilità umana, basata su competenza e trasparenza».</p>



<p><strong>Con l’aumento di tensioni geopolitiche e instabilità, qual è la nuova priorità che oggi entra stabilmente nell’agenda legale? E qual è una cosa concreta che aziende e studi dovrebbero fare per essere pronti?</strong></p>



<p>«La priorità assoluta è diventata la capacità di gestire l’incertezza attraverso una <strong><em>compliance</em> dinamica e profonda</strong>. Il diritto non può più limitarsi a inseguire la realtà o a gestire il contenzioso <em>ex post</em>, ma deve saperla anticipare, agendo come un fattore di resilienza. Per essere pronti, aziende e studi devono fare un salto di qualità nella gestione del rischio, passando da una difesa statica a una strategia di prevenzione attiva. Bisogna investire in una <em>due diligence</em> che non sia solo formale, ma geopolitica e tecnologica, integrando <strong>clausole contrattuali capaci di reagire con flessibilità</strong> a mutamenti macroeconomici improvvisi».</p>



<p><strong>Su riservatezza e gestione dei documenti legali, il problema oggi è più nelle regole o nel modo pratico in cui si lavora?</strong><strong></strong></p>



<p>«Il problema non risiede nella carenza di regole, poiché la normativa europea è tra le più avanzate, ma nella distanza dalla prassi operativa quotidiana. Il dato legale non è un semplice file, è il custode di una relazione di fiducia tra avvocato e assistito. È essenziale promuovere una <strong>cultura della protezione del dato</strong> che veda la tecnologia non come un peso, ma come uno scudo. Una soluzione concreta è l&#8217;adozione di ecosistemi di comunicazione crittografati e professionali, evitando l&#8217;uso di piattaforme inadeguate per lo scambio di informazioni sensibili».</p>



<p><strong>Qual è l&#8217;evoluzione più rilevante del ruolo del giurista d&#8217;impresa oggi? Quali sono oggi le principali sinergie tra avvocati e giuristi d&#8217;impresa?</strong></p>



<p>«La riflessione più importante riguarda il passaggio del giurista d&#8217;impresa da funzione di controllo a <strong>partner nei processi decisionali</strong>. Non è più colui che interviene a valle per validare una scelta, ma un attore che partecipa attivamente alla creazione di valore, orientando l&#8217;innovazione in modo che sia etica e sostenibile. La sinergia tra avvocatura del libero foro e giuristi d&#8217;impresa cresce con la capacità di unire la visione d&#8217;insieme dei processi aziendali con la profondità specialistica e l&#8217;esperienza del contenzioso dell&#8217;avvocato esterno».</p>



<p><strong>Quali condizioni dovrebbero esserci perché un riconoscimento del ruolo del giurista d&#8217;impresa sia utile e sostenibile per tutti?</strong><strong></strong></p>



<p>«L’evoluzione della figura del giurista d’impresa deve essere accompagnata da una maturazione culturale che coinvolga l’intera comunità forense. Le condizioni risiedono nella <strong>valorizzazione del ruolo professionale</strong> e nella creazione di un contesto che garantisca a chi opera all&#8217;interno delle organizzazioni di esprimere al meglio la propria funzione legale. Un riconoscimento equilibrato deve mirare a rafforzare la competitività del Paese, favorendo una gestione del diritto sempre più moderna e integrata. È un percorso che richiede coesione, perché avvocati e giuristi d&#8217;impresa devono percepirsi come parte di un ecosistema legale osmotico, dove la diversità dei profili contribuisce a un obiettivo comune: la certezza delle regole e la qualità della tutela dei diritti in ogni ambito della società».</p>
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		<title>Dalla governance all’AI: come cambia il lavoro legale tra aziende e studi. Parla Martellino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 09:15:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riservatezza, gestione dei documenti, rischi geopolitici. Un confronto tra l’Avvocato Giorgio Martellino, Presidente AIGI.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Governance, intelligenza artificiale, riservatezza, gestione dei documenti, rischi geopolitici e sinergie tra uffici legali d’impresa e studi. Un confronto tra l’Avvocato Giorgio Martellino, Presidente dell’Associazione italiana giuristi d’impresa.</p>



<p><strong>Partiamo dall&#8217;esito del referendum. Secondo voi, la giustizia ha bisogno di essere riformata? Da dove ripartire?</strong></p>



<p>«Per AIGI la risposta è sì. Lo diciamo dalla prospettiva di imprese e giuristi che operano in un sistema complesso, frammentato e imprevedibile. Le riforme servono per più chiarezza e prevenzione dei conflitti prima del contenzioso. Le priorità per decisioni migliori, meno costi e maggior competitività sono: semplificazione e rafforzamento degli strumenti di interlocuzione preventiva».</p>



<p><strong>Oggi l’IA è entrata nella quotidianità di moltissime professioni, anche in ambito forense. Come usarla nel lavoro legale senza rischiare errori o fughe di informazioni? E qual è il rischio più sottovalutato?</strong></p>



<p>«Seguiamo il tema con attenzione e in AIGI abbiamo un gruppo di lavoro dedicato. Ci misuriamo con l&#8217;AI nel quotidiano, dal monitoraggio normativo alla gestione contrattuale. Ci assiste, ma non sostituisce: serve sempre una responsabilità umana chiara, tracciabile, non delegabile. Tra i rischi, il più sottovalutato è l&#8217;accountability.&nbsp; Senza responsabilità decisionale l&#8217;AI amplifica i rischi invece di ridurli. E nel legale l’ambiguità ha conseguenze dirette».</p>



<p><strong>Con l&#8217;aumento di tensioni geopolitiche e instabilità, qual è la nuova priorità che oggi entra stabilmente nell&#8217;agenda legale? E qual è una cosa concreta che aziende e studi dovrebbero fare per essere pronti?</strong></p>



<p>«La geopolitica entra nell&#8217;operatività attraverso sanzioni internazionali, export control, vincoli sulle supply chain, obblighi di cybersecurity. Il giurista d’impresa anticipa i rischi e li traduce in scelte aziendali. Per essere pronti, raccomandiamo di costruire un presidio di monitoraggio e mappatura dei rischi geopolitico-regolatori, in un dialogo tra funzione legale, funzioni tecniche e management. Chi aspetta che il rischio si materializzi è già in ritardo».</p>



<p><strong>Su riservatezza e gestione dei documenti legali, il problema oggi è più nelle regole o nel modo pratico in cui si lavora?</strong></p>



<p>«Il problema è doppio. C&#8217;è una questione di tutele, che include il legal privilege: senza protezioni adeguate si indebolisce la funzione preventiva del legale interno. Poi, c’è un nodo nei meccanismi pratici: accessi non presidiati, archiviazione improvvisata, gestione casuale degli incidenti. L&#8217;anello debole è prevalentemente operativo. Per migliorare, basterebbe introdurre una disciplina minima di classificazione dei documenti legali riservati e una gestione degli accessi per ruoli. Costa poco, riduce vulnerabilità e crea una cultura organizzativa consapevole».</p>



<p><strong>Qual è l&#8217;evoluzione più rilevante del ruolo del giurista d&#8217;impresa oggi? Quali sono oggi le principali sinergie tra avvocati e giuristi d&#8217;impresa?</strong></p>



<p>«Siamo un presidio strategico, non più solo un supporto tecnico. Garantiamo continuità, governance, reputazione e mitigazione dei rischi &#8211; dalla compliance e dai contratti, fino all’ ESG e alla cybersicurezza. Questo ampliamento di perimetro cambia anche il rapporto con l&#8217;avvocatura esterna, che da AIGI abbiamo sempre visto come complementare, non concorrenziale. Il legale interno garantisce presidio quotidiano, coordinamento e conoscenza profonda del contesto aziendale; lo studio esterno porta specializzazione verticale e supporto su contenzioso e operazioni straordinarie. Quando questo sistema funziona bene, l&#8217;impresa è più resiliente. E costruire questo sistema è parte della nostra missione associativa».</p>



<p><strong>Quali condizioni dovrebbero esserci perché un riconoscimento del ruolo del giurista d&#8217;impresa sia utile e sostenibile per tutti?</strong> «Come AIGI perseguiamo il riconoscimento del giurista d&#8217;impresa con convinzione, aperti al dialogo. Ci sono alcuni elementi che consideriamo essenziali perché la soluzione sia davvero utile e sostenibile per tutti. Un perimetro ben definito: parliamo della consulenza e assistenza stragiudiziale svolta in via esclusiva per l&#8217;impresa, senza sovrapposizioni con la funzione forense. Condizioni organizzative adeguate: uffici legali con autonomia e indipendenza di giudizio, riconosciuti come presidi di legalità nei modelli di compliance aziendali. E tutele coerenti, incluso il tema del privilege, perché la protezione delle comunicazioni legali è condizione necessaria perché la funzione preventiva del giurista d&#8217;impresa possa esprimersi pienamente &#8211; a vantaggio delle imprese e del sistema nel suo complesso. Lavoriamo insieme, costruttivamente: una soluzione equilibrata è nell&#8217;interesse di tutti».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/dalla-governance-allai-come-cambia-il-lavoro-legale-tra-aziende-e-studi-parla-martellino/">Dalla governance all’AI: come cambia il lavoro legale tra aziende e studi. Parla Martellino</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>La pinta di Guinness costa troppo? Un&#8217;IA ha chiamato 3.000 pub irlandesi per scoprirlo</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/pinta-guinness-costa-troppo-ia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 10:50:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Matt Cortland, ingegnere americano, ha creato un agente vocale IA che ha telefonato a tremila pub in Irlanda chiedendo il prezzo della Guinness. Ben visibili i risultati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/pinta-guinness-costa-troppo-ia/">La pinta di Guinness costa troppo? Un’IA ha chiamato 3.000 pub irlandesi per scoprirlo</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tutto è cominciato con una pinta da 7,80 euro pagata in un pub di Dublino. Matt Cortland, ingegnere americano di 37 anni con un passato da proprietario di pub in Irlanda, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ha pensato che quel prezzo fosse eccessivo. Ha cercato di confrontarlo con i dati ufficiali e ha scoperto che l&#8217;ufficio statistico irlandese aveva smesso di monitorare il prezzo della Guinness nel 2011. Da lì l&#8217;idea: «Posso far chiamare ogni pub in Irlanda da un&#8217;intelligenza artificiale, chiedendo il prezzo in modo colloquiale?»</p>



<p>Detto fatto. Cortland ha costruito un agente vocale di nome Rachel, ispirato a Rachel Duffy, la vincitrice del reality britannico The Traitors, con accento dell&#8217;Irlanda del Nord, usando la piattaforma vocale ElevenLabs e l&#8217;infrastruttura telefonica di Twilio, instradando le chiamate attraverso una vecchia SIM card irlandese. Per indicizzare i pub ha usato le API di Google Maps, individuando 5.200 esercizi e chiamando i circa 3.000 che avevano un numero pubblico. Il tutto per un costo di 200 euro.</p>



<p>Rachel aveva un compito semplice: chiedere il prezzo di una pinta, ringraziare e riattaccare. Le prime versioni ripetevano il prezzo al barista per conferma, ma questo prolungava le chiamate e insospettiva gli interlocutori. Dopo alcune modifiche, la versione definitiva faceva la domanda, diceva grazie e chiudeva. Rachel era istruita a dichiarare di essere un&#8217;intelligenza artificiale se le veniva chiesto esplicitamente, ma quasi nessuno se ne accorse. Su oltre 2.000 chiamate con risposta, più di 1.000 pub fornirono un prezzo.</p>



<p>Le conversazioni, a tratti, si sono rivelate più vivaci del previsto. Al Malzard&#8217;s Pub di Kilkenny il barista ha risposto: «Normalmente sono 6,20, ma se non te li puoi permettere ti offriamo noi. Ci pensiamo noi». A Doogies nell&#8217;Irlanda del Nord, l&#8217;apertura è stata una battuta: «Venticinque sterline. Ma se vuoi bere qualcosina, te la do per cinque». In un caso, la chiamata di Rachel è finita in un loop surreale: la linea è stata risposta da un altro sistema automatico e due intelligenze artificiali si sono parlate addosso a lungo, senza che nessun prezzo venisse mai ricavato.</p>



<p>Con i dati raccolti, Cortland ha costruito il «Guinndex» — un indice dei prezzi al consumo «vivo e respirante» per una pinta di Guinness in tutta l&#8217;Irlanda, a cui baristi e avventori possono contribuire e aggiornare i prezzi. La media nazionale si attesta intorno a 5,95 euro, con il prezzo più comune a 5,50. Dublino è la contea più cara con una media di 6,75 euro, mentre il distretto del Temple Bar tocca punte di 10 euro. La pinta più economica rilevata è stata 3 euro al Glynn&#8217;s Bar di Galway — anche se Cortland sospetta che il barista stesse prendendo in giro Rachel.</p>



<p>L&#8217;impatto pratico non si è fatto attendere. Dopo la pubblicazione dell&#8217;indice, almeno un proprietario di pub ha abbassato il prezzo di 40 centesimi e ha aggiornato lui stesso la voce sul Guinndex. La piattaforma è ora disponibile su guinndex.ai come strumento crowdsourced aperto a tutti. Cortland ha già in mente le prossime applicazioni del metodo: i farmaci da prescrizione negli Stati Uniti, o il prezzo di una fetta di pizza a New York.</p>
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		<title>Fan Token, gli Stati Uniti fanno chiarezza: la SEC e la CFTC definiscono lo status legale degli asset digitali sportivi</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/fan-token-usa-status-legale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 13:25:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>SEC e CFTC classificano i Fan Token come collezionabili e strumenti digitali. Le franchigie sportive Usa ora operano su base legale definita.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È arrivato il via libera che il settore attendeva. La Securities and Exchange Commission e la Commodity Futures Trading Commission degli Stati Uniti hanno pubblicato il 17 marzo scorso, durante il DC Blockchain Summit di Washington, una guida congiunta che stabilisce per la prima volta un quadro normativo chiaro e definitivo per i crypto-asset nel mercato americano. Una svolta che riguarda direttamente il mondo dello sport e, in particolare, il Gruppo Chiliz, leader globale dei Fan Token.</p>



<p>Il documento introduce una classificazione in cinque categorie distinte – materie prime digitali, collezionabili digitali, strumenti digitali, stablecoin e titoli digitali – e colloca i Fan Token in una posizione ibrida, riconoscendoli ufficialmente come asset che combinano le caratteristiche dei collezionabili digitali con quelle degli strumenti digitali. Una distinzione apparentemente tecnica, ma dalle implicazioni concrete molto significative: d&#8217;ora in avanti le franchigie sportive americane potranno sviluppare e offrire Fan Token ai propri tifosi operando su un terreno normativo definito, senza il rischio di incorrere in classificazioni ambigue che in passato avevano frenato l&#8217;espansione del settore nel mercato statunitense.</p>



<p>«Questa guida congiunta rappresenta il momento di svolta che stavamo aspettando» ha dichiarato Alexandre Dreyfus, CEO del Gruppo Chiliz. «Le squadre americane hanno ora la strada spianata per sfruttare gli asset digitali come ponte verso una fan base globale, sbloccando flussi di entrate a lungo termine. Questo traguardo è il risultato del nostro impegno costante con gli stakeholder negli Stati Uniti e accelera drasticamente l&#8217;esecuzione della nostra visione Chiliz 2030.»</p>



<p>Chiliz, che opera attraverso la propria blockchain e la piattaforma Socios.com, conta già tra i propri partner alcuni dei club più importanti al mondo. L&#8217;apertura del mercato americano – finora di fatto inaccessibile per le incertezze regolamentari – rappresenta un salto di scala potenzialmente rilevante, considerando il peso economico e la portata globale delle principali leghe sportive statunitensi.</p>



<p></p>
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		<title>Cyber attacchi, l’Italia tra i Paesi più colpiti al mondo: ma quanto tempo serve alle aziende per ripartire?</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/cyber-attacchi-italia-aziende/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 09:36:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 9,6% degli incidenti cyber registrati a livello globale nel 2025 ha avuto come bersaglio aziende e infrastrutture italiane.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/cyber-attacchi-italia-aziende/">Cyber attacchi, l’Italia tra i Paesi più colpiti al mondo: ma quanto tempo serve alle aziende per ripartire?</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il 9,6% degli incidenti cyber registrati a livello globale nel 2025 ha avuto come bersaglio aziende e infrastrutture italiane</strong>. In termini assoluti, 507 attacchi gravi secondo il Rapporto Clusit 2026, contro i 357 dell&#8217;anno precedente: una crescitache colloca il Paese tra le economie avanzate più esposte alla minaccia informatica. I dati operativi dell&#8217;Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale confermano tale tendenza: <strong>a gennaio 2026 il CSIRT Italia ha rilevato 225 eventi cyber, il 42% in più rispetto ai 158 di dicembre 2025</strong>, con 39 incidenti a impatto confermato. Tra i settori più colpiti, <strong>il manifatturiero (19%), il tecnologico (16%) e la sanità (12%</strong>)</p>



<p>Di fronte a questo scenario, la risposta del sistema produttivo è misurabile, con le aziende che stanno aumentando sempre più gli investimenti in sicurezza informatica. Secondo <strong>Gartner</strong>, <strong>la spesa globale per la cybersecurity ha raggiunto 213 miliardi di dollari nel 2025</strong>, <strong>con una crescita superiore al 12% su base annua, </strong>e potrebbe arrivare <strong>quest’anno</strong> <strong>a</strong> <strong>circa 240 miliardi</strong>. In Italia, secondo l&#8217;Osservatorio Cybersecurity &amp; Data Protection del Politecnico di Milano, <strong>il mercato nazionale ha raggiunto 2,78 miliardi di euro nel 2025, +12% sull&#8217;anno precedente, con sette grandi aziende su dieci che prevedono un ulteriore incremento del budget nel 2026</strong>.</p>



<p>Tuttavia, l’aumento degli investimenti in cybersecurity non si traduce automaticamente in una reale capacità di sicurezza: i dati ci dicono che <strong>solo il 2% delle aziende ha implementato un modello di cyber-resilience esteso a tutta l’organizzazione</strong>, mentre la maggior parte continua a operare con sistemi di sicurezza frammentati<a id="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>. Tra le PMI italiane, il <strong>Cyber Index PMI promosso dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale</strong>,rileva che<strong>solo il 15% delle PMI italiane adotta un approccio strutturato alla cybersecurity</strong>, mentre <strong>il 56% mostra livelli di consapevolezza ancora bassi o molto limitati</strong>.</p>



<p>Il paradosso è che molte organizzazioni dispongono già di firewall, sistemi di protezione e soluzioni di backup, ma non hanno una visione completa del proprio livello di resilienza. Secondo il <strong>World Economic Forum</strong>, <strong>il 54% delle grandi organizzazioni considera proprio la complessità delle infrastrutture digitali e delle supply chain uno dei principali ostacoli alla cyber-resilience</strong> mentre il <strong>90% non ha ancora un livello di maturità sufficiente per contrastare le minacce più avanzate</strong>. Pertanto, più un&#8217;azienda è interconnessa, più è esposta, e più fatica a proteggersi in modo coerente. Ma questa complessità non incide solo sulla prevenzione degli attacchi, influisce soprattutto sulla capacità di ripartire quando un incidente si verifica.</p>



<p>La domanda allora diventa inevitabile: quanto tempo serve davvero alle aziende per ripartire dopo un attacco informatico? Secondo Statista, <strong>il downtime medio delle aziende statunitensi dopo un attacco ransomware è di 24 giorni</strong> e il <strong>costo medio per organizzazione supera 1,8 milioni di dollari</strong>, considerando fermo operativo, perdita di produttività e attività di recovery; <strong>per le violazioni di dati in senso più ampio, il costo medio globale sale oltre i 4 milioni di dollari</strong>. Il caso CrowdStrike del luglio 2024 offre un esempio concreto di questi ordini di grandezza: un aggiornamento software difettoso ha bloccato circa 8,5 milioni di sistemi Windows, colpendo compagnie aeree, banche e ospedali in tutto il mondo. La causa tecnica è stata identificata rapidamente, ma il ripristino completo ha richiesto giorni e le perdite dirette per le aziende Fortune 500 sono state stimate a 5,4 miliardi di dollari, con copertura assicurativa cyber largamente insufficiente rispetto all&#8217;esposizione reale.</p>



<p>Ciò dimostra quanto la cybersecurity non dipenda solamente dalla presenza di firewall o sistemi di backup per la prevenzione degli attacchi, ma anche e soprattutto dalla capacità di conoscere e testare in anticipo i propri processi di ripristino per <strong>garantire continuità operativa anche in condizioni di crisi</strong>. In altre parole, dalla maturità della propria <strong>cyber-resilience</strong>.</p>



<p>Normative europee come <strong>NIS2 e DORA</strong> stanno andando in questa direzione ampliando le responsabilità del management, chiedendo alle aziende non solo di proteggere i sistemi ma di dimostrare resilienza operativa e capacità di gestione degli incidenti. Tuttavia, in uno scenario in cui gli attacchi informatici sono sempre più frequenti, la vera differenza non è tra chi viene colpito e chi no, ma tra<strong> chi riesce a ripartire rapidamente e chi rimane fermo per giorni o settimane</strong>. È proprio nella capacità di conoscere, misurare e testare i tempi di ripartenza – e quindi ridurre drasticamente il tempo necessario per tornare operativi – che si misura oggi la maturità della cybersecurity aziendale.</p>



<p><em>*CEO di Execus</em></p>
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		<item>
		<title>Il digitale è fisico: la nuova centralità delle infrastrutture invisibili</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/il-digitale-e-fisico-la-nuova-centralita-delle-infrastrutture-invisibili/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:25:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dai cavi sottomarini ai data center, fino all’edge computing: perché il futuro dell’economia digitale dipende sempre più dalle reti.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)<br></em>Il digitale viene spesso raccontato come qualcosa di immateriale: software, piattaforme, AI.<br>Ma senza una torre che trasmette segnale, il 5G non esiste. Senza fibra e cavi sottomarini chilometrici, i dati non si muovono. Oggi oltre il 95% del traffico Internet globale passa proprio attraverso cavi sottomarini. Senza data center, reti ed energia, il cloud resta un’idea. Il software senza hardware non esiste. Il mondo digitale poggia su una base molto più materiale di quanto si tenda a raccontare.<br>È un fatto di cui ci accorgiamo solo quando qualcosa si interrompe, o rischia di farlo. È successo con l’energia, rimasta in relativa invisibilità per anni e tornata improvvisamente centrale dall’invasione russa dell’Ucraina in poi. Ed è evidente ogni volta che un’infrastruttura critica viene colpita: oleodotti, cavi sottomarini, reti energetiche. Quando la base fisica si ferma, tutto il resto si ferma con lei. Le reti digitali non fanno eccezione.</p>



<p>La spinta dell’intelligenza artificiale rende questo passaggio ancora più evidente. Si parla molto di modelli, ma ogni applicazione reale richiede capacità computazionale, storage e connessioni affidabili. L’AI non è astratta: gira su data center che occupano spazio, consumano energia e devono essere collegati a reti ad alta capacità. Già oggi i data center rappresentano circa il 2-3% del consumo elettrico globale, quota destinata a crescere con l’espansione dell’AI. Più AI significa, in pratica, più infrastruttura.<br>Questo introduce anche un cambio di paradigma. Per anni si è pensato al cloud come a un modello centralizzato, basato su grandi poli di calcolo. Ma con la diffusione di applicazioni industriali – dalla logistica alla manifattura – cresce la necessità di elaborare dati vicino a dove vengono generati. È la logica dell’edge computing: meno trasferimento di dati, più capacità distribuita. Anche questo, però, significa più infrastruttura, non meno.</p>



<p>Un meccanismo che sposta il tema dal piano tecnologico a quello industriale. Costruire una rete o installare una torre non è un’operazione virtuale: richiede autorizzazioni, tempi certi, coordinamento con territori e amministrazioni. È qui che spesso si crea il collo di bottiglia.</p>



<p>In Italia, come in gran parte d’Europa, lo sviluppo delle infrastrutture digitali è rallentato da procedure complesse e tempi incerti. Secondo diverse stime di settore, i tempi autorizzativi possono superare 12-24 mesi, ben oltre quelli necessari in altri contesti. Alcuni interventi in discussione nell’ambito del decreto PNRR vanno nella direzione opposta: fissare termini più chiari per le autorizzazioni, rafforzare i meccanismi di semplificazione e chiarire passaggi critici come espropri e continuità della rete. Misure tecniche, ma con un effetto diretto: ridurre l’incertezza e rendere possibili investimenti che altrimenti restano fermi.</p>



<p>Il tema, però, non è solo nazionale. A livello europeo, a una forte capacità regolatoria non sempre corrisponde una pari capacità di realizzazione. Secondo la Commissione europea, per raggiungere gli obiettivi del Decennio Digitale 2030 saranno necessari centinaia di miliardi di euro di investimenti in connettività e infrastrutture.</p>



<p>Il punto è che spesso la domanda corre più veloce dell’offerta. Il traffico dati globale cresce a ritmi annuali superiori al 20-25%, trainato da streaming, cloud e applicazioni industriali. Se l’infrastruttura non tiene il passo, il sistema rallenta. Non in modo teorico, ma concreto: latenze più alte, servizi meno affidabili, costi maggiori per le imprese.</p>



<p>C’è poi un livello ulteriore, spesso meno discusso. Le infrastrutture digitali non servono solo a migliorare servizi e produttività. Sono parte di sistemi strategici: supportano comunicazioni di emergenza, gestione energetica, trasporti, sicurezza. In questo senso, stanno assumendo lo stesso ruolo delle altre infrastrutture critiche.</p>



<p>In un mondo sempre più digitale, sono la base su cui poggia una parte crescente dell’economia. Invisibili quando funzionano, decisive quando smettono di farlo.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>LE MOLTEPLICI FORME DEL SILENZIO</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/le-molteplici-forme-del-silenzio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 11:28:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'era dell'IA ha innescato una rottura ontologica. Perché ciò che non viene detto definisce la comunicazione, la medicina e la democrazia.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Perché ciò che non viene detto definisce la comunicazione, la medicina e la democrazia</em></strong></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><em>L&#8217;era dell&#8217;IA generativa ha innescato una rottura ontologica. Mentre i sistemi algoritmici eccellono nell&#8217;elaborazione di informazioni codificate, essi rimangono fondamentalmente ciechi davanti ai meta-livelli del silenzio – le pause, le esitazioni e le omissioni deliberate che costituiscono il cuore del giudizio umano, della diagnostica clinica e della fiducia democratica. Integrando Comunicazione Strategica, Medicina Clinica e Politiche Democratiche, gli autori sostengono che proteggere l&#8217;inquantificabile sia una necessità funzionale per la sopravvivenza delle istituzioni incentrate sull&#8217;uomo.</em><strong> </strong><em></em></p>



<p><strong>I meta-livelli del linguaggio</strong></p>



<p>Il linguaggio viene misurato. Trascritto. Analizzato. Ottimizzato. In un mondo di comunicazione algoritmica, conta solo ciò che è manifesto – ciò che può essere quantificato, elaborato e riprodotto. Ma il linguaggio non inizia con le parole. Inizia con il silenzio. Il silenzio non è assenza di comunicazione. Ne è il livello più profondo: un meta-livello che dà forma, contesto e a volte smentisce ciò che viene detto. Chi non sa leggere il silenzio comprende il linguaggio solo a metà.</p>



<p>Eppure, nell&#8217;era dell&#8217;IA, il silenzio è proprio ciò che va perduto. Ogni sistema è addestrato sulla parola: su ciò che è stato detto, scritto o registrato. Il non-detto, il taciuto, ciò che è rimasto sospeso tra due persone in una stanza: tutto questo non esiste nel dataset.</p>



<p>Questo articolo esplora tale scarto attraverso tre prospettive distinte e complementari: la strategia della comunicazione interculturale, dove il silenzio è un segnale che nessun algoritmo può decodificare con certezza; la medicina e la sicurezza del paziente, dove l’esitazione prima di una risposta è spesso più diagnostica della risposta stessa; e la politica, dove il silenzio delle istituzioni e dei cittadini è una delle forme di espressione più cariche di conseguenze – e più spesso fraintese.</p>



<p>Tre discipline. Un’unica tesi: il silenzio non è un vuoto d’informazione. È il luogo in cui vive il significato.</p>



<p><strong>Il silenzio nella comunicazione – una dimensione culturale</strong></p>



<p><strong><em>Angela Maria Carlucci</em></strong><em></em></p>



<p>Il lavoro all&#8217;intersezione tra strategia, cultura e diversi paesaggi linguistici rivela ciò che nessun algoritmo può replicare: il silenzio che porta significato.</p>



<p>Una comunicazione efficace inizia molto prima che un post venga scritto o un annuncio venga condiviso. Inizia con la presenza, l&#8217;ascolto attento e una profonda comprensione del destinatario. Nella comunicazione, proprio come nella musica, se il ritmo è sbagliato, la melodia più bella è inutile. <em>C&#8217;est le ton qui fait la musica</em>.</p>



<p>Nella comunicazione interculturale, il silenzio non è mai neutro. Esso veicola tropi culturali &#8211; modelli di significato codificati culturalmente che deviano dalla norma attesa. Laddove il Codice rappresenta la Regola, il Tropo è l&#8217;eccezione significativa. Nelle culture mediterranee, il silenzio può significare disapprovazione – o sopraffazione emotiva, o il deliberato diniego del consenso. Nelle culture nordiche e scandinave, lo stesso silenzio segnala riflessione, rispetto e attenta considerazione. Ciò che a Stoccolma viene letto come pazienza, a Roma viene letto come indifferenza. Il silenzio dipende dal contesto, è situazionale e irriducibilmente locale. Il Tropo non può essere standardizzato. Il Codice algoritmico non può decodificare il Tropo.</p>



<p>L&#8217;esperienza pratica nella mediazione tra partner eterogenei – come un attore internazionale dai ritmi serrati e un&#8217;istituzione locale profondamente radicata – dimostra che la lingua è raramente l&#8217;ostacolo principale. Anche in presenza di un vocabolario comune, i progetti spesso si bloccano, rivelando che la cultura del lavoro non si trova in un dizionario. Ciò che ha creato un vuoto comunicativo quasi fatale non è stata una parola mancante. È stata una mancata interpretazione del silenzio. Per un partner, l&#8217;assenza di notizie significava caos o disinteresse &#8211; il silenzio veniva letto come rifiuto. Per l&#8217;altro, lo stesso silenzio significava semplicemente: tutto procede regolarmente, non c&#8217;è bisogno di preoccuparsi.</p>



<p>Il silenzio non è un fallimento. È un segnale. Segna il confine tra informazione e fiducia, tra ciò che viene detto e ciò che si intende. Questo è il &#8216;vuoto comunicativo&#8217; – lo spazio in cui il silenzio viene interpretato erroneamente attraverso i confini culturali, dove l&#8217;assenza di un segnale diventa il segnale più pericoloso di tutti.</p>



<p>Nella comunicazione strategica, l&#8217;istinto per il &#8216;giusto silenzio&#8217; è una delle competenze più rare e preziose. Quando restare in silenzio in una negoziazione? In una conversazione conflittuale? In una riunione in cui un leader parla – e il silenzio dei presenti dice più di ogni altro contributo? Come <em>Cultural Broker</em>, il vero lavoro inizia proprio dove finisce la lingua –non come traduttore di parole, ma come mediatore di aspettative<strong>.</strong> Nello spazio tra le parole si formano i segnali decisivi.</p>



<p>L&#8217;IA può generare testi, adattare tonalità e tradurre in pochi secondi. Ma non conosce la storia dietro il silenzio. Non sa se un&#8217;esitazione segnali incertezza, vergogna, resistenza &#8211; o semplice riflessione. Non percepisce quando un messaggio è culturalmente mal calibrato &#8211; prima che il danno sia fatto. Non sa quando parlare. E quando tacere.</p>



<p>L&#8217;IA sente le frequenze. Ma non sente il silenzio tra di esse. La vera comunicazione non è solo informazione. È presenza. Giudizio. L&#8217;istinto per il tono giusto al momento giusto – nella cultura giusta. Non è questione di dati. È esperienza vissuta.</p>



<p><strong>Il silenzio in medicina – una dimensione diagnostica</strong></p>



<p><strong><em>Michael von Forstner</em></strong><em></em></p>



<p>In medicina clinica, il silenzio è un parametro fondamentale. È rilevante ai fini diagnostici quasi quanto la misurazione della pressione arteriosa o un risultato di laboratorio – ma non può essere registrato in una cartella clinica elettronica, trascritto da un software di <em>ambient listening</em>, né segnalato da un algoritmo. Esso vive nella stanza. E scompare nel momento in cui quella stanza non è più presidiata da un essere umano addestrato a interpretarlo.</p>



<p>Nel dialogo tra medico e paziente, l&#8217;esitazione che precede una risposta è uno dei momenti più significativi – e più trascurati – della comunicazione clinica. Quando un paziente esita prima di rispondere a una domanda sensibile sul dolore, sulla salute mentale, sull&#8217;anamnesi familiare o sullo stile di vita, quella pausa veicola informazioni. La sua durata, la sua qualità e il suo peso emotivo comunicano a un clinico esperto qualcosa che nessuna trascrizione è in grado di cogliere. Anche il paziente che risponde troppo in fretta sta comunicando. Così come quello che distoglie lo sguardo prima di parlare, o quello il cui silenzio non è il silenzio del non sapere – ma del &#8220;non essere ancora pronto a dire&#8221;.</p>



<p>Questi sono parametri diagnostici che abitano lo spazio tra la domanda e la risposta. Non sono anomalie. Sono dati – di una tipologia che nessun sistema di IA attuale è attrezzato per elaborare.</p>



<p>L&#8217;emergere delle tecnologie di ascolto ambientale nei contesti clinici solleva una questione fondamentale: cosa accade al silenzio diagnostico quando l&#8217;IA è presente nella stanza? Se utilizzato come mero sostituto dell&#8217;attenzione umana, il microfono cattura le parole ma cancella l&#8217;esitazione. La trascrizione registra ciò che è stato detto, ma elimina ciò che è stato taciuto. E il medico che osserva uno schermo – in attesa che l&#8217;IA suggerisca una diagnosi – cessa, di fatto, di osservare il paziente.</p>



<p>Tuttavia, se integrata correttamente, l&#8217;IA offre un potenziale trasformativo. Facendosi carico del protocollo meccanico del testo, essa può restituire al medico il &#8220;dono del tempo&#8221;. Un clinico esperto, liberato dall&#8217;onere della documentazione manuale, può finalmente reindirizzare la propria piena attenzione sensoriale verso il paziente. Come sostenuto in NEJM AI (Haug &amp; Harrison, 2026), il principio del &#8220;human-in-the-loop&#8221; richiede una definizione precisa. Sosteniamo che il vero valore dell&#8217;essere umano in questo processo non risieda nell&#8217;inserimento dei dati, ma nella capacità di rimanere presente nel silenzio mentre la macchina elabora il segnale. L&#8217;obiettivo è un&#8217;IA che registri il testo affinché il medico possa finalmente, ancora una volta, dedicarsi al contesto.</p>



<p>Questi interrogativi stanno già entrando nell&#8217;arena clinica. Nel giugno 2026, il tema del silenzio come meta-livello diagnostico sarà introdotto nelle discussioni su &#8216;Patient Centricity&#8217; e &#8216;Digital Health&#8217; presso la Royal Society of Medicine – un segnale del fatto che ciò che l&#8217;IA non può udire sta diventando impossibile da ignorare.</p>



<p><strong>Cosa sente l’IA – e cosa non capirà mai</strong></p>



<p>L&#8217;IA può trascrivere, analizzare e tradurre il linguaggio; può rilevare la tonalità, identificare schemi e segnalare anomalie. Ma il silenzio, per l&#8217;IA, è una lacuna nei dati – un errore nel segnale, non un segnale in sé. Questa è la differenza fondamentale tra l&#8217;elaborazione dei dati e l&#8217;intelligenza comunicativa umana. L’IA è strutturalmente cieca al silenzio, poiché non può abitare il contesto. Un essere umano interpreta il silenzio attraverso coordinate che l&#8217;algoritmo, per sua natura, non può comprendere: Chi tace? In quale situazione? Dopo quale frase? Con quale espressione? In quale cultura? Con quale storia?</p>



<p>Il principio <em>human-in-the-loop</em> è ampiamente riconosciuto ma, come evidenziato nel dibattito scientifico recente (Haug &amp; Harrison, <em>NEJM AI</em>, 2026), rimane pericolosamente mal definito. In ambito clinico, l&#8217;ambient listening viene proposto come una soluzione trasformativa: un catalizzatore di umanità capace di liberare il professionista dalla documentazione per restituirgli il contatto visivo.</p>



<p>Tuttavia, questa possibilità non è un traguardo automatico. La &#8220;liberazione&#8221; dello sguardo nasconde un&#8217;insidia operativa: se l&#8217;attenzione recuperata non viene intenzionalmente diretta verso l&#8217;ascolto del non-detto, si consuma un punto di rottura ontologico. Il silenzio decade a vuoto tecnico, escluso dalla categoria di significato perché la macchina è strutturalmente incapace di riceverlo. In questo scarto emerge il rischio della tecnocrazia: l’algoritmo diventa l’unico arbitro di ciò che &#8220;esiste&#8221; nel verbale, espropriando l’essere umano del potere di definire la realtà dell&#8217;interazione. Il principio <em>human-in-the-loop</em> deve quindi essere rivendicato come un atto decisionale non delegabile sulla rilevanza del silenzio. La tecnologia apre uno spazio che solo l&#8217;etica dell&#8217;essere umano può colmare, impedendo che la realtà dell&#8217;interazione umana venga padroneggiata da un codice algoritmico.</p>



<p><strong>Verso una tassonomia del silenzio</strong></p>



<p>Proponiamo una prima classificazione – provvisoria, aperta al dibattito, e deliberatamente incompleta. Non la offriamo come una mappa definitiva, ma come un invito a riflettere più rigorosamente su ciò che perdiamo quando riduciamo la comunicazione a ciò che viene detto. Il linguaggio è sempre stato classificato, codificato e insegnato. Il silenzio no. Eppure il silenzio è strutturato quanto il discorso – opera secondo la propria logica, la propria grammatica culturale, il proprio peso diagnostico.</p>



<p>I teorici della comunicazione hanno stabilito da tempo che non si può non comunicare. L&#8217;assioma fondamentale di Paul Watzlawick <em>– </em>&#8220;Man kann nicht nicht kommunizieren&#8221;, ovvero l&#8217;impossibilità di non comunicare<em> (Pragmatics of Human Communication, 1967) – </em>ci ricorda che ogni comportamento – incluso il silenzio, l&#8217;immobilità e l&#8217;assenza – ha un peso comunicativo. Non esiste uno stato neutro. Non esiste un interruttore off. Il paziente che non dice nulla sta comunicando. Il negoziatore che fa una pausa sta comunicando. L&#8217;istituzione che non risponde sta comunicando. Il silenzio non è l&#8217;assenza di comunicazione. È una delle sue forme più potenti.</p>



<p>Eppure, per l&#8217;IA, il silenzio rimane un punto cieco – una lacuna nei dati piuttosto che un segnale al loro interno. Questo è il paradosso al cuore della comunicazione algoritmica: un sistema che elabora tutto ciò che viene detto, e nulla di ciò che non viene detto.</p>



<p><strong>Silenzio diagnostico</strong> – in medicina, il silenzio non è una lacuna nella conversazione. È un dato. Il paziente che esita prima di rispondere a una domanda sensibile comunica qualcosa che nessuna trascrizione può catturare: il peso della pausa, la qualità della riluttanza, la distanza tra la domanda e la risposta. Questa esitazione è spesso più informativa della risposta stessa. Può segnalare vergogna, paura, negazione, o semplicemente la difficoltà di tradurre l&#8217;esperienza vissuta in linguaggio clinico. Un medico formato a leggere questo silenzio possiede uno strumento diagnostico che nessun sistema di IA attualmente possiede – e che potrebbe non possedere mai.</p>



<p><strong>Silenzio strategico</strong> – nella negoziazione, il silenzio è una mossa. La pausa deliberata dopo un&#8217;offerta è uno degli strumenti più potenti nell&#8217;arsenale di un negoziatore. Crea pressione senza aggressività. Apre spazio all&#8217;altra parte per riconsiderare. Comunica fiducia senza parole. I negoziatori esperti sanno che la prima persona a parlare dopo un&#8217;offerta spesso perde il vantaggio. Non è istinto – è un&#8217;abilità appresa e calibrata culturalmente. Ed è completamente invisibile a un algoritmo che analizza la trascrizione.</p>



<p><strong>Silenzio culturale</strong> – nella comunicazione interculturale, lo stesso silenzio porta significati opposti a seconda del contesto, della relazione e del background culturale. Ciò che viene letto come rispetto in una cultura viene letto come evasione in un&#8217;altra. Ciò che segnala accordo in un contesto segnala profondo disaccordo in un altro. Non esiste una grammatica universale del silenzio &#8211; solo grammatiche locali che richiedono anni di immersione, osservazione e mediazione culturale per essere decodificate. È precisamente per questo che i fallimenti della comunicazione interculturale raramente avvengono a livello di vocabolario &#8211; e così spesso avvengono negli spazi tra le parole.</p>



<p><strong>Silenzio istituzionale</strong> – nelle organizzazioni, il silenzio collettivo è uno dei segnali più fraintesi nella leadership. Quando nessuno parla in una riunione, può segnalare un consenso genuino – oppure paura, dissenso silenzioso, esaurimento, o il collasso della sicurezza psicologica. I leader che non riescono a distinguere tra queste forme di silenzio prendono decisioni su premesse false. Il silenzio istituzionale è anche politico: il silenzio di un&#8217;organizzazione di fronte a una crisi comunica con la stessa forza di qualsiasi dichiarazione. Ciò che non viene detto, non riconosciuto, non nominato – plasma la cultura con la stessa potenza di ciò che viene detto.</p>



<p><strong>Silenzio politico</strong> – nella democrazia, il silenzio è sia un diritto che un&#8217;arma. Il silenzio delle istituzioni di fronte all&#8217;ingiustizia è esso stesso una forma di discorso. Il silenzio dei cittadini che hanno smesso di credere che la loro voce conti è una crisi democratica. E il silenzio che la tecnocrazia non riesce a tollerare – il non quantificabile, l&#8217;ambiguo, l&#8217;irriducibilmente umano – è precisamente il silenzio che deve essere protetto. Quando la governance algoritmica sostituisce il giudizio politico, non è solo l&#8217;efficienza che si guadagna. È la produttiva ambiguità della deliberazione democratica che va perduta.</p>



<p><strong>Silenzio digitale</strong> – nell&#8217;era dell&#8217;IA, il silenzio è un punto cieco. Ciò che la macchina non registra, non trascrive, non analizza semplicemente non esiste nel suo modello del mondo. La lacuna nei dati viene trattata come un&#8217;assenza di significato – quando in realtà è spesso la sede del significato più concentrato. L&#8217;esitazione del paziente, la pausa del negoziatore, il malinteso culturale, la paura istituzionale – niente di tutto ciò compare in una trascrizione. Eppure sono precisamente questi elementi a determinare se una conversazione ha successo o fallisce, se una diagnosi è accurata o incompleta, se una trattativa si conclude con un accordo o con un fallimento.</p>



<p>Questa tassonomia non è esaustiva. È un inizio. Ciascuno di questi silenzi merita il proprio studio, la propria metodologia, la propria pedagogia. Ciò che li unisce è questo: sono tutte forme di significato che superano la capacità di qualsiasi sistema addestrato solo sulle parole di catturare. La macchina sente le frequenze. Non sente il silenzio tra di esse.</p>



<p><strong>Il silenzio e la democrazia – una dimensione politica</strong></p>



<p><strong><em>Gianni Pittella</em></strong></p>



<p>In un&#8217;epoca dominata dall&#8217;ossessione algoritmica per la risposta immediata e la quantificazione costante, dobbiamo riscoprire il valore squisitamente politico del silenzio. Se la tecnica ambisce a colmare ogni spazio vuoto con l&#8217;efficienza del dato, la politica deve rivendicare il diritto all&#8217;intervallo e alla pausa: non per difendere un’indifendibile opacità, ma per proteggere la possibilità stessa della riflessione. Perché è solo attraverso la riflessione che si può giungere alla mediazione.</p>



<p>La democrazia non è un flusso ininterrotto di informazioni, ma un delicato equilibrio di ascolto, attesa e giudizio. Tradire questo silenzio significa cedere a un pensiero culturale e a un filone economico oggi molto influente e pericoloso, secondo cui la democrazia sarebbe ormai un sistema obsoleto e in crisi. Questa tesi sostiene che si debba dare una &#8220;spallata&#8221; definitiva alle istituzioni rappresentative attraverso l&#8217;enfatizzazione dell&#8217;intelligenza artificiale, per sostituirle con un governo tecnocratico.</p>



<p>Dobbiamo essere chiari: questo passaggio dalla democrazia alla tecnocrazia è, nei fatti, un’evoluzione verso l’autocrazia. È un esito che dobbiamo assolutamente impedire. L&#8217;illusione che ogni dilemma umano possa e debba essere risolto da un automatismo privo di responsabilità politica neutralizza la libertà stessa. Nell’architettura delle istituzioni – specialmente in quelle europee – il silenzio è lo spazio necessario per la sintesi tra visioni divergenti. Se il &#8220;Codice&#8221; diventa l&#8217;unica regola, perdiamo la capacità di interpretare l&#8217;eccezione e di governare la complessità del reale.</p>



<p>La politica ha bisogno di zone d&#8217;ombra che proteggano l&#8217;integrità del processo decisionale e permettano la maturazione interna del consenso. L&#8217;intelligenza artificiale può analizzare le frequenze del consenso, ma non potrà mai comprendere la profondità di un silenzio istituzionale in una trattativa internazionale. Il vero leader sa abitare il silenzio per trarne la forza della scelta. La sovranità, nel XXI secolo, è il potere di rimanere imponderabili. Risiede nella capacità umana di decidere quando parlare e quando, invece, lasciare che il silenzio segni il confine della nostra libertà. Dobbiamo riconoscere che ciò che non può essere misurato non è per questo privo di valore. Anzi, potrebbe essere la cosa più preziosa che abbiamo. Perché la vera politica non si impara dai dati. Si vive.</p>



<p><strong>Gli architetti del contesto</strong></p>



<p>Il linguaggio è molto più di ciò che viene detto. La vera competenza comunicativa – che si tratti di un medico, di un negoziatore, di un leader o di un diplomatico – risiede nella capacità di leggere ciò che non viene detto; di restare nel silenzio senza correre a riempirlo; di distinguere il silenzio del dubbio da quello della riflessione, il silenzio culturale da quello emotivo, il silenzio diagnostico da quello difensivo. Questo è il <strong>silenzio del significato</strong>, e non può essere algoritmizzato. Non può essere scalato. Non può essere riprodotto da alcun sistema di intelligenza artificiale, per quanto sofisticato. È umano – profondamente, irriducibilmente umano.</p>



<p>Ma c&#8217;è un secondo silenzio, ed è più pericoloso. È il silenzio che i sistemi algoritmici impongono: la cecità di sistemi che non registrano ciò che non possono misurare, rendendo invisibile proprio ciò che più avrebbe bisogno di essere ascoltato. Questo non è il silenzio del significato; è il <strong>silenzio della cancellazione</strong>.</p>



<p>Il silenzio non è fuori dal linguaggio. È al di sopra di esso. È il <strong>meta-livello</strong> che dà al linguaggio il suo senso, il suo peso e la sua umanità. Senza di esso, la comunicazione è dati. Con esso, è vita. E forse è proprio lì – nel difendere il silenzio del significato contro il silenzio della cancellazione – che risiede l&#8217;ultimo territorio della nostra libertà.</p>



<p><strong># # #</strong></p>



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<p><strong>Angela Maria Carlucci</strong> – Strategist e Direttrice di Sintagma. Comunicazione Globale, Dialogo Sociale e Public Affairs.<br><strong>Michael von Forstner</strong> – Executive in Pharmacovigilance. Fondatore di Mesa Laubela e MedGenie AG. Sicurezza del Paziente e Gestione del Rischio Clinico. Fellow della RSM.<br><strong>Gianni Pittella</strong> – Medico e Policy Advisor. Politica Europea e Internazionale. Già Primo Vicepresidente del Parlamento Europeo.</p>



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<p>*<strong>GLI AUTORI</strong></p>



<p><strong><em>Angela Maria Carlucci</em></strong><em> è una strategist italo-svizzera e direttrice di Sintagma.com. È laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l&#8217;Università di Firenze, con studi accademici a Francoforte e Toronto. Esaminando la rottura ontologica dell&#8217;IA generativa attraverso la semiotica strutturale, coniuga la ricerca teorica con la consulenza strategica per i mercati globali, esplorando le dimensioni umane dell&#8217;intelligenza artificiale. Vanta una lunga esperienza nella strategia aziendale globale, nella comunicazione e nel dialogo sociale svizzero ed europeo.</em></p>



<p><strong><em>Michael von Forstner</em></strong><em> è un executive in farmacovigilanza e sicurezza del paziente, fondatore di Mesa Laubela e MedGenie AG. Ha studiato biochimica e medicina a Graz, conseguito un PhD all&#8217;ETH di Zurigo e un Master (MPH) alla London School of Hygiene and Tropical Medicine. Già ricercatore alla UC Berkeley e assistant professor alla SLU Uppsala, è fellow della Royal Society of Medicine (RSM) con vasta esperienza in Roche, Boehringer Ingelheim e Biogen. Specializzato in sanità digitale, introduce attualmente il silenzio come meta-livello diagnostico nelle discussioni su &#8216;Patient Centricity&#8217; e &#8216;Digital Health&#8217; presso la RSM.</em></p>



<p><strong><em>Gianni Pittella</em></strong><em> è un politico e medico italiano. Si è laureato in medicina e chirurgia e specializzato in medicina legale e delle assicurazioni presso l&#8217;Università degli Studi di Napoli Federico II. È stato eletto Deputato al Parlamento italiano nel 1996 e Membro del Parlamento Europeo dal 1999 al 2018, ricoprendo la carica di Primo Vicepresidente del Parlamento Europeo dal 2009 al 2014, e di Presidente dell&#8217;Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici dal 2014 al 2018. In seguito al suo mandato come Senatore della Repubblica Italiana (2018–2022), è attivo come senior advisor per le politiche europee e internazionali.</em></p>
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		<title>I Digital Wallet sono il 30% degli acquisti online, le spedizioni raggiungono 883 milioni </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 14:09:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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<p>Il panorama dei pagamenti digitali e della logistica in Italia sta attraversando una trasformazione profonda, guidata dall&#8217;imperativo di costruire infrastrutture fluide, sicure e capaci di generare fiducia nel lungo periodo. <br><br>Secondo i dati presentati oggi durante l’evento <strong>Netcomm Focus Payment &amp; Logistics</strong>, il 30% degli acquisti online nel 2025 è stato saldato tramite <strong>digitalwallet</strong>, a conferma di un ecosistema ormai pienamente orientato verso modelli digitali &#8220;card-based&#8221;. A riflettere questa vivacità è anche il comparto logistico: il volume delle spedizioni e-commerce nel nostro Paese è cresciuto del +8,7%, nel 2025 toccando i 883 milioni di pacchi, secondo le rilevazioni del DeliveryIndex realizzato da Netcomm in collaborazione con Poste Italiane. A trainare la crescita sono i settori legati al lifestyle: abbigliamento, sport e accessori guidano la classifica (23,6% delle spedizioni totali).</p>



<p><em>“</em>I pagamenti e la logistica non sono più semplici fasi operative, ma il cuore pulsante della relazione con il cliente nell’era dell’AI Commerce”, dichiara <strong>Roberto Liscia, Presidente di Netcomm</strong>. “Oggi la sfida non è solo pagare o consegnare più velocemente, ma farlo ‘bene’: in modo fluido, sostenibile e personalizzato. Se da un lato il possibile avvento dell&#8217;Agentic Commerce trasformerà il checkout in un flusso invisibile e automatico, la logistica dovrà rispondere a una pressione dei volumi senza precedenti attraverso l&#8217;ottimizzazione dei costi e l&#8217;innovazione tecnologica. In questo scenario, la capacità di integrare i dati dal momento del pagamento fino all’ultimo miglio diventa la vera leva competitiva per garantire fiducia e valore a un consumatore sempre più esigente e attento all&#8217;impatto ambientale<em>.</em>”</p>



<p><strong>L’evoluzione del payment nell’e-commerce italiano</strong><br>Nel 2025, le abitudini di spesa online in Italia mostrano una netta differenza in base al dispositivo utilizzato: l’acquisto da Web e PC genera scontrini più elevati rispetto al mobile. Particolarmente rilevante è il peso dei servizi e del digitale, il cui valore medio è oltre il doppio rispetto a quello dei prodotti fisici. A livello di strumenti, il bonifico bancario si conferma la scelta per le transazioni di alto valore, con importi medi di 3,4 volte superiori alla norma, mentre i valori minimi si registrano per pagamenti tramite buoni sconto, contanti alla consegna o saldi account. <br><br>Parallelamente, il mondo fisico sta vivendo una profonda trasformazione guidata dalla tecnologia contactless. Nel primo semestre del 2025, i pagamenti tramite smartphone e wearable hanno raggiunto i <strong>29,7</strong> miliardi di euro (<strong>+46%</strong> rispetto all’anno precedente), portando il contactless a coprire il <strong>94%</strong> delle transazioni in store<a href="https://mail.google.com/mail/u/0/#m_-3768910796094970246_fonte3">³</a>. Ormai, una transazione su quattro passa dallo smartphone: un segnale inequivocabile dell’affermazione del modello SoftPOS. Grazie alla tecnologia &#8220;Tap to Phone&#8221;, il punto vendita si libera dei vincoli della cassa fissa, permettendo ai collaboratori di gestire l’incasso in mobilità e trasformando il negozio in una piattaforma di servizio dinamica.</p>



<p><strong>Trend geografici e nuovi modelli di consumo</strong><br>L’analisi dei comportamenti d’acquisto rivela una segmentazione del mercato italiano, dove l’area geografica e l’età anagrafica diventano variabili determinanti per la personalizzazione del check out. Nelle aree urbane del <strong>Nord</strong> si registra la massima penetrazione della carta di credito e degli strumenti digitali più evoluti, a fronte della più bassa incidenza del contante a livello nazionale.<br>Il vero motore della crescita dell’innovazione è rappresentato dalla fascia d&#8217;età 25-54 anni, il segmento più rilevante per volumi d&#8217;acquisto, che ha eletto i <strong>DigitalWallet</strong> come proprio strumento d’elezione. Si osserva un’ascesa trasversale del modello <strong>BuyNow, PayLater</strong>, la cui adozione sta accelerando sensibilmente soprattutto tra le generazioni più giovani, che ricercano flessibilità e una gestione dinamica del budget. </p>



<p><strong>Logistica: volumi in crescita e settori trainanti</strong><br>Il contesto italiano ed europeo si inserisce in un trend di crescita globale. Il volume delle spedizioni nel mondo è passato dai 103,2 miliardi di pacchi del 2019 ai 217 miliardi nel 2025. Questa progressione è destinata a continuare, con una previsione che tocca i 256 miliardi di colli entro il 2027.<br>In questo scenario di accelerazione globale, l’Italia conferma la sua dinamicità: secondo il <strong>Delivery Index dell’eCommerce </strong>– Q4 2025 Netcomm in collaborazione con Poste Italiane, il volume delle spedizioni e-commerce nel nostro Paese ha toccato i 883 milioni di pacchi, crescendo del +8,7% nel 2025. Analizzando la composizione dei flussi, emerge chiaramente la dominanza di alcuni comparti merceologici: abbigliamento, sport e accessori guidano la classifica rappresentando il 23,7% delle spedizioni totali, seguiti dal settore Health &amp; Beauty, in crescita di un punto percentuale rispetto al 2024.<br><br>La distribuzione geografica delle consegne riflette un consolidamento dei volumi nel Nord-Ovest, che si conferma l’area trainante con il 27,6% delle spedizioni totali. Al secondo posto si posiziona il Nord-Est, che nel 2025 registra la dinamica di crescita più rilevante in termini di quota di mercato, raggiungendo il <strong>21,7%</strong> grazie a un incremento di quasi 1 punto percentuale  rispetto all&#8217;anno precedente. Segue a stretto giro il Sud Italia, che presidia il 21,2% dei flussi nazionali.<br><br>Rimane stabile, seppur su volumi più contenuti, l’incidenza delle altre aree: il Centro Italia genera il <strong>19,7%</strong> delle consegne complessive, mentre le Isole chiudono il quadro nazionale con una quota del <strong>9,7%</strong>. </p>



<p><strong>La sostenibilità ambientale per conquistare i nuovi consumatori</strong><br>La sostenibilità ambientale emerge come fattore determinante per la competitività, con sfumature diverse a seconda delle generazioni. Nel 2025, sebbene il 37% dei consumatori (USA+EU) metta ancora al primo posto il risparmio economico, cresce la quota di chi privilegia la precisione della consegna (18%) o l&#8217;impatto ambientale (<strong>13%</strong>) rispetto alla pura velocità<a href="https://mail.google.com/mail/u/0/#m_-3768910796094970246_fonte8">⁸</a>. La sensibilità green è guidata dai più giovani: nel 2024, ben il 73% della Gen Z (18-25 anni) sceglie attivamente store online sostenibili, seguita dai Millennials (69%). Anche tra i Boomers, però, la percentuale resta rilevante (58%), portando la media complessiva dei consumatori europei al 64%<a href="https://mail.google.com/mail/u/0/#m_-3768910796094970246_fonte9">⁹</a>. </p>
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		<title>Consapevolezza digitale, l’Italia accelera: cosa dice il nuovo Consumer Digital Empowerment Index</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 10:44:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le competenze, fiducia e uso dei servizi online in Europa: il nostro Paese supera Francia e Germania, ma resta il nodo delle competenze IA.</p>
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<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Siamo ormai vicini alla metà del Decennio Digitale lanciato dalla Commissione europea e la domanda non è più soltanto «quanto siamo connessi», ma quanto siamo davvero pronti a vivere e consumare nel digitale. A fornire una risposta arriva il Consumer Digital Empowerment Index (CDEI) 2025, sviluppato nell’ambito del Consumer Empowerment Project, che misura consapevolezza, competenze e fiducia digitale dei cittadini in dieci Paesi europei: Belgio, Bulgaria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. La pubblicazione coincide simbolicamente con il 15 marzo, Giornata mondiale dei diritti dei consumatori, e fotografa una trasformazione ormai evidente: lo sviluppo digitale europeo non dipende più solo da infrastrutture e velocità di connessione, ma da un ecosistema in cui competenze, abitudini di consumo online, tutela dei dati e fiducia nelle istituzioni si intrecciano sempre di più. In altre parole, non basta essere connessi: bisogna essere consapevoli.</p>



<p>Uno dei risultati più interessanti dello studio è l’emergere di quello che i ricercatori definiscono un “Mediterranean Digital Pivot”. Per anni il dibattito sull’innovazione europea è stato letto attraverso la tradizionale divisione tra Nord e Sud del continente. L’Indice 2025 mostra invece un cambio di paradigma, con l’Italia che registra risultati particolarmente rilevanti. Il nostro Paese raggiunge infatti un punteggio di 54,6, superando Francia (47,1) e Germania (45,6). Il dato indica che i consumatori italiani stanno andando oltre il semplice accesso ai servizi digitali e stanno integrando stabilmente strumenti online nella gestione della vita quotidiana, soprattutto nei settori bancario, della comunicazione e dell’e-commerce. Al contrario, la Germania risulta l’unico Paese con un punteggio stabilmente inferiore alla media europea, un segnale di possibile inerzia nell’adozione dei servizi digitali che nel lungo periodo potrebbe incidere sulla competitività economica. Va comunque precisato che punteggi più bassi non significano necessariamente servizi peggiori: in alcuni ambiti come pubblica amministrazione, sanità o istruzione i cittadini francesi e tedeschi potrebbero semplicemente preferire il canale offline.</p>



<p>Le buone performance italiane emergono anche nel nuovo indicatore AI PULSE (Perception, Usage, Life-impact, Sentiment, Empowerment), introdotto per la prima volta nell’Index 2025 per misurare la preparazione dei cittadini europei all’era dell’intelligenza artificiale generativa. I dati mostrano una forte dissonanza all’interno del mercato unico: se la consapevolezza della GenAI ha raggiunto il 92% e l’adozione il 60%, solo il 40% degli intervistati dichiara di avere competenze elevate nell’utilizzo di questi strumenti. Anche in questo caso l’Italia si colloca leggermente sopra la media europea con un punteggio di 47,1, davanti alla Germania (46,8) e nettamente sopra la Francia (43,7). Il divario tra disponibilità delle tecnologie e capacità di utilizzarle resta quindi uno dei principali nodi del processo di trasformazione digitale.</p>



<p>L’analisi evidenzia inoltre una forte differenza tra settori digitali ad alto e basso coinvolgimento. Comunità e comunicazione (83,7) e denaro e investimenti (82,7) rappresentano l’avanguardia dell’empowerment digitale europeo: qui l’utilità percepita è elevata e le piattaforme hanno raggiunto un livello di maturità che riduce le barriere d’uso, anche se permane una certa diffidenza verso alcuni operatori. Più indietro si collocano invece ambiti come istruzione, energia domestica e mobilità, dove il problema non è tanto la capacità tecnica degli utenti quanto la trasparenza delle informazioni e la fiducia nei sistemi di gestione dei dati.</p>



<p>I risultati del CDEI 2025 confermano quindi una tendenza ormai chiara: l’empowerment digitale non è solo una questione tecnologica, ma un fenomeno socio-culturale che richiede un equilibrio tra infrastrutture, alfabetizzazione e fiducia. Se l’obiettivo europeo è costruire un ecosistema digitale più competitivo ed equo, la priorità politica deve essere garantire ai cittadini la possibilità di comprendere, controllare e utilizzare gli strumenti digitali che stanno ridefinendo economia e società. In questo senso l’indice non è soltanto una fotografia dello stato dell’arte, ma anche una mappa delle politiche necessarie per mantenere il consumatore europeo al centro di un mondo sempre più automatizzato.</p>
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