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	<title>Innovazione - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Tue, 22 Sep 2026 12:53:49 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>IA: il motore che ridisegna l’economia globale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 12:53:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale emerge come la principale fonte di ottimismo per l’economia mondiale nel Chief Economists’ Outlook di settembre 2026 del World Economic Forum. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza artificiale emerge come la principale fonte di ottimismo per l’economia mondiale nel <a href="https://reports.weforum.org/docs/WEF_Chief_Economists_Outlook_September_2026.pdf">Chief Economists’ Outlook</a> di settembre 2026 del World Economic Forum. Il rapporto si basa su attività di ricerca e consultazione e su un sondaggio condotto dal 4 al 20 agosto 2026 tra chief economist del settore pubblico e privato. Il dato più netto riguarda la diffusione della tecnologia: il 97% degli economisti intervistati prevede un aumento dell’adozione dell’IA nei prossimi 12 mesi, mentre il 69% si aspetta significativi guadagni di produttività derivanti dalla sua adozione nello stesso arco temporale. È l’unico tema del sondaggio sul quale emerge una posizione vicina all’unanimità. Gli effetti sono attesi con velocità diverse a seconda dei comparti. Nell’information technology e nelle comunicazioni digitali i guadagni significativi di produttività sono previsti entro circa sei mesi; per la difesa e per i servizi finanziari, professionali e immobiliari l’orizzonte è di circa un anno. Per settori maggiormente legati alle attività fisiche, come agricoltura, estrazione mineraria, energia, materiali, costruzioni e utilities, i tempi previsti sono più lunghi. Rispetto alla precedente rilevazione, tuttavia, le attese si sono accorciate per diversi di questi comparti. Nel complesso, gli economisti intervistati prevedono benefici significativi dalla diffusione dell’IA in tutti i settori considerati entro tre anni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento centrale è la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Il 69% degli intervistati si aspetta che entro 12 mesi si chiuda il divario tra i grandi modelli linguistici statunitensi e cinesi. Il rapporto cita inoltre dati della World Intellectual Property Organization secondo cui sei dei dieci principali richiedenti di brevetti nell’IA generativa hanno sede in Cina e il Paese rappresenta la maggiore fonte di pubblicazioni brevettuali nel settore. Allo stesso tempo, secondo i dati Stanford richiamati dal WEF, nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto 59 modelli di IA classificati come “notable”, contro 35 della Cina. La crescita dell’IA richiede anche un aumento della capacità di calcolo e delle infrastrutture che la sostengono. Il 78% dei chief economist ritiene che gli investimenti nei data center contribuiranno in misura significativa alla crescita globale nei prossimi 12 mesi. Negli Stati Uniti, il rapporto cita stime secondo cui gli investimenti legati all’IA hanno rappresentato circa un punto percentuale della crescita reale del PIL nel 2025. Sul fronte dell’occupazione, il 61% degli intervistati non prevede che gli investimenti nei data center rappresenteranno una quota significativa della creazione di nuovi posti di lavoro a livello globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’espansione di queste infrastrutture coinvolge anche i territori e la disponibilità di risorse. Il 79% degli economisti intervistati prevede una significativa opposizione delle comunità locali all’espansione dei data center. Il 78% si aspetta inoltre che la loro crescita produca aumenti significativi dei prezzi medi dell’elettricità per gli altri consumatori, mentre il 58% prevede un effetto analogo sui prezzi medi dell’acqua. Il fabbisogno energetico legato allo sviluppo delle infrastrutture digitali si inserisce in un quadro di aumento degli investimenti in diverse fonti. Nei prossimi 12 mesi, l’83% degli intervistati prevede una crescita degli investimenti globali nell’energia nucleare, l’80% nelle energie rinnovabili e il 70% nei combustibili fossili. Il quadro delineato dal World Economic Forum mostra quindi un’intelligenza artificiale sempre più intrecciata con l’economia reale: produttività, investimenti, competizione tecnologica, data center ed energia. Le aspettative raccolte dal WEF indicano una diffusione rapida dell’IA e benefici di produttività progressivamente estesi a tutti i settori, mentre la crescita delle infrastrutture necessarie ad alimentarla pone al centro anche temi come occupazione, consumi energetici, risorse idriche e rapporto con le comunità locali.</p>
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		<title>Spazio, The Exploration Company raccoglie 450 milioni: record europeo per una Serie C</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 09:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il round guidato da Bessemer, Atomico e Scale Up Europe Fund porta a circa 680 milioni di dollari il capitale raccolto. Le risorse finanzieranno la capsula riutilizzabile Nyx e il motore ad alta spinta Storm, due tasselli della strategia europea per rafforzare l’autonomia nel trasporto spaziale.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">The Exploration Company (TEC) mette a segno un round di Serie C da 450 milioni di dollari, il più grande mai annunciato da una società spaziale europea. L’operazione, guidata da Bessemer Venture Partners, Atomico e Scale Up Europe Fund, gestito da EQT, vede anche la partecipazione degli investitori già presenti nel capitale, tra cui Balderton, Plural, Cherry e Red River West. Con il nuovo finanziamento, la raccolta complessiva della società sale a circa 680 milioni di dollari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fondata nel 2021 da Hélène Huby e da un team di professionisti del settore aerospaziale, TEC punta a costruire una filiera europea del trasporto spaziale riutilizzabile. Nel breve periodo la priorità è Nyx, capsula indipendente dal lanciatore progettata per trasportare carichi verso stazioni spaziali pubbliche e private e riportarli sulla Terra. La prima dimostrazione orbitale su scala reale prevede l’attracco alla Stazione Spaziale Internazionale e il successivo rientro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte delle risorse sarà destinata anche ad accelerare lo sviluppo di Storm, motore a razzo riutilizzabile ad alta spinta alimentato da ossigeno e metano e basato su un ciclo di combustione a stadi a flusso completo. L’obiettivo è creare la base propulsiva per un futuro lanciatore europeo riutilizzabile per carichi pesanti, capace, nelle intenzioni dell’azienda, di collocare fino a 40 tonnellate in orbita terrestre bassa in configurazione riutilizzabile. Il finanziamento servirà inoltre a sostenere una nuova fase di test, fino allo sviluppo di un motore operativo nei prossimi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il round arriva mentre TEC consolida anche il proprio portafoglio commerciale. La società dichiara oltre 2 miliardi di dollari tra contratti e impegni a livello globale, distribuiti tra programmi pubblici e clienti privati. Tra i partner figura l’Agenzia Spaziale Europea, mentre sul fronte statunitense TEC è la prima startup spaziale europea ad aver firmato uno Space Act Agreement con la Nasa, nell’ambito delle attività di qualificazione tecnica, sicurezza e certificazione per future missioni verso la ISS e le stazioni commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il finanziamento rafforza anche la dimensione industriale della società, che conta più di 550 addetti tra Europa, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti. Le nuove risorse sosterranno assunzioni e investimenti in ingegneria, produzione, propulsione, operazioni di missione e gestione dei programmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro l’operazione c’è un tema che va oltre la crescita di una singola scaleup: la capacità europea di trasformare competenze tecnologiche in infrastrutture strategiche e ridurre le dipendenze nell’accesso allo spazio. «Tutti sulla Terra dipendono da infrastrutture spaziali», ha sottolineato Huby, indicando come priorità la capacità di raggiungere l’orbita, rifornire le infrastrutture spaziali e rientrare sulla Terra. Un mercato destinato a diventare sempre più centrale non soltanto per la ricerca, ma anche per comunicazioni, sicurezza e servizi essenziali.</p>
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		<title>A scuola per abitare il futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 08:46:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’avvio di un nuovo anno scolastico dovremmo porci una domanda semplice: quale Italia vogliamo consegnare ai nostri figli? Un Paese che li lascia indietro sul digitale, oppure uno Stato capace di insegnare loro a utilizzare gli strumenti, comprenderne le opportunità e riconoscerne i rischi? La risposta non può essere soltanto normativa. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">All’avvio di un nuovo anno scolastico dovremmo porci una domanda semplice: quale Italia vogliamo consegnare ai nostri figli? Un Paese che li lascia indietro sul digitale, oppure uno Stato capace di insegnare loro a utilizzare gli strumenti, comprenderne le opportunità e riconoscerne i rischi? La risposta non può essere soltanto normativa. I nostri bambini e ragazzi chiedono spazi crescenti di autonomia, ma hanno bisogno di adulti capaci di accompagnarli. Vale nella vita e vale nella dimensione digitale, che per loro non costituisce un universo separato: tempo reale e tempo digitale convivono nella stessa esperienza di nativi digitali. Per questo, mentre l&#8217;Europa discute nuove misure a tutela dei minori, occorre evitare che la protezione coincida esclusivamente con nuovi divieti, verifiche e barriere all&#8217;accesso. Ogni sistema può essere aggirato, tanto più da adolescenti digitalmente abilissimi, mentre molti genitori faticano persino a utilizzare gli strumenti di parental control già disponibili. Forse dovremmo rovesciare il paradigma: Commissione europea e legislatori nazionali dovrebbero intensificare il dialogo, evitando duplicazioni e sovrapposizioni. Oggi norme europee e nazionali si affastellano, l&#8217;età del consenso digitale cambia tra Paesi e persino tavoli istituzionali esistenti da anni sembrano talvolta ripartire da zero. Senza coordinamento, la tutela rischia di diventare confusione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure la parola decisiva è un&#8217;altra: competenze. Non possiamo continuare a limitare gli accessi se contemporaneamente non insegniamo alle persone a stare in rete. Occorre una grande iniziativa permanente di formazione, non progetti spot: per bambini e adolescenti, certamente, ma anche per insegnanti e genitori. Una formazione che non criminalizzi Internet e non consideri i ragazzi degli “idioti digitali” da tenere lontani da ogni rischio. Perché vietare non basta. Oggi i ragazzi popolano alcune piattaforme; domani, davanti a controlli eccessivamente invasivi, potrebbero spostarsi verso ambienti meno regolati e meno sicuri. Una nuova piattaforma capace di attrarli ci sarà sempre. Molto più ambizioso è insegnare loro a socializzare bene anche online, dotandoli di strumenti efficaci per riconoscere manipolazioni, abusi, disinformazione e profilazione. L&#8217;accesso democratico alla rete, con la minore profilazione possibile, è inoltre un valore da preservare. In una democrazia la libertà della rete merita tutela proprio mentre cerchiamo di renderla più sicura. Non dobbiamo scegliere tra libertà e protezione: dobbiamo costruire cittadini capaci di esercitare la prima conoscendo gli strumenti della seconda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora ripartiamo dalla scuola. Insegnando persino gesti apparentemente banali, come utilizzare correttamente un indirizzo e-mail, cercare una fonte, verificarla, proteggere un&#8217;identità digitale, capire che cosa accade ai propri dati. E investiamo seriamente sull&#8217;inglese, insegnato bene durante tutta la scuola dell&#8217;obbligo e, sin dai primi anni, anche attraverso docenti madrelingua. L&#8217;inglese non è più soltanto una materia: è una chiave di accesso alla conoscenza, alla ricerca, al lavoro e a una parte enorme dell&#8217;informazione mondiale. Padroneggiarlo significa offrire ai nostri giovani la possibilità di competere con i loro coetanei nel mondo, comprendere meglio ciò che leggono e diventare protagonisti, anziché spettatori, della trasformazione digitale. Ma la scuola deve offrire anche ciò che nessuna tecnologia potrà sostituire: l&#8217;incontro. Facciamo riscoprire ai ragazzi le straordinarie opportunità di socializzazione offerte dalla scuola, dallo sport, dalle associazioni e dalle comunità di quartiere. Diamo loro luoghi in cui incontrarsi, discutere, costruire qualcosa insieme, guardarsi negli occhi e immaginare il mondo che vorrebbero. Utilizziamo anche il digitale per creare queste opportunità, quando serve, senza dimenticare che una relazione umana autentica non può essere integralmente sostituita da una relazione mediata da uno schermo. Se il digitale diventa rifugio da una realtà nella quale i ragazzi non si riconoscono, non possiamo limitarci a togliere loro il rifugio: dobbiamo rendere migliore quella realtà. Plasmare comunità più vive, inclusive e interessanti è responsabilità di ciascuno di noi. Usciamo di casa. Organizziamo incontri, esperienze, laboratori, occasioni di scoperta. Diamo ai ragazzi ragioni per abitare il proprio quartiere e contemporaneamente gli strumenti per attraversare il mondo digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi abbiamo conosciuto le prime chat e i primi SMS; loro stanno vivendo un&#8217;accelerazione digitale senza precedenti. Pensare di governarla soltanto vietando o controllando significa inseguire un fenomeno che correrà sempre più veloce delle norme. Serve invece un patto di corresponsabilità tra Stati, scuola, famiglie, piattaforme e cittadini. Un patto per il buon vivere in rete e fuori dalla rete, fondato sulla consapevolezza e non sulla paura. L&#8217;auspicio, alla vigilia di questo nuovo anno scolastico, è allora che ogni bambino che varcherà la porta di una scuola italiana possa trovare adulti disposti non a costruirgli intorno muri sempre più alti, ma a consegnargli bussole sempre più precise. Perché il nostro compito non è impedire ai giovani di entrare nel futuro: è dare loro cultura, libertà, relazioni e competenze sufficienti per abitarlo da cittadini consapevoli, curiosi e liberi.</p>
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		<title>European Innovation Act, Bruxelles prova a colmare il divario dell’innovazione</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/european-innovation-act-bruxelles-divario/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 08:43:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa produce ricerca, brevetti e talenti, ma troppo spesso lascia ad altri il compito - e soprattutto il profitto - di trasformarli in imprese globali. È uno dei nodi strutturali messi in evidenza dal rapporto Draghi sulla competitività europea.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Europa produce ricerca, brevetti e talenti, ma troppo spesso lascia ad altri il compito &#8211; e soprattutto il profitto &#8211; di trasformarli in imprese globali. È uno dei nodi strutturali messi in evidenza dal rapporto Draghi sulla competitività europea: il Vecchio Continente non soffre soltanto di un deficit di innovazione rispetto a Stati Uniti e Cina, ma soprattutto della difficoltà di trasformare l’innovazione esistente in aziende capaci di crescere rapidamente e conquistare i mercati internazionali. Il nuovo European Innovation Act proposto dalla Commissione europea prova ad affrontare proprio questo problema. L’obiettivo è creare condizioni più favorevoli perché startup, scaleup e imprese innovative possano svilupparsi, finanziarsi e crescere all’interno dell’Unione, anziché cercare altrove capitali e condizioni normative più favorevoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto di partenza è noto: il mercato unico rimane molto meno “unico” quando si passa dall’economia tradizionale all’innovazione. Regole differenti tra Paesi, difficoltà nell’accesso ai capitali e procedure amministrative frammentate finiscono per trasformarsi in un handicap competitivo. Una delle novità più interessanti riguarda la proprietà intellettuale. Per molte giovani aziende brevetti, software e altri asset immateriali costituiscono una parte decisiva del loro valore, ma difficilmente vengono riconosciuti come tali nell’accesso al credito e agli investimenti. La Commissione propone quindi un quadro europeo comune per la loro valutazione e un marketplace digitale per mettere in contatto compratori e venditori di proprietà intellettuale. Secondo le stime di Bruxelles, le misure potrebbero sbloccare 10,2 miliardi di euro l’anno di finanziamenti aggiuntivi, attraverso venture capital e debito sostenuti dalla proprietà intellettuale, oltre a circa 35 milioni di risparmi amministrativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo pilastro riguarda gli appalti pubblici per ricerca e sviluppo. L’Innovation Act introduce una procedura comune europea che dovrebbe offrire maggiore certezza giuridica e permettere anche ad amministrazioni di diversi Stati membri di acquistare congiuntamente attività di R&amp;D. È un passaggio importante perché la pubblica amministrazione può diventare non soltanto regolatore, ma anche primo cliente di tecnologie innovative, dalla sanità alla mobilità pulita. Bruxelles stima un miliardo di euro di risparmi annuali per gli acquirenti pubblici e quasi 26 miliardi di profitti aggiuntivi per le imprese. A questo si affianca una proposta sulle regulatory sandbox, ambienti controllati nei quali imprese e ricercatori possono sperimentare nuove tecnologie confrontandosi direttamente con le autorità di regolazione. Strumenti già presenti in diversi settori e Paesi, ma ancora privi di un approccio europeo sufficientemente uniforme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La direzione appare coerente con la diagnosi formulata da Mario Draghi: se l’Europa vuole recuperare competitività deve costruire un ecosistema nel quale sia possibile trasformare rapidamente ricerca e tecnologia in industria.&nbsp; Il vero banco di prova sarà quindi l’attuazione. Un nuovo quadro normativo, da solo, non cancellerà la frammentazione del mercato europeo né colmerà il divario di capitali con gli Stati Uniti. Ma intervenire contemporaneamente su finanziamento, proprietà intellettuale, procurement e sperimentazione regolatoria significa almeno affrontare alcuni degli ostacoli che per anni hanno frenato la crescita delle imprese innovative europee. È un passo che arriva forse tardi, ma nella direzione giusta: fare dell’Europa non soltanto un luogo capace di inventare, ma finalmente anche un continente nel quale le idee possano diventare grandi imprese.</p>
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		<title>Groenlandia, l’Ue accelera su miniere ed energia</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/groenlandia-energia-miniere-ue/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 16:18:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Materie prime critiche, energia rinnovabile e infrastrutture. L’Unione europea rafforza il suo asse con la Groenlandia, territorio sempre più rilevante nella competizione per le risorse necessarie alle filiere tecnologiche e alla transizione energetica.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Materie prime critiche, energia rinnovabile e infrastrutture. L’Unione europea rafforza il suo asse con la Groenlandia, territorio sempre più rilevante nella competizione per le risorse necessarie alle filiere tecnologiche e alla transizione energetica. Bruxelles punta a trasformare la cooperazione con Nuuk in catene del valore più integrate con l’industria europea, sostenendo allo stesso tempo investimenti e diversificazione dell’economia groenlandese. Il dossier più strategico è quello minerario. UE e Groenlandia intendono accelerare lo sviluppo di progetti sostenibili attraverso analisi tecniche e attività di incontro tra investitori e operatori. L’obiettivo dichiarato è aumentare la resilienza delle catene di approvvigionamento europee, in una fase in cui l’accesso alle materie prime è diventato una questione non soltanto industriale, ma anche geopolitica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bruxelles indica tra gli esempi gli investimenti nel progetto minerario di Malmbjerg e soprattutto Amitsoq, il giacimento di grafite sviluppato da GreenRoc. Quest’ultimo è stato riconosciuto come progetto strategico dell’Ue nell’ambito del Critical Raw Materials Act. La grafite è una materia prima cruciale per le batterie e, dunque, per settori come mobilità elettrica e accumulo energetico. Amitsoq diventa così un banco di prova della strategia europea: collegare risorse estratte in Groenlandia alle filiere industriali del continente e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. La connettività digitale è un altro pilastro della cooperazione. Attraverso il progetto Enhanced Satellite Connectivity for Greenland, l’Ue collabora con Tusass per sostenere, nei prossimi cinque anni, l’espansione delle capacità satellitari in tutta la Groenlandia tramite fornitori europei. L’iniziativa migliorerà affidabilità, velocità e resilienza delle connessioni digitali, con benefici per gli insediamenti più remoti, le scuole e le imprese. Il progetto si inserisce nel sostegno già in corso dell’Ue al rafforzamento della connettività digitale sulla costa occidentale groenlandese. Parallelamente, Bruxelles finanzia studi di fattibilità per valutare se i centri dati possano rappresentare un’opportunità concreta per la Groenlandia, con lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e digitali necessarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La partnership si estende all’energia. L’UE sosterrà un programma di Nukissiorfiit, l’utility energetica nazionale, per modernizzare e decarbonizzare la produzione elettrica nelle comunità più remote attraverso sistemi ibridi rinnovabili. Bruxelles e Nuuk stanno inoltre valutando un intervento sull’impianto idroelettrico di Buksefjord, principale infrastruttura idroelettrica groenlandese, per far fronte alla crescente domanda di elettricità della capitale. Il rafforzamento della presenza europea passa anche dalle istituzioni. È prevista la creazione di una Programme Management Unit all’interno dell’amministrazione groenlandese, destinata a migliorare la capacità di attuare le priorità politiche e gestire i programmi sostenuti dall’Ue. Sul tavolo ci sono poi turismo e abitazioni. Il turismo sostenibile viene considerato uno dei canali più immediati per diversificare un’economia fortemente legata alla pesca, attrarre capitali privati e creare occupazione. Il settore immobiliare rappresenta invece una necessità strutturale, vista l’età del patrimonio abitativo e il suo impatto sulla salute pubblica e sulle prospettive di crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri mostrano il peso crescente della relazione. Per il periodo 2021-2027 l’Ue ha destinato alla Groenlandia 225 milioni di euro, per il 90% all’istruzione e per il restante 10% alla crescita verde. Per il bilancio europeo 2028-2034 la Commissione ha proposto 530 milioni di euro, più del doppio dell’attuale dotazione. A questi fondi si aggiunge l’accordo sulla pesca sostenibile: nell’attuale protocollo l’Ue destina 17,3 milioni di euro l’anno alla Groenlandia, inclusi 3,2 milioni per la strategia nazionale sulla pesca sostenibile. Dietro investimenti, miniere e centrali energetiche emerge così una partita più ampia. Per l’Europa, la Groenlandia può diventare un tassello della strategia per rendere più autonome e resilienti le proprie filiere tecnologiche. Per Nuuk, il rapporto con Bruxelles offre capitali e accesso al mercato europeo per trasformare le proprie risorse in sviluppo economico. Nell’Artico, sempre più centrale negli equilibri globali, industria, tecnologia e geopolitica finiscono così per convergere.</p>
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		<title>G20 a trazione americana: crescita e IA, ma il mondo resta diviso</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/g20-a-trazione-americana-crescita-e-ia-ma-il-mondo-resta-diviso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 09:36:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il G20 tecnologia voluto dagli Stati Uniti punta su crescita e IA, ma le divisioni geopolitiche continuano a pesare sull’agenda globale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il G20 americano comincia dalla Carolina del Nord, ma guarda già alla Florida. A dicembre i leader si ritroveranno a Mar-a-Lago e la presidenza Trump sta usando le ministeriali di Asheville e Raleigh per imprimere al formato una direzione precisa: meno architetture multilaterali, più crescita, innovazione, investimenti e primato tecnologico. Un G20 a trazione americana, dunque, nel quale Washington prova a trasformare la propria agenda economica in piattaforma globale. Il messaggio del segretario al Tesoro Scott Bessent alla ministeriale Finanze è stato netto: dopo crisi finanziaria e pandemia, con il debito globale su livelli record, la via d&#8217;uscita passa dalla crescita. Deregolamentazione, energia e innovazione diventano così non soltanto ingredienti della ricetta statunitense, ma il terreno sul quale Washington chiede agli altri membri del G20 di misurarsi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una linea ancora più evidente sul dossier tecnologico. Alla ministeriale Innovazione di Raleigh gli Stati Uniti spingono per un approccio “hands-off” alla regolazione dell&#8217;intelligenza artificiale: evitare nuove sovrastrutture internazionali e norme che, nella lettura americana, rischierebbero di frenare investimenti e sviluppo proprio mentre la competizione con la Cina accelera. La prima giornata della ministeriale finanziaria ha però mostrato quanto sia difficile separare crescita e politica. L&#8217;Unione europea è arrivata in North Carolina con Valdis Dombrovskis e Henna Virkkunen e con due priorità parallele: governare squilibri macroeconomici e instabilità sul fronte finanziario, senza rinunciare a costruire una capacità tecnologica europea. Virkkunen porta al tavolo dell&#8217;Innovazione l&#8217;ambizione di fare dell&#8217;Europa non soltanto il mercato che regola l&#8217;IA, ma un continente che la produce. Bruxelles mette sul piatto InvestAI, con 200 miliardi di euro mobilitati, 19 AI Factories e le future Gigafactories. La questione, però, è ormai geopolitica: evitare la frammentazione internazionale delle regole senza accettare che gli standard globali siano semplicemente quelli fissati oltreoceano. L&#8217;Italia, rappresentata dal viceministro Valentino Valentini, insiste su un&#8217;intelligenza artificiale “al servizio dell&#8217;uomo”, capace di aumentare produttività e competitività senza allargare le disuguaglianze e con un&#8217;attenzione specifica alle PMI. È la declinazione italiana di una questione che attraversa l&#8217;intera ministeriale: chi incasserà davvero il dividendo dell&#8217;IA? Negli Stati Uniti la risposta dell&#8217;amministrazione Trump è piuttosto esplicita. Anche lo scontro sui data center è diventato politico: il presidente ha avvertito che le comunità che ne ostacolano la costruzione rischiano di perdere investimenti, occupazione e gettito fiscale. Alexandria Ocasio-Cortez ha replicato proponendo di costruirne uno a Mar-a-Lago. Una battuta che intercetta un conflitto reale: dietro la corsa all&#8217;IA ci sono energia, territorio, infrastrutture e consenso sociale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre Washington tenta di riportare il G20 a crescita e innovazione, la geopolitica occupa il tavolo. Il ritorno del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, al primo appuntamento G20 in presenza dall&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, ha irritato gli europei. Diversi rappresentanti hanno rifiutato la tradizionale “family photo”, mentre Bessent ha incontrato il ministro russo ribadendo che non vi sarà alleggerimento della pressione economica finché la guerra non sarà terminata. Sul fondo restano inoltre la guerra con l&#8217;Iran e le tensioni commerciali con Pechino. L&#8217;Europa sostiene la pressione economica su Teheran, mentre guarda con crescente preoccupazione agli squilibri generati dall&#8217;export cinese. Il ministro tedesco Lars Klingbeil lo ha sintetizzato con una formula: l&#8217;incertezza è “veleno per la crescita”. Persino l&#8217;IA, apparentemente il dossier più orientato al futuro, riporta al problema della sicurezza. Il Financial Stability Board ha avvertito i ministri del G20 dei rischi che modelli avanzati e cyberattacchi possono produrre sul sistema finanziario, soprattutto quando banche e operatori dipendono dalle stesse infrastrutture tecnologiche. È qui che emerge la vera posta del G20 americano. Gli Stati Uniti vogliono fare dell&#8217;innovazione il motore di una nuova stagione di crescita e, insieme, uno strumento della propria leadership. L&#8217;Europa prova a stare nel gioco rivendicando capacità industriale, regole e autonomia. Cina e Russia rendono impossibile separare economia e sicurezza. Il G20 nasceva per governare insieme le crisi globali. In North Carolina si misura invece con una domanda più scomoda: quanto spazio resta per governare insieme un&#8217;economia mondiale nella quale tecnologia, commercio e finanza sono diventati strumenti della competizione geopolitica?</p>
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		<title>L’AI non è solo un capitolo della crescita: merita uno spazio autonomo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 08:44:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale non può restare confinata nell’agenda della crescita: servono uno spazio autonomo, regole condivise e una governance capace di affrontarne rischi, potere e impatto pubblico.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul tavolo del G20 c’è una discussione dedicata all’intelligenza artificiale e alle tecnologie emergenti. In questi giorni i ministri dell’innovazione e del commercio si riuniscono nel Research Triangle della North Carolina per l’Innovation Ministerial della presidenza statunitense, verso il vertice di Miami di dicembre. La bozza di issue note fissa il perimetro del confronto: standard tecnologici, catene di fornitura sicure, progresso scientifico, competenze dei lavoratori. Tutto dentro un’unica cornice, l’innovazione come motore della crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta il problema, e non è un dettaglio. Trattare l’AI solo come un capitolo dell’agenda economica significa scambiarla per una tecnologia come le altre. Ecco perché al G20 non può restare «una tra le tante questioni» sul tavolo dell’innovazione: le serve uno spazio autonomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che non sia un’innovazione come le altre è sotto gli occhi di tutti. La usano le imprese per produrre e vendere meglio, ma anche le pubbliche amministrazioni, per gestire sanità, giustizia, welfare, frontiere. Quando un algoritmo assegna a un insegnante una sede a centinaia di chilometri da casa o sceglie quale contribuente sottoporre a un controllo fiscale, influenza una scelta pubblica che ricade su una persona. È un problema di governo, non di competitività, e chiede strumenti diversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi una ragione concreta. Le regole nazionali stanno divergendo: l’AI Act europeo, gli ordini esecutivi americani, le norme dei singoli Paesi formano un mosaico che non protegge nessuno. Uno spazio dedicato è il luogo naturale per provare a far convergere questi approcci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse tutto questo è voluto. Confinare l’AI nell’economia lascia le mani libere: ogni Paese resta padrone delle proprie regole o di correre più veloce degli altri. Ma è qui l’errore. A differenza di altre tecnologie, nulla garantisce che il vantaggio di uno Stato sull’AI si traduca in un vantaggio per i suoi cittadini: l’AI non conosce confini, e i rischi di non coordinarsi superano i benefici che il singolo riesce a strappare. C’è di più. La capacità di calcolo e i modelli su cui l’AI si regge sono ormai concentrati in poche grandi aziende: una nuova concentrazione di potere che ricorda quella che, più di un secolo fa, spinse gli stessi Stati Uniti a costruire le prime leggi antitrust contro i monopoli. Allora erano petrolio e ferrovie, oggi dati e modelli. Tenere in vita un discorso pubblico sull’AI, non confinato in poche mani, serve anche agli Stati che oggi credono di poter correre da soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo serve un gruppo di lavoro dedicato all’AI, non subordinato all’economia. Non per rallentare lo sviluppo, ma per dare al governo di queste tecnologie una casa stabile, al passo con la loro evoluzione. Il G20 ha già il potere di convocare tutti attorno a un tavolo: serve la volontà politica di aprirne uno nuovo, perché le decisioni di Miami, a dicembre (quelle che segneranno il prossimo decennio), non siano parziali su una tecnologia che parziale non è.</p>
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		<title>Infrastrutture pubbliche digitali, l’Onu cerca esperti per trasformare le tutele in regole concrete</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 12:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Onu e UNDP lanciano i DPI Safeguards Working Groups 2026-2027 per trasformare principi e tutele delle infrastrutture pubbliche digitali in regole operative.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Chi paga le garanzie che devono rendere sicure le infrastrutture pubbliche digitali? Chi controlla che vengano rispettate nel tempo? E come si evita che principi condivisi a livello internazionale restino soltanto sulla carta? Sono alcune delle domande a cui proveranno a rispondere i nuovi DPI Safeguards Working Groups 2026-2027, promossi dall’United Nations Office for Digital and Emerging Technologies (ODET) e dall’UNDP. Le candidature sono aperte fino al 13 settembre dell&#8217;anno in corso. Al centro dell’iniziativa. le Digital Public Infrastructure (DPI), infrastrutture che stanno crescendo su scala globale, e soprattutto le garanzie che devono accompagnarne lo sviluppo. Per le Nazioni Unite, infatti, stabilire principi comuni non basta: la sfida è tradurli nelle scelte concrete dei governi, dal finanziamento alla governance, fino agli standard tecnici e ai sistemi di controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’esperienza dei Paesi che hanno già avviato queste infrastrutture &#8211; si legge nella documentazione ufficiale &#8211; fa emergere tre esigenze: Commitment, Capacity e Capital. In altre parole, servono volontà politica, competenze e risorse economiche. Il modo in cui uno Stato finanzia le proprie DPI e le decisioni prese sul piano tecnico, normativo, istituzionale e operativo possono determinarne la sostenibilità nel lungo periodo e incidere sulla fiducia della popolazione. È soprattutto sul nodo delle risorse che l’Onu richiama l’attenzione. Le garanzie devono trovare spazio nella gestione delle finanze pubbliche, nei sistemi nazionali di procurement e nei cicli di finanziamento delle banche multilaterali di sviluppo. Una prospettiva che sposta il dibattito dalla definizione dei principi alla domanda più difficile: come renderli applicabili e sostenibili nel tempo. I gruppi lavoreranno per dieci mesi, da ottobre 2026 ad agosto 2027, e contribuiranno alla definizione di indicazioni operative su finanziamento, gestione delle finanze pubbliche, governance e standard tecnici. Il lavoro confluirà in due documenti: una guida pratica, la Guidance on Building DPI with Safeguards, pensata anche per chi opera nei ministeri delle Finanze, della Pianificazione e dell’ICT, e la versione 3.0 dell’Universal DPI Safeguards Framework, aggiornata sulla base dei contributi raccolti attraverso il confronto tra diversi stakeholder.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due i profili ricercati. Il primo gruppo sarà composto da funzionari pubblici e policymaker coinvolti nell&#8217;implementazione delle DPI e nel coordinamento tra amministrazioni. Il secondo riunirà esperti tecnici e consulenti strategici, ma anche rappresentanti della società civile, finanziatori filantropici, donatori bilaterali e specialisti di monitoraggio, valutazione, audit, standard aperti e misurazione dell&#8217;impatto sociale. Complessivamente saranno sei le aree tematiche sulle quali verterà il lavoro che verrà sintetizzato attorno a quattro fronti: finanziamento e architettura del capitale, coordinamento istituzionale, partnership tra governi e società civile e governance, monitoraggio, valutazione e apprendimento. Anche chi non entrerà nei gruppi potrà contribuire, presentando esperienze nazionali, mettendo a disposizione strumenti e risorse, partecipando alle consultazioni pubbliche sulle bozze o collaborando a incontri tecnici regionali. Prima della chiusura delle candidature, il 2 settembre è inoltre previsto un webinar di presentazione.&nbsp;</p>
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		<title>Fermare i data center è la risposta sbagliata</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/fermare-i-data-center-e-la-risposta-sbagliata/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 14:38:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’energia all’acqua, i data center pongono problemi reali. Ma moratorie e divieti rischiano di frenare crescita e innovazione: servono regole migliori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Negli Usa sembra che le proteste contro i data center stiano crescendo, almeno sulla carta. In Utah un senatore repubblicano di lungo corso ha perso le primarie per aver difeso un data center sul Great Salt Lake. In Tennessee un deputato democratico di trentun anni ha vinto le primarie del suo distretto cavalcando la protesta contro le turbine a gas che alimentano un supercomputer di Elon Musk. A New York il governatore ha annunciato una moratoria di un anno, in Texas perfino il trumpiano Greg Abbott ha aperto un «audit» sui data center. Sembra una rivolta continentale, eppure, guardando i numeri, i cantieri non hanno rallentato di un giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui conviene partire, perché è il paradosso che spiega tutto il resto. La distanza tra il rumore politico e i fatti nasce da un doppio bluff. Da un lato i costruttori, per raccogliere finanziamenti, annunciano molto più di quanto realizzeranno. Kevin O’Leary, il presentatore di «Shark Tank», ha promesso in Utah uno dei più grandi progetti al mondo prima di ridimensionarlo di tre quarti. Gli operatori seri lo sanno, e per questo una banca d’affari come Bernstein ha provato a pesare la credibilità di ogni watt annunciato, prendendo per buoni i piani di Google e Amazon, dimezzando quelli degli operatori emergenti, ignorando del tutto i fantasisti. In Texas i gestori della rete elettrica hanno ricevuto richieste di connessione per 474 gigawatt, cinque volte la domanda di punta dello Stato: gran parte resterà sulla carta. Dall’altro lato i politici gonfiano la loro opposizione: l’audit texano durerà, guarda caso, fino a subito dopo le elezioni di medio termine. I due bluff si annullano. La quota di progetti cancellati o rinviati è rimasta intorno al 10% nell’ultimo anno, stabile nonostante l’esplosione degli annunci e delle proteste. Il 6 agosto perfino la CNN titolava che gli americani si mobilitano contro i data center ma sorprendentemente pochissimi vengono fermati. La guerra dei data center, insomma, è un po’ finta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto la guerra finta, però, ce n’è una vera, e non si combatte nella piazza: si combatte sulla bolletta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, gran parte dei data center non producono la corrente che consumano: la prelevano dalla rete che alimenta le case. Quando prenota in anticipo la potenza che gli servirà, fa salire il prezzo dell’energia per tutti. Funziona così: nelle aste di capacità le centrali si impegnano oggi a esserci fra tre anni e vendono quell’impegno. Nella rete PJM, che serve tredici Stati dal New Jersey all’Illinois, in due aste il prezzo è passato da 29 a 329 dollari per megawatt al giorno, quasi undici volte tanto. I data center pesano da soli per il 63% del rincaro: oltre nove miliardi di dollari scaricati in bolletta. Una famiglia di Washington paga 21 dollari in più al mese, una del Maryland 18, una dell’Ohio 16. Ma è un difetto delle regole, non una ragione per non costruire: basta far pagare quella potenza a chi la prenota, invece di spalmarne il costo su chi non ne ricava nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per l’aria. A Memphis, per alimentare Colossus, il supercomputer di xAI, l’azienda ha piazzato decine di turbine a gas senza chiedere le autorizzazioni previste dal Clean Air Act. La causa intentata ad aprile 2026 dalla NAACP ne conta ventisette al solo impianto gemello di Southaven: sprigionano più di 1.700 tonnellate di ossidi di azoto e 19 tonnellate di formaldeide l’anno, a mezzo miglio dalle case e a un miglio da una scuola elementare, in un quartiere che aveva già il record statale di asma. Il trucco è che le turbine sono su ruote, dunque formalmente «temporanee», per sfuggire alle norme più severe. Ma il caso di Memphis non è l’argomento per fermare i data center: è l’argomento per costruirli con regole. Il problema non è il calcolo, sono le turbine abusive messe lì di corsa da chi ha scelto la scorciatoia sporca invece di quella pulita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta l’errore da evitare. Di fronte a un confronto sui dati veri e sulle regole, la tentazione è la risposta più comoda: fermare tutto. A marzo Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno depositato una proposta di moratoria federale sui nuovi impianti; secondo Gallup una netta maggioranza di americani non vuole un data center vicino a casa. La moratoria, però, è la mossa peggiore. Blocca la crescita, certo. Ma soprattutto congela l’innovazione che sta già rendendo questi impianti più puliti e meno assetati. Microsoft ha progettato un raffreddamento a circuito chiuso che riempie l’acqua una sola volta, alla costruzione, e poi la ricicla di continuo tra chip e refrigeratori, azzerando di fatto il consumo idrico: i primi data center col nuovo disegno partono nel 2026 in Arizona e Wisconsin. Questi salti si fanno costruendo e correggendo, non con un decreto che spegne l’incentivo a migliorare. Chi blocca oggi non salva l’acqua e l’aria di domani: rimanda soltanto le soluzioni che le proteggerebbero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vale la pena mettere l’acqua nella giusta proporzione, perché è qui che la paura corre più della realtà. Un grande data center in un clima caldo può bere tra i quattro e i venti milioni di litri al giorno: una cifra che spaventa, finché non la si affianca a quella di un campo. In Arizona, lo Stato simbolo di questa guerra, l’agricoltura assorbe l’86% dell’acqua e tutta l’industria, data center compresi, si ferma all’8%; un solo campo da golf a diciotto buche ne consuma oltre un milione di litri al giorno. In Europa l’agricoltura vale il 31% dei prelievi idrici, e l’Italia ne irriga 2,2 milioni di ettari. Un chilo di mandorle californiane costa migliaia di litri d’acqua, eppure a nessuno viene in mente una moratoria sui mandorleti. La differenza vera è un’altra: il campo quell’acqua la evapora e via, il data center può essere riprogettato per ricircolarla. Il consumo idrico è un problema reale, ma è un problema di dove e come si costruisce, non di se.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa osserva tutto questo come una vicenda americana. È un errore, per due ragioni opposte. La prima è che quel film lo ha già visto: in Irlanda i data center sono passati in dieci anni dal nulla a divorare tra un quarto e un terzo di tutta l’elettricità nazionale. Dublino non li ha vietati per sempre, però: ha bloccato le nuove connessioni e poi le ha riaperte a condizione che i centri si portino l’energia da soli. È esattamente la strada giusta, governare invece di proibire. La seconda ragione è che l’Europa ha il problema rovesciato. Gli americani litigano per rallentare i data center; noi litighiamo per attirarli, e facciamo bene. Bruxelles ha lanciato InvestAI per mobilitare 200 miliardi di euro e invoca la sovranità digitale per non dipendere dai tre giganti americani del cloud, Amazon, Microsoft e Google. L’Italia semplifica: sportelli unici, linee guida ministeriali, la mappa del SINFI che mostra all’investitore dove passano l’alta tensione, le rinnovabili e i cavi sottomarini. Ma anche qui iniziano le prime proteste a livello locale, la risposta non è rinunciare: è scegliere bene dove costruire e con quali regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera domanda, allora, non è “se costruirli”. Costruirli conviene, e fermarsi costerebbe due volte: in crescita e nella corsa alle soluzioni a basse emissioni e basso consumo d’acqua che solo chi costruisce può trovare. Per l’Italia significa avere i data center e insieme governarli: l’energia che consumano, l’acqua che ricircolano, le regole che ne distribuiscono il costo. Fermarli sarebbe la risposta comoda. E quella sbagliata.</p>
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		<title>Connettività senza confini: l’Europa premia le reti che avvicinano territori e Paesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 11:06:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli European Digital Connectivity Awards valorizzano reti resilienti e transfrontaliere capaci di collegare territori, Paesi e comunità.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Portare una connessione digitale affidabile dove la geografia, le distanze o i confini rendono le infrastrutture più difficili da realizzare è una delle sfide decisive per un’Europa realmente connessa. È in questo contesto che si inseriscono gli European Digital Connectivity Awards, l’iniziativa della Commissione europea che punta a valorizzare progetti capaci di migliorare concretamente l’accesso alle reti e di rafforzare la resilienza delle infrastrutture digitali. L’obiettivo è anche evitare che comunità e territori, soprattutto quelli più difficili da raggiungere, restino indietro nella trasformazione digitale. La connettività, infatti, non è più soltanto una questione tecnologica. La disponibilità di reti veloci, sicure e affidabili condiziona l’accesso ai servizi pubblici e sanitari, all’istruzione, al lavoro e alle opportunità economiche. Nei territori rurali, periferici, insulari o caratterizzati da particolari difficoltà geografiche, il divario infrastrutturale può tradursi in un più ampio divario sociale ed economico. Investire nelle reti significa quindi intervenire sulla coesione territoriale, creando le condizioni perché cittadini e imprese possano partecipare pienamente all’economia digitale indipendentemente dal luogo in cui si trovano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una dimensione particolarmente strategica degli Awards riguarda la connettività transfrontaliera e internazionale. La Categoria 3, dedicata alla “Cross-border and international connectivity”, è aperta ai progetti che realizzano reti digitali nelle regioni di confine o in contesti che coinvolgono più Paesi. L’ambito non è limitato alle frontiere interne dell’Unione europea: possono rientrare anche infrastrutture destinate a collegare l’UE con Paesi terzi e con altre regioni del mondo. La gamma delle iniziative ammissibili riflette la complessità dell’ecosistema delle telecomunicazioni. I progetti possono comprendere gateway globali o regionali, collegamenti terrestri e dorsali sottomarine, oltre a soluzioni di connettività fissa o wireless. Il tratto comune è la dimensione transnazionale e la capacità di costruire collegamenti sicuri, resilienti e integrati. Infrastrutture di questo tipo sono essenziali non soltanto per aumentare capacità e copertura, ma anche per garantire continuità dei servizi e diversificazione delle rotte attraverso cui transitano dati e comunicazioni. La resilienza è diventata, del resto, un elemento centrale delle politiche digitali. Un’infrastruttura che attraversa più territori e giurisdizioni deve affrontare difficoltà tecniche, amministrative e operative superiori rispetto a quelle di una rete esclusivamente nazionale. Pianificazione, autorizzazioni, interoperabilità e coordinamento tra soggetti pubblici e privati richiedono un approccio condiviso. Proprio questa complessità è al centro della categoria dedicata alla connettività internazionale, che riconosce il valore di progetti capaci di superare la frammentazione e di considerare la rete come un sistema complessivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prospettiva è anche geopolitica. Le dorsali terrestri e i cavi sottomarini costituiscono l’architettura fisica su cui poggia una parte fondamentale dell’economia digitale globale. Rendere questi collegamenti più robusti e diversificati contribuisce alla sicurezza delle comunicazioni e alla capacità dell’Europa di mantenere connessioni affidabili con partner e mercati internazionali. Allo stesso tempo, i progetti nelle aree di confine possono produrre benefici immediati per le comunità locali, superando discontinuità di copertura che non coincidono necessariamente con le esigenze quotidiane di cittadini e imprese. L’innovazione infrastrutturale acquista dunque valore quando riesce a trasformarsi in connessione reale tra persone, territori ed economie. Dalle zone più remote alle grandi dorsali internazionali, la sfida è costruire un ecosistema digitale nel quale la distanza geografica e i confini rappresentino sempre meno un ostacolo. Ulteriori dettagli sono pubblicati sulla pagina ufficiale degli European Digital Connectivity Awards. L’iniziativa è gestita dalla Commissione europea attraverso la Direzione generale delle Reti di comunicazione, dei contenuti e delle tecnologie (DG CNECT). Candidature aperte fino al 9 settembre.</p>
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		<title>Starlink contro gli operatori telco americani: una lezione per l’Europa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 12:58:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[mobile]]></category>
		<category><![CDATA[Starlink]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima trimestrale di SpaceX da quando la società in borsa conferma la sua strategia: diventare un operatore mobile negli Stati Uniti.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La prima trimestrale di SpaceX da quando la società è quotata in borsa conferma un nuovo tassello della sua strategia: diventare un vero e proprio operatore mobile negli Stati Uniti e conquistare i clienti di AT&amp;T, Verizon e T-Mobile. Lo ha detto chiaramente Gwynne Shotwell, numero due dell’azienda, che punta a conquistare una parte dei circa 600 miliardi di dollari di ricavi annui dei tre operatori. Il mercato ha reagito nel giro di ore. Le azioni dei tre gruppi hanno perso tra il 2 e oltre il 4% nelle contrattazioni successive all’annuncio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che un nuovo entrante minaccia gli operatori storici. È la prima volta, però, che lo fa un’azienda per cui la telefonia mobile non deve reggersi sui propri ricavi per sopravvivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fino a poco tempo fa Starlink si presentava come un complemento degli operatori telco, non come un concorrente. Era nata per coprire le zone periferiche dove le reti terrestri non arrivano, o per offrire soluzioni di connettività particolari come quella aerea e marittima, e vendeva capacità satellitare agli stessi operatori per completare le loro offerte. Il cambio di passo si legge nei numeri della trimestrale. La divisione connettività, cioè Starlink, ha fatturato 4,29 miliardi di dollari, il 66% in più dell’anno precedente, con un margine operativo attorno al 39%, l’unica divisione di SpaceX già in utile, mentre i lanci spaziali e l’intelligenza artificiale restano in perdita. I clienti sono raddoppiati in un anno, a 12 milioni nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questa liquidità Starlink ha acquisito da EchoStar quasi 20 miliardi di dollari di spettro radio, con il via libera della Federal Communications Commission (FCC), l’autorità statunitense delle telecomunicazioni. Era l’ultimo ostacolo alla trasformazione dei satelliti da rete di riserva a infrastruttura terrestre vera e propria, con antenne e ripetitori sul territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli operatori storici rimangono scettici. Secondo John Stankey, ceo di AT&amp;T, i nuovi concorrenti arrivano sempre tardi, dopo che il settore si è già consolidato attorno a decenni di investimenti in infrastruttura. Quello di Verizon, Hans Vestberg, ha aggiunto che la fisica stessa limita la capacità di un satellite di competere con un’antenna terrestre nelle aree a maggiore densità di popolazione, dove si concentra la domanda. Uno degli analisti più ascoltati del settore, Craig Moffett, ha definito estremamente complesso costruire in tempi brevi una rete nazionale competitiva senza un accordo con un operatore già presente sul territorio. Starlink, del resto, colloca l’obiettivo tra il 2027 e il 2028, non prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A metà maggio, comunque, AT&amp;T, Verizon e T-Mobile hanno costituito una joint venture per mettere in comune spettro e standard tecnici sulla connettività satellitare diretta agli smartphone. Non sciolgono i rapporti individuali già in essere, visto che T-Mobile resta legata a Starlink e le altre due ad AST SpaceMobile, altra società di connettività satellitare diretta agli smartphone, ma si assicurano di non dipendere da un unico fornitore. È una risposta di mercato, non regolatoria: si compete su prezzo e qualità, ci si copre dal rischio di dipendere da un solo attore, e si lascia che sia il cliente a scegliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre operatori che controllano insieme il 98% del mercato mobile statunitense, ciascuno con oltre 100 milioni di abbonati, sentono comunque la pressione di questo scenario. È facile immaginare l’effetto su un mercato dove l’operatore medio serve 5 milioni di clienti e i primi cinque messi insieme non arrivano al 50% di quota. È la fotografia dell’Europa delle telecomunicazioni: oltre cento operatori, una spesa per investimenti pro capite di circa 109 euro contro i 174 degli Stati Uniti, una capacità di fare massa critica sui fornitori di tecnologia che resta frazionata in ventisette mercati nazionali. La spinta verso le fusioni transfrontaliere si è arenata più volte a Bruxelles, tra un Digital Networks Act che il settore ha accolto con freddezza, giudicandolo insufficiente rispetto alle attese, e una Commissione divisa tra chi vuole più mercato unico e chi teme la nascita di grandi gruppi nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bruxelles, però, non è rimasta a guardare sul fronte satellitare. Il 27 maggio la Commissione ha proposto di dividere in tre parti uguali la banda dei 2 gigahertz usata per i servizi satellitari mobili, la stessa su cui si basa l’offerta diretta allo smartphone. Un terzo alle comunicazioni istituzionali, legate alla costellazione europea IRIS2. Un terzo riservato a nuovi operatori europei. L’ultimo terzo aperto alla concorrenza tra soggetti europei e non, Starlink compreso. La commissaria Henna Virkkunen ha definito la proposta una misura di resilienza, non di protezionismo. Il riferimento non è casuale: la stessa Commissione, presentando la misura, ha ricordato che un solo fornitore privato americano è diventato negli anni indispensabile alla connettività civile e militare dall’Ucraina all’Artico. Difendersi da una dipendenza di questo tipo è una scelta legittima, difficile da contestare nel merito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma riservare lo spettro non crea da sola la scala industriale che manca agli operatori europei. Risponde alla domanda su chi possa accedere a una risorsa scarsa, non a quella su chi abbia i capitali e le dimensioni per costruire e gestire davvero una rete ibrida terrestre satellitare. Sul fronte commerciale, non a caso, si muove già qualcosa di diverso dalla sola regolazione. Vodafone ha scelto di costruire con AST SpaceMobile, la stessa società con cui negli Stati Uniti collaborano AT&amp;T e Verizon, una joint venture chiamata SatCo per un servizio satellitare pensato come alternativa europea alla connettività diretta di Starlink. È la prova che la risposta più solida non arriva dal solo perimetro difeso da Bruxelles, bensì dalla capacità delle imprese europee di raggiungere una scala che oggi, nella maggior parte dei mercati nazionali, semplicemente non hanno. Sullo spettro satellitare l’Europa ha imparato a difendersi. Sul resto, quello degli investimenti e delle fusioni, la partita resta apertissima.</p>
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		<title>Cloud e intelligenza artificiale, l’UE alla prova della capacità di calcolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 08:41:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa dovrà accelerare lo sviluppo delle proprie infrastrutture digitali se vuole sostenere la crescita dell’IA.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Europa dovrà accelerare lo sviluppo delle proprie infrastrutture digitali se vuole sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale e rafforzare la propria resilienza tecnologica. È quanto emerge dal Cloud &amp; AI Study, commissionato dalla Commissione europea nel 2024 per raccogliere dati sulle esigenze attuali e future dell’UE in materia di cloud e capacità di calcolo per l’AI. I risultati dello studio hanno contribuito al documento di lavoro dei servizi della Commissione che accompagna la valutazione d’impatto della proposta di Cloud and AI Development Act (CADA), adottata lo scorso 3 giugno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’analisi fotografa un ecosistema europeo alle prese con una domanda di capacità di calcolo destinata a crescere rapidamente nel prossimo decennio. Cloud, edge computing e data centre sono infatti infrastrutture sempre più decisive per addestrare, perfezionare ed eseguire i modelli di intelligenza artificiale. Secondo lo studio, gli investimenti sono in aumento, ma l’espansione dell’offerta potrebbe non riuscire a tenere il passo con la domanda entro il 2036. I numeri indicano la dimensione della sfida. Nel 2025 la domanda complessiva dei data center nell’UE ha raggiunto circa 15,3 GW, a fronte di un’offerta disponibile di circa 12,4 GW, con un divario vicino ai 3 GW. Nello scenario di base, il gap potrebbe salire a circa 14 GW nel 2030 e a 20 GW nel 2036. A frenare gli investimenti contribuiscono procedure autorizzative che in alcuni casi possono arrivare a 48 mesi, difficoltà di accesso alla rete elettrica, disponibilità di energia e acqua e costi iniziali elevati. Lo studio passa inoltre in rassegna gli ostacoli transfrontalieri alla fornitura di servizi cloud, le pratiche di lock-in lungo la catena tecnologica dell’AI, i rischi legati alle normative di Paesi terzi con effetti extraterritoriali, gli incentivi fiscali e finanziari e le iniziative per facilitare l’accesso ai capitali. Un’attenzione specifica è dedicata anche alle politiche pubbliche per favorire l’adozione di soluzioni open source. Accanto alla capacità infrastrutturale emerge un secondo nodo: la dipendenza dell’Europa da fornitori non europei. Gli hyperscaler extra-UE rappresentano circa il 72% del mercato cloud europeo, mentre la quota dei provider europei è scesa dal 27% nel 2017 al 13% nel 2022. Differenze nelle regole sugli appalti, nei requisiti di sicurezza e negli obblighi di conformità continuano inoltre a ostacolare la crescita transfrontaliera dei servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per rispondere a queste criticità, il rapporto mette a confronto uno scenario di base con diverse opzioni di intervento, dalla maggiore cooperazione tra Stati membri fino a misure legislative e finanziarie a livello nazionale ed europeo. Le alternative sono valutate attraverso un’analisi costi-benefici monetizzata e un’analisi multicriterio. Sul fronte della capacità, le misure legislative e finanziarie nazionali e un intervento più forte dell’UE risultano generalmente più efficaci rispetto alla sola cooperazione. Per favorire l’adozione di cloud e AI, lo scenario maggiormente sostenuto nel complesso prevede invece un quadro coordinato a livello europeo, con appalti congiunti, un Cloud and AI Marketplace, sostegno alle PMI e misure a favore dell’open source. La sfida, dunque, non consiste soltanto nel costruire nuovi data center. Per l’Europa significa anche creare le condizioni normative, finanziarie ed energetiche per aumentare la capacità di calcolo, ridurre frammentazione e dipendenze e costruire un ecosistema cloud e AI più competitivo e resiliente.&nbsp;</p>



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