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	<title>Food - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 16 Apr 2026 13:53:13 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Vinitaly 2026, il bivio del vino italiano: leader nei volumi, outsider nel valore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 13:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è chiuso il Vinitaly e il vino italiano genera 45 miliardi ma l'export frena. Sfida decisiva: vendere meno ma a prezzi più alti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/vinitaly-2026-il-bivio-del-vino-italiano-leader-nei-volumi-outsider-nel-valore/">Vinitaly 2026, il bivio del vino italiano: leader nei volumi, outsider nel valore</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Un’Italia da bere. C’è una fotografia plastica che restituisce il senso del Vinitaly 2026: migliaia di aziende (4mila espositori), buyer da tutto il mondo (oltre 70 Paesi) e un comparto che continua a muovere decine di miliardi, ma che oggi si trova davanti a un passaggio strategico cruciale. A Verona non si è celebrato semplicemente il vino italiano. Si misura, anno dopo anno, la capacità del Made in Italy vitivinicolo di restare competitivo in un mercato globale che sta cambiando pelle. Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, nel 2025 il <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/vinitaly-2026-chiude-90-mila-presenze/">settore</a> ha generato circa 14 miliardi di euro di fatturato diretto, coinvolgendo oltre 530mila imprese e 870mila occupati. Quattro le regioni che superano la quota del 10% del fatturato totale: Veneto (23%), Puglia (13%), Piemonte (10%) e Toscana (10%). Se si considera l’intera filiera, il valore supera i 45 miliardi di euro, pari a circa il 2% del PIL: un pilastro industriale a tutti gli effetti. Il cuore economico del comparto resta l’export, ed è proprio qui che emergono le prime crepe. Nel 2025 le esportazioni si sono fermate a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% rispetto al 2024, con volumi scesi a 21 milioni di ettolitri. Non si tratta di un crollo, ma di un segnale chiaro: il ciclo espansivo degli ultimi anni si è interrotto. A pesare sono stati il rallentamento dell’economia globale, la volatilità dei cambi e una domanda più debole nei mercati chiave, a partire dagli Stati Uniti. Eppure, nel confronto internazionale, l’Italia tiene. Resta il primo esportatore mondiale in volume, davanti a Francia e Spagna. Il problema, però, non è la quantità. È il valore. Ed è qui che emerge il vero nodo strutturale.</p>



<p>L’Italia continua a vendere più vino di tutti, ma incassa meno della Francia, che supera gli 11 miliardi di euro di export con volumi inferiori. È il paradosso di un modello ancora troppo legato ai volumi: prezzi medi più bassi, margini più compressi e maggiore esposizione alle fluttuazioni della domanda globale. In un contesto in cui i consumi mondiali rallentano e si orientano sempre più verso prodotti premium, questa struttura diventa un limite competitivo. Non basta più produrre bene. Bisogna vendere meglio, posizionarsi meglio, raccontarsi meglio. Non è un caso che, tra i padiglioni di Verona, il tema dominante sia proprio la trasformazione del modello di business. Le aziende italiane stanno accelerando su alcune direttrici precise: premiumizzazione dell’offerta, diversificazione verso nuovi mercati, sviluppo dell’enoturismo e investimenti in branding e distribuzione diretta. L’obiettivo è chiaro: aumentare il valore medio della bottiglia. Il settore, nel frattempo, resta solido sul piano produttivo. Nel 2025 l’Italia ha prodotto circa 44,4 milioni di ettolitri, con una superficie vitata di 670mila ettari. Ma anche qui il quadro sta cambiando. </p>



<p>I consumi nei mercati maturi sono in calo, le preferenze dei consumatori evolvono verso qualità, sostenibilità e identità territoriale, e i canali distributivi si stanno trasformando rapidamente. Vinitaly 2026 arriva dunque in un momento di passaggio. Le sfide sono nette: spostarsi dai volumi al valore, gestire un contesto internazionale più instabile, adattarsi a una domanda globale meno dinamica e rafforzare una filiera ancora molto frammentata. Con oltre 530mila imprese, il sistema italiano è ricco e diffuso, ma fatica a esprimere massa critica sui mercati internazionali. L’industria del vino italiano deve impegnarsi per l’obiettivo della leadership in valore. Perché il vino italiano, oggi, non deve più dimostrare di essere grande. Deve dimostrare di valere di più. Merita menzione l’iniziativa al Vinitaly di Manifatture Sigaro Toscano: con lo spazio mobile Club Amici del Toscano si celebrerà l’eccellenza artigianale italiana e il rituale del vivere lento. Naturali protagonisti i sigari come lo Stortignaccolo o l’Antico e altri, abbinati ai vini Fantini, alle selezioni dell’associazione Le Donne del Vino, fino all’Amarone Sartori e ai prodotti delle Distillerie Nonino. L’alta gamma del Made in Italy in purezza.</p>
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		<title>Vinitaly 2026 chiude con 90mila presenze: Meloni: «Il Governo al fianco»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 14:43:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vinitaly 2026 chiude con 90mila presenze e 4mila aziende. Meloni strizza l'occhio al settore. Buyer da 135 Paesi, Africa e Asia in crescita.</p>
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<p>Si è conclusa oggi a Veronafiere la 58ª edizione di Vinitaly, con numeri che confermano la tenuta della manifestazione nonostante un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e incertezze sui mercati. Quattromila aziende espositrici, quartiere fieristico al completo e 90.000 presenze complessive, di cui il 26% proveniente da 135 Nazioni – cinque in più rispetto all&#8217;edizione precedente. L&#8217;appuntamento si è chiuso con un bilancio positivo sul fronte dell&#8217;internazionalizzazione e con una serie di segnali di fiducia da parte delle istituzioni, a partire dalla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla sua terza visita ufficiale alla manifestazione dopo il 2023 e il 2024.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Meloni a Verona: credito d&#8217;imposta e gasolio agricolo</h4>



<p>Accolta dal presidente di Veronafiere Federico Bricolo, dal ministro dell&#8217;Agricoltura <strong>Francesco Lollobrigida</strong>, dal ministro del Turismo <strong>Gianmarco Mazzi</strong> e dalle autorità locali, <strong>Giorgia Meloni</strong> ha visitato i <a href="https://www.vinitaly.com/verona/espositore/">padiglioni </a>nella terza giornata della fiera portando un messaggio di sostegno a un comparto che vale 14 miliardi di euro l&#8217;anno di fatturato. «Siamo nella più straordinaria vetrina di una delle espressioni più incredibili del nostro Made in Italy. Un settore che, in una situazione generale molto complessa, ha bisogno di essere sostenuto» ha detto la premier. Sul piano delle misure concrete, Meloni ha ricordato due interventi recenti: il credito di imposta riconosciuto ai produttori agricoli in proporzione all&#8217;aumento dei costi del gasolio e il divieto di aumentare il prezzo del carburante agricolo. «Stiamo cercando di dare risposte al settore che va ringraziato per la capacità che ha di stare sul mercato e di continuare a reagire nonostante le difficoltà» ha aggiunto.</p>



<p>La premier ha anche citato la crisi geopolitica in corso e il blocco dello Stretto di Hormuz come variabili che pesano non solo sui carburanti ma anche sui fertilizzanti, elemento strategico per il settore vitivinicolo. «Mi aspetto un Vinitaly resiliente, un mondo che conosce il suo valore e che chiaramente è preoccupato. E lo comprendo. Ma mi aspetto anche un mondo consapevole del fatto che la straordinarietà di quello che rappresenta è più forte di tutte le difficoltà. Io sono qui per dare il messaggio che il Governo riconosce la forza, il valore, l&#8217;impegno e cammina fianco del settore con tutti gli strumenti di cui dispone» ha concluso Meloni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Mercati esteri: Usa e Germania confermati, cresce l&#8217;Africa</h4>



<p>Sul fronte dell&#8217;internazionalizzazione, oltre 1.000 top buyer provenienti da più di 70 Paesi sono stati selezionati e ospitati in collaborazione con ITA Agenzia. Tra i mercati consolidati si confermano Germania, Nord America, Svizzera, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Paesi Scandinavi, Polonia e Austria. Sul fronte delle aree emergenti, la top 10 dei mercati a maggior potenziale comprende Cina, Brasile, Australia, Messico, Corea del Sud, Thailandia, Repubbliche Baltiche, Serbia e Singapore. In crescita anche l&#8217;interesse dal continente africano, con Sudafrica, Tanzania, Nigeria e Angola, mentre Giappone e Vietnam si distinguono per dinamismo in Asia. Tra le novità di questa edizione figura anche l&#8217;Ucraina, con una presenza qualificata di buyer.</p>



<p>«La fiera si afferma come un&#8217;infrastruttura a sostegno dell&#8217;internazionalizzazione del settore, capace di favorire incontri ad alto valore aggiunto e accelerare l&#8217;ingresso ai mercati esteri» ha dichiarato il presidente Bricolo. Il direttore generale vicario Gianni Bruno ha anticipato le prossime mosse: «Siamo già al lavoro per sviluppare nuove tappe di Vinitaly in Africa, Canada e Australia e raddoppieremo la presenza in Brasile, rafforzando il presidio già attivo con Wine South America».</p>



<h4 class="wp-block-heading">I padiglioni: dall&#8217;Amarone al Barolo, passando per la Sicilia</h4>



<p>La struttura espositiva ha distribuito le regioni italiane in padiglioni tematici che hanno guidato gli <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/adm-vinitaly-vino-grappa-certificazione/">operatori</a> attraverso l&#8217;intera geografia enologica nazionale. Il Padiglione 1 ha ospitato l&#8217;Emilia-Romagna con Lambrusco e Sangiovese di Romagna. La Sicilia, al Padiglione 2, ha puntato sui vitigni autoctoni d&#8217;alta quota come Grillo e Nerello Mascalese. Il Padiglione 3 ha consacrato la Toscana – dal Chianti Classico al Brunello di Montalcino – come riferimento per i grandi rossi e per i collezionisti. Il Padiglione 4 ha riunito Centro Italia e Liguria, con il Verdicchio marchigiano e il Vermentino ligure. I Padiglioni 5 e 6 hanno dato voce al Veneto, dal Prosecco all&#8217;Amarone della Valpolicella. Il Padiglione 7 ha ospitato Friuli Venezia Giulia – con Friulano, Ribolla Gialla e Refosco – e il Trentino, con le bollicine del Trento DOC. Il Padiglione 8 ha messo in dialogo Sardegna e Calabria, tra Cannonau, Vermentino di Gallura e Gaglioppo. Il Padiglione 10 ha celebrato il Piemonte e i suoi grandi cru di Barolo e Barbaresco. Il Padiglione 11 ha alternato la potenza dei rossi pugliesi – Primitivo e Negramaro – alla freschezza del Pecorino abruzzese. Il Padiglione 13 ha unito Lombardia e Campania, dalla Franciacorta ai bianchi irpini. L&#8217;Area D, infine, ha ospitato Basilicata e Molise con l&#8217;Aglianico del Vulture.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Vinitaly and the City, eventi e appuntamenti istituzionali</h4>



<p>Il programma collaterale ha registrato 50.000 token degustazione per Vinitaly and the City, che proseguirà nel suo sviluppo itinerante: dopo la Calabria, in autunno farà tappa ad Ancona, nelle Marche. Il palinsesto complessivo ha contato quasi 100 eventi tra degustazioni e convegni, oltre a migliaia di iniziative organizzate direttamente dagli espositori. Tra le novità dell&#8217;edizione, lo sviluppo di NoLo – Vinitaly Experience, il rafforzamento di Xcellent Spirits e il consolidamento di Vinitaly Tourism. Sul piano istituzionale, alla manifestazione hanno partecipato il commissario europeo all&#8217;Agricoltura Christophe Hansen, alla sua seconda visita ufficiale, il presidente della Camera Lorenzo Fontana e diversi ministri tra cui Tajani, Urso, Mazzi – alla sua prima uscita ufficiale – Giuli e Salvini.</p>



<p>La 59ª edizione di Vinitaly è in programma a Veronafiere dall&#8217;11 al 14 aprile 2027.</p>
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		<title>Dieta Mediterranea: il paradosso del Sud. Perché mangiare sano è diventato un lusso (soprattutto in estate)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 08:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il costo della dieta sana cresce del 20% e penalizza il Sud: tra stagionalità e distribuzione, mangiare bene diventa un lusso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/dieta-mediterranea-il-paradosso-del-sud-perche-mangiare-sano-e-diventato-un-lusso-soprattutto-in-estate/">Dieta Mediterranea: il paradosso del Sud. Perché mangiare sano è diventato un lusso (soprattutto in estate)</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mangiare bene fa bene alla salute, ma sempre meno al portafogli. In un’Italia che ha fatto della Dieta Mediterranea il proprio vessillo culturale e salutistico, la realtà economica sta presentando un conto salatissimo. Secondo il recente studio <em>“The economic feasibility of sustainable and healthy diets: a price-based analysis in Italy”</em>, pubblicato su <em>Quality &amp; Quantity</em>, il costo per mantenere un regime alimentare sano e sostenibile è lievitato del 20% tra il 2021 e il 2024.</p>



<p>La ricerca, firmata dall’Università di Pisa, della Tuscia e di Roma Tor Vergata, scatta una fotografia impietosa del potere d’acquisto degli italiani a tavola, evidenziando due variabili critiche: la stagionalità e la geografia.</p>



<p>Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la disponibilità di frutta e verdura fresca nei mesi caldi non abbassa i prezzi, anzi. Lo studio evidenzia che la spesa per una dieta sana tocca i suoi picchi proprio in primavera ed estate. Per un uomo adulto, il paniere &#8220;sano&#8221; supera stabilmente i <strong>200 euro mensili</strong> nei mesi caldi, contro i circa 150-160 euro dei mesi invernali. Un trend simile si riscontra per le donne adulte (da 156€ in inverno a 208€ in estate) e per gli adolescenti. L’unica eccezione riguarda i bambini piccoli, per i quali i costi aumentano in inverno a causa delle esigenze nutrizionali specifiche che richiedono prodotti meno soggetti alla stagionalità agricola standard.</p>



<p>Il dato più sorprendente e socialmente allarmante riguarda però la distribuzione territoriale. Sebbene i prezzi medi e massimi siano fisiologicamente più alti al Nord (trainati dal costo della vita più elevato nelle grandi metropoli), il Sud detiene un primato negativo: <strong>i prezzi minimi sono più alti. </strong>Ciò significa che per un cittadino del Mezzogiorno che volesse risparmiando il più possibile (&#8220;cercando l&#8217;offerta&#8221;), la soglia minima di ingresso per una dieta sana è più alta rispetto a quella di un cittadino del Nord.</p>



<p>Le cause identificate dai ricercatori sono di natura strutturale: al Sud la Grande Distribuzione Organizzata è meno capillare. La mancanza di grandi poli logistici e di una concorrenza serrata tra catene di supermercati impedisce l&#8217;abbattimento dei prezzi che invece avviene nel Settentrione grazie alle economie di scala. Inoltre, la frammentazione della rete distributiva rende più costoso portare i prodotti freschi sugli scaffali, pesando sulle tasche dei consumatori finali.</p>



<p>Il quadro che emerge è quello di una &#8220;povertà alimentare&#8221; che non riguarda solo la quantità di cibo, ma la sua qualità. Se per seguire la Dieta Mediterranea una famiglia deve affrontare rincari del 20% in tre anni, il rischio è una deriva verso regimi alimentari meno sani, basati su cibi ultra-processati, più economici ma dannosi per la salute pubblica a lungo termine. &#8220;Lo studio evidenzia l&#8217;importanza di strumenti di monitoraggio e di politiche attente alle fasce più vulnerabili&#8221;, sottolinea il professor Stefano Marchetti, dell’Università di Pisa. In un contesto di inflazione alimentare che stenta a rientrare, l&#8217;accessibilità economica a una dieta sostenibile rischia di diventare il nuovo fronte della disuguaglianza tra Nord e Sud, e tra chi può permettersi la prevenzione a tavola e chi no.</p>
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		<title>Slow Food presenta la Guida agli Extravergini 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 13:45:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Slow Food presenta la Guida agli Extravergini 2026: 766 aziende, 1.211 oli recensiti e un allarme sulla crisi dell'olivicoltura italiana. Appuntamento l'11 aprile a Torri del Benaco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/slow-food-guida-extravergini-2026/">Slow Food presenta la Guida agli Extravergini 2026</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&#8217;olio extravergine di oliva italiano è un patrimonio straordinario e fragile allo stesso tempo. È questo il messaggio che attraversa la nuova Guida agli Extravergini 2026 di Slow Food Italia, curata da Francesca Baldereschi con il contributo di 125 collaboratori, che sarà presentata ufficialmente l&#8217;11 aprile a Torri del Benaco, sul lago di Garda.</p>



<p>L&#8217;edizione di quest&#8217;anno ha recensito 766 aziende e 1.211 oli – su oltre 1.500 degustati, di cui 573 certificati biologici – assegnando 244 riconoscimenti: 102 Grandi Oli e 142 Grandi Oli Slow. Cinquantuno le chiocciole, il premio riservato alle aziende che meglio incarnano i valori Slow Food. Le novità assolute sono 130, tre in più rispetto all&#8217;anno scorso, mentre gli oli del Presidio Slow Food degli olivi secolari salgono a 228. La guida segnala anche 106 aziende con ristorante e 170 con possibilità di alloggio, nella convinzione che visitare i produttori sia parte integrante di una cultura dell&#8217;olio che ancora manca.</p>



<p>«Non ci limitiamo a valutare la bontà di un prodotto» sottolinea la curatrice Baldereschi. «Raccontiamo storie di famiglie, giovani imprenditori e territori difficili che trovano nell&#8217;olivo una possibilità di futuro. L&#8217;olivicoltura italiana resta un laboratorio vivo di biodiversità e resilienza, dove la qualità non è un punto di arrivo, ma un percorso quotidiano.»</p>



<p>Dietro i numeri, però, si nasconde una crisi profonda. Come ricorda Marco Antonucci, esperto della guida, nonostante la produzione 2025/26 sia stimata in crescita del 30% rispetto all&#8217;anno precedente, nel lungo periodo il quadro è preoccupante: negli ultimi vent&#8217;anni la produzione nazionale si è più che dimezzata. Le cause sono molteplici e si sommano: inverni sempre più miti che compromettono la fioritura, grandinate estive, un clima umido che favorisce la proliferazione di cimice e mosca olearia – quest&#8217;anno arrivate a sviluppare fino a sei generazioni – e l&#8217;abbandono progressivo degli oliveti storici, spesso sostituiti da impianti superintensivi. Questi ultimi, esclusi dalla guida, «sono la negazione della biodiversità e della sostenibilità ambientale» e non svolgono alcuna funzione antierosiva o paesaggistica.</p>



<p>L&#8217;Italia custodisce oltre 530 cultivar, un mosaico unico al mondo che è anche il cuore dell&#8217;identità gastronomica nazionale, riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell&#8217;Umanità dall&#8217;UNESCO il 10 dicembre 2025. «L&#8217;olio extravergine di oliva è il filo rosso, anzi dorato, che connota la cucina italiana» dice Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. «I produttori non vanno lasciati soli: gli areali, i muretti a secco, le terrazze, le comunità sono parte integrante di una ricchezza che percorre il territorio italiano e attraversa la nostra identità.»</p>



<p>La presentazione ufficiale della guida è fissata per sabato 11 aprile alle 9.30 presso il Cinema Teatro di Torri del Benaco, seguita da banchi d&#8217;assaggio sul molo De Paoli nel pomeriggio. Domenica 12 i banchi resteranno aperti dalle 10 alle 18. In programma anche sei Laboratori del Gusto, cinque dedicati all&#8217;olio e uno ai vini del lago di Garda, ad ingresso libero fino a esaurimento posti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/slow-food-guida-extravergini-2026/">Slow Food presenta la Guida agli Extravergini 2026</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>TUTTOFOOD 2026, 5mila realtà internazionali attese all&#8217;evento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 14:23:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Maggio a Milano TUTTOFOOD. Ispirato al modello agroalimentare italiano promosso dal MASAF e orientato a guidare le filiere globali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/tuttofood-2026-5mila-realta-internazionali-attese-allevento/">TUTTOFOOD 2026, 5mila realtà internazionali attese all’evento</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ispirato al modello agroalimentare italiano promosso dal MASAF e orientato a guidare le filiere globali del food verso un sistema più sostenibile, più inclusivo, più sicuro e trasparente con una prospettiva che sia  focalizzata su un accesso universale e consapevole al Cibo inteso come valore e non semplice merce, come bene primario per il benessere individuale e sociale, come strumento culturale di base per un dialogo universale: è il <em>Food Manifesto</em>, presentato al <a href="https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/202">MASAF</a> nel corso della conferenza stampa istituzionale dedicata all’edizione 2026 di TUTTOFOOD Milano. Un vero e proprio Manifesto d’indirizzo per la community mondiale del cibo che Fiere di Parma, anche alla luce del riconoscimento UNESCO alla Cucina Italiana, è pronta a divulgare e condividere con i protagonisti internazionali del Food&amp;Beverage, dalle aziende ai buyers fino ai media e alla comunità scientifica, che affolleranno i padiglioni di Rho Fiera Milano dall’11 al 14 maggio.</p>



<p><em>“TUTTOFOOD è un evento ormai consolidato, così come lo è il nostro sistema produttivo, fondato sulla qualità dell’offerta e capace di reggere anche nei momenti più complessi come quelli che stiamo attraversando &#8211;&nbsp;</em>Ha dichiarato l’<strong>On. Francesco Lollobrigida, Ministro dell&#8217;Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste &#8211;&nbsp;</strong><em>Grazie all’impegno dell’intero comparto produttivo e del Governo, che ha candidato la cucina italiana a patrimonio dell’UNESCO, abbiamo registrato un ulteriore salto di qualità nell’attenzione verso il nostro modello, basato su un forte legame tra il territorio, le produzioni di eccellenza e la sicurezza alimentare. Attraverso fiere come questa, strategica per il Sistema Italia e per il Sistema Europa, possiamo creare vere e proprie vetrine internazionali, nelle quali presentare il meglio del Made in Italy a operatori e buyer provenienti da tutto il mondo. Un lavoro che viene premiato anche sul fronte dell’export che registra la cifra record di 72,4 miliardi di euro”.</em></p>



<p>Oltre 200 eventi di altissimo livello in 4 giorni, 80 paesi presenti, rappresentati da decine di TPO (Trade Promotion Organisation) e dalle rispettive aziende leader, oltre 4.000 top buyers provenienti da tutto il mondo, molti dei quali gestiti dall’incoming program di ICE Agenzia, un ricco Fuori Salone pensato insieme alle istituzioni e alle imprese, una collaborazione tra Fiere di Parma e Fiera Milano che ha posizionate, in sole 2 edizioni, TUTTOFOOD tra le prime fiere di settore al mondo, la collaborazione di Fiera Colonia che ha messo a disposizione la piattaforma di competenze e relazioni di Anuga: questo e molto altro sono gli ingredienti di un evento che intende diventare leader qualitativo a livello internazionale. Anche lanciando un Food Manifesto che metta il cibo al centro di uno sviluppo sostenibile e consapevole.</p>



<p>A validare questa centralità di TUTTOFOOD by Fiere di Parma nella definizione del cibo come attore rilevante nell’agenda geopolitica globale, la presenza in conferenza stampa di&nbsp;<strong>Dirk Jacobs, Direttore Generale di Food &amp; Drink Europe</strong>&nbsp;che ha dichiarato:&nbsp;<em>“Il settore alimentare e delle bevande europeo è un pilastro strategico dell&#8217;economia, che offre milioni di posti di lavoro, sostiene le comunità rurali e valorizza cultura, patrimonio e innovazione. L&#8217;Italia svolge un ruolo di primo piano in questo contesto europeo. In un periodo di incertezza geopolitica, sistemi alimentari resilienti e un libero scambio sono essenziali. Piattaforme come TUTTOFOOD contribuiscono a connettere produttori, acquirenti e partner, rafforzando la cooperazione e la competitività in tutto il settore alimentare e delle bevande europeo.”</em></p>



<p>Il modello industriale Italiano ed Europeo, dove convivono colossi multinazionali con migliaia di fiorenti PMI e centinaia di prodotti DOP-IGP di grandissimo successo, a TUTTOFOOD si specchia con i corrispettivi degli altri continenti i quali, pur con traiettorie differenti, stanno convergendo verso una interpretazione etica ancor prima che economica, del Cibo.</p>



<p><em>“TUTTOFOOD si pone così l’obiettivo strategico di affermarsi come il primo hub fieristico per il sistema agroalimentare globale –</em>&nbsp;ha dichiarato&nbsp;<strong>Franco Mosconi, Presidente Fiere di Parma</strong>&nbsp;–&nbsp;<em>grazie alla sua capacità di attrarre e connettere le filiere dell’agribusiness italiane ed estere. Una prospettiva che come Fiere di Parma perseguiamo con tutte le nostre forze e di cui siamo molto orgogliosi”.</em></p>



<p><em>“Le performance dell’export italiano&nbsp;</em>– ha aggiunto&nbsp;<strong>Antonio Cellie, CEO di Fiere di Parma</strong><em>, &#8211; sono un esempio per le filiere di tutto il mondo; mangiare meglio non significa solo alzare la qualità intrinseca del cibo ma rispettare l’ambiente, i territori e se stessi. Il boom delle IG* è solo la punta di un iceberg di un movimento fatto di uomini e donne del nostro paese che hanno rigenerato tradizioni nonché filiere e che hanno sempre più seguaci in tutto il mondo. Per questo l’Italia a livello globale è diventata una “destinazione” per i foodies e i professionisti del settore; per lo stesso motivo TUTTOFOOD in sole 2 edizioni ha raddoppiato le sue dimensioni triplicando il numero di espositori esteri. Nel 2026 proseguiamo in questa direzione collaborando con tutte le istituzioni e dialogando con il mondo”.</em></p>



<p>In questa direzione va il Food Manifesto. Realizzato con il supporto di numerose istituzioni tra cui il Future Food Institute e sostenuto dalle principali organizzazioni internazionali dell’agroalimentare, il progetto ha l’ambizione di coinvolgere tutti gli stakeholder a livello internazionale verso una visione condivisa e sostenibile relativa al Futuro del Cibo. Una piattaforma, anche operativa, sulla quale costruire e aggiornare i rapporti tra gli attori della filiera al fine di soddisfare e tutelare la domanda di Cibo salvaguardando e valorizzando tutti i soggetti coinvolti. Da un consumatore che potrà e dovrà curarsi innanzitutto mangiando, a territori che sapranno uscire da una economia di sussistenza fino a imprese che vorranno capitalizzare gli investimenti ESG. Il settore agroalimentare nel suo complesso, in questo contesto mondiale drammatico della nostra storia recente, è pronto a lanciare in occasione di TUTTOFOOD un messaggio chiaro: il Cibo di domani dipende solo dalle nostre scelte di oggi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/tuttofood-2026-5mila-realta-internazionali-attese-allevento/">TUTTOFOOD 2026, 5mila realtà internazionali attese all&#8217;evento</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Gli italiani scoprono il decaffeinato: nasce la &#8220;Caffeine Conscious Generation&#8221;</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/food/italiani-decaffeinato-caffeina-generation/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 10:25:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caffè non è più solo un gesto automatico. In Italia cresce una nuova consapevolezza nel consumo di caffeina.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il caffè non è più solo un gesto automatico. In Italia cresce una nuova consapevolezza nel consumo di caffeina, che spinge sempre più persone ad alternare l&#8217;espresso tradizionale con il decaffeinato in base ai diversi momenti della giornata. È il fenomeno che gli esperti chiamano «Caffeine Conscious Generation»: un approccio inedito al rito del caffè, modulato sui ritmi personali anziché dettato dall&#8217;abitudine.</p>



<p>I numeri lo confermano. Secondo un&#8217;indagine SWOA condotta da Nescafé Dolce Gusto su un campione di 1.200 utenti web tra i 20 e i 50 anni, l&#8217;82% degli italiani dichiara di alternare caffè tradizionale e decaffeinato almeno una volta al giorno. Se in passato il caffè era associato quasi esclusivamente al mattino (14% dei consumatori), oggi quasi un italiano su due (49%) gestisce il proprio consumo in modo più articolato, scegliendo tipologie diverse a seconda dell&#8217;ora.</p>



<p>Il decaffeinato, un tempo percepito come una rinuncia, ha cambiato pelle. Per il 73% degli intervistati rappresenta una scelta coerente con il proprio stile di vita, mentre il 59% lo considera un&#8217;opzione moderna e intelligente. Il 44% lo definisce addirittura un caffè «completo», a cui non manca nulla rispetto all&#8217;originale in termini di gusto e soddisfazione.</p>



<p>A guidare questa evoluzione è una maggiore attenzione alla routine quotidiana: per il 60% degli italiani, l&#8217;organizzazione della propria giornata influenza in modo significativo le scelte legate al caffè. Tra le motivazioni principali emergono il desiderio di una routine serale più regolare (56%) e la ricerca di momenti di pausa più distesi (48%).</p>



<p>I nuovi rituali parlano chiaro: il decaffeinato viene scelto soprattutto la sera e dopo cena (48%), vissuto come un rito pre-sonno, e nel pomeriggio (42%), durante le pause di lavoro. Anche il dopo pranzo si conferma un momento chiave, con oltre un italiano su tre (35%) che lo preferisce a fine pasto.</p>



<p>Non manca la dimensione sociale. Il 66% degli italiani preferisce consumare il decaffeinato in compagnia, principalmente con il partner (32%) o in famiglia (24%). Per il 36% è un&#8217;abitudine consolidata da anni, mentre per il 24% si tratta di una scelta più recente.</p>



<p>Il mercato globale riflette questa tendenza. Secondo Global Growth Insights, il settore del decaffeinato è stato valutato quasi 2,7 miliardi di dollari nel 2025 e sfiorerà i 3 miliardi nel 2026, con una crescita dell&#8217;11%. Il tasso di crescita annuo composto previsto tra il 2025 e il 2030, stima Mordor Intelligence, si attesta intorno al 6,6%.</p>



<p>Il mercato globale riflette questa tendenza. Secondo Global Growth Insights, il settore del decaffeinato è stato valutato quasi 2,7 miliardi di dollari nel 2025 e sfiorerà i 3 miliardi nel 2026, con una crescita dell&#8217;11%. Il tasso di crescita annuo composto previsto tra il 2025 e il 2030, stima Mordor Intelligence, si attesta intorno al 6,6%. Segno che quella che sembrava una nicchia di consumatori attenti alla salute si sta trasformando in qualcosa di più ampio</p>
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		<title>Ecco Shirabi, il gin giapponese targato Leonardo Maria Del Vecchio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 12:31:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>LMDV Capital e i fratelli Miyakawa presentano Shirabi Gin, nuovo progetto nel mondo degli spirits pensato come oggetto raro e intenzionale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>LMDV Capital (Leonardo Maria del Vecchio) e i fratelli Miyakawa</strong> presentano <strong>Shirabi Gin</strong>, un nuovo progetto nel mondo degli spirits pensato come oggetto raro e intenzionale: un gin a tiratura volutamente ridotta, costruito attorno a un’idea di precisione, purezza e cura del dettaglio.</p>



<p>Shirabi nasce intorno al concetto di&nbsp;<em>Kaizen</em>, la costante ricerca giapponese della perfezione che si traduce in un’esperienza degustativa “di precisione”, guidata da intenzione e misura. La ricetta, creata insieme al noto distiller&nbsp;<strong>Yoichi Motoki</strong>, valorizza botaniche giapponesi rare, selezionate e lavorate con attenzione meticolosa per esprimere purezza, profondità e una silenziosa intensità. Il risultato di questa ricerca è valorizzato da una bottiglia unica: realizzata interamente in acciaio inossidabile, il materiale ideale per dar vita alla visione del designer di fama internazionale&nbsp;<strong>Kenya Hara</strong>, rappresenta al meglio il concept minimale della craftmanship nipponica e l’idea di un lusso misurato e moderno.</p>



<p>Shirabi Gin sceglie un posizionamento ultra-esclusivo per preservare coerenza e desiderabilità: la produzione è limitata a&nbsp;<strong>5.000 bottiglie l’anno</strong>&nbsp;e l’assegnazione avverrà unicamente&nbsp;<strong>tramite prenotazione</strong>, con&nbsp;<strong>selezione</strong>&nbsp;e quantità controllate. La supervisione creativa è curata da&nbsp;<strong>Giovanni e Francesco Bassan</strong>, che svilupperanno l’identità creativa del progetto con un linguaggio contemporaneo ed essenziale.</p>



<p>Il lancio di Shirabi si inserisce in un progetto più ampio, un’ampia visione di lungo termine che ambisce a sviluppare i concetti di precisione ed esclusività esplorati con questo primo prodotto dando vita ad un nuovo punto di riferimento nel mondo dei fine Japanese spirits.&nbsp;</p>



<p><strong>Il debutto: una private experience a Milano</strong><br>Per segnare il debutto, Shirabi darà vita a una <strong>private experience a Milano</strong> nelle date 28 febbraio e 1° marzo presso una location esclusiva in Via Solferino 31 per 120 selezionatissimi ospiti. Il concept prevede un locale nascosto stile <em>speakeasy</em> dove vivere l’esperienza di un <em>omakase bar</em>, con un percorso di 45 minuti interamente guidato dall’iconico Yuzo Komai, Head Bartender del Centifolia di Tokyo: slot su prenotazione, cocktail tasting a base Shirabi, food pairing di alto livello e un impianto scenografico audio/luci pensato per amplificare l’esperienza.</p>



<p>Oltre a guidare la parte di mixology dell’esperienza,&nbsp;<strong>Yuzo Komai</strong>&nbsp;sarà ambassador di Shirabi nel mondo. Per la prima volta in Italia, le sue creazioni dialogheranno con una sequenza culinaria curata da&nbsp;<strong>Yoji Tokuyoshi&nbsp;</strong>della Bentoteca. In coerenza con la natura del progetto, la partecipazione alla private experience è esclusivamente su invito.</p>
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		<title>Filiera bovina: al MASAF il traguardo del progetto #EUCAREBEEF</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 09:08:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Roma, presso la Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura l’evento di chiusura del progetto europeo “In Europe We Care for Beef”.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ieri a Roma, presso la Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF), l’evento di chiusura del progetto europeo <strong>“In Europe We Care for Beef”</strong> (#EUCAREBEEF). Il convegno <em>“Tracciabilità e sicurezza alimentare: le nuove sfide per la filiera bovina italiana ed europea”,</em> ha riunito vertici della zootecnia nazionale, esperti scientifici e rappresentanti istituzionali per analizzare i risultati del biennio 2024-2026 dedicato alla promozione dell’eccellenza e della trasparenza della carne bovina certificata attraverso il <strong>Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia (SQNZ)</strong>.</p>



<p><strong>La sfida globale del comparto</strong><br>Il progetto, promosso da <strong>A.O.P. Italia Zootecnica</strong> con il <strong>Consorzio Sigillo Italiano</strong>, ha centrato l’obiettivo di informare i consumatori sugli elevati standard degli allevamenti di bovini da carne. I dati presentati oggi confermano la solidità del comparto: ad oggi i bovini allevati secondo il sistema SQNZ sono <strong>700.034</strong>, pari al <strong>49,7%</strong> del totale nazionale, alimentando una filiera che genera un valore commerciale complessivo superiore a <strong>2 miliardi di euro</strong>.</p>



<p>Tuttavia, nonostante l’Italia sia il terzo produttore europeo di carne bovina, il settore affronta sfide complesse, come la dipendenza dall&#8217;estero per il ristallo — che incide per oltre&nbsp;<strong>1,5 miliardi di euro</strong>&nbsp;— e, a breve, la concorrenza internazionale dei Paesi del Mercosur. La strategia emersa dal convegno punta sulla qualità certificata e la tracciabilità per intercettare i consumatori attenti all&#8217;etica e all&#8217;ambiente.</p>



<p><strong>Sostenibilità certificata: il modello SQNZ</strong><br>Il cuore della risposta italiana risiede nel marchio collettivo del Consorzio Sigillo Italiano, che consente di riconoscere facilmente i prodotti ottenuti secondo disciplinari di certificazione, rigorosi, approvati dal Ministero e dalla Commissione europea.</p>



<p>Durante l&#8217;evento è stato celebrato il successo del nuovo standard&nbsp;<strong>“Allevamenti Sostenibili”</strong>, un disciplinare di certificazio0ne pubblica, unico in Italia e in Europa e perfettamente in linea con la strategia&nbsp;<em>Farm to Fork.</em>&nbsp;Questo modello, a pieno regime, impone requisiti stringenti, tra cui una valutazione del benessere animale secondo il sistema Classyfarm con un punteggio minimo del 70%, il monitoraggio dei consumi idrici ed energetici, l&#8217;utilizzo dei reflui per la concimazione naturale e il calcolo del Ciclo di Vita (LCA) del prodotto. La dieta dei capi rimane esclusivamente vegetale, basata sui cereali e priva di grassi animali aggiunti, con spazi vitali minimi di 4 mq per capo, al fine di favorire i movimenti naturali.</p>



<p><strong>I traguardi del progetto “In Europe we care for Beef”</strong><br>Il bilancio del programma biennale è estremamente positivo: la partecipazione a <strong>11 fiere internazionali</strong> (tra cui Gustus a Napoli, Beer&amp;Food Attraction a Rimini, Tuttofood a Milano, Sana Food a Bologna, Marca a Bologna e le tappe francesi di Lyon, Rennes e Clermont-Ferrand) ha consolidato la presenza sul campo. Il progetto ha coinvolto oltre <strong>500 chef e studenti degli istituti alberghieri</strong> in diverse tappe italiane ed europee (Venezia, Roma, Napoli, Vico Equense, Lione, Nizza e Parigi), e ha realizzato <strong>42 giornate promozionali</strong> nella Grande Distribuzione Organizzata in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Il successo di #EUCAREBEEF è passato anche attraverso una comunicazione capillare che ha registrato oltre <strong>30 milioni di visualizzazioni</strong> sui social e <strong>42.392 accessi</strong> al sito ufficiale, aperto ad inizio progetto. La campagna media ha incluso spot su canali televisivi nazionali come Mediaset, oltre a emittenti radiofoniche di primo piano e la pubblicazione di oltre <strong>90 news </strong>tra articoli su riviste specializzate e generaliste e interviste TV.</p>



<p>Da rilevare che lo spot ideato per il progetto #EUCAREBEEF, ha vinto il 2° premio a livello nazionale al concorso Media Key Venice Award, dedicato alla comunicazione Food &amp; Beverage.</p>



<p>Questi strumenti hanno aumentato significativamente la riconoscibilità del Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia, grazie anche al marchio collettivo del Consorzio Sigillo Italiano e la consapevolezza verso prodotti d&#8217;eccellenza come il&nbsp;<strong>Vitellone&nbsp;</strong>e la&nbsp;<strong>Scottona allevati ai cereali</strong>&nbsp;e il&nbsp;<strong>Fassone di Razza Piemontese</strong>.&nbsp; Questi prodotti, caratterizzati da elevati livelli di tenerezza e succosità, rappresentano l&#8217;esempio tangibile di come l&#8217;Europa, e l&#8217;Italia in particolare, abbiano a cuore la qualità certificata, il benessere animale e la sicurezza alimentare dei consumatori.</p>



<p><strong>Alessandro De Rocco</strong>, Presidente di AOP Italia Zootecnica, e <strong>Franco Martini</strong>, Presidente del Consorzio Sigillo Italiano, hanno evidenziato come i disciplinari SQNZ assicurino una rintracciabilità totale e condizioni di allevamento che eliminano ogni causa di stress, garantendo un prodotto sano e di alta qualità organolettica. «Intervenire oggi al MASAF rappresenta un momento di grande responsabilità. Non presentiamo soltanto la conclusione di un progetto, ma il risultato di un percorso strategico costruito per rafforzare il comparto e offrire una scelta politica chiara per la zootecnia italiana ed europea. – ha dichiarato Alessandro De Rocco &#8211; L’iniziativa “In Europe We Care for Beef” ha messo a sistema quattro pilastri fondamentali: filiera organizzata, certificazione pubblica SQNZ, comunicazione strutturata e dialogo diretto con la GDO e i consumatori. In un mercato instabile, condizionato da variabili geopolitiche, non possiamo limitarci a chiusure ideologiche; dobbiamo governare il cambiamento rendendo il nostro modello competitivo. La filiera certificata è un’infrastruttura di fiducia, un sistema pubblico fondato su disciplinari ministeriali e controlli di terza parte che garantisce solidità e trasparenza. Chiediamo che questo modello venga assunto come riferimento strategico nazionale per lo sviluppo delle produzioni certificate<em>».</em></p>



<p><strong>Intervento del Sottosegretario Sen. Patrizio Giacomo La Pietra</strong><br>Il Sottosegretario <strong>Sen. Patrizio Giacomo La Pietra</strong> ha concluso i lavori apprezzando il lavoro svolto da AOP Italia Zootecnica, perfettamente in linea con il Piano di Settore per la Zootecnia Bovina da Carne che mira a valorizzare la carne prodotta in Italia, attualmente scesa al 39%. Secondo il Senatore La Pietra, il Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia e il marchio collettivo del Consorzio Sigillo Italiano, potranno fare la differenza nel comunicare la carne di qualità certificata ai consumatori, potendola anche distinguere da quella d’importazione che, all’apertura del Mercosur, verrà commercializzata anche nel nostro Paese. «Il nostro sistema dei controlli, i disciplinari approvati e la professionalità degli allevatori – ha ribadito Senatore La Pietra – sono gli strumenti chiave per ricostruire il patto di fiducia con i cittadini e contrastare la disinformazione con dati scientifici su benessere, riduzione degli impatti ambientali e sicurezza alimentare. A questo si aggiunge lo sforzo finanziario per sostenere e rafforzare la filiera zootecnica con 300 milioni di € del “coltiva Italia” per la linea vacca – vitello», ha detto il Sottosegretario.</p>
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		<title>Scuola e cibo sano: Coldiretti rilancia l’educazione alimentare contro obesità e ultra-processati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Donatio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 11:29:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
		<category><![CDATA[coldiretti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione alimentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Villaggio Coldiretti di Bormio il dato Coldiretti-Censis: consenso quasi unanime per un’ora di educazione alimentare già dalle elementari. In Lombardia il 44% degli adulti è in eccesso di peso, a livello nazionale il 47%.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un’ora di educazione alimentare a scuola può diventare uno strumento concreto contro la diffusione dei cibi ultra processati e l’aumento dell’obesità. Secondo un’indagine Coldiretti-Censis, il 91% degli italiani ritiene fondamentale introdurre stabilmente questa materia nei programmi scolastici, già a partire dalla scuola primaria.</p>



<p>Il dato è stato rilanciato da Coldiretti Lombardia durante il panel “Sport e cibo sano: il futuro si allena oggi”, organizzato al Villaggio Coldiretti Valtellina di Bormio in vista delle Olimpiadi. Un appuntamento che ha intrecciato agricoltura, salute e promozione del territorio montano, con l’idea che i grandi eventi possano diventare un moltiplicatore economico e turistico per le aree interne.</p>



<p>L’educazione alimentare trova un consenso ancora più alto tra i genitori del Nord Ovest, dove l’adesione raggiunge il 90,8%. In Lombardia, secondo gli ultimi dati Istat, il 44% della popolazione sopra i 18 anni è in condizione di sovrappeso o obesità. A livello nazionale la quota sale al 47%. Numeri che, pur collocando la regione sotto la media italiana, confermano la necessità di intervenire precocemente, già dall’infanzia.</p>



<p>Accanto al presidente nazionale Ettore Prandini sono intervenuti, tra gli altri, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e rappresentanti del mondo agricolo e istituzionale. Il messaggio è chiaro: l’educazione alimentare non deve restare un’iniziativa episodica, ma diventare parte strutturale del percorso scolastico.</p>



<p>Da anni Coldiretti, attraverso la rete Campagna Amica e il movimento Donne Coldiretti, promuove attività nelle scuole, nei mercati contadini e nelle fattorie didattiche. L’obiettivo è costruire una strategia nazionale contro l’obesità infantile e limitare il consumo di cibi ultra formulati. Tra le proposte, lo stop ai distributori automatici di junk food negli edifici pubblici e il rilancio delle mense come luoghi educativi, con l’introduzione sistematica di prodotti stagionali e di filiera corta.</p>



<p>In questa direzione si inserisce anche il protocollo firmato con ANCI, che punta ad aumentare la presenza di prodotti made in Italy nelle mense pubbliche e a valorizzare la Dieta Mediterranea, riconosciuta come modello alimentare di riferimento anche a livello internazionale.</p>



<p>Secondo Coldiretti, la prevenzione passa non solo dal cibo ma anche dallo sport. L’inattività fisica, ricorda un’analisi della Fondazione Aletheia, costa all’Italia circa un miliardo di euro l’anno. Alimentazione corretta e movimento vengono indicati come il binomio decisivo per contrastare obesità, stress e patologie croniche.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/scuola-e-cibo-sano-coldiretti-rilancia-leducazione-alimentare-contro-obesita-e-ultra-processati/">Scuola e cibo sano: Coldiretti rilancia l’educazione alimentare contro obesità e ultra-processati</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Spreco alimentare, l’Italia migliora ma butta ancora 7,3 miliardi di euro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Donatio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 14:18:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
		<category><![CDATA[spreco alimentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2026 cala lo spreco pro capite, ma lungo la filiera alimentare finiscono ancora nella spazzatura oltre 13,5 miliardi di euro. I dati del rapporto Waste Watcher alla vigilia della Giornata nazionale contro lo spreco.</p>
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<p>L’Italia spreca meno cibo rispetto al passato, ma il conto resta altissimo. Nel 2026 ogni cittadino butta via in media <strong>554 grammi di alimenti a settimana</strong>, il 10% in meno rispetto allo scorso anno. Un miglioramento netto, certificato dal Rapporto <em>Il caso Italia 2026</em> dell’Osservatorio Waste Watcher International, diffuso alla vigilia della <strong>13ª Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare</strong>, che si celebra il 5 febbraio.</p>



<p>Dietro il segnale positivo, però, resta un dato che pesa come un macigno: <strong>solo lo spreco domestico vale ancora 7,3 miliardi di euro l’anno</strong>. Un livello che mantiene l’Italia lontana dall’obiettivo fissato dall’Agenda Onu 2030, che con il Target 12.3 chiede di dimezzare lo spreco alimentare entro la fine del decennio.</p>



<p>Il quadro diventa ancora più critico se si guarda all’intera filiera. Sommando famiglie, distribuzione, industria e campi, <strong>le perdite complessive superano i 13,5 miliardi di euro</strong>, pari a oltre <strong>5 milioni di tonnellate di cibo</strong>. Oltre ai 7,3 miliardi generati nelle case, quasi 4 miliardi si disperdono nella distribuzione, più di 862 milioni nell’industria e oltre un miliardo nelle eccedenze agricole, spesso legate a fattori climatici o a dinamiche di mercato.</p>



<p>Su questi numeri interviene direttamente <strong>Giuseppino Santoianni</strong>, presidente di <strong>AIC</strong>, che parla della necessità di una vera <strong>&#8220;rivoluzione culturale&#8221; sul valore del cibo</strong>: «L’Italia sta facendo passi avanti nella lotta allo spreco alimentare – osserva – ma i livelli restano ancora troppo alti. Quando guardiamo all’intera filiera, parliamo di oltre 13 miliardi e mezzo di euro di perdite, numeri incompatibili con gli obiettivi dell’Agenda Onu 2030».</p>



<p>Secondo Santoianni, il problema riguarda più livelli del sistema alimentare, ma il cambiamento parte soprattutto dalle scelte quotidiane dei consumatori. «Oltre 7,3 miliardi derivano dagli sprechi domestici – sottolinea – quasi 4 miliardi dalla distribuzione, più di 862 milioni dall’industria e oltre un miliardo dalle eccedenze nei campi. Filiere lunghe e scarsa consapevolezza fanno perdere la percezione del valore reale del cibo. Lo spreco è l’indicatore più evidente di questa perdita di valore».<br>Un valore che, aggiunge, non tiene conto dei <strong>costi ambientali e sociali invisibili</strong>: lavoro agricolo, tutela del suolo e dell’acqua, biodiversità, benessere animale. «Sono costi che non vediamo nel prezzo finale, ma che paghiamo comunque come cittadini».</p>



<p>I dati mostrano anche forti differenze generazionali e territoriali. A trainare la riduzione dello spreco sono i <strong>boomer</strong>, che buttano via in media <strong>352 grammi a settimana</strong>, mentre la <strong>Generazione Z</strong> resta la più distante dall’obiettivo, con <strong>799 grammi settimanali</strong>, pur rappresentando – secondo gli esperti – una leva decisiva sul fronte dell’innovazione digitale e del cambiamento delle abitudini. Sul piano geografico si spreca meno al Nord (516 grammi settimanali) e di più al Sud (oltre 591 grammi), mentre tengono meglio le famiglie con figli e i piccoli Comuni sotto i 30 mila abitanti.</p>



<p>Nella classifica degli alimenti più buttati spiccano frutta fresca, verdura e pane, seguiti da insalata e tuberi: cibi di consumo quotidiano, che raccontano uno spreco spesso legato a cattiva pianificazione e a una sottovalutazione del loro valore.</p>



<p>A tutto questo si affianca un altro segnale d’allarme: <strong>l’insicurezza alimentare</strong>. Nel 2026 l’indice che misura la difficoltà di accesso a cibo sufficiente e nutriente sale a <strong>14,36</strong>, mezzo punto in più rispetto al 2025. Un aumento che al Sud raggiunge il 28% e che per la Generazione Z arriva al 50%, confermando un fenomeno ormai strutturale.</p>



<p>Qualcosa però si muove anche nei comportamenti quotidiani. Nei ristoranti, <strong>8 italiani su 10 dichiarano di non sprecare più cibo</strong>, consumandolo interamente o portando a casa ciò che avanza. Il 93% dei clienti riceve senza imbarazzo il contenitore per l’asporto, segno di un cambiamento culturale ormai consolidato. In questo contesto si inserisce anche <strong>Donometro</strong>, la nuova app pensata per facilitare la donazione delle eccedenze alimentari dai pubblici esercizi agli enti del Terzo settore.</p>



<p>Il bilancio resta dunque ambivalente. L’Italia spreca meno rispetto al passato, ma continua a <strong>gettare miliardi di euro di cibo</strong> mentre cresce l’insicurezza alimentare. Ridurre davvero lo spreco non è solo una questione di efficienza, ma di <strong>scelte culturali, sociali e ambientali</strong>. E i numeri, oggi, dicono che il tempo per accelerare è sempre più stretto.</p>
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		<title>Fondazione Barilla, un libro contro lo spreco alimentare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 12:36:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fondazione Barilla porta nelle piazze italiane il tema dello spreco alimentare come questione economica, sociale e ambientale.</p>
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<p>In Europa ogni cittadino spreca in media circa 130 chilogrammi di cibo all’anno. Su scala globale, invece, finisce nella pattumiera quasi il 30% degli alimenti prodotti, una quantità che basterebbe a nutrire più volte l’intera popolazione che oggi vive in condizioni di insicurezza alimentare. A ricordarlo è Riccardo Valentini, professore di Ecologia e Premio Nobel per la Pace per il contributo ai lavori dell’IPCC dell’Onu, intervenendo all’evento che ha segnato l’avvio del Grand Tour del Libro del Risparmio, il progetto itinerante con cui Fondazione Barilla porta nelle piazze italiane il tema dello spreco alimentare come questione economica, sociale e ambientale.</p>



<p>Il cuore dell’iniziativa è un grande libro animato, una vera e propria installazione artistica pensata per accompagnare il pubblico in un percorso visivo e narrativo dedicato al valore del cibo. La prima tappa è Roma: dal 3 febbraio l’opera è ospitata in piazza del Popolo, per poi spostarsi in altre due piazze simbolo della Capitale e successivamente raggiungere altre dieci città lungo tutta la Penisola. La presentazione ufficiale si è svolta alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri e del ministro dell’Agricoltura Fabrizio Lollobrigida.</p>



<p>Attraverso questo “libro gigante”, Fondazione Barilla ha scelto di rendere accessibili, fuori dai circuiti tradizionali, i contenuti di una pubblicazione gratuita sul risparmio alimentare lanciata un anno fa. Il messaggio è semplice quanto concreto: con un po’ di attenzione nella gestione della cucina e degli acquisti, una famiglia può arrivare a risparmiare oltre 500 euro all’anno. Un dato che nasce anche dal lavoro di ricerca di Valentini, advisor scientifico della Fondazione, e che lega in modo diretto la lotta allo spreco al benessere economico delle famiglie.</p>



<p>«Combattere lo spreco alimentare non è solo una scelta responsabile, ma anche un’opportunità concreta», sottolinea Paolo Barilla, vicepresidente di Fondazione Barilla. «Il Grand Tour nasce dall’idea di portare questo messaggio nelle piazze, incontrando le persone nella loro quotidianità e mostrando come piccoli gesti possano generare un valore reale, anche economico. Restituire valore al cibo significa anche parlare di risparmio».</p>



<p>Per Valentini, lo spreco resta una delle grandi contraddizioni contemporanee: «Iniziative come questa riescono a trasformare numeri complessi in azioni semplici e accessibili, dimostrando che ciascuno può fare la propria parte e ottenere allo stesso tempo un beneficio diretto».</p>



<p>Dopo l’avvio nella Capitale, con il patrocinio del Comune di Roma, il Grand Tour proseguirà nei prossimi mesi attraversando l’Italia da Nord a Sud. L’obiettivo è raccontare, in modo immediato e fuori dai contesti istituzionali, come comportamenti quotidiani apparentemente marginali possano incidere sul portafoglio delle famiglie, sulla coesione sociale e sull’impatto ambientale. Perché buttare meno cibo non è una moda virtuosa del momento, ma una scelta razionale che conviene a tutti.</p>
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		<title>Giorni più freddi, in Umbria e Piemonte c&#8217;è il cibo ad hoc</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 11:02:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo alle porte dei cosiddetti giorni della merla, che nel Centro-Nord d’Italia coincidono con il 29, 30 e 31 gennaio.</p>
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<p>Siamo alle porte dei cosiddetti <strong>giorni della merla</strong>, che nel Centro-Nord d’Italia coincidono con il 29, 30 e 31 gennaio e che la tradizione popolare identifica come i più freddi dell’anno. Un paradosso stagionale, se si pensa che nello stesso periodo, in Sicilia, i mandorli possono essere già in fiore. Attorno a queste tre giornate si è stratificato nel tempo un immaginario ricco di racconti, usanze e anche di consuetudini gastronomiche, che hanno trasformato il freddo in un’occasione di convivialità.</p>



<p><strong>Perché si chiamano giorni della merla</strong></p>



<p>Le origini del nome sono avvolte da leggende. La più diffusa racconta che un tempo i merli fossero bianchi. Una madre, per proteggere i piccoli dal gelo intenso, si rifugiò con loro in un camino, restando nascosta per tre giorni: dal 29 al 31 gennaio. Quando ne uscì, il piumaggio era diventato nero per la fuliggine, e così, da allora, tutti i merli avrebbero assunto quel colore.</p>



<p>Un’interpretazione completamente diversa arriva invece dal Settecento. Secondo Sebastiano Pauli, nel 1740, la “Merla” non era un uccello, ma un grande cannone che poteva essere trasportato oltre il Po solo quando il fiume gelava completamente, evento possibile soltanto nei giorni più rigidi dell’inverno.</p>



<p><strong>Il legame con la Giubiana</strong></p>



<p>In Piemonte e in Lombardia, soprattutto in Brianza, nel Varesotto e lungo la fascia pedemontana, i giorni della merla si intrecciano con il rito della Giubiana. Si tratta del rogo simbolico di un fantoccio che rappresenta una strega, acceso solitamente l’ultimo giovedì di gennaio per segnare l’allontanarsi dell’inverno più duro e l’avvicinarsi di giornate meno rigide.</p>



<p>La leggenda racconta di una strega dalle gambe lunghe e dalle calze rosse, temuta dai bambini, che viveva nei boschi. Un giorno fu attirata dal profumo di un risotto con la luganega preparato da una madre. Mentre mangiava avidamente, non si accorse dell’arrivo del sole, che secondo la tradizione le streghe non possono sopportare. Da qui il legame tra la Giubiana e il risotto con la luganega, piatto semplice ma sostanzioso, spesso arricchito con zafferano, diventato uno dei simboli gastronomici di questo periodo.</p>



<p><strong>Cosa si mangia nei giorni della merla</strong></p>



<p>Nel Nord Italia, la fine di gennaio è il momento ideale per piatti robusti e invernali. In Lombardia, i giorni della merla coincidono spesso con la cassoeula, preparazione a base di verza e tagli poveri del maiale, legata alla tradizione di Sant’Antonio Abate e alla conclusione della macellazione. In Piemonte, invece, il freddo intenso invita a riunirsi attorno alla bagna càuda, anche se la sua origine viene fatta risalire più propriamente al periodo post-vendemmiale.</p>



<p>Nel Lodigiano il piatto tipico diventa la polenta con i ciccioli, ricavati dalla lavorazione del grasso di maiale aromatizzato con spezie. Spostandosi verso Cremona e lungo l’Adda, a Santo Stefano Lodigiano e nei paesi della sponda cremasca, la tradizione punta sulla polenta accompagnata dal baccalà, fritto o in umido. Tra i dolci, compare spesso la sbrisolona mantovana, talvolta proposta anche in versioni più creative.</p>



<p>Nel Modenese, la memoria popolare racconta di rezdòre costrette a restare in casa per il freddo, preparando polenta condita con sughi di uccelletti in umido, catturati grazie al gelo che rendeva gli animali più vulnerabili. Anche nelle Marche il freddo ha una risposta chiara a tavola, come recita un proverbio dialettale: pane, polenta, carne di maiale e fuoco acceso senza risparmio, possibilmente davanti al camino.</p>



<p>In Liguria, invece, la fine di gennaio profuma di ceci in zimino, cucinati con bietole e un soffritto aromatico, mentre in Toscana i giorni della merla sono l’occasione giusta per fagioli al fiasco o all’uccelletto. In Umbria, infine, il 29 gennaio coincide con la festa di San Costanzo e porta sulle tavole il torcolo, un dolce semplice a forma di ciambella che chiude simbolicamente il periodo più freddo dell’anno.</p>



<p>Così, tra racconti, superstizioni e piatti della tradizione, i giorni della merla continuano a essere un appuntamento fisso dell’inverno italiano, capace di trasformare il gelo in un patrimonio culturale condiviso.</p>
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