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	<title>Food - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 18 Sep 2026 10:18:34 +0000</lastBuildDate>
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		<title>«La fiducia è un&#8217;infrastruttura invisibile: senza, il mercato costa di più». Parla Ferrarese (CSQA)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 10:17:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Asimmetrie informative, costi di transazione, accesso ai mercati. Perché la certificazione è diventata un fattore di produttività — dall'agroalimentare all'intelligenza artificiale. Conversazione con Maria Chiara Ferrarese.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista )</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">In economia si parla molto di fiducia come «asset». Ma quanto vale, concretamente, per un mercato? Maria Chiara Ferrarese, direttrice generale e amministratrice delegata di CSQA<em>,</em> non ha dubbi: «Vale moltissimo, anche se non compare a bilancio». Il ragionamento parte da un principio elementare: un mercato funziona quando chi compra si fida delle informazioni di chi vende — dei contratti, delle dichiarazioni, delle etichette. «Quando questa fiducia manca, tutto diventa più caro: servono più controlli, più garanzie, più tempo, più contenzioso». Gli economisti hanno un nome per questo squilibrio, l&#8217;asimmetria informativa: il venditore sa cose che il compratore ignora, e quella distanza ha un costo. È qui che entra in gioco la certificazione. «Introduce regole condivise, controlli indipendenti ed evidenze verificabili, e rende gli scambi più rapidi e le relazioni economiche più efficienti. La fiducia, in altre parole, è un fattore di produttività e competitività».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta il fatto che molti imprenditori la vivono ancora come un costo, o come un mero adempimento. È davvero un investimento? «Il valore si comprende quando si esce da questa logica», risponde. La certificazione ha un costo, certo, come la sicurezza, la formazione o l&#8217;innovazione. «Ma la vera domanda è un&#8217;altra: quanto costa non avere i processi sotto controllo? Quanto costano un richiamo di prodotto, una frode, un contenzioso, la perdita di fiducia del mercato?». Rende più robusti i processi, dimostra la conformità ai clienti, facilita l&#8217;accesso ai mercati e risponde alle richieste di banche, investitori e grandi committenti: «non crea valore perché aggiunge un marchio, ma perché riduce l&#8217;incertezza e aumenta la fiducia. E la fiducia è uno degli asset economici più importanti di qualsiasi impresa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può allora parlare di una vera infrastruttura economica del mercato? «È un&#8217;infrastruttura invisibile, come le regole contabili o gli standard tecnici». Riduce le asimmetrie tra chi produce e chi acquista, abbassa i costi, facilita gli scambi. E il perimetro si allarga: «Non riguarda più solo l&#8217;agroalimentare o il manifatturiero. È entrata nella sostenibilità, nella cybersicurezza, nei servizi digitali e sempre più nell&#8217;intelligenza artificiale. Ovunque ci sia una promessa da verificare, c&#8217;è un&#8217;infrastruttura di fiducia che aiuta il mercato a funzionare meglio».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quanto costa a un&#8217;impresa non avere i processi sotto controllo? Un processo fuori controllo prima o poi si traduce in un difetto, in una non conformità, in un reclamo. E i costi non sono solo diretti (il richiamo, la rilavorazione, la sanzione) ma soprattutto indiretti: il danno reputazionale, la perdita di un cliente strategico, l&#8217;esclusione da una gara o da una filiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi la dimensione dell&#8217;accesso: ai mercati, alle banche, agli investitori. «Oggi la competitività non si gioca soltanto sul prezzo o sulla qualità del prodotto, ma sulla capacità di dimostrare affidabilità, trasparenza e responsabilità». Un&#8217;evidenza verificata da terzi, spiega, è la lingua con cui l&#8217;impresa parla a interlocutori che non la conoscono: un grande committente che deve qualificare un fornitore, una banca che valuta il rischio, un investitore attento ai criteri ambientali e di governance. «Sempre più spesso la certificazione è la precondizione per entrare in un mercato regolamentato o in una catena di fornitura. Non è un ornamento: è un requisito di accesso, e quindi un fattore di opportunità economica».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché serve una terza parte indipendente? «Perché nessuno può essere arbitro di sé stesso». Le aziende possono dichiarare, e spesso la normativa lo consente, ma per offrire al mercato una garanzia più forte serve un soggetto terzo. «Chi produce, chi vende e chi compra ha interessi diversi: se il controllo lo facesse solo chi ha un interesse economico nel risultato, la fiducia sarebbe più debole». Vale come per il bilancio, più credibile se verificato da un revisore, o per un esame, affidato a una commissione e non all&#8217;autovalutazione. «L&#8217;indipendenza rafforza la credibilità del giudizio. E la credibilità, sul mercato, si traduce in valore».</p>
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		<title>Cucina italiana Patrimonio UNESCO: i primi effetti economici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 08:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In soli 8 mesi il riconoscimento è già diventato una leva di promozione internazionale. E i primi dati sul turismo enogastronomico suggeriscono che le previsioni di crescita non erano trionfalistiche.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">In soli 8 mesi il riconoscimento è già diventato una leva di promozione internazionale. E i primi dati sul turismo enogastronomico suggeriscono che le previsioni di crescita non erano trionfalistiche.<br><br>Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, l’UNESCO ha iscritto la cucina italiana nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Oggi, a distanza di pochi mesi, la domanda non è più soltanto quanto valga il titolo, ma se abbia cominciato a produrre effetti. La risposta è incoraggiante: i primi segnali disponibili vanno nella direzione delle previsioni formulate prima del riconoscimento, soprattutto sul fronte della promozione internazionale e del turismo enogastronomico.<br>Il primo dato concreto arriva dal 2° Rapporto Turismo DOP, pubblicato il 31 marzo da Fondazione Qualivita, Origin Italia e CSQA con il supporto del MASAF. Nel 2025 sono state censite 667 attività di turismo legate ai prodotti DOP e IGP, con un aumento del 12% rispetto al 2024. Gli eventi sono stati 292, in crescita del 26%, e 60 erano prime edizioni. Il primo segnale di un sistema che sta trasformando la valorizzazione del patrimonio alimentare in attività concrete: eventi, degustazioni, festival, esperienze territoriali. E il rapporto indica che il riconoscimento della cucina italiana è diventato un riferimento per questa evoluzione.<br><br>Il secondo segnale è istituzionale. Il Forum Internazionale della Cucina Italiana, tenutosi a maggio, ha presentato il riconoscimento come una leva di sviluppo e promozione internazionale. È il passaggio dalla candidatura alla strategia ex post. La cucina non viene più raccontata soltanto come identità nazionale, ma come patrimonio capace di generare valore per territori, imprese e produzioni.<br>Il terzo segnale è reputazionale. A giugno lo chef Antonino Cannavacciuolo ha rese note numerose richieste internazionali per raccontare la cucina italiana dopo il riconoscimento. Non è ancora un dato di fatturato, ma è un segnale di attenzione che può tradursi in eventi, collaborazioni e nuove occasioni di promozione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il precedente</strong><br>La ricerca della Cattedra UNESCO dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, avviata nel 2023, offre il primo elemento quantitativo utile a leggere questi segnali. Le prime risultanze, relative al periodo 2023-2024, confrontano siti culturali UNESCO con siti simili privi di riconoscimento: gli arrivi turistici sono cresciuti del 7,39% nei primi, contro una diminuzione del 3,26% nei secondi; le presenze sono aumentate del 14,87%, contro il 2,5%.<br>E&#8217; un precedente che rende credibile l’ipotesi di un ritorno economico. Lo studio suggerisce che il riconoscimento possa rafforzare attrattività, produzioni locali e lavoro. La cucina italiana, però, ha una particolarità: non è un singolo luogo da visitare, ma una rete di territori, pratiche e filiere. È proprio questa diffusione a rendere potenzialmente più ampio il beneficio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le previsioni</strong><br>La stima più precisa è quella del CST per Fiepet-Confesercenti, diffusa nel dicembre 2025. Il riconoscimento potrebbe aumentare le presenze turistiche straniere del 6-8% nei primi due anni, con circa 18 milioni di pernottamenti aggiuntivi. Per i 5 anni successivi, lo scenario indicato era una crescita del 2-3%. Il rapporto Turismo DOP mostra che la filiera dell’esperienza enogastronomica si sta ampliando; il Forum di maggio conferma che il riconoscimento viene utilizzato come strumento di promozione; le testimonianze degli operatori segnalano una maggiore attenzione internazionale. Non è ancora possibile dire che quei 18 milioni siano arrivati, ma è già possibile dire che il meccanismo previsto dalle stime si è messo in moto.<br>La stessa analisi partiva da una base economica molto forte: nel 2024 i visitatori stranieri avevano speso 12,08 miliardi di euro in ristoranti, bar e pubblici esercizi italiani. Il riconoscimento non ha creato questo mercato, ma può contribuire a farlo crescere, soprattutto se riesce a spostare domanda verso territori e produzioni meno conosciuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il racconto internazionale</strong><br>La stampa internazionale ha colto subito il valore della notizia. Reuters, il 10 dicembre, ha raccontato il riconoscimento come una vittoria culturale e diplomatica, sottolineando il suo possibile impatto sul turismo e sul settore agroalimentare. L’agenzia ha ricordato anche la stima di una crescita turistica fino all’8% e i precedenti della pizza napoletana e di Pantelleria.<br>The Guardian ha sottolineato la portata storica del riconoscimento: per la prima volta una cucina nazionale nel suo insieme entrava nella lista UNESCO, non soltanto una singola tradizione o ricetta. È un elemento importante anche economicamente, perché amplia il racconto dall’icona gastronomica al patrimonio diffuso.<br><br>Il Washington Post ha scelto una chiave ironica, “Bragging rights for Italy”, il diritto di vantarsi. Ma dietro l’ironia c’è un dato reale: il riconoscimento ha rafforzato il posizionamento internazionale dell’Italia come Paese della cultura e dell’esperienza.<br>AP ha insistito sui rituali della cucina: il pranzo domenicale, la trasmissione delle ricette, il mangiare insieme. È una lettura coerente con il significato UNESCO e con il potenziale economico di un turismo che cerca esperienze, non soltanto prodotti.<br>Semafor ha invece messo in evidenza il lato economico e geopolitico: Roma spera che il riconoscimento aiuti il turismo e la lotta contro le imitazioni gastronomiche. È il tema del soft power italiano: una reputazione culturale che può sostenere esportazioni, attrattività e capacità di promozione.<br><br><strong>Il valore non è soltanto nel piatto, ma nel territorio</strong><br>La parte più interessante delle previsioni è forse quella meno spettacolare: il riconoscimento può aiutare a distribuire la domanda. Il turista che arriva in Italia per la cucina non cerca soltanto Roma, Firenze o Venezia; può essere interessato a un territorio, a un prodotto, a una tradizione, a un laboratorio, a un ristorante di provincia.<br><br>Il 2° Rapporto Turismo DOP mostra proprio questa direzione: le attività crescono in 16 regioni su 20, con Veneto, Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte ai vertici. È una dinamica che suggerisce come il turismo enogastronomico possa essere una leva di sviluppo anche per realtà più piccole. La ricerca Unitelma, inoltre, indica che i riconoscimenti UNESCO possono avere effetti sulle produzioni locali e sul lavoro. È il motivo per cui la cucina italiana può essere considerata una candidatura economica oltre che culturale: il valore non è soltanto nel piatto servito, ma nella filiera che lo rende possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il punto politico</strong><br>Oggi serve trasformare il riconoscimento in politica economica La notizia del 10 dicembre è stata un successo. I primi mesi mostrano che il successo non è rimasto soltanto simbolico. Ma proprio perché i segnali sono positivi, il passaggio successivo deve essere ambizioso: misurare, accompagnare e amplificare gli effetti. Il riconoscimento può diventare una piattaforma per promuovere territori, formazione, prodotti DOP e IGP, ristorazione di qualità e turismo esperienziale. Può anche aiutare a rafforzare la protezione delle produzioni italiane e la loro riconoscibilità sui mercati internazionali. Reuters ha stimato che il settore agroalimentare italiano vale circa il 15% del PIL e che le imitazioni costano al Paese cifre molto elevate: il marchio UNESCO può contribuire a rafforzare il valore della reputazione italiana. La conclusione, dunque, non è che il boom sia già arrivato. È più interessante: i primi segnali sono coerenti con il boom previsto. La crescita delle iniziative DOP, l’attenzione internazionale, la strategia istituzionale e i precedenti economici dei riconoscimenti UNESCO indicano che il riconoscimento sta cominciando a funzionare come leva di attrattività. Il conto definitivo arriverà con i dati su arrivi, presenze, fatturato, occupazione ed export. Ma intanto la cucina italiana ha già fatto il primo passo: da patrimonio riconosciuto a patrimonio valorizzato. E, per un Paese che ha costruito una parte importante della propria forza economica sulla cultura, è un passaggio tutt’altro che secondario.</p>
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		<title>Vinitaly porta il vino calabrese sotto i riflettori: doppio appuntamento tra Sibari e Reggio Calabria</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/food/vinitaly-calabria-sibari-reggio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 10:40:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vinitaly and the City debutta in Calabria con un doppio appuntamento tra Sibari e Reggio Calabria. In vetrina 2.000 etichette e 145 aziende vitivinicole.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La Calabria si prepara a ospitare per la prima volta una tappa di <strong>Vinitaly and the City</strong>, il format itinerante legato al celebre salone internazionale del vino di Verona. Dal 17 al 19 luglio la manifestazione farà tappa tra il Parco archeologico di Sibari e il lungomare Falcomatà di Reggio Calabria, con l&#8217;obiettivo di valorizzare le produzioni vitivinicole regionali e promuovere il territorio attraverso le sue eccellenze enologiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa nasce dalla collaborazione tra la Regione Calabria, Veronafiere e numerosi enti locali. Complessivamente saranno protagoniste circa duemila etichette presentate da 145 aziende, in rappresentanza di 98 produttori vinicoli e 47 imprese del comparto liquoristico e dei distillati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La presentazione dell&#8217;evento si è svolta nella Sala dei Mappamondi di Montecitorio, alla presenza del presidente della Regione Calabria <strong>Roberto Occhiuto</strong>, del presidente di Veronafiere <strong>Federico Bricolo</strong>, dell&#8217;assessore regionale all&#8217;Agricoltura Gianluca Gallo, del direttore del Parco archeologico di Sibari Filippo Demma e del ministro dell&#8217;Agricoltura Francesco Lollobrigida. All&#8217;incontro hanno preso parte anche parlamentari e amministratori locali coinvolti nell&#8217;organizzazione della manifestazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Roberto Occhiuto, l&#8217;arrivo di Vinitaly rappresenta un riconoscimento del percorso intrapreso dalla Calabria nella promozione delle proprie produzioni di qualità. Il governatore ha sottolineato come il vino sia diventato uno strumento di valorizzazione dell&#8217;identità regionale e di promozione economica, ricordando anche alcuni indicatori positivi registrati negli ultimi anni, tra cui la crescita dell&#8217;occupazione e del Pil regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Occhiuto, la Regione ha scelto di investire con decisione sul comparto vitivinicolo trasformandolo in un elemento strategico di marketing territoriale. L&#8217;obiettivo è consolidare l&#8217;immagine della Calabria come terra di eccellenze, capace di competere sui mercati internazionali e di attrarre nuovi investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il presidente di Veronafiere Federico Bricolo ha evidenziato il valore dell&#8217;iniziativa, spiegando che Vinitaly and the City vuole raccontare le migliori espressioni del patrimonio enologico italiano direttamente nei territori che lo producono. La scelta della Calabria, ha osservato, testimonia la crescita qualitativa raggiunta dalle sue aziende e il crescente interesse verso una regione che punta a rafforzare il proprio posizionamento nel panorama vitivinicolo nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente dell&#8217;Agenzia ICE, Matteo Zoppas, ha infine ricordato come il vino rappresenti uno dei principali ambasciatori del Made in Italy nel mondo. Manifestazioni come quella calabrese, ha spiegato, contribuiscono ad accrescere la visibilità internazionale delle imprese e ad aprire nuove opportunità sui mercati esteri, sostenendo un settore che continua a rappresentare uno dei punti di forza dell&#8217;export agroalimentare italiano.</p>
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		<title>Spreco alimentare, entro il 2030 costerà 510 miliardi: le strategie per ridurre le perdite nella filiera</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/food/spreco-alimentare-2030-510-miliardi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 21:41:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spreco alimentare continua a rappresentare una delle principali criticità economiche e ambientali del sistema agroalimentare mondiale. Secondo le più recenti stime, entro il 2030...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/spreco-alimentare-2030-510-miliardi/">Spreco alimentare, entro il 2030 costerà 510 miliardi: le strategie per ridurre le perdite nella filiera</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Lo spreco alimentare continua a rappresentare una delle principali criticità economiche e ambientali del sistema agroalimentare mondiale. Secondo le più recenti stime, entro il 2030 i ricavi persi lungo l&#8217;intera catena di approvvigionamento del retail raggiungeranno i 510 miliardi di euro, con un incremento del 10% rispetto al 2026. Un fenomeno che incide per il 33% sui ricavi della distribuzione e che, nella maggior parte dei casi, nasce ben prima che il cibo arrivi sulle tavole dei consumatori.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">In occasione della Giornata Mondiale della Gastronomia Sostenibile, l&#8217;attenzione torna a concentrarsi sulle inefficienze che caratterizzano la filiera alimentare. Ogni prodotto sprecato comporta infatti anche la dispersione delle risorse impiegate per produrlo, dall&#8217;acqua all&#8217;energia, passando per il suolo e la logistica.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">I dati elaborati nell&#8217;ambito del World Economic Forum evidenziano come i costi legati allo spreco alimentare equivalgano a un terzo dei ricavi della supply chain del retail, dalla fase successiva alla produzione agricola fino agli scaffali dei punti vendita. Il 64% dei dirigenti del settore dichiara inoltre che tali costi sono aumentati negli ultimi tre anni, soprattutto in Paesi come Stati Uniti, India e Regno Unito.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Le previsioni indicano una crescita del valore economico degli sprechi del 9,43% tra il 2026 e il 2030, passando da 466 a 510 miliardi di euro di valore aggiunto perso, con un tasso medio annuo del 2,28%. A trainare questa tendenza saranno soprattutto i comparti della carne, dell&#8217;ortofrutta e dei prodotti da forno. Una dimensione che assume contorni ancora più significativi se confrontata con le stime sulla fame nel mondo: il valore degli sprechi equivale infatti a circa la metà delle risorse necessarie per sfamare i 673 milioni di persone che, secondo le previsioni, hanno sofferto la fame nel 2025. Nell&#8217;Unione europea, invece, ogni cittadino produce mediamente 129 chilogrammi di spreco alimentare all&#8217;anno, per un totale vicino ai 60 milioni di tonnellate.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Sul fronte normativo, il Parlamento europeo ha approvato nel settembre 2025 la Direttiva UE 2025/1892, introducendo per la prima volta obiettivi vincolanti di riduzione degli sprechi alimentari entro il 2030. Le imprese saranno chiamate a diminuire del 10% le perdite generate nelle attività di trasformazione e produzione rispetto alla media del triennio 2021-2023. Una sfida destinata ad assumere un peso crescente considerando che la popolazione mondiale potrebbe sfiorare i 10 miliardi di persone entro il 2050.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Tra le risposte individuate dagli operatori del settore c&#8217;è la mangimistica circolare, che permette di recuperare surplus produttivi, eccedenze ed ex prodotti alimentari trasformandoli in materie destinate all&#8217;alimentazione animale anziché allo smaltimento. Regardia, realtà italiana attiva nella circular economy, ha sviluppato un modello industriale fondato proprio sul recupero delle eccedenze agroindustriali, valorizzandole sia nella mangimistica sia nella produzione di energia attraverso la digestione anaerobica.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">«Quando si parla di spreco alimentare, l&#8217;attenzione si concentra quasi sempre sul consumatore finale. In realtà una quota importante delle perdite nasce molto prima, all&#8217;interno dei processi produttivi e distributivi. La vera sfida è evitare che prodotti ancora ricchi di valore nutrizionale vengano trattati come rifiuti», afferma Paolo Fabbricatore, Group CEO di Regardia.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Secondo gli esperti dell&#8217;azienda, la riduzione degli sprechi passa attraverso un insieme di soluzioni già disponibili. Tra queste figurano il recupero delle eccedenze lungo la filiera prima che diventino rifiuti, la trasformazione di pane, pasta, snack e altri ex prodotti alimentari in ingredienti per l&#8217;alimentazione animale, l&#8217;utilizzo di sistemi digitali e analisi predittive per migliorare la pianificazione della produzione e della distribuzione, oltre alla valorizzazione energetica degli scarti non recuperabili mediante biogas e bioenergia. Un contributo importante arriva anche dai nuovi sistemi di packaging intelligente, capaci di prolungare la conservazione dei prodotti, dall&#8217;adozione di modelli di economia circolare che trasformano sottoprodotti e residui in nuove materie prime e dal recupero dell&#8217;ortofrutta fuori standard, destinata all&#8217;industria della trasformazione invece che allo smaltimento.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">«Attraverso la mangimistica circolare possiamo mantenere queste risorse all&#8217;interno del sistema economico, riducendo lo smaltimento e preservando le materie prime già impiegate. La sostenibilità non si misura soltanto da quanto spreco riusciamo a evitare, ma da quanto valore siamo capaci di recuperare: è qui che la circolarità diventa una leva industriale concreta», conclude Fabbricatore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/spreco-alimentare-2030-510-miliardi/">Spreco alimentare, entro il 2030 costerà 510 miliardi: le strategie per ridurre le perdite nella filiera</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>La città italiana con più ristoranti pro capite non è Roma</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/food/citta-italiana-piu-ristoranti-pro-capite-savona/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 13:04:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo i dati del Sole 24 Ore, Savona è la città con il maggior numero di ristoranti in rapporto agli abitanti. Roma guida invece la classifica in valore assoluto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un filo sottile che attraversa la cultura italiana da Nord a Sud, e passa invariabilmente per la tavola. Mangiare in Italia non è un&#8217;azione neutrale: è un rito collettivo che porta con sé affetti, memoria, appartenenza. Un&#8217;identità così strutturata da essere stata ufficialmente riconosciuta dall&#8217;UNESCO come Patrimonio culturale immateriale dell&#8217;umanità. Non sorprende, in questo quadro, che il Paese sia letteralmente punteggiato di trattorie, osterie e ristoranti capaci di raccontare un territorio attraverso un piatto. La ricchezza dei prodotti locali, la profondità delle tradizioni gastronomiche e la pressione del turismo hanno costruito nel tempo un&#8217;offerta di ristorazione senza paragoni in Europa. Eppure, dentro questa abbondanza diffusa, c&#8217;è una città che emerge su tutte. E no, non è quella che ci si aspetterebbe.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La risposta che nessuno si aspetta</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni anno Il Sole 24 Ore pubblica la propria classifica della qualità della vita nelle città italiane, articolata su decine di indicatori che spaziano dall&#8217;economia ai servizi, dalla sanità alla cultura e al tempo libero. È proprio in quest&#8217;ultima categoria che si nasconde un dato rivelatore. Incrociando le cifre, emerge che la città con la concentrazione più alta di ristoranti rispetto alla popolazione residente non è Roma, non è Milano, non è Bologna. È Savona. La città ligure registra il rapporto più elevato tra punti ristoro e abitanti di tutta Italia, un primato che non dipende da un exploit occasionale ma da una serie di condizioni strutturali: un flusso turistico che non conosce stagione, favorito da un clima mite per buona parte dell&#8217;anno, e una vocazione all&#8217;accoglienza radicata nel territorio. Vale la pena precisare, per evitare equivoci, che il dato misura la densità di ristoranti rispetto alla popolazione, non il numero assoluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primato di Savona non è nemmeno una novità dell&#8217;ultima classifica. I dati storici raccontano una storia coerente: nel 2021 la città era già prima per i ristoranti e seconda per i bar, nel 2022 si piazzava al sesto posto nella più ampia categoria cultura e tempo libero. Una costanza che parla di un ecosistema gastronomico genuinamente radicato, non di una fiammata statistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi invece domina quando si guarda al numero assoluto è Roma, che su circa 400mila punti ristoro censiti in tutto il Paese ne raccoglie quasi 20mila. Un primato che ha la stazza di una capitale, ma che in termini relativi racconta una storia diversa da quella di una piccola città ligure affacciata sul mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>TUTTOFOOD 2026, record di presenze per il Made in Italy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 12:29:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>TUTTOFOOD 2026 chiude con 123mila presenze e un +30%. Fiere di Parma consolida l'Italia come hub globale dell'agroalimentare di qualità.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con 123mila presenze in quattro giorni, di cui 27mila dall&#8217;estero, e un incremento del 30% rispetto all&#8217;edizione precedente, TUTTOFOOD 2026 si chiude con numeri che segnano una svolta per la fiera agroalimentare italiana. La manifestazione, organizzata per il secondo anno da Fiere di Parma negli spazi di Fiera Milano, ha occupato 10 padiglioni e 82.000 metri quadrati netti di superficie espositiva sold out, riunendo 5.000 brand – il 30% dei quali esteri, in crescita del 20% – e 4.000 top buyer internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato nasce da un&#8217;alleanza di sistema tra Fiere di Parma e Fiera Milano, con il coinvolgimento di Koelnmesse, organizzatore di Anuga di Colonia, la più importante manifestazione mondiale del settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«I numeri confermano che abbiamo coperto uno spazio inspiegabilmente ancora libero, realizzando in Italia un evento di portata internazionale per l&#8217;agroalimentare del tutto nuovo», afferma Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma. «Ogni anno, grazie all&#8217;alternanza strategica tra Cibus e Tuttofood, metteremo a disposizione del Made in Italy un palcoscenico e un hub globale per affermarsi ulteriormente, coerentemente con il prestigio e la rilevanza internazionale che il cibo e la cucina italiana hanno nel mondo.»</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il contesto: un settore che regge</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La crescita della fiera assume un valore ancora più significativo perché avviene in una fase segnata da tensioni geopolitiche, dazi, pressione sui costi energetici e volatilità delle materie prime. In questo scenario, il food si conferma uno dei comparti più solidi dell&#8217;economia italiana: nel 2025 le esportazioni di beni alimentari hanno raggiunto 72,4 miliardi di euro, in aumento del 4,9% rispetto all&#8217;anno precedente. Sul fronte industriale, secondo Federalimentare, il fatturato del comparto ha toccato 204 miliardi di euro, con una crescita del 3,6%.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Made in Italy visto dai buyer</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I buyer internazionali presenti – provenienti da Stati Uniti, America Latina, Asia, Golfo Persico e da diversi paesi europei, Francia inclusa – hanno descritto la cucina italiana come punto di riferimento continentale per il segmento premium e gourmet. Nella testimonianza di un importante buyer europeo, circa il 70% del business ristorativo della sua insegna ruota attorno a prodotti italiani, a riprova che la cucina italiana è ormai strutturale nell&#8217;offerta horeca internazionale. Per operatori come Cencosud in America Latina e City Super Group di Hong Kong, l&#8217;Italia rappresenta addirittura il principale mercato europeo di sourcing alimentare. Le categorie più citate come insostituibili vanno dall&#8217;olio d&#8217;oliva all&#8217;aceto balsamico, dalla farina e la pasta fino ai biscotti e al cioccolato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un elemento ricorrente nelle valutazioni dei buyer è che il cibo italiano non viene percepito soltanto come classico o tradizionale, ma come capace di innovare e anticipare i trend. Il Made in Italy non è «heritage» immobile, ma un elemento vivo e contemporaneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Innovazione e solidarietà</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte delle startup, Ben Costantini di Sesamers – società francese che ha portato in fiera nuove imprese da sette paesi, attive in piattaforme software, bevande funzionali, salse artigianali e macchinari per la trasformazione – ha descritto TUTTOFOOD come «il luogo in cui la prossima generazione di innovatori del settore alimentare trova il proprio mercato».</p>



<p class="wp-block-paragraph">A chiusura della manifestazione, il Banco Alimentare della Lombardia ha raccolto circa 25 tonnellate di cibo donate da oltre 600 aziende espositrici, destinate a più di mille organizzazioni partner territoriali a beneficio di oltre 200.000 persone in difficoltà.</p>
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		<title>Wine to Asia, quarta edizione: l&#8217;Italia del vino a Shenzhen</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/food/wine-to-asia-quarta-edizione-litalia-del-vino-a-shenzhen/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 08:25:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Shenzhen al Sud-Est asiatico. La 4a edizione di Wine To Asia, manifestazione realizzata da Veronafiere Asia Ltd inaugurata ieri al Futian center della metropoli cinese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Da Shenzhen al Sud-Est asiatico. La 4<strong><sup>a</sup></strong> edizione di Wine To Asia, manifestazione realizzata da Veronafiere Asia Ltd inaugurata ieri al Futian center della metropoli cinese, guarda ai mercati emergenti dell’area come leva strategica per la crescita internazionale del settore wine&amp;spirits e dell’olio extravergine di oliva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fino al 16 maggio sono oltre 400 gli espositori presenti, provenienti da più di 20 Paesi. Tra questi anche la delegazione italiana composta da 50 aziende di Piemonte, Veneto, Toscana e Puglia, promossa in collaborazione con ITA-Italian Trade Agency. Attesi circa 15mila operatori professionali da Singapore, Thailandia, Corea del Sud, Vietnam, Indonesia, Taiwan e dall’area di Hong Kong e Macao, grazie a una mirata campagna di incoming specificamente rivolta a buyer, operatori horeca e ai principali importatori dell’area asiatica come Zefiro, KC, All in Wine, GVS, Globally e Green Magnolia, già accreditati. Secondo le analisi dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, i buyer asiatici dovrebbero tornare ad acquistare con un aumento previsto degli ordini di vino dello 0,5% annuo da qui al 2029.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Wine To Asia rappresenta oggi il punto di riferimento per il mercato cinese e dei principali paesi del Sud-Est asiatico, aree oggi decisive per le prospettive di crescita del vino made in Italy. La manifestazione rientra nel programma internazionale sviluppato da Veronafiere con il brand Vinitaly, in questi giorni anche in Brasile con Wine South America, mentre in ottobre a New York con Vinitaly.USA per rafforzare il posizionamento delle imprese italiane sui mercati esteri, creare nuove opportunità commerciali e consolidare le relazioni con buyer e operatori qualificati, selezionati e successivamente invitati a Vinitaly a Verona», ha sottolineato il presidente di Veronafiere, <strong>Federico Bricolo</strong>, nel corso della cerimonia di apertura della rassegna che ha visto gli interventi dell’ambasciatore d’Italia in Cina, <strong>Massimo Ambrosetti</strong>, del presidente di ITA-Italian Trade Agency, <strong>Matteo Zoppas</strong>, e il saluto di <strong>Haobo Yang</strong>, vicedirettrice del CCPIT Shenzhen, il massimo organismo per il commercio del paese e dell’area metropolitana che conta quasi 80 milioni di abitanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Wine To Asia, avamposto di Vinitaly in questo mercato, si presenta con un format dinamico e contemporaneo che spazia dal vino agli spirits, dai NoLo alla mixology, affiancando al business un palinsesto di eventi e ospiti internazionali. In programma le partecipazioni di Lorenzo Antinori del Bar Leone di Hong Kong, numero uno ai World’s 50 Best Bars 2025, Ring Zhao, fondatrice del rinomato Bar Choice e curatrice dell’area Asian Tea Cocktail Bar della rassegna, Vivian di Papuwa, tra le bartender più conosciute di Chengdu, e Adrian Xu del Bar Bruma di Shenzhen. Debutta inoltre l’area dei Raw Wine, con oltre 60 produttori provenienti da 15 Paesi e la partecipazione di Isabelle Legeron MW, prima donna francese a ottenere il titolo di Master of Wine e fondatrice della community internazionale dedicata ai vini naturali, biodinamici e biologici a basso intervento. Completano il programma oltre 20 appuntamenti tra masterclass ed experience guidate dai Master of Wine Wei Xing e Pedro Ballesteros, insieme ai divulgatori JC Viens e Filippo Bartolotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Shenzhen focus anche sull’olio extravergine di oliva con SOL Expo Asia. La manifestazione della filiera dell&#8217;olio extravergine di oliva (in calendario a Veronafiere dal 28 febbraio al 2 marzo 2027) torna infatti a Wine To Asia con un’area dedicata e un cartellone di tasting no stop di 16 oli vincitori del Sol d’Oro 2026 guidati da Marino Giorgetti e da Na Xie, rispettivamente presidente e membro della giuria internazionale del concorso. Mentre fino al 17 maggio la Greater Bay Area Wine Week accompagnerà Wine To Asia con un calendario diffuso di eventi e degustazioni dedicati ad appassionati e nuovi consumatori. Il fuori salone della manifestazione coinvolgerà alcuni dei locali più trendy delle nove città della provincia del Guangdong e delle regioni di Hong Kong e Macao.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’offerta che incontra la grande attenzione verso i prodotti made in Italy da parte del consumatore cinese, come ha confermato nel suo intervento inaugurale l’ambasciatore d’Italia in Cina, <strong>Massimo Ambrosetti</strong>: «L’Italia è percepita molto positivamente in Cina, come ha confermato anche la recente riunione della Commissione mista economica italo-cinese, tenutasi in aprile con il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. È una cooperazione costruttiva e lungimirante, che ci consente di raccontare meglio il nostro Paese a un pubblico cinese in forte crescita, non solo sul piano socioeconomico ma anche culturale. C’è una grande voglia d’Italia: lo dimostrano l’aumento continuo del turismo cinese e l’attenzione crescente sui social media locali, dove i territori italiani sono sempre più conosciuti. I viaggiatori cinesi cercano esperienze autentiche, anche al di fuori dei grandi luoghi iconici, e il vino è una calamita straordinaria perché rappresenta l’eccellenza dei nostri territori. Il nostro impegno è far conoscere sempre di più questa Italia diffusa, ed è il momento giusto per farlo: la competizione è forte, ma i numeri possono essere molto importanti se si lavora nella direzione corretta. In questo senso Vinitaly, con la sua proiezione Wine to Asia, è un esempio e una storia di successo cresciuta negli anni. Per me è la terza volta qui e vedo un percorso di sviluppo continuo, con ricadute significative per i nostri settori tradizionali di interscambio».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questa ragione, la promozione diventa strategica ed è indispensabile che sia coordinata al meglio, come ha evidenziato <strong>Matteo Zoppas</strong>, presidente di ITA-Italian Trade Agency: «La Cina è un mercato strategico, anche perché si sta aprendo sempre di più e una quota crescente della sua enorme popolazione dispone oggi di una capacità di spesa adeguata all’acquisto dei nostri prodotti. Dobbiamo quindi anticipare questa fase ed essere più presenti. Wine To Asia, dove ci troviamo oggi, rappresenta un contesto dal potenziale enorme: proprio per questo abbiamo raddoppiato rispetto allo scorso anno la presenza delle aziende nella collettiva ITA. La cucina italiana è un asset fondamentale – recentemente riconosciuta Patrimonio immateriale dell’Umanità dall’Unesco – e può essere un veicolo decisivo per far conoscere il vino italiano ai consumatori locali attraverso la nostra ristorazione all’estero. Allo stesso tempo, è importante lavorare anche sugli abbinamenti con le cucine locali. Dobbiamo promuovere la cultura delle nostre etichette, perché anche le altre tradizioni gastronomiche, con accostamenti specifici, stanno iniziando ad accogliere sempre di più il prodotto italiano, non solo il vino, nei propri abbinamenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla cerimonia inaugurale della 4<sup>a</sup><sup> </sup>edizione di Wine To Asia, in programma a Shenzhen fino al 16 maggio hanno partecipato anche il console generale d’Italia di Guangzhou, <strong>Valerio De Parolis</strong>, il direttore di ICE Pechino, responsabile per la Cina e la Mongolia, <strong>Francesco Pensabene</strong>, il direttore di ICE Guangzhou, <strong>Andrea Maccanico,</strong> il presidente della Camera di Commercio Italiana in Cina, <strong>Gianni Di Giovanni</strong>, <strong>Danijel Nikolic</strong>, assistente del segretario generale al Segretariato generale della Repubblica di Serbia, <strong>Yaacov Lopez</strong>, console generale del Consolato generale di Israele a Guangzhou, <strong>Daniel Domínguez Cantu</strong>, console generale facente funzione del Consolato generale del Messico a Guangzhou, <strong>Ana Baqueriza</strong>, viceconsole del Consolato generale della Repubblica Argentina a Guangzhou, &nbsp;<strong>Andrea Myles</strong>, senior trade commissioner di Austrade e viceconsole generale, <strong>Ken Chen</strong>, specialista in marketing agricolo all’Agricultural trade office, Consolato generale degli Stati Uniti a Guangzhou, <strong>Sally Chan</strong>, segretario generale della sezione vini e distillati dell’Associazione dell’Industria alcolica della Provincia del Guangdong, <strong>Hu Guang</strong>, segretario generale della Shenzhen Liquor Association, <strong>Christopher Beros</strong>, direttore Greater China e Sud-Est Asiatico del California Wine Institute <strong>Gao Haining</strong>, vicedirettore del Yantai Convention and Exhibition Service Center.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al termine, è stato inaugurato anche il Padiglione Italia organizzato da ITA-Agenzia e nell’occasione è stato consegnato il premio <strong>Taste of Italy – Wine List Excellence di Vinitaly</strong> a <strong>Antonello Picchedda</strong>, general manager di 8 ½ Otto E Mezzo Bombana, ristorante e cocktail bar tra i più noti di Hong Kong.</p>
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		<title>Tuttofood apre a Milano: 4.000 buyer da tutto il mondo per la fiera dell&#8217;agroalimentare italiano</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/food/tuttofood-apre-milano-4000-buyer/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 13:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Seconda edizione di Tuttofood a Milano su 85mila mq e 10 padiglioni. Export a 73 miliardi, Dop economy a 900 prodotti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/tuttofood-apre-milano-4000-buyer/">Tuttofood apre a Milano: 4.000 buyer da tutto il mondo per la fiera dell’agroalimentare italiano</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Settecento miliardi di euro di valore complessivo, 73 dei quali generati dall&#8217;export, 900 prodotti certificati nella Dop economy, la cucina italiana appena entrata nel patrimonio Unesco e sullo sfondo le tensioni geopolitiche che continuano a spingere verso l&#8217;alto i prezzi delle materie prime. È in questo contesto che Tuttofood ha aperto i battenti a Milano per la sua seconda edizione, confermandosi la principale fiera dell&#8217;agroalimentare italiano. L&#8217;area espositiva si estende su 85mila metri quadrati distribuiti in 10 padiglioni, con oltre 4.000 top buyer accreditati, il 33% in più rispetto all&#8217;edizione 2025, provenienti da Europa (42%), Nord America (21%), Far East e Asean (15%), America Latina (9%), Middle East (6%) e resto del mondo (7%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La manifestazione, che ha raccolto il testimone di Cibus di Parma, si snoda in un percorso ideale tra i padiglioni: dai Dairy Products del pad. 1 si passa a Meat, Proteins &amp; Cured Meat nei pad. 3 e 4, al Grocery nei pad. 7, 5 e 10, fino al pad. 6 che ospita la Italian Specialty Selection e la Mixology Experience, area dedicata ai grandi produttori di acque, soft drink e bevande alcoliche con nuove modalità di presentazione ispirate al beverage pairing. Il percorso continua con Deli, Frozen &amp; Seafood nei pad. 2 e 4 – dove trova spazio anche Tutto Fruit &amp; Veg, l&#8217;area del fresco dedicata ai prodotti ortofrutticoli freschi e processati – e si chiude con Bakery &amp; Snacks al pad. 8 e Confectionery &amp; Coffee al pad. 12.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fare da cornice alla fiera, i dati di un&#8217;analisi Coldiretti su dati dell&#8217;Osservatorio Immagino Gs1 Italy che fotografa un cambio di passo nelle preferenze dei consumatori. Il cosiddetto paniere dell&#8217;italianità – prodotti con marchi, bandiere e diciture che richiamano l&#8217;origine nazionale – rappresenta ormai quasi il 30% dei prodotti agroalimentari sugli scaffali della grande distribuzione. La bandiera italiana, la scritta «prodotto in Italia» e l&#8217;etichetta di origine 100% italiana sono il primo elemento di richiamo rispetto a qualsiasi altro claim presente nella Gdo. A confermare la tendenza, l&#8217;ultimo rapporto Censis-Coldiretti: il 91% dei consumatori italiani chiede trasparenza su ciò che porta in tavola ogni giorno, ritenendo l&#8217;origine obbligatoria in etichetta l&#8217;unico strumento per compiere scelte consapevoli su economia, salute e qualità. Al cibo anonimo, la grande maggioranza degli italiani preferisce alimenti con un&#8217;identità chiara e legata al territorio.</p>
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		<title>Vinitaly 2026, il bivio del vino italiano: leader nei volumi, outsider nel valore</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/food/vinitaly-2026-il-bivio-del-vino-italiano-leader-nei-volumi-outsider-nel-valore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 13:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è chiuso il Vinitaly e il vino italiano genera 45 miliardi ma l'export frena. Sfida decisiva: vendere meno ma a prezzi più alti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/vinitaly-2026-il-bivio-del-vino-italiano-leader-nei-volumi-outsider-nel-valore/">Vinitaly 2026, il bivio del vino italiano: leader nei volumi, outsider nel valore</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Un’Italia da bere. C’è una fotografia plastica che restituisce il senso del Vinitaly 2026: migliaia di aziende (4mila espositori), buyer da tutto il mondo (oltre 70 Paesi) e un comparto che continua a muovere decine di miliardi, ma che oggi si trova davanti a un passaggio strategico cruciale. A Verona non si è celebrato semplicemente il vino italiano. Si misura, anno dopo anno, la capacità del Made in Italy vitivinicolo di restare competitivo in un mercato globale che sta cambiando pelle. Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, nel 2025 il <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/vinitaly-2026-chiude-90-mila-presenze/">settore</a> ha generato circa 14 miliardi di euro di fatturato diretto, coinvolgendo oltre 530mila imprese e 870mila occupati. Quattro le regioni che superano la quota del 10% del fatturato totale: Veneto (23%), Puglia (13%), Piemonte (10%) e Toscana (10%). Se si considera l’intera filiera, il valore supera i 45 miliardi di euro, pari a circa il 2% del PIL: un pilastro industriale a tutti gli effetti. Il cuore economico del comparto resta l’export, ed è proprio qui che emergono le prime crepe. Nel 2025 le esportazioni si sono fermate a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% rispetto al 2024, con volumi scesi a 21 milioni di ettolitri. Non si tratta di un crollo, ma di un segnale chiaro: il ciclo espansivo degli ultimi anni si è interrotto. A pesare sono stati il rallentamento dell’economia globale, la volatilità dei cambi e una domanda più debole nei mercati chiave, a partire dagli Stati Uniti. Eppure, nel confronto internazionale, l’Italia tiene. Resta il primo esportatore mondiale in volume, davanti a Francia e Spagna. Il problema, però, non è la quantità. È il valore. Ed è qui che emerge il vero nodo strutturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia continua a vendere più vino di tutti, ma incassa meno della Francia, che supera gli 11 miliardi di euro di export con volumi inferiori. È il paradosso di un modello ancora troppo legato ai volumi: prezzi medi più bassi, margini più compressi e maggiore esposizione alle fluttuazioni della domanda globale. In un contesto in cui i consumi mondiali rallentano e si orientano sempre più verso prodotti premium, questa struttura diventa un limite competitivo. Non basta più produrre bene. Bisogna vendere meglio, posizionarsi meglio, raccontarsi meglio. Non è un caso che, tra i padiglioni di Verona, il tema dominante sia proprio la trasformazione del modello di business. Le aziende italiane stanno accelerando su alcune direttrici precise: premiumizzazione dell’offerta, diversificazione verso nuovi mercati, sviluppo dell’enoturismo e investimenti in branding e distribuzione diretta. L’obiettivo è chiaro: aumentare il valore medio della bottiglia. Il settore, nel frattempo, resta solido sul piano produttivo. Nel 2025 l’Italia ha prodotto circa 44,4 milioni di ettolitri, con una superficie vitata di 670mila ettari. Ma anche qui il quadro sta cambiando. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I consumi nei mercati maturi sono in calo, le preferenze dei consumatori evolvono verso qualità, sostenibilità e identità territoriale, e i canali distributivi si stanno trasformando rapidamente. Vinitaly 2026 arriva dunque in un momento di passaggio. Le sfide sono nette: spostarsi dai volumi al valore, gestire un contesto internazionale più instabile, adattarsi a una domanda globale meno dinamica e rafforzare una filiera ancora molto frammentata. Con oltre 530mila imprese, il sistema italiano è ricco e diffuso, ma fatica a esprimere massa critica sui mercati internazionali. L’industria del vino italiano deve impegnarsi per l’obiettivo della leadership in valore. Perché il vino italiano, oggi, non deve più dimostrare di essere grande. Deve dimostrare di valere di più. Merita menzione l’iniziativa al Vinitaly di Manifatture Sigaro Toscano: con lo spazio mobile Club Amici del Toscano si celebrerà l’eccellenza artigianale italiana e il rituale del vivere lento. Naturali protagonisti i sigari come lo Stortignaccolo o l’Antico e altri, abbinati ai vini Fantini, alle selezioni dell’associazione Le Donne del Vino, fino all’Amarone Sartori e ai prodotti delle Distillerie Nonino. L’alta gamma del Made in Italy in purezza.</p>
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		<title>Vinitaly 2026 chiude con 90mila presenze: Meloni: «Il Governo al fianco»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 14:43:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vinitaly 2026 chiude con 90mila presenze e 4mila aziende. Meloni strizza l'occhio al settore. Buyer da 135 Paesi, Africa e Asia in crescita.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Si è conclusa oggi a Veronafiere la 58ª edizione di Vinitaly, con numeri che confermano la tenuta della manifestazione nonostante un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e incertezze sui mercati. Quattromila aziende espositrici, quartiere fieristico al completo e 90.000 presenze complessive, di cui il 26% proveniente da 135 Nazioni – cinque in più rispetto all&#8217;edizione precedente. L&#8217;appuntamento si è chiuso con un bilancio positivo sul fronte dell&#8217;internazionalizzazione e con una serie di segnali di fiducia da parte delle istituzioni, a partire dalla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla sua terza visita ufficiale alla manifestazione dopo il 2023 e il 2024.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Meloni a Verona: credito d&#8217;imposta e gasolio agricolo</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Accolta dal presidente di Veronafiere Federico Bricolo, dal ministro dell&#8217;Agricoltura <strong>Francesco Lollobrigida</strong>, dal ministro del Turismo <strong>Gianmarco Mazzi</strong> e dalle autorità locali, <strong>Giorgia Meloni</strong> ha visitato i <a href="https://www.vinitaly.com/verona/espositore/">padiglioni </a>nella terza giornata della fiera portando un messaggio di sostegno a un comparto che vale 14 miliardi di euro l&#8217;anno di fatturato. «Siamo nella più straordinaria vetrina di una delle espressioni più incredibili del nostro Made in Italy. Un settore che, in una situazione generale molto complessa, ha bisogno di essere sostenuto» ha detto la premier. Sul piano delle misure concrete, Meloni ha ricordato due interventi recenti: il credito di imposta riconosciuto ai produttori agricoli in proporzione all&#8217;aumento dei costi del gasolio e il divieto di aumentare il prezzo del carburante agricolo. «Stiamo cercando di dare risposte al settore che va ringraziato per la capacità che ha di stare sul mercato e di continuare a reagire nonostante le difficoltà» ha aggiunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La premier ha anche citato la crisi geopolitica in corso e il blocco dello Stretto di Hormuz come variabili che pesano non solo sui carburanti ma anche sui fertilizzanti, elemento strategico per il settore vitivinicolo. «Mi aspetto un Vinitaly resiliente, un mondo che conosce il suo valore e che chiaramente è preoccupato. E lo comprendo. Ma mi aspetto anche un mondo consapevole del fatto che la straordinarietà di quello che rappresenta è più forte di tutte le difficoltà. Io sono qui per dare il messaggio che il Governo riconosce la forza, il valore, l&#8217;impegno e cammina fianco del settore con tutti gli strumenti di cui dispone» ha concluso Meloni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Mercati esteri: Usa e Germania confermati, cresce l&#8217;Africa</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte dell&#8217;internazionalizzazione, oltre 1.000 top buyer provenienti da più di 70 Paesi sono stati selezionati e ospitati in collaborazione con ITA Agenzia. Tra i mercati consolidati si confermano Germania, Nord America, Svizzera, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Paesi Scandinavi, Polonia e Austria. Sul fronte delle aree emergenti, la top 10 dei mercati a maggior potenziale comprende Cina, Brasile, Australia, Messico, Corea del Sud, Thailandia, Repubbliche Baltiche, Serbia e Singapore. In crescita anche l&#8217;interesse dal continente africano, con Sudafrica, Tanzania, Nigeria e Angola, mentre Giappone e Vietnam si distinguono per dinamismo in Asia. Tra le novità di questa edizione figura anche l&#8217;Ucraina, con una presenza qualificata di buyer.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La fiera si afferma come un&#8217;infrastruttura a sostegno dell&#8217;internazionalizzazione del settore, capace di favorire incontri ad alto valore aggiunto e accelerare l&#8217;ingresso ai mercati esteri» ha dichiarato il presidente Bricolo. Il direttore generale vicario Gianni Bruno ha anticipato le prossime mosse: «Siamo già al lavoro per sviluppare nuove tappe di Vinitaly in Africa, Canada e Australia e raddoppieremo la presenza in Brasile, rafforzando il presidio già attivo con Wine South America».</p>



<h4 class="wp-block-heading">I padiglioni: dall&#8217;Amarone al Barolo, passando per la Sicilia</h4>



<p class="wp-block-paragraph">La struttura espositiva ha distribuito le regioni italiane in padiglioni tematici che hanno guidato gli <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/adm-vinitaly-vino-grappa-certificazione/">operatori</a> attraverso l&#8217;intera geografia enologica nazionale. Il Padiglione 1 ha ospitato l&#8217;Emilia-Romagna con Lambrusco e Sangiovese di Romagna. La Sicilia, al Padiglione 2, ha puntato sui vitigni autoctoni d&#8217;alta quota come Grillo e Nerello Mascalese. Il Padiglione 3 ha consacrato la Toscana – dal Chianti Classico al Brunello di Montalcino – come riferimento per i grandi rossi e per i collezionisti. Il Padiglione 4 ha riunito Centro Italia e Liguria, con il Verdicchio marchigiano e il Vermentino ligure. I Padiglioni 5 e 6 hanno dato voce al Veneto, dal Prosecco all&#8217;Amarone della Valpolicella. Il Padiglione 7 ha ospitato Friuli Venezia Giulia – con Friulano, Ribolla Gialla e Refosco – e il Trentino, con le bollicine del Trento DOC. Il Padiglione 8 ha messo in dialogo Sardegna e Calabria, tra Cannonau, Vermentino di Gallura e Gaglioppo. Il Padiglione 10 ha celebrato il Piemonte e i suoi grandi cru di Barolo e Barbaresco. Il Padiglione 11 ha alternato la potenza dei rossi pugliesi – Primitivo e Negramaro – alla freschezza del Pecorino abruzzese. Il Padiglione 13 ha unito Lombardia e Campania, dalla Franciacorta ai bianchi irpini. L&#8217;Area D, infine, ha ospitato Basilicata e Molise con l&#8217;Aglianico del Vulture.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Vinitaly and the City, eventi e appuntamenti istituzionali</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Il programma collaterale ha registrato 50.000 token degustazione per Vinitaly and the City, che proseguirà nel suo sviluppo itinerante: dopo la Calabria, in autunno farà tappa ad Ancona, nelle Marche. Il palinsesto complessivo ha contato quasi 100 eventi tra degustazioni e convegni, oltre a migliaia di iniziative organizzate direttamente dagli espositori. Tra le novità dell&#8217;edizione, lo sviluppo di NoLo – Vinitaly Experience, il rafforzamento di Xcellent Spirits e il consolidamento di Vinitaly Tourism. Sul piano istituzionale, alla manifestazione hanno partecipato il commissario europeo all&#8217;Agricoltura Christophe Hansen, alla sua seconda visita ufficiale, il presidente della Camera Lorenzo Fontana e diversi ministri tra cui Tajani, Urso, Mazzi – alla sua prima uscita ufficiale – Giuli e Salvini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La 59ª edizione di Vinitaly è in programma a Veronafiere dall&#8217;11 al 14 aprile 2027.</p>
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		<title>Dieta Mediterranea: il paradosso del Sud. Perché mangiare sano è diventato un lusso (soprattutto in estate)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 08:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il costo della dieta sana cresce del 20% e penalizza il Sud: tra stagionalità e distribuzione, mangiare bene diventa un lusso.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Mangiare bene fa bene alla salute, ma sempre meno al portafogli. In un’Italia che ha fatto della Dieta Mediterranea il proprio vessillo culturale e salutistico, la realtà economica sta presentando un conto salatissimo. Secondo il recente studio <em>“The economic feasibility of sustainable and healthy diets: a price-based analysis in Italy”</em>, pubblicato su <em>Quality &amp; Quantity</em>, il costo per mantenere un regime alimentare sano e sostenibile è lievitato del 20% tra il 2021 e il 2024.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca, firmata dall’Università di Pisa, della Tuscia e di Roma Tor Vergata, scatta una fotografia impietosa del potere d’acquisto degli italiani a tavola, evidenziando due variabili critiche: la stagionalità e la geografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la disponibilità di frutta e verdura fresca nei mesi caldi non abbassa i prezzi, anzi. Lo studio evidenzia che la spesa per una dieta sana tocca i suoi picchi proprio in primavera ed estate. Per un uomo adulto, il paniere &#8220;sano&#8221; supera stabilmente i <strong>200 euro mensili</strong> nei mesi caldi, contro i circa 150-160 euro dei mesi invernali. Un trend simile si riscontra per le donne adulte (da 156€ in inverno a 208€ in estate) e per gli adolescenti. L’unica eccezione riguarda i bambini piccoli, per i quali i costi aumentano in inverno a causa delle esigenze nutrizionali specifiche che richiedono prodotti meno soggetti alla stagionalità agricola standard.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato più sorprendente e socialmente allarmante riguarda però la distribuzione territoriale. Sebbene i prezzi medi e massimi siano fisiologicamente più alti al Nord (trainati dal costo della vita più elevato nelle grandi metropoli), il Sud detiene un primato negativo: <strong>i prezzi minimi sono più alti. </strong>Ciò significa che per un cittadino del Mezzogiorno che volesse risparmiando il più possibile (&#8220;cercando l&#8217;offerta&#8221;), la soglia minima di ingresso per una dieta sana è più alta rispetto a quella di un cittadino del Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cause identificate dai ricercatori sono di natura strutturale: al Sud la Grande Distribuzione Organizzata è meno capillare. La mancanza di grandi poli logistici e di una concorrenza serrata tra catene di supermercati impedisce l&#8217;abbattimento dei prezzi che invece avviene nel Settentrione grazie alle economie di scala. Inoltre, la frammentazione della rete distributiva rende più costoso portare i prodotti freschi sugli scaffali, pesando sulle tasche dei consumatori finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro che emerge è quello di una &#8220;povertà alimentare&#8221; che non riguarda solo la quantità di cibo, ma la sua qualità. Se per seguire la Dieta Mediterranea una famiglia deve affrontare rincari del 20% in tre anni, il rischio è una deriva verso regimi alimentari meno sani, basati su cibi ultra-processati, più economici ma dannosi per la salute pubblica a lungo termine. &#8220;Lo studio evidenzia l&#8217;importanza di strumenti di monitoraggio e di politiche attente alle fasce più vulnerabili&#8221;, sottolinea il professor Stefano Marchetti, dell’Università di Pisa. In un contesto di inflazione alimentare che stenta a rientrare, l&#8217;accessibilità economica a una dieta sostenibile rischia di diventare il nuovo fronte della disuguaglianza tra Nord e Sud, e tra chi può permettersi la prevenzione a tavola e chi no.</p>
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		<title>Slow Food presenta la Guida agli Extravergini 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 13:45:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Food]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Slow Food presenta la Guida agli Extravergini 2026: 766 aziende, 1.211 oli recensiti e un allarme sulla crisi dell'olivicoltura italiana. Appuntamento l'11 aprile a Torri del Benaco.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;olio extravergine di oliva italiano è un patrimonio straordinario e fragile allo stesso tempo. È questo il messaggio che attraversa la nuova Guida agli Extravergini 2026 di Slow Food Italia, curata da Francesca Baldereschi con il contributo di 125 collaboratori, che sarà presentata ufficialmente l&#8217;11 aprile a Torri del Benaco, sul lago di Garda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;edizione di quest&#8217;anno ha recensito 766 aziende e 1.211 oli – su oltre 1.500 degustati, di cui 573 certificati biologici – assegnando 244 riconoscimenti: 102 Grandi Oli e 142 Grandi Oli Slow. Cinquantuno le chiocciole, il premio riservato alle aziende che meglio incarnano i valori Slow Food. Le novità assolute sono 130, tre in più rispetto all&#8217;anno scorso, mentre gli oli del Presidio Slow Food degli olivi secolari salgono a 228. La guida segnala anche 106 aziende con ristorante e 170 con possibilità di alloggio, nella convinzione che visitare i produttori sia parte integrante di una cultura dell&#8217;olio che ancora manca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non ci limitiamo a valutare la bontà di un prodotto» sottolinea la curatrice Baldereschi. «Raccontiamo storie di famiglie, giovani imprenditori e territori difficili che trovano nell&#8217;olivo una possibilità di futuro. L&#8217;olivicoltura italiana resta un laboratorio vivo di biodiversità e resilienza, dove la qualità non è un punto di arrivo, ma un percorso quotidiano.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro i numeri, però, si nasconde una crisi profonda. Come ricorda Marco Antonucci, esperto della guida, nonostante la produzione 2025/26 sia stimata in crescita del 30% rispetto all&#8217;anno precedente, nel lungo periodo il quadro è preoccupante: negli ultimi vent&#8217;anni la produzione nazionale si è più che dimezzata. Le cause sono molteplici e si sommano: inverni sempre più miti che compromettono la fioritura, grandinate estive, un clima umido che favorisce la proliferazione di cimice e mosca olearia – quest&#8217;anno arrivate a sviluppare fino a sei generazioni – e l&#8217;abbandono progressivo degli oliveti storici, spesso sostituiti da impianti superintensivi. Questi ultimi, esclusi dalla guida, «sono la negazione della biodiversità e della sostenibilità ambientale» e non svolgono alcuna funzione antierosiva o paesaggistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia custodisce oltre 530 cultivar, un mosaico unico al mondo che è anche il cuore dell&#8217;identità gastronomica nazionale, riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell&#8217;Umanità dall&#8217;UNESCO il 10 dicembre 2025. «L&#8217;olio extravergine di oliva è il filo rosso, anzi dorato, che connota la cucina italiana» dice Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. «I produttori non vanno lasciati soli: gli areali, i muretti a secco, le terrazze, le comunità sono parte integrante di una ricchezza che percorre il territorio italiano e attraversa la nostra identità.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">La presentazione ufficiale della guida è fissata per sabato 11 aprile alle 9.30 presso il Cinema Teatro di Torri del Benaco, seguita da banchi d&#8217;assaggio sul molo De Paoli nel pomeriggio. Domenica 12 i banchi resteranno aperti dalle 10 alle 18. In programma anche sei Laboratori del Gusto, cinque dedicati all&#8217;olio e uno ai vini del lago di Garda, ad ingresso libero fino a esaurimento posti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/food/slow-food-guida-extravergini-2026/">Slow Food presenta la Guida agli Extravergini 2026</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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