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	<title>Cultura - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Wed, 29 Apr 2026 10:25:56 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Poesia in Mostra: a Roma il cuore della lirica contemporanea </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 13:23:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poesia in mostra: nella storica cornice di San Salvatore in Lauro, Casa Editrice Pagine celebra la 12ª edizione di un evento trasversale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La Capitale si conferma centro propulsore della cultura letteraria grazie alla dodicesima edizione di <strong>&#8220;Poesia in Mostra&#8221;</strong>, la manifestazione promossa da <strong>Casa Editrice Pagine</strong> che ha recentemente animato le sale del <strong>Pio Sodalizio dei Piceni</strong>. In un’atmosfera suggestiva, tra le mura di un complesso museale unico nel cuore del centro storico, 31 autori hanno dato voce ai propri mondi interiori, offrendo una panoramica variegata e profonda della poesia esordiente e contemporanea.</p>



<p>L’evento non è stato solo una presentazione editoriale, ma una vera e propria esperienza immersiva. Il format, consolidato negli anni, prevede l&#8217;esposizione delle opere in un dialogo costante con lo spazio circostante. A raccontare la filosofia dietro questa iniziativa è <strong>Letizia Lucarini</strong>, editrice di Casa Editrice Pagine: <em>&#8220;La nostra Casa Editrice è specializzata nella pubblicazione di narrativa, poesia e saggistica. Organizziamo mostre d&#8217;arte, di foto e l&#8217;ultima novità è proprio questa mostra di poeti. I nostri autori espongono un forex dove viene pubblicata la loro poesia più bella.&#8221;</em></p>



<p>Questa modalità espositiva permette al visitatore di &#8220;leggere&#8221; le pareti, trasformando la lirica in un oggetto visivo, accompagnato da un catalogo che raccoglie l&#8217;intera produzione della mostra.</p>



<p>Il volume presentato, intitolato significativamente <strong>&#8220;Poesie in Mostra&#8221;</strong>, raccoglie tre componimenti per ciascun autore. I versi hanno toccato corde universali: se da un lato emergono i temi classici dell&#8217;amore, della famiglia e della crescita personale, dall&#8217;altro la rassegna ha assunto una forte connotazione civile. Molti poeti hanno infatti rivolto lo sguardo alle ferite dei conflitti bellici attuali, invocando attraverso la scrittura un messaggio di pace e armonia tra i popoli.</p>



<p>A guidare il pubblico in questo viaggio letterario è stato il poeta contemporaneo <strong>Plinio Perilli</strong> in veste di moderatore. La presenza di uno dei maggiori poeti contemporanei del nostro Paese ha garantito un approfondimento critico di alto livello, grazie a interviste esclusive volte a far emergere le peculiarità stilistiche di ogni partecipante.</p>



<p>La scelta del Pio Sodalizio dei Piceni, nel complesso di San Salvatore in Lauro, non è stata casuale. La sede, descritta dalle stesse parole dell’editrice Lucarin come <em>&#8220;location prestigiosa, un polo museale&#8221;, ha rappresentato il luogo </em>&nbsp;ideale per ospitare eventi che puntano a dare dignità e respiro artistico alla parola scritta. In un&#8217;epoca dominata dal digitale, &#8220;Poesia in Mostra&#8221; dimostra che esiste ancora un forte desiderio di fisicità e di condivisione umana attorno alla letteratura, confermando Casa Editrice Pagine come un punto di riferimento fondamentale per chi cerca di trasformare i propri versi in un patrimonio collettivo.</p>
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		<title>INPS lancia la seconda edizione di &#8220;La Musica è una cosa meravigliosa&#8221;</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/cultura/inps-musica-concerti-orchestra-roma-tre-2026/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 11:05:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Presentata al Ministero della Cultura la stagione concertistica dell'INPS. Vittimberga: Il benessere non è solo sostenibilità economica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si è svolta questa mattina alla Sala Giovanni Spadolini del Ministero della Cultura la conferenza stampa di presentazione della seconda edizione della stagione concertistica «La Musica è una cosa meravigliosa», promossa dall&#8217;INPS in collaborazione con l&#8217;<a href="https://r3o.org/it/">Associazione Roma Tre Orchestra</a>. I concerti si terranno a Roma presso Palazzo Mazzoni, sede dell&#8217;Accademia INPS.</p>



<p>I concerti saranno eseguiti da una compagine orchestrale di oltre 60 elementi e si svolgeranno dal 25 giugno al 7 agosto. La stagione si concluderà al Teatro Palladium di Roma, con le ultime due rappresentazioni in programma il 6 e 7 agosto. Il cartellone propone un percorso che attraversa il grande repertorio sinfonico e operistico, confermando la vocazione di Roma Tre Orchestra a coniugare eccellenza artistica, divulgazione culturale e impegno sociale, in dialogo con il territorio e le sue comunità.</p>



<p>Il progetto si inserisce in una visione più ampia di welfare culturale che l&#8217;Istituto sta sviluppando accanto alla propria <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/tfr-pensioni-silenzio-assenso/">missione previdenziale</a> tradizionale. «Il benessere non è soltanto la sostenibilità economica di una vita, ma anche la possibilità di dedicarsi a ciò che la rende degna di essere vissuta», ha dichiarato la Direttrice Generale dell&#8217;INPS <strong>Valeria Vittimberga</strong>, sottolineando come l&#8217;INPS voglia essere «protagonista culturale e non solo ente previdenziale». La direttrice ha collegato esplicitamente il progetto musicale a una concezione allargata di welfare: «Il benessere non è soltanto sostenibilità economica, ma anche possibilità di elevazione personale e accesso alla bellezza».</p>



<p>Centrale nel ragionamento di Vittimberga è stato il ruolo dell&#8217;Accademia INPS, che ha sede proprio a Palazzo Mazzoni. «Negli ultimi anni ha fatto un balzo grazie a una legge che prevede non soltanto la formazione interna dei colleghi, ma anche alta formazione nei confronti della società sulle materie istituzionali», ha spiegato, indicando l&#8217;obiettivo di diffondere la cultura previdenziale e rafforzare il dialogo con i cittadini, in particolare con le nuove generazioni. La direttrice ha richiamato anche il lavoro sulla valorizzazione del patrimonio immobiliare dell&#8217;Istituto: «Abbiamo un patrimonio immobiliare molto bello, tanti palazzi storici in tutta Italia, cerchiamo di valorizzarli e renderli aperti al pubblico», spiegando come queste iniziative si inseriscano nel più ampio concetto di welfare culturale che l&#8217;INPS sta costruendo nel tempo.</p>



<p>L&#8217;assessore alla Cultura della Regione Lazio, <strong>Simona Renata Baldassarre</strong>, nel suo intervento, ha richiamato il percorso condiviso con l&#8217;orchestra universitaria e le iniziative già realizzate sul territorio regionale. «Abbiamo davvero fatto tante iniziative insieme, le più belle e importanti, mi fa piacere ricordare il Festival della musica sacra dello scorso anno che ha avuto un grande successo, con eventi in tutta la regione, e poi anche il concerto di Natale», afferma, sottolineando la continuità della collaborazione. L&#8217;assessore Baldassarre evidenzia il valore dei giovani musicisti coinvolti, definendoli «ragazzi giovani, studenti, che appartengono a un&#8217;università prestigiosa e sono bravi, sono talenti», e ribadisce l&#8217;impegno a sostenere i percorsi artistici emergenti: «Sono orgogliosa quando posso valorizzare i talenti e permettere ai giovani di andare avanti nel loro percorso artistico».</p>



<p><strong>Valerio Vicari</strong>, direttore artistico dell&#8217;Associazione Roma Tre Orchestra, ha commentato: «La musica è per le persone. La musica classica, che è il DNA di questo paese, a un certo punto è stata un po&#8217; dimenticata. Mi riferisco anche ai luoghi della cultura, ci siamo un po&#8217; chiusi nei palazzi. Dimenticando che invece bisogna stare in mezzo alla strada, bisogna stare in mezzo alle persone. Perché se la musica è una cosa meravigliosa, non lo è a prescindere dalle persone, ma lo è in un modo che ogni giorno deve essere ricordata alle persone perché è una cosa meravigliosa. Dante Alighieri continua a essere lui perché lo studiano, lo leggono, lo spiegano; non perché sta negli scaffali. La stessa cosa avviene con la musica di Schubert, di Brahms, di Vivaldi: noi siamo fermamente la carne e le ossa delle persone che esistono e devono vivere in mezzo ai luoghi, in mezzo alle persone».</p>



<p><strong>Diego De Felice</strong>, direttore Centrale Comunicazione dell&#8217;Istituto, ha inquadrato la stagione concertistica nel percorso di responsabilità sociale avviato dall&#8217;INPS negli ultimi anni, accanto alla sua funzione di «colonna del welfare in Italia dal punto di vista economico e sociale». «La dimensione culturale e artistica è uno degli angoli fondanti in una grande organizzazione», ha spiegato, definendo il progetto «un esempio luminoso di che cosa vuol dire welfare culturale», capace di unire recupero urbano, inclusione sociale e valorizzazione artistica. In questo quadro, l&#8217;offerta musicale diventa uno strumento per rafforzare il rapporto tra istituzioni e cittadini, contribuendo a «far conoscere l&#8217;Istituto al di là delle funzioni previdenziali» e inserendosi in una missione più ampia orientata al rafforzamento della coesione sociale nel Paese.</p>



<p>La stagione concertistica, realizzata con il contributo della Fondazione Roma, punta ad ampliare la partecipazione culturale coinvolgendo pubblici eterogenei – dai giovani agli adulti, dagli appassionati agli esperti – attraverso una proposta musicale accessibile e articolata. Il progetto mira così a integrare strumenti formativi e iniziative culturali, consolidando il legame tra l&#8217;Istituto e la società civile su un terreno che va oltre la previdenza e si apre alla promozione della bellezza come bene comune.</p>



<p><em>L&#8217;elenco dei concerti e delle date</em></p>



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		<title>Marco Polo al contrario: i Cinesi alla conquista di Venezia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 10:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una Venezia che non finisce nelle cartoline. Non è quella dei gondolieri, né quella dei matrimoni da copertina sul Canal Grande.</p>
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<p>C’è una Venezia che non finisce nelle cartoline. Non è quella dei gondolieri, né quella dei matrimoni da copertina sul Canal Grande. È una Venezia più silenziosa, quasi invisibile, che apre all’alba e chiude tardi, fatta di bar senza insegne memorabili e ristoranti che cambiano gestione senza cambiare nome. È lì che, negli ultimi anni, si è consumata una trasformazione profonda. Non è stata una rivoluzione. Piuttosto una sostituzione graduale, quasi impercettibile. Chi vive davvero la città se ne accorge nei dettagli: il cambio di accento dietro al bancone, gli orari più lunghi, la continuità dove prima c’era precarietà. Locali che sembravano destinati a chiudere riaprono con nuova energia. Spesso, dietro, c’è un imprenditore cinese. I numeri aiutano a capire meglio quello che l’occhio coglie solo a metà. Secondo dati riportati da AGI, negli ultimi anni i bar e ristoranti gestiti da imprenditori cinesi a Venezia sono cresciuti di circa l’80%. Non si tratta di una presenza marginale, ma di una crescita strutturale. Parallelamente, una quota significativa della comunità cinese locale si concentra proprio in questo settore: fino al 60% dei lavoratori cinesi nel territorio è impiegato nella ristorazione, come evidenziato da fonti sindacali riportate da La Nuova Venezia. </p>



<p>Allargando lo sguardo al Veneto, i cittadini cinesi superano le 36.000 unità, circa il 7% della popolazione straniera regionale. Numeri che, da soli, non spiegano tutto, ma delineano un trend chiaro: una comunità fortemente orientata all’impresa e capace di inserirsi nei gangli economici più concreti. Il meccanismo con cui questo cambiamento avviene è meno misterioso di quanto sembri. Spesso si parte da attività in difficoltà: bar storici senza ricambio generazionale, ristoranti schiacciati dai costi, locali che non reggono più il peso di una città sempre più turistica e sempre meno abitata. In questi spazi entra un nuovo tipo di imprenditore, con un modello diverso. </p>



<p>È un modello basato su lavoro familiare, orari estesi, margini più contenuti ma sostenibili, e soprattutto su una straordinaria capacità di adattamento. Non si tratta solo di ristoranti cinesi. Anzi, nella maggior parte dei casi si tratta di bar “italiani”, pizzerie, locali pensati per turisti o residenti. Il cliente spesso non percepisce alcuna differenza, se non forse nella continuità del servizio. Ed è qui che emerge il vero paradosso veneziano. La città che per secoli ha guardato a Oriente come frontiera da esplorare si ritrova oggi, senza clamore, a essere attraversata da un processo inverso. </p>



<p>Non è più Venezia che va verso la Cina, ma la Cina che entra, lentamente, nella quotidianità veneziana. A differenza di altre città italiane, però, questo fenomeno non si concentra in un quartiere preciso. Non esiste una vera Chinatown veneziana. La presenza è diffusa, dispersa, quasi mimetica. Si inserisce nel tessuto urbano senza alterarne visibilmente la forma. </p>



<p>È una trasformazione liquida, che non crea confini ma li dissolve. Chi osserva dinamiche simili in città come Prato o Milano riconosce alcuni elementi ricorrenti: reti familiari solide, circolazione interna di capitale, un’etica del lavoro molto intensa e livelli di occupazione elevati. In Italia, oltre due terzi dei lavoratori cinesi operano tra commercio e ristorazione. Venezia non fa eccezione, ma amplifica una caratteristica: qui il fenomeno è meno visibile, e proprio per questo più pervasivo. C’è però un aspetto che raramente viene raccontato, ed è il ruolo della domanda. </p>



<p>Questo cambiamento non nasce solo dall’iniziativa di una comunità imprenditoriale straniera. Nasce anche da un vuoto. Un vuoto lasciato da attività locali che chiudono, da giovani che non vogliono più lavorare nella ristorazione, da un turismo di massa che spinge verso modelli economici sempre più compressi nei costi. In altre parole, qualcuno ha occupato uno spazio che si era liberato. Venezia, da questo punto di vista, è quasi un laboratorio. Una città fragile, sotto pressione, dove il turismo ridisegna continuamente l’economia e dove sopravvive chi riesce ad adattarsi meglio. E in questo contesto, il modello imprenditoriale cinese si dimostra particolarmente efficace. Non si tratta necessariamente di una sostituzione totale, né di un fenomeno univoco o privo di contraddizioni. Ma è indubbio che la città stia cambiando volto, pezzo dopo pezzo.</p>



<p>Non c’è stato un momento preciso in cui tutto questo è iniziato. Come spesso accade a Venezia, il cambiamento è arrivato lentamente, come l’acqua alta. All’inizio quasi non si nota. Poi, a un certo punto, ti accorgi che è ovunque. Il bar sotto casa, la trattoria vicino al ponte, il locale che resta aperto quando gli altri chiudono. Sono segnali piccoli, ma coerenti. Marco Polo partì per scoprire la Cina. Oggi, senza muoversi, Venezia si ritrova a essere attraversata da un viaggio opposto. Un viaggio fatto non di spezie e racconti esotici, ma di tazzine di caffè, menù turistici e serrande che si alzano ogni mattina. E forse è proprio lì, nella normalità quotidiana, che si misura davvero la profondità di questo cambiamento.</p>
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		<title>Addìo a Emmanuele Emanuele, un pilastro della storia economica e culturale di Roma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 15:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[emmanuele emanuele]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[fondazione roma]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se ne va una figura che ha contribuito a scrivere pagine importanti della finanza e della cultura di Roma, autentico filantropo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per molti anni è stato considerato l&#8217;ottavo Re di Roma, così in molti lo appellavano nel periodo in cui è stato tra i protagonisti dell&#8217;alta finanza romana. Con Emmanuele F.M Emanuele se ne va un personaggio che per Roma ha fatto più (molto di più) di quanto Roma non abbia fatto per lui. Aveva 88 anni e si è spento nella Capitale nella notte tra il 15 e il 16 aprile. Originario di Palermo, orgoglioso delle sue radici siciliane, il Prof. Avv. (come gli piaceva essere titolato) Emmanuele Emanuele è stato un vero filantropo, raffinato conoscitore e appassionato di arti, ma soprattutto molto sensibile al fascino dell&#8217;arte contemporanea. </p>



<p>La città di Roma è stata teatro della sua carriera galoppante nell&#8217;alta finanza e nell&#8217;università, fino a diventare presidente della Fondazione Roma, una delle principali fondazioni bancarie italiane, un ruolo attraverso il quale si è accreditato anche come uno dei principali player culturali. Dal vertice della Fondazione di Palazzo Sciarra è stato uno dei massimi teorici della &#8220;big society&#8221;, quel metodo ispirato alla sussidiarietà per cui pubblico e privato concorrano insieme per il conseguimento del bene comune. Era un&#8217;altra Europa. Oltremanica il premier David Cameron ne faceva un pilastro della sua azione di governo. Il Prof. invece da presidente dell&#8217;Azienda speciale Palaexpo ci provò a creare un piccolo modello di big society nella Capitale, proponendo un modello di gestione più moderno del colosso che gestiva alcuni dei più importanti poli museali della città. Non fu capito. Il Prof. aveva il difetto di andare un po&#8217; troppo veloce per i ritmi elefantiaci della pubblica amministrazione, parlava una lingua che spesso poteva risultare incomprensibile, troppo visionaria. Troppo alta. Ecco perché non adava sempre d&#8217;accordo con la politica. </p>



<p>Da mecenate e filantropo, però, ha continuato a fare sempre tanto. A &#8220;casa sua&#8221; le regole le dettava lui e di cose per la cultura e l&#8217;arte ne ha organizzate tantissime. Ha fatto di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla due pilastri della scena museale romana: leggendarie le mostre di Andy Warhol, Edward Hopper e Norman Rockwell. Grande amante della poesia, aveva anche portato in Italia alcuni dei più grandi poeti contemporanei per il Festival di Poesia da lui voluto. E poi la sanità. Sue le intuizioni della creazione dell&#8217;Hospice per le cure palliative, per assistere gratuitamente i malati terminali nell&#8217;ultima fase della vita, e l&#8217;ideazione del Villaggio Alzheimer alla Bufalotta, un modello di accoglienza parimenti gratuito e all&#8217;avanguardia per i pazienti affetti da questa patologia.</p>



<p>Non a torto lo consideravano l&#8217;ottavo Re di Roma, il Prof. Avv. era davvero di sangue blu, erede di una delle più antiche famiglie nobiliari siciliane. E poi era regale e magnificente sul serio, con gli altri e con se stesso. Si piaceva e si ascoltava, ma era anche curioso di ascoltare gli altri, soprattutto quelli che considerava amici e a cui riconosceva l&#8217;autorevolezza per insegnargli cose nuove, specialmente di ambiti che non gli appartenevano per formazione ma che lo affascinavano, come l&#8217;innovazione tecnologica e la comunicazione. Bene ha fatto il ministro della Cultura Alessandro Giuli a ricordarlo: «L’Italia perde un raffinato intellettuale e un autentico umanista contemporaneo, capace di coniugare sapere e responsabilità, visione e concretezza. Nel suo lungo percorso, il Professor Emanuele ha incarnato una rara sintesi tra cultura, filantropia e impegno civile, restituendo centralità alla funzione etica della conoscenza». Alla città di Roma mancherà un personaggio così.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/cultura/addio-a-emmanuele-emanuele-un-pilastro-della-storia-economica-e-culturale-di-roma/">Addìo a Emmanuele Emanuele, un pilastro della storia economica e culturale di Roma</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Giornata nazionale del Made in Italy: mille marchi storici, 643 miliardi di export</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/cultura/giornata-mondiale-made-in-italy-export/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 14:05:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 15 aprile è la Giornata del Made in Italy: mille marchi storici, 643 miliardi di export e la sfida dell'Italian sounding. Iniziative e dati dall'edizione 2026.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/cultura/giornata-mondiale-made-in-italy-export/">Giornata nazionale del Made in Italy: mille marchi storici, 643 miliardi di export</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 15 aprile si celebra la Giornata nazionale del Made in Italy, istituita in occasione dell&#8217;anniversario della nascita di Leonardo da Vinci e dedicata alla valorizzazione della creatività e dell&#8217;eccellenza produttiva italiana. Una data che quest&#8217;anno coincide con due traguardi significativi e con un&#8217;agenda ricca di eventi e iniziative in tutto il Paese.</p>



<h3 class="wp-block-heading">I mille marchi storici: un patrimonio da 93 miliardi</h3>



<p>Il Registro Speciale dei Marchi Storici di <a href="https://www.thewatcherpost.it/top-news/unicorni-made-in-italy-innovazione-tech/">Interesse Nazionale</a> ha raggiunto quota mille iscritti. Un ecosistema di 780 imprese titolari che generano un volume d&#8217;affari complessivo di 93,6 miliardi di euro e garantiscono occupazione a 363.201 addetti. Il dato è stato presentato oggi a Palazzo Piacentini, alla presenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. «Un traguardo che va oltre il valore simbolico e conferma la vitalità del nostro patrimonio industriale e manifatturiero, capace di coniugare tradizione, qualità, innovazione e competitività» ha dichiarato il ministro. Il cuore economico del sistema è rappresentato dalle cosiddette «4 A» – Agroalimentare, Automazione, Abbigliamento, Arredo – che da sole valgono 76,1 miliardi, con la filiera agroalimentare in testa a 53,7 miliardi. La Lombardia guida la classifica per fatturato (49,1%) e numero di marchi (28,3%), seguita da Veneto e Piemonte. L&#8217;88% delle imprese opera nel manifatturiero. Tra le novità, il nuovo strumento finanziario introdotto con la riforma del Fondo Salvaguardia Imprese, che secondo il presidente dell&#8217;Associazione Marchi Storici d&#8217;Italia Massimo Caputi «segna un <a href="https://www.mimit.gov.it/it/made-in-italy/legge-quadro">cambio di paradigma</a>, trasformandosi da strumento difensivo in leva di sviluppo industriale».</p>



<h3 class="wp-block-heading">Export a 643 miliardi, ma l&#8217;Italian sounding resta una minaccia</h3>



<p>Sul fronte dell&#8217;export, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricordato che nel 2025 le esportazioni italiane hanno raggiunto i 643 miliardi di euro, con una crescita del 3,3%. L&#8217;Italia è tra i primi tre al mondo per esportazioni in 976 categorie di prodotto, come ha sottolineato il presidente di Simest Vittorio de Pedys all&#8217;evento della Made in Italy Community all&#8217;Auditorium della Tecnica di Confindustria. Eppure il sistema mostra vulnerabilità: secondo uno studio di TP Infinity, il 45% dei consumatori internazionali dichiara di aver acquistato almeno una volta un prodotto falsamente italiano e il 28% afferma di averlo addirittura preferito all&#8217;originale. In Italia la contraffazione è considerata la minaccia principale dal 65% degli italiani, contro il 43% rilevato all&#8217;estero. «I francesi non permetterebbero mai di vendere il prosecco come champagne. La grappa è solo italiana» ha detto la presidente di Grappa Nonino Giannola Nonino, che ha rivolto un appello al governo per rafforzare le tutele dei consumatori.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Made in Italy e giovani: attrattivo ma da modernizzare</h3>



<p>Lo stesso studio rivela che lavorare in un&#8217;azienda che produce Made in Italy è considerato stimolante dal 79% del campione italiano e motivo di orgoglio per il 92%. Ma le nuove generazioni chiedono evoluzione: stipendi più competitivi (40%), meritocrazia (37%) e reali percorsi di crescita (33%) sono le leve ritenute più efficaci per rendere il sistema più attrattivo. «Quando l&#8217;Italia riesce davvero a fare sistema non compete soltanto, fa scuola al mondo» ha dichiarato Roberto Santori, fondatore della Made in Italy Community.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Gli archivi raccontano le radici del Made in Italy</h3>



<p>Sul versante culturale, la Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura partecipa con il progetto Carte da mangiare, una serie di iniziative degli Archivi di Stato volte a raccontare attraverso le fonti documentarie le radici storiche delle eccellenze italiane. A Milano, l&#8217;Archivio di Stato di Palazzo del Senato allestisce fino al 15 maggio un&#8217;anteprima espositiva con pergamene e carte originali sull&#8217;alimentazione nella pianura padana dal Medioevo al Novecento, dall&#8217;introduzione del caffè al cioccolato. A Caserta, l&#8217;Archivio di Stato ripropone fino al 15 maggio La Dama Bianca alla tavola del Re, mostra dedicata alla nascita della mozzarella di bufala campana attraverso i documenti del Real Sito di Carditello. Dal 22 maggio al 15 giugno sarà invece visitabile a Napoli Temin Guanti – Novant&#8217;anni di storia industriale italiana attraverso una famiglia, un&#8217;impresa, un territorio, dedicata all&#8217;archivio della storica impresa guantaia Sandro Temin.</p>
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		<title>Gucci, la fine di un’illusione: quando il lusso perde il controllo di sé</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 08:40:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gucci rallenta e mette in crisi Kering: tra margini in calo e identità smarrita, il lusso ripensa il suo modello</p>
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<p>C’è stato un momento in cui Gucci sembrava invincibile. Non solo un marchio, ma un linguaggio globale: capace di parlare ai millennials, dominare i social, trasformare ogni prodotto in un simbolo culturale. Quel momento, oggi, è finito. E i numeri — più delle narrative — raccontano una verità difficile da ignorare. I ricavi di Gucci nel primo trimestre 2026 sono pari a 1.347 milioni di euro, in calo del 14% a cambi correnti e dell&#8217;8% su base comparabile rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente. Le vendite della rete retail a gestione diretta sono diminuite del 9% su base comparabile. Il Nord America ha mostrato una performance solida, con un aumento dell&#8217;8% su base annua, &#8220;fornendo una prima conferma che il reset strategico sta iniziando a dare risultati&#8221; spiega il gruppo Kering. Tuttavia, &#8220;tale andamento non è stato sufficiente a compensare il calo registrato nelle regioni Asia‑Pacifico e Europa Occidentale&#8221;. Sta di fatto che negli ultimi due anni, il fatturato è sceso da quasi 10 miliardi a circa 6 miliardi di euro. Un calo che non è ciclico, ma strutturale. Ancora più preoccupante è la compressione dei margini, che segnala un problema più profondo: Gucci vende meno, ma soprattutto guadagna molto meno su ciò che vende. E questo, in un settore dove il prezzo è parte integrante del valore percepito, è un segnale critico. Il punto è che Gucci non è un brand qualsiasi. È — o forse meglio era — il pilastro su cui si regge buona parte di Kering. Ancora oggi rappresenta una quota enorme dei ricavi e, soprattutto, dei profitti del gruppo. Quando Gucci rallenta, non è solo un problema di prodotto o di marketing: è un problema sistemico. È l’intero modello Kering che entra in tensione. E qui emerge il primo nodo strutturale. L’acquisizione di Gucci da parte di Kering (all’epoca PPR) alla fine degli anni ’90 è stata, per anni, considerata un capolavoro industriale. Ha permesso al brand di scalare, internazionalizzarsi, costruire una macchina distributiva globale. Ma nel lungo periodo ha creato anche una dipendenza difficile da gestire: Kering è diventata, di fatto, Gucci-centrica. Diversamente da LVMH, che distribuisce il rischio su decine di marchi, Kering ha scommesso tutto su uno. Finché il ciclo creativo funzionava, la scommessa pagava. L’era di Alessandro Michele ha portato Gucci a livelli straordinari, trasformandolo in un fenomeno culturale oltre che commerciale. Ma proprio quel successo ha generato le condizioni della crisi. L’estetica si è saturata, il linguaggio è diventato prevedibile, l’offerta si è espansa oltre il punto di equilibrio. In altre parole: Gucci è diventato troppo visibile per restare desiderabile. Nel frattempo, il brand ha cercato di spostarsi verso l’alto, aumentando i prezzi e tentando un posizionamento più vicino al lusso “puro”. Ma senza adottarne la logica fondamentale: la scarsità. A differenza di Hermès, che controlla rigidamente produzione e distribuzione, Gucci ha continuato a operare su volumi elevati. Il risultato è stato un cortocircuito: prezzi da alta gamma, percezione da lusso accessibile. E in mezzo, un cliente che non si riconosce più. A questo si è aggiunta un’instabilità manageriale evidente. Cambi ai vertici, nuovi direttori creativi, strategie che si sovrappongono senza sedimentarsi. Il segnale più forte è arrivato con l’ingresso di Demna Gvasalia alla direzione creativa: una scelta radicale, quasi difensiva, che indica quanto il gruppo sia disposto a rischiare pur di invertire la rotta. Parallelamente, Kering ha avviato una trasformazione più profonda. Con l’arrivo di Luca De Meo, manager con background industriale, il gruppo ha iniziato a ragionare in termini di efficienza, razionalizzazione, riduzione dei costi. Vendita di asset, revisione della rete retail, maggiore controllo operativo. È un cambio di paradigma: dal lusso come espressione creativa al lusso come sistema industriale. Ma qui sta il paradosso. Gucci non è un’azienda automobilistica. Non può essere “ottimizzata” senza conseguenze sulla sua identità. Nel lusso, l’efficienza è importante, ma è subordinata alla desiderabilità. E la desiderabilità non si gestisce con i fogli Excel. Il contesto globale, certo, non aiuta. La domanda cinese è più debole, i consumatori sono più selettivi, la geopolitica pesa sui flussi turistici e sulla spesa. Ma questi fattori colpiscono tutto il settore. Eppure, non tutti stanno soffrendo allo stesso modo. Hermès continua a crescere, dimostrando che il problema non è il lusso in sé, ma come viene interpretato. E allora la crisi di Gucci diventa qualcosa di più di una semplice fase negativa. Diventa un caso emblematico. Dimostra che il modello basato su crescita rapida, espansione distributiva e forte esposizione mediatica ha dei limiti. Che il lusso, per funzionare davvero, deve restare in qualche modo inaccessibile. Le conseguenze sono già visibili. Per Kering significa maggiore volatilità, minore prevedibilità, e la necessità — urgente — di ridurre la dipendenza da un singolo marchio. Per Gucci significa affrontare una transizione identitaria complessa: tornare a essere rilevante senza tradire ciò che è stato. Ma la domanda più importante resta aperta. Non riguarda i ricavi del prossimo trimestre né la prossima collezione. Riguarda la natura stessa del brand. Gucci può ancora permettersi di essere ovunque, per tutti? O deve imparare, di nuovo, a essere per pochi?</p>
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		<title>The CORE Milano, sette anni dopo l’annuncio resta solo una promessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 10:40:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Milano, nel cuore di Corso Matteotti, dove avrebbe dovuto nascere uno dei club più esclusivi d’Europa, oggi non c’è nulla.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>A Milano, nel cuore di Corso Matteotti, dove avrebbe dovuto nascere uno dei club più esclusivi d’Europa, oggi non c’è nulla. Nessuna sede accessibile, nessuno spazio operativo, nessun segnale concreto di un progetto che, sulla carta, avrebbe dovuto essere già realtà da anni. The CORE Milano viene annunciato nella primavera del 2019, con apertura prevista per il 2022. Siamo nella primavera del 2026. Il club non ha mai aperto, i lavori risultano ancora fermi e, a questo punto, è legittimo chiedersi se quel progetto esista ancora davvero al di là delle comunicazioni. Eppure, sulla carta, era tutto già definito. La brochure ufficiale presentata agli aspiranti soci parlava di un palazzo di oltre 4.000 metri quadrati in Corso Matteotti, con ristoranti, bar, terrazze, un teatro per eventi e proiezioni, una library, un’art gallery, spazi fitness indoor e outdoor, suite e penthouse, un centro dedicato alla cura del corpo e della pelle, sale riunioni private e persino uno speakeasy per l’intrattenimento notturno. Un ecosistema completo, pensato non solo come club, ma come infrastruttura relazionale e culturale. Un progetto ambizioso, dettagliato, venduto come imminente. Non è mai esistito.</p>



<p>Nel corso degli anni, i soci fondatori – molti dei quali entrati tra il 2021 e il 2022 versando quote di diverse decine di migliaia di euro – hanno ricevuto una sequenza continua di comunicazioni rassicuranti. Aggiornamenti, avanzamenti, riferimenti a lavori in corso, promesse di prossimi sviluppi. Una narrazione che ha tenuto viva l’aspettativa, ma che non si è mai tradotta in un’apertura concreta. In una delle ultime comunicazioni, inviata nel giugno 2025, le fondatrici Jennie Enterprise e Dangene Enterprise parlavano della ripresa dei lavori e della possibilità di organizzare visite al cantiere nei mesi successivi. Un segnale, apparentemente, di una fase avanzata. Quelle visite non si sono mai tenute. E, soprattutto, non è seguito nulla. Nel frattempo, CORE ha provato a mantenere una presenza a Milano attraverso una serie di spazi temporanei. Soluzioni transitorie, spesso di breve durata, che non hanno mai rappresentato un’alternativa reale alla sede promessa. </p>



<p>Una presenza intermittente, incapace di offrire continuità e soprattutto lontana dagli standard raccontati nei materiali ufficiali. Il risultato è che, dopo anni, CORE Milano non ha mai avuto una vera casa. E quindi molti soci hanno iniziato a chiedersi: per cosa abbiamo pagato? Perché la narrazione dell’appartenenza, da sola, non regge. La stessa documentazione fornita ai membri parlava di benefici concreti: sconti permanenti su food &amp; beverage, utilizzo di spazi privati, soggiorni in suite, accesso a servizi esclusivi, possibilità di ospitare terzi anche non accompagnati, utilizzo del club come ambiente professionale. Non un semplice network. Un’infrastruttura fisica e operativa. Quell’infrastruttura non è mai stata resa disponibile. Tra i soci fondatori inizia così a emergere un disagio crescente. </p>



<p>Non è più solo una questione di attesa, ma di coerenza tra quanto promesso e quanto effettivamente esistente. In alcuni casi, secondo diverse fonti, si starebbero già valutando iniziative formali per riconsiderare l’adesione e richiedere la restituzione delle somme versate anni fa. Il punto, per molti, è diventato elementare: il club a Milano non è mai stato utilizzabile. Non come spazio di lavoro, non come luogo di rappresentanza, non come hub relazionale. Tutte funzioni esplicitamente promesse e mai concretizzate. A pesare è anche la distanza crescente tra comunicazione e realtà. Negli anni, il racconto ufficiale ha continuato a parlare di avanzamenti, sviluppo e prossimi passaggi. Ma questi passaggi non si sono mai tradotti in un’apertura. In alcuni casi, viene segnalata anche l’assenza di risposte puntuali a comunicazioni dirette inviate dai soci. Il problema non è più il tempo, ma la credibilità del progetto e delle persone che ci sono dietro. CORE resta un brand internazionale riconosciuto, con una presenza consolidata in altre città. Ma Milano, oggi, rappresenta un’anomalia evidente. Sette anni dall’annuncio. Quattro anni oltre la data prevista di apertura. Nessuna sede operativa. A questo punto, la domanda non è più quando aprirà. È se, alle condizioni attuali, esista ancora un progetto destinato ad aprire.</p>
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		<title>Ecco Borgo diVino in tour 2026: 25 tappe enogastronomiche nei borghi più belli d&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 14:12:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Borgo diVino in tour 2026 torna con 25 tappe nei Borghi più belli d'Italia, dall'18 aprile al 15 novembre. Vino, cibo, musica e turismo lento in un calendario che attraversa tutte le regioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si è tenuta ieri alla Camera dei Deputati la conferenza stampa di presentazione di Borgo diVino in tour – edizione 2026, la rassegna enogastronomica itinerante che toccherà quest&#8217;anno 25 località selezionate nel circuito de «I Borghi più belli d&#8217;Italia», promossa dall&#8217;omonima Associazione e organizzata da Valica Spa, azienda specializzata in marketing tecnologico con focus su turismo ed enogastronomia.</p>



<p>L&#8217;apertura dei lavori è stata affidata all&#8217;onorevole <strong>Guerino Testa</strong>, Segretario della Commissione Finanze della Camera dei Deputati e promotore dell&#8217;Intergruppo parlamentare «Valorizziamo i Borghi più belli d&#8217;Italia». «Questa è un&#8217;edizione molto partecipata da parte di tanti sindaci, che ringrazio per aver deciso di patrocinare i propri territori» ha dichiarato Testa. «Borgo diVino si candida a essere una manifestazione di riferimento nel panorama turistico. I dati del 2025 confermano che la scorsa edizione sia stata un boom, un successo sia per le etichette, sia per le aziende vinicole sia per le città partecipanti. L&#8217;enogastronomia è stata protagonista proprio lo scorso anno anche grazie al riconoscimento della nostra cucina come patrimonio UNESCO, e questo grazie al lavoro e alle tradizioni dei nostri borghi.»</p>



<p>Il senatore e consigliere politico del ministro Lollobrigida, <strong>Giorgio Salvitti</strong>, ha sottolineato il valore strategico del progetto: «Borgo diVino è di fondamentale importanza per far conoscere un&#8217;eccellenza come il vino, uno dei simboli della nostra Nazione. Un tour che permette di generare economie sulle aree interne, attraverso l&#8217;enoturismo, per far conoscere quei luoghi che non sono ancora tra gli itinerari dei turisti stranieri. Basti pensare che il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio UNESCO e il turismo delle vigne potrebbe garantire circa 20 milioni in più tra arrivi e presenze.»</p>



<p>L&#8217;incontro, moderato da Filippo Massimo, Direttore delle testate del Gruppo Valica e responsabile dei rapporti istituzionali di Borgo diVino in tour, ha registrato anche l&#8217;intervento del Direttore dell&#8217;Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale Leandro Ventura, che ha rinnovato la collaborazione con la manifestazione: «Attraverso il Geoportale della Cultura Alimentare raccontiamo i territori tramite format innovativi, come i video di micronarrazione, che restituiscono il valore culturale di prodotti, vitigni e comunità locali. Queste esperienze dimostrano come la valorizzazione culturale possa generare ricadute positive anche sul piano economico, contribuendo a sostenere i borghi e le aree interne.»</p>



<p>Significativo anche l&#8217;intervento del sindaco di <strong>Nemi Alberto Bertucci</strong>, primo borgo ad aver ospitato la manifestazione: «Il vino non è solo un prodotto, ma un racconto di storia, cultura e tradizioni. Attraverso Borgo diVino, i borghi italiani diventano protagonisti, mostrando la ricchezza dei propri territori e delle comunità che li abitano. L&#8217;evento promuove l&#8217;enoturismo e un turismo lento e consapevole, contribuendo allo sviluppo economico dei borghi, valorizzando le produzioni locali e contrastando lo spopolamento.»</p>



<p>L&#8217;edizione 2026 raccoglie il testimone di un 2025 da record, con oltre 60.000 visitatori e la partecipazione di più di 800 aziende provenienti da tutta Italia. «La collaborazione con Valica si consolida in una serie di progetti strategici per la valorizzazione dei Borghi» ha dichiarato Fiorello Primi, Presidente dell&#8217;Associazione «I Borghi più belli d&#8217;Italia». «L&#8217;obiettivo condiviso è contrastare lo spopolamento creando lavoro, servizi e reti anche a livello europeo, con i borghi italiani come modello di riferimento internazionale per turismo e qualità della vita.»</p>



<p>Il CEO di Valica Spa, <strong>Emiliano D&#8217;Andrea</strong>, ha ricordato le origini del progetto: «Borgo diVino è un progetto nato nel 2014 che oggi tocca venticinque tappe in tutta Italia e lo scorso anno ha superato anche i confini nazionali. Alla fine del 2025 abbiamo anche acquisito la proprietà del tour operator ufficiale dell&#8217;Associazione con l&#8217;obiettivo di seguire l&#8217;intero percorso del visitatore, dalla scoperta all&#8217;esperienza sul territorio.»</p>



<p>Il format prevede un percorso di degustazione con postazioni riservate a cantine provenienti da tutta Italia, affiancato da un&#8217;area food con specialità gastronomiche locali e da uno spazio dedicato alla musica dal vivo e a laboratori tematici. Ogni tappa si svolge di norma dal venerdì alla domenica nel centro storico dei borghi selezionati.</p>



<p><strong>Le date e le tappe</strong><br>Il tour prenderà il via il 18 e 19 aprile a Egna-Neumarkt, in Trentino Alto Adige, per proseguire il 24-26 aprile a Bard, in Valle d&#8217;Aosta. Il 1, 2 e 3 maggio sarà la volta del Friuli Venezia Giulia, con una tappa articolata tra Strassoldo, Gradisca d&#8217;Isonzo e Palmanova. Si continuerà il 16-17 maggio a San Giorgio di Valpolicella, in Veneto, e il 22-24 maggio a San Marino. Giugno porterà la rassegna a Città Sant&#8217;Angelo, in Abruzzo (12-14), a Celle Ligure, in Liguria (19-21), e a Termoli, in Molise (26-28). Luglio toccherà Cisternino, in Puglia (3-5), Vietri sul Mare, in Campania (10-12), Grottammare, nelle Marche (17-19), e Lovere, in Lombardia (24-26). Ad agosto le tappe saranno Fiumefreddo Bruzio, in Calabria (21-23), ed Erice, in Sicilia (28-30). Settembre vedrà protagoniste Maratea, in Basilicata (4-6), e Nemi, nel Lazio (11-13). In ottobre il tour farà tappa a Brisighella, in Emilia Romagna (2-4), Spello, in Umbria (9-11), Montaione, in Toscana (16-18), Tempio Pausania, in Sardegna (date da verificare con gli organizzatori, poiché nel comunicato risultano sovrapposte a quelle di Montaione), e Castagnole delle Lanze, in Piemonte (23-25). A chiudere la stagione saranno Venosa, in Basilicata (30 ottobre-1 novembre), e Subiaco, nel Lazio, il 14 e 15 novembre.</p>



<p>A chiudere la conferenza la nota dell&#8217;onorevole <strong>Federico Mollicone</strong>, Presidente della Commissione VII Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati: «Borgo diVino in tour non è solo una rassegna itinerante, ma rappresenta un atto di amore e di politica attiva verso quell&#8217;Italia profonda che custodisce la nostra anima più autentica e fiera. I piccoli borghi non sono semplici mete turistiche o meri contenitori architettonici, ma veri e propri presidi viventi di civiltà e custodi di quel patrimonio materiale e immateriale che rende l&#8217;Italia un&#8217;eccezione culturale unica nel mondo».</p>
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		<title>Recensioni farlocche, arriva la legge</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/cultura/recensioni-farlocche-arriva-la-legge/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 14:07:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La legge 34/2026 contro le recensioni false è in vigore, ma tra scontrini, piattaforme globali e linee guida Ue mancanti.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Bastava un profilo anonimo, qualche clic e una manciata di euro per far sprofondare un ristorante nelle classifiche di TripAdvisor o trascinare un hotel verso la damnatio memoriae digitale. Eppure, per anni, l&#8217;Italia ha guardato al fenomeno delle recensioni false senza riuscire a trovare un antidoto efficace. Dal 7 aprile 2026 è entrata in vigore la Legge annuale sulle PMI (n. 34/2026), che per la prima volta introduce una disciplina specifica contro le false recensioni online. Una svolta attesa, almeno sulla carta.</p>



<p>Le cifre raccontano meglio di qualunque argomento politico l&#8217;urgenza del problema. Secondo il Codacons, circa il 77% dei consumatori italiani legge le recensioni online prima di acquistare un prodotto o un servizio. Nella ristorazione, i giudizi digitali influenzano il 70% delle scelte, mentre nell&#8217;hotellerie l&#8217;82% delle prenotazioni è condizionato dai commenti degli ospiti. Un ecosistema da miliardi di euro in cui la manipolazione prospera indisturbata — fino a ieri.</p>



<p><strong>Cosa cambia concretamente</strong><br>La legge introduce una finestra temporale di 30 giorni: una recensione è considerata lecita solo se pubblicata entro trenta giorni dalla data in cui l&#8217;utente ha effettivamente usufruito del servizio. Le recensioni avranno inoltre una &#8220;data di scadenza&#8221;: decorsi due anni dalla pubblicazione, non saranno più considerate lecite e il legale rappresentante della struttura potrà chiederne la rimozione.</p>



<p>Vietate anche le recensioni condizionate da promesse di sconti, benefici o altre utilità: il meccanismo del &#8220;ti faccio uno sconto se mi lasci una bella recensione&#8221; entra in un&#8217;area molto più rischiosa e difficilmente difendibile. A vigilare sull&#8217;applicazione della legge saranno l&#8217;Antitrust — che definirà le sanzioni — e l&#8217;Agcom, chiamata invece a elaborare un codice di condotta per le piattaforme.</p>



<p><strong>I nodi che restano da sciogliere</strong><br>La norma, tuttavia, non convince del tutto gli esperti. Il principale punto di attrito riguarda l&#8217;obbligo di esibire documentazione fiscale per avvalorare una recensione. Paradossalmente, la norma potrebbe favorire i &#8220;falsari&#8221;: le agenzie specializzate nella manipolazione potrebbero facilmente iniziare a vendere recensioni false corredate da ricevute fiscali artefatte.</p>



<p>C&#8217;è poi il problema della giurisdizione. Le recensioni vengono pubblicate quasi sempre su piattaforme globali, che accettano come legge applicabile quella del paese di origine. La nuova legge è italiana e, semplicemente, all&#8217;estero non si applica.</p>



<p>Rimane aperto anche il rischio di un abuso del nuovo potere di segnalazione da parte dei gestori, con il pericolo di epurare le proprie vetrine digitali da tutte le opinioni non gradite, e non solo da quelle illecite.</p>



<p><strong>Un passo avanti, ma non il traguardo</strong><br>L&#8217;efficacia della nuova normativa si misurerà solo dopo la pubblicazione delle linee guida applicative dell&#8217;Antitrust, per cui non si prospettano tempi rapidi. Le disposizioni, inoltre, non si applicano alle recensioni già pubblicate alla data del 7 aprile 2026.</p>
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		<title>Grazie Roberto Arditti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 15:03:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[urania news]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se ne va Roberto Arditti. Ci lascia un grande professionista e un uomo serio, da cui abbiamo imparato molto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Grazie Roberto. Solo rispettosa gratitudine per un grande professionista con cui la nostra redazione ha avuto il piacere e l’onore di collaborare nell’ultimo anno e mezzo, da quando il direttore aveva deciso di far parte, con un suo spazio, del palinsesto di <a href="https://uraniamedia.it/">Urania News</a>, il canale tv a cui anche questa testata è legata editorialmente con i suoi programmi. Roberto Arditti aveva ideato un format, <a href="https://uraniamedia.it/format/radar">Radar</a>, che conduceva ogni settimana. Un angolo di approfondimento in cui invitava ospiti di primo piano della politica, dell’economia, della cultura per intervistarli con sagacia e competenza. E soprattutto grande maestrìa, quella maestrìa data dall’esperienza, dagli incarichi istituzionali, dagli anni da direttore di testata.</p>



<p>Tutto questo faceva di lui un esempio per tutti noi, giornalisti e comunicatori che hanno lanciato un progetto coraggioso ma con l’umiltà di chi sa di avere ancora molto da imparare, specialmente da personalità come lui. Difficilmente saliva in cattedra, rispondeva alle nostre richieste e domande se stimolato, ma quando lo faceva, con pochi messaggi dispensava insegnamenti utilissimi, che hanno contribuito alla crescita di molti di noi nelle conduzioni, nella preparazione dei programmi e delle interviste, nel modo di leggere un libro prima di presentarlo, nelle moderazioni e nell’organizzazione degli eventi. Ne abbiamo organizzati insieme a lui più di uno. Un mix di pragmatismo e fantasia, che ci ha accompagnati sistematicamente al raggiungimento del risultato.<br><br>Grazie Roberto per averci dato fiducia e per averci scelto come compagni di viaggio in questa sfida editoriale, che hai colto con la curiosità intellettuale che ti contraddistingueva e che ha rappresentato per noi una lezione professionale e, se mi è consentito, di vita. Grazie Roberto per avere condiviso con noi la tua eleganza comunicativa, applicata al lavoro così come a una semplice chiacchierata nei corridoi della redazione, magari per condividere un commento a uno dei tuoi articoli o a uno dei fatti di giornata. Grazie Roberto per averci fatto conoscere la tua autorevole riservatezza, che suscitava talvolta deferenza ma che tuttavia si scioglieva quando ci accoglievi con il tuo sorriso.</p>
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		<title>Il ritorno del crack in Italia: la droga della nuova marginalità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 09:17:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova cocaina lavorata e a buon mercato è tornata a dominare l’economia della disperazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Maledetto crack. La nuova cocaina lavorata e a buon mercato è tornata a dominare l’economia della disperazione. E si è rilanciata da fenomeno residuale e confinato a contesti estremi a droga sempre più diffusa non soltanto nelle periferie urbane e nelle province. Lo raccontano i dati della Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze, che ha messo in luce come cocaina e derivati (in primis il crack), rappresentino una quota dominante nelle segnalazioni per droga. Un cambiamento non soltanto quantitativo, ma qualitativo. A conferma del fatto che il mercato si sta trasformando. Il crack, del resto, non è altro che cocaina trasformata. E questo aspetto, apparentemente tecnico, rivela molto della sua diffusione. Chi controlla la cocaina controlla anche il crack. In Italia, questo significa che il traffico resta saldamente nelle mani delle principali organizzazioni mafiose. </p>



<p>La ’ndrangheta mantiene un ruolo centrale nelle rotte internazionali della cocaina, grazie ai rapporti consolidati con i cartelli sudamericani. La camorra e Cosa nostra, invece, presidiano storicamente la distribuzione sul territorio, adattandosi alle nuove forme di consumo. Accanto alle mafie italiane, però, si è affermato negli ultimi anni un sistema più articolato. Le indagini della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga evidenziano il crescente peso delle organizzazioni criminali albanesi, sempre più attive nella gestione dei flussi e nella distribuzione europea. Parallelamente, gruppi nigeriani e di altre reti africane si sono ritagliati un ruolo soprattutto nello spaccio al dettaglio, radicandosi nelle piazze urbane e nei contesti più fragili. Il crack in Italia non arriva già pronto: viene prodotto. Ed è questa una delle principali novità. Negli ultimi anni, le fasi finali della lavorazione della cocaina si sono progressivamente spostate verso i mercati di consumo. </p>



<p>Anche in Europa, e in alcuni casi in Italia, sono stati individuati laboratori clandestini in grado di trasformare la sostanza base in crack. Questo consente alle organizzazioni criminali di aumentare i margini di profitto e rendere il prodotto più accessibile. I porti italiani restano snodi fondamentali di questo traffico. Gioia Tauro, Genova, Livorno e Palermo sono tra i principali punti d&#8217;ingresso della cocaina, da cui la sostanza si diffonde poi capillarmente sul territorio. Una volta arrivata, viene lavorata, suddivisa e distribuita in dosi sempre più piccole, pensate per un consumo rapido ed economico. Ed è proprio il prezzo, insieme alla modalità di assunzione, a spiegare parte del successo del crack. </p>



<p>A differenza della cocaina tradizionale, il crack ha un costo più basso e produce effetti immediati e intensi. Questo lo rende particolarmente diffuso tra le fasce più vulnerabili della popolazione. I media descrivono una diffusione crescente tra giovani delle periferie, persone in difficoltà economica, ma anche tra consumatori abituali di cocaina che passano a forme più economiche. Il crack si inserisce così in una zona grigia, dove disagio sociale e mercato illegale si incontrano. In alcune città italiane, il fenomeno è ormai visibile. A Palermo, associazioni e famiglie denunciano un aumento preoccupante del consumo tra i giovani. A Bologna, si sperimentano politiche di riduzione del danno, segno di un fenomeno che non può più essere ignorato. Le ragioni di questo ritorno sono molteplici. Da un lato, la produzione globale di cocaina è in forte crescita, con l’Europa che rappresenta uno dei principali mercati di destinazione. Dall’altro, le organizzazioni criminali hanno individuato nel crack un prodotto altamente redditizio: consente di moltiplicare le dosi, fidelizzare i consumatori e abbassare la soglia d’ingresso. Ma c’è anche un fattore sociale. Il crack si diffonde dove esiste fragilità: precarietà economica, isolamento, marginalità urbana. </p>



<p>È una droga che si adatta perfettamente a contesti segnati da disuguaglianze crescenti. In questo senso, il ritorno del crack non è solo una questione di sicurezza o di ordine pubblico. È un indicatore più ampio. Racconta un mercato della droga sempre più industriale e globale, in cui le mafie agiscono come reti flessibili e interconnesse. Ma illumina anche su una società in cui le vulnerabilità si ampliano, creando nuovi spazi per il consumo. Non è, dunque, un ritorno al passato. È un fenomeno nuovo, che utilizza strumenti vecchi in un contesto profondamente cambiato. E che, proprio per questo, richiede chiavi di lettura diverse, capaci di andare oltre l’emergenza e comprendere le trasformazioni in atto. Maledetto crack!</p>
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		<title>Fondazione Roma ricorda Pellegrino Capaldo: «Ha messo la sua conoscenza al servizio della comunità»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 15:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è tenuto ieri a Roma, presso Palazzo Sciarra, il convegno «Pellegrino Capaldo, l'uomo ed il maestro», organizzato da Fondazione Roma.</p>
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<p>Si è tenuto ieri a Roma, presso Palazzo Sciarra, il convegno «Pellegrino Capaldo, l&#8217;uomo ed il maestro», organizzato da Fondazione Roma in memoria di uno dei più autorevoli economisti italiani del secondo Novecento. Un evento che ha riunito accademici, banchieri e istituzioni attorno alla figura di un intellettuale la cui lezione, come è emerso nel corso dei lavori, conserva una singolare attualità.</p>



<p>Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio in cui ha ricordato il contributo di Capaldo al sistema economico e istituzionale del Paese e il suo costante impegno nella formazione delle giovani generazioni, sottolineando come «abbia messo la sua conoscenza al servizio della comunità». È stato letto anche un messaggio dell&#8217;ex Presidente del Consiglio Lamberto Dini.</p>



<p>Nel suo intervento, il Presidente della Fondazione Roma Franco Parasassi ha annunciato la proposta di una borsa di studio in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, che sarà intitolata a Capaldo. «In una fase di grande incertezza economica, segnata da cambiamenti profondi e talvolta discontinui» ha dichiarato Parasassi, «la lezione di Pellegrino Capaldo ci richiama al valore della competenza, dell&#8217;equilibrio e della responsabilità nelle scelte pubbliche».</p>



<p>Il convegno si è svolto in un contesto in cui il pensiero di Capaldo torna di particolare peso: l&#8217;inflazione persistente, le trasformazioni dei mercati finanziari, le sfide della sostenibilità e il dibattito sulla riforma della giustizia hanno fatto da sfondo a una rilettura della sua capacità di leggere in modo integrato il rapporto tra economia reale, sistema bancario e istituzioni.</p>



<p>Antonio Patuelli, presidente dell&#8217;Associazione Bancaria Italiana, ha ricordato il ruolo pionieristico di Capaldo nel processo di aggregazione bancaria: «Quando la foresta era ancora pietrificata, prima dell&#8217;apertura del mercato regolato e vigilato, Pellegrino Capaldo è stato un precursore delle aggregazioni bancarie e il suo pensiero e i suoi principi sono tutt&#8217;oggi attuali e prospettici per affrontare le nuove complessità delle aggregazioni paneuropee». Sabino Cassese, professore emerito della Scuola Normale Superiore e giudice emerito della Corte Costituzionale, ha ricordato la precocità e la lucidità del suo approccio: «Fin dai suoi primi tre volumi, sulla programmazione aziendale, sul capitale e sul bilancio dello Stato, ha mostrato la sua capacità di discernimento e il suo duplice interesse, per l&#8217;azienda e per lo Stato». Rainer Masera ne ha sottolineato la visione d&#8217;insieme: «Aveva una visione sociale e politica di rigore unito a grande sensibilità» e scrisse opere fondamentali sul capitale e sulla programmazione economica.</p>



<p>Ugo Salerno, presidente della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, lo ha ricordato come «un Cavaliere del Lavoro esemplare» che «ha incarnato in maniera profonda i valori della nostra onorificenza, coniugando i principi etici con la competenza professionale e l&#8217;impegno sociale». Tra le voci degli allievi, Lelio Fornabaio lo ha definito «non solo il Professore, ma un vero Maestro di vita, capace di unire rigore intellettuale e professionale ed attenzione alla persona», mentre Guglielmo Guarnacci e Danila Sorgi lo hanno ricordato come «testimone di Humanitas nel rapporto allievo-maestro». Le conclusioni sono state affidate a Gianni Letta, che ha saputo raccogliere e restituire con intensità il filo di tutti gli interventi.</p>
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