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	<title>Ambiente - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Tue, 28 Apr 2026 07:29:21 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Nasce a Santa Marta lo Scientific Panel on Global Energy Transition</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:28:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lanciato alla conferenza TAFF in Colombia un organismo scientifico indipendente per tradurre le evidenze sul clima in politiche concrete. Sede in Brasile, vocazione internazionale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non basta affermare che bisogna uscire dai combustibili fossili: bisogna costruire, paese per paese e settore per settore, gli strumenti per farlo davvero. È attorno a questo principio che si sono aperti i lavori della TAFF – la Conferenza per la transizione oltre i combustibili fossili – in corso a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile, convocata dai governi di Colombia e Paesi Bassi e che riunisce 56 Paesi insieme a istituzioni scientifiche e sociali internazionali.</p>



<p>Il primo risultato concreto della conferenza è il lancio dello Scientific Panel on Global Energy Transition, un organismo internazionale indipendente con l&#8217;obiettivo di tradurre le evidenze scientifiche in roadmap operative, politiche pubbliche, strumenti finanziari e percorsi nazionali di decarbonizzazione. L&#8217;iniziativa è stata presentata dalla ministra colombiana dell&#8217;Ambiente Irene Vélez Torres insieme a Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, e Carlos Nobre, climatologo brasiliano tra i massimi esperti dell&#8217;Amazzonia. La sede sarà presso l&#8217;Università di San Paolo, in Brasile. Il panel sarà co-presieduto da Vera Songwe, co-presidente dell&#8217;High Level Expert Panel on Climate Finance, dall&#8217;economista Ottmar Edenhofer e dall&#8217;ingegnere dell&#8217;energia Gilberto M. Jannuzzi. Il lavoro si articolerà su quattro gruppi tematici dedicati a percorsi di decarbonizzazione, soluzioni tecniche, politiche pubbliche e strumenti finanziari.</p>



<p>Il <a href="https://www.europarl.europa.eu/thinktank/lv/document/ECTI_BRI(2026)786412">panel</a> nasce per colmare un vuoto specifico: quello tra il consenso scientifico sull&#8217;urgenza della decarbonizzazione e la lentezza delle risposte politiche. Come ha ricordato Rockström, fu Ana Toni, direttrice esecutiva della Cop30, a sollecitare a Belém la comunità scientifica a costruire un organismo capace di sostenere concretamente la roadmap per l&#8217;uscita dai fossili. «Si è creato un divario crescente tra la scienza, i governi e le decisioni governative», ha detto Vélez Torres, indicando nel negazionismo climatico e nelle pressioni economiche e politiche le cause principali di questa distanza. «Dobbiamo tornare alla scienza», ha aggiunto, intendendo con questo rimettere l&#8217;evidenza al centro delle scelte su energia, industria, finanza, infrastrutture e giustizia sociale.</p>



<p>Il nuovo organismo non si propone come alternativa all&#8217;IPCC né come sostituto del processo UNFCCC, ma come un&#8217;infrastruttura di supporto più agile: più vicina ai territori, più rapida nell&#8217;aggiornamento delle evidenze, più orientata alla costruzione di soluzioni praticabili. «Un comitato scientifico internazionale al servizio dell&#8217;umanità», nelle parole di Rockström, che non produce nuovi rapporti globali sul clima ma accompagna governi e territori nella definizione di percorsi concreti, aggiornati e misurabili. La differenza rispetto ai tradizionali processi multilaterali sta proprio nel «come»: quali tasse, quali sussidi, quali investimenti, quali regolazioni, quali compensazioni sociali per ridurre la dipendenza economica dai fossili senza che il costo della transizione ricada sulle persone e sui territori già più vulnerabili.</p>



<p>Rockström ha collocato il panel dentro tre dinamiche che si muovono in parallelo. La prima è l&#8217;accelerazione dei rischi climatici: «Non ci stiamo avvicinando a punti di non ritorno lontani nel futuro: sta accadendo proprio in questo momento». La seconda è la crescente competitività delle rinnovabili, che in molte economie superano già i sistemi fossili anche senza sussidi, mentre la transizione resta politicamente ostacolata. La terza è la vulnerabilità geopolitica dei combustibili fossili, esposti a volatilità dei prezzi, conflitti e instabilità degli approvvigionamenti – una dinamica che, ha sottolineato il climatologo, offre alla conferenza «un argomento molto forte a favore della transizione, in linea con la scienza».</p>



<p>I tre pilastri su cui si concentrano i lavori della TAFF sono il superamento della dipendenza economica dai fossili, la trasformazione della domanda e dell&#8217;offerta energetica e il rafforzamento della cooperazione internazionale e della diplomazia climatica. La Conferenza dà continuità politica e operativa all&#8217;impegno inserito nella dichiarazione finale della Cop28 di Dubai di avviare una transizione fuori dai combustibili fossili.</p>
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		<title>GSE e Osservatorio Nazionale Tutela del Mare firmano un protocollo per la transizione energetica dei porti italiani</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/gse-e-osservatorio-nazionale-tutela-del-mare-firmano-un-protocollo-per-la-transizione-energetica-dei-porti-italiani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 13:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'intesa tra GSE e ONTM per accompagnare la decarbonizzazione del sistema marittimo-portuale. Cold ironing, comunità energetiche, eolico.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>GSE e l&#8217;Osservatorio Nazionale Tutela del Mare (ONTM) hanno siglato un Protocollo d&#8217;Intesa per avviare una collaborazione istituzionale volta a promuovere la sostenibilità ambientale, la transizione energetica e la valorizzazione del sistema marittimo-portuale italiano. L&#8217;intesa punta a mettere a sistema competenze, strumenti e iniziative comuni per accompagnare enti pubblici, Autorità portuali e operatori del settore nei percorsi di innovazione e decarbonizzazione.</p>



<p>L&#8217;accordo si inserisce in un percorso già avviato dal GSE a supporto della trasformazione energetica delle infrastrutture portuali e costiere, che aveva preso avvio con il protocollo sottoscritto con l&#8217;Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio – Porto di Taranto, primo porto italiano ad aver avviato con il GSE una collaborazione strutturata in materia di transizione energetica. L&#8217;intesa con ONTM estende ora questo impegno a una dimensione più ampia, che guarda all&#8217;intero settore marittimo come ambito strategico per lo sviluppo sostenibile del Paese.</p>



<p>Il Protocollo prevede la collaborazione nella promozione di iniziative di divulgazione e sensibilizzazione sui temi della transizione energetica, delle fonti rinnovabili, dell&#8217;efficienza energetica e della sostenibilità ambientale in ambito marittimo-portuale. Sono inoltre previste attività di studio e approfondimento tecnico-scientifico, la partecipazione a tavoli e gruppi di lavoro su temi di comune interesse e iniziative di formazione e capacity building rivolte agli operatori del comparto. Particolare attenzione sarà dedicata alle opportunità offerte dagli strumenti gestiti dal GSE: cold ironing, comunità energetiche rinnovabili, autoconsumo, efficienza energetica, mobilità sostenibile, sviluppo dell&#8217;eolico offshore e infrastrutture energetiche sostenibili.</p>



<p>«Con questo Protocollo il GSE rafforza il proprio impegno a supporto della transizione energetica del sistema marittimo-portuale italiano, mettendo a disposizione competenze, strumenti e capacità di accompagnamento a favore di un comparto strategico per lo sviluppo sostenibile del Paese. Questa intesa amplia ulteriormente il perimetro della nostra azione, valorizzando il mare e i porti come luoghi chiave per promuovere innovazione, efficienza energetica e sviluppo delle fonti rinnovabili», ha dichiarato l&#8217;amministratore delegato del GSE, <strong>Vinicio Mosè Vigilante</strong>.</p>



<p>«Questo Protocollo rappresenta un passaggio strategico per rafforzare il ruolo del mare e dei porti come leve fondamentali della transizione ecologica del Paese. La collaborazione con il GSE consente di integrare visione ambientale e strumenti operativi, favorendo lo sviluppo di modelli replicabili che coniughino crescita economica, competitività dei territori e salvaguardia del patrimonio naturale. Ritengo che questo sia un ulteriore passo avanti per accelerare la discussione sull&#8217;energia in questo delicato momento internazionale», ha dichiarato il presidente di ONTM, <strong>Roberto Minerdo</strong>.</p>



<p>Attraverso il Protocollo, GSE e ONTM si impegnano a sviluppare iniziative congiunte anche con il coinvolgimento di altri soggetti istituzionali e operatori del settore, per favorire la diffusione delle migliori pratiche e accompagnare l&#8217;evoluzione sostenibile del sistema portuale e marittimo nazionale. Il Protocollo ha durata triennale.</p>
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		<title>Granchio blu: da nemico alla nascita di una filiera industriale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/granchio-blu-filiera-industriale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 12:18:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fine di un incubo. Con un risveglio propositivo. C’è stato un momento in cui il granchio blu sembrava destinato a simboleggiare la sconfitta. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La fine di un incubo. Con un risveglio propositivo. C’è stato un momento, tra il 2022 e il 2023, in cui il granchio blu sembrava destinato a diventare il simbolo di una sconfitta. Un predatore alieno, arrivato senza invito nelle lagune dell’Adriatico, capace di divorare intere produzioni di vongole e mettere in ginocchio un comparto che, solo nel Delta del Po, vale centinaia di milioni di euro. Poi qualcosa è cambiato. Non tanto nella biologia del fenomeno — il granchio blu è rimasto lì, prolifico e aggressivo — ma nella risposta italiana, che oggi si presenta con un impianto molto diverso: meno emergenziale, più industriale, meno difensivo e più strategico. Il punto di svolta è chiaro: non si tratta più di eliminare il problema, ma di gestirlo e, dove possibile, monetizzarlo.</p>



<p>A formalizzare questo cambio di paradigma è stato il piano straordinario sviluppato dal Commissario per l’emergenza granchio blu, Enrico Caterino, e approvato dai ministeri competenti, in primis il Ministero dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. La linea è esplicita: l’eradicazione totale è biologicamente complessa, se non impossibile. L’obiettivo diventa quindi la convivenza, costruita attraverso strumenti scientifici, interventi tecnologici e una filiera economica dedicata. Un passaggio tutt’altro che teorico: nel 2025, tra Veneto ed Emilia-Romagna, sono state catturate oltre 3.700 tonnellate di granchio blu, di cui circa 1.500 commercializzate, tre volte rispetto all’anno precedente, segnale evidente di un cambio di scala.</p>



<p>Il primo livello di risposta resta quello della protezione degli ecosistemi e delle produzioni locali, in particolare della vongola verace del Delta del Po, uno dei prodotti simbolo dell’acquacoltura italiana e tra i più colpiti dall’invasione. Qui entra in gioco la tecnologia. Il piano prevede l’uso di dissuasori acustici a ultrasuoni, barriere elettriche a basso voltaggio, griglie a maglia stretta e reti rinforzate. Non si tratta di soluzioni isolate, ma di un sistema integrato testato con il supporto dell’ISPRA e coordinato con il MASE, con l’obiettivo di ridurre l’accesso del predatore alle aree di semina senza alterare l’equilibrio delle altre specie.</p>



<p>Parallelamente, il lavoro si è spostato anche in mare. Le marinerie del Nord Adriatico hanno adattato tecniche e strumenti, introducendo nasse a geometria variabile, trappole selettive e sistemi per ridurre il by-catch. Non è solo pesca, ma monitoraggio continuo: ogni cattura contribuisce a costruire una mappa dinamica della presenza del granchio blu, permettendo di analizzarne densità, spostamenti e cicli riproduttivi. In questo modo, l’attività dei pescatori diventa parte integrante della ricerca applicata, trasformando il lavoro quotidiano in un sistema di osservazione diffuso sul territorio. Un altro asse fondamentale è quello della diversificazione produttiva. Affidarsi a una sola specie si è rivelato un rischio sistemico, e per questo il piano incentiva lo sviluppo di alternative più resilienti, come l’ostrica concava, selezionata per resistere meglio sia alla predazione sia agli effetti del cambiamento climatico. </p>



<p>È un cambio di paradigma che spinge verso un modello più complesso e meno vulnerabile agli shock esterni. La vera svolta, tuttavia, è nella valorizzazione economica del problema. Il granchio blu, da minaccia ecologica, diventa materia prima. Il Ministero dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste ha lavorato all’apertura di canali di export verso mercati dove questo crostaceo è già ampiamente consumato, come Stati Uniti e Asia, mentre sul piano interno sono stati siglati accordi con l’industria conserviera per sviluppare prodotti trasformati destinati al settore HoReCa. </p>



<p>Nasce così una filiera, e con essa un nuovo equilibrio economico: ogni esemplare catturato diventa un potenziale ricavo, contribuendo a sostenere il reddito delle cooperative locali. Questo modello è stato portato come caso emblematico al Seafood Expo Global 2026, dove l’Italia si è presentata con una delegazione di 93 aziende e il supporto di sette regioni, in un’operazione finanziata dal FEAMPA 2021-2027. Il messaggio è chiaro: la gestione delle sfide ambientali è ormai parte integrante della competitività economica. Non a caso, la Blue Economy italiana genera oltre 11 miliardi di euro di valore aggiunto e sostiene circa 157.000 lavoratori, secondo dati istituzionali e report di settore. </p>



<p>Quello che emerge è un approccio che combina intervento pubblico, ricerca scientifica e capacità di adattamento delle imprese. Il granchio blu non è scomparso e probabilmente non scomparirà, ma non è più solo un’emergenza: è diventato una variabile da gestire e, in parte, da sfruttare. In un contesto globale segnato da cambiamenti climatici e specie invasive sempre più frequenti, il caso italiano suggerisce una direzione possibile: non sempre si può tornare indietro, ma si può imparare a convivere con l’imprevisto trasformandolo, quando possibile, in opportunità economica.</p>
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		<title>Nucleare, rinnovabili e costi: l&#8217;Italia si interroga sul futuro della transizione</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/energia-rinnovabili-costi-transizione-italia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 13:36:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All'evento Sole 24Ore sul nucleare Pichetto Fratin e i vertici di Rina, Ansaldo e Maire. Il sentiero e il quadro normativo da definire.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/energia-rinnovabili-costi-transizione-italia/">Nucleare, rinnovabili e costi: l’Italia si interroga sul futuro della transizione</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il nucleare non è alternativo alle rinnovabili, ma al termoelettrico. È questo il messaggio che il ministro dell&#8217;Ambiente e della sicurezza energetica <strong>Gilberto Pichetto Fratin</strong> ha voluto lanciare alla seconda edizione dell&#8217;evento del Sole 24 Ore &#8220;<a href="https://24oreventi.ilsole24ore.com/transizione-energetica-2026/">Transizione energetica e l&#8217;industria del nucleare</a>&#8220;, svoltosi oggi a Milano. «Il Green deve essere integrato dal nucleare, va in sostituzione semmai del termoelettrico: questa è la sfida, non in sostituzione delle rinnovabili di cui stiamo rispettando la tabella di marcia» ha dichiarato il ministro, ricordando che al 31 dicembre 2025 l&#8217;Italia si attestava a 1,4 GW, «poco ma sopra l&#8217;obiettivo del piano». Per il prossimo decennio, ha aggiunto, «l&#8217;integrazione del nucleare è all&#8217;11-22%. Non abbiamo alternative, se no è una scelta di arretratezza.» E con una punta di ironia: «Il mio sogno è anche la fusione nucleare e mi auguro di partecipare all&#8217;inaugurazione, anche se a 95 anni è durissima.» Pichetto Fratin ha poi inquadrato la scelta nucleare in una prospettiva continentale: «L&#8217;Europa sta andando verso il nucleare perché si è resa conto che non possiamo essere dipendenti da altre parti del mondo, peraltro molto instabili politicamente».</p>



<p>Sul fronte industriale, <strong>Leonardo Brunori</strong>, Energy Executive Vice President di Rina, ha sottolineato il doppio valore strategico della tecnologia nucleare: «Il nuovo nucleare può garantire sicurezza energetica e decarbonizzazione. Per l&#8217;Italia è anche un&#8217;opportunità, che garantirebbe ulteriore crescita a una filiera già ricca di eccellenze tecnologiche e di competenze specializzate, creando professionalità e occupazione.» Brunori ha posto l&#8217;accento in particolare sugli Small Modular Reactor: «Gli SMR fanno un cambio di paradigma rispetto all&#8217;energia nucleare classica. Hanno un potenziale di accettabilità maggiore e possono cambiare la percezione del pubblico nei confronti del nucleare».</p>



<p>La questione normativa resta però un nodo irrisolto. <strong>Fabrizio Fabbri</strong>, amministratore delegato di Ansaldo Energia, è stato esplicito: «Il quadro normativo è fondamentale perché qualsiasi progetto deve essere calato in un quadro normativo di riferimento. Senza un quadro normativo sarà difficile rilanciare il nucleare in Italia.» L&#8217;Unione Europea si sta muovendo «per avere un quadro normativo comune» ha spiegato Fabbri, «e le regole sono talmente importanti che per finanziare un progetto bisogna sapere come farlo e soprattutto quando questo riuscirà a produrre benefici».</p>



<p>Sul fronte della domanda energetica a lungo termine, <strong>Giovanni Sale</strong>, Corporate and Business Strategy Senior Vice President di Maire, ha tracciato uno scenario di forte espansione: «Ciò che oggi si chiede è chi è pronto a costruire le infrastrutture energetiche. Da qui al 2050 ci si aspetta il raddoppio del consumo». Una prospettiva che implica conseguenze immediate per la filiera industriale: «La componentistica del nucleare da qui a 10 anni dovrà raddoppiare la produzione».</p>



<p>In parallelo, intervenendo a Roma a un evento di Farmindustria in occasione della Giornata del Made in Italy, il ministro delle Imprese <strong>Adolfo Urso</strong> ha inquadrato il tema energetico nella prospettiva della politica industriale. «Abbiamo ovviamente un problema che pesa: il costo dell&#8217;energia. Il nostro mix energetico, determinato da scelte del passato che ci hanno precluso l&#8217;utilizzo del nucleare, ci ha reso più dipendenti dal gas e dal carbone fossile; fattori che oggi, insieme al sistema degli ETS, gravano sulle bollette di cittadini e imprese», ha spiegato il ministro. Urso ha poi illustrato la differenza tra i due strumenti di incentivazione in campo: «La differenza fondamentale tra <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/fondazione-nest-tira-somme-futuro/">Transizione 5.0 </a>e Industria 4.0 risiede proprio in questo: mentre la 4.0 incentiva l&#8217;innovazione tecnologica digitale, la 5.0 sostiene anche la transizione energetica.» Un esempio concreto è l&#8217;installazione di pannelli fotovoltaici prodotti in Europa per l&#8217;autoconsumo industriale: «Alla luce della crisi nel Golfo, questa misura si è rivelata saggia e previdente, avendo già attivato investimenti per 10 miliardi di euro con incentivi superiori a 4 miliardi.» Con la nuova Transizione 5.0, ha concluso Urso, «metteremo a disposizione altri 10 miliardi per i prossimi tre anni, destinati all&#8217;innovazione digitale – software, intelligenza artificiale, cloud – e all&#8217;efficientamento energetico tramite tecnologie green».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/energia-rinnovabili-costi-transizione-italia/">Nucleare, rinnovabili e costi: l&#8217;Italia si interroga sul futuro della transizione</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Ricarica elettrica, la nuova infrastruttura urbana che può cambiare il mercato dell’energia</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/investimenti-ricariche-elettroniche-sostenibilita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:50:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Investimenti privati, politiche europee e shock petroliferi spingono la mobilità elettrica da scelta individuale a leva di politica economica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>A guardarla da fuori, una colonnina può sembrare un oggetto banale: una scatola, un cavo, uno stallo. Dentro, però, c’è una nuova economia urbana fatta di capitale privato, tecnologia, autorizzazioni pubbliche, connessioni alla rete ed energia rinnovabile. Powy, società torinese attiva dal 2021 che gestisce la principale rete indipendente di ricarica pubblica, sta facendo di Roma e Milano due esempi di smart cities dove la ricarica elettrica non è più un “accessorio green”, ma un’infrastruttura condivisa e necessaria come le reti elettrica, idrica e telefonica.</p>



<p>Nella Capitale l’azienda ha annunciato l&#8217;installazione di 46 punti di ricarica ovvero 23 nuove colonnine (15 in AC, 6 in DC e 2 ad alta potenza), con una stima di riduzione delle emissioni pari a circa 30,3 tonnellate di CO₂ all’anno, senza considerare la mancata emissione di agenti altamente inquinanti dannosi per la salute. A Milano, invece, il piano di sviluppo prevede l’installazione di oltre 100 punti di ricarica sul territorio, di cui 52 già attivi (39 AC e 13 DC) con stazioni alimentate al 100% da energia rinnovabile. </p>



<p>Se la metrica è l’impatto, Powy stima che le proprie infrastrutture abbiano già evitato a Milano oltre 500 tonnellate di CO₂, con una media superiore a 27 tonnellate per stazione. «Per le 23 location approvate a Roma investiamo circa 400 mila euro: un primo passo per Powy nella Capitale, dove siamo pronti a investire ulteriormente per accompagnare lo sviluppo della ricarica pubblica in città», dice il <strong>CEO e co‑founder Federico Fea</strong>. E sul capoluogo lombardo aggiunge: «Tra le location già attive e quelle in pianificazione, Powy investe su Milano circa 900 mila euro, ma siamo pronti a creare almeno altri 300 punti di ricarica nei prossimi mesi. La sfida non è solo di mobilità ed infrastrutturale, ma riguarda soprattutto la salute dei cittadini: nel 2023 il nostro Paese è stato di gran lunga la maglia nera d’Europa per qualità dell’aria con oltre 43 mila decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico, di cui più di 10 mila in Lombardia».</p>



<p>Allargando lo sguardo al contesto internazionale la domanda da porsi è “se non ora, quando?”. Le politiche europee, infatti, mantengono la barra dritta verso la decarbonizzazione del trasporto stradale: oggi la legge Ue prevede il 100% di riduzione delle emissioni per le nuove auto e i nuovi van dal 2035, ma nel dicembre 2025 la Commissione ha presentato con l’Automotive Package una proposta che introdurrebbe maggiori flessibilità (90% di riduzione “tailpipe” dal 2035 e compensazioni per il restante 10%). A questa spinta normativa si aggiunge l&#8217;urgenza strategica: la crisi energetica legata alle tensioni sullo Stretto di Hormuz ha ricordato quanto l’economia resti esposta agli shock del petrolio. Solo nel 2024 da quel corridoio sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno, un quinto dei consumi globali di liquidi petroliferi.</p>



<p>In un momento in cui le tensioni sul petrolio e i rischi sulle rotte energetiche tornano a trasferirsi rapidamente sui prezzi, la questione non è solo quante colonnine si installano, ma quanto le città siano pronte a offrire alternative credibili alla mobilità tradizionale. Investimenti come quelli di Powy a Roma e Milano (senza dimenticare gli oltre 2200 punti di ricarica Powy già esistenti in Italia) servono proprio a questo: trasformare la transizione elettrica da scelta individuale “per pochi” a possibilità concreta su larga scala.</p>



<p>Infrastrutture di ricarica diffuse e affidabili, quindi, diventano un pezzo di politica economica oltre che ambientale: stimolano la domanda, anticipano gli obiettivi europei e attenuano l’impatto degli shock energetici sulle famiglie e sulle imprese. Senza dimenticarsi gli effetti positivi sulla salute di tutti noi. In altre parole, la scommessa di Powy è costruire una rete diffusa ed efficiente. In vista del 2035 se un cittadino decide di cambiare auto, dovrebbe poter modificare le proprie abitudini senza per questo cambiare città.</p>
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		<title>Real Estate, boom d&#8217;immobili certificati ESG nel 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 13:11:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel contesto della transizione sostenibile del settore immobiliare, l’integrazione dei criteri ESG sta evolvendo da elemento reputazionale a leva strategica per investimenti, progettazione e gestione degli asset. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel contesto della transizione sostenibile del settore immobiliare, l’integrazione dei criteri ESG sta evolvendo da elemento reputazionale <strong>a leva strategica per investimenti, progettazione e gestione degli asset</strong>. In questo scenario, <strong>la Tassonomia Europea si afferma come riferimento centrale</strong>, introducendo <strong>criteri chiari e misurabili</strong> per definire cosa possa essere considerato sostenibile e orientando in modo sempre più concreto non solo le scelte progettuali e operative, ma anche i flussi finanziari e le decisioni di investimento. La crescente diffusione di questo framework sta infatti guidando l’allocazione dei capitali verso asset allineati agli <strong>obiettivi climatici e ambientali dell’Unione Europea</strong>, accelerando l’adozione di <strong>approcci strutturati e comparabili lungo l’intera filiera del Real Estate</strong>. In questo contesto, benchmark di mercato come <strong>GRESB</strong> svolgono un ruolo chiave nel misurare il livello di integrazione dei fattori ESG e il grado di allineamento degli asset alle nuove aspettative regolatorie e degli investitori. Secondo <strong>GRESB</strong>, <strong>500.000 asset</strong> sono oggi valutati sulla base di criteri ambientali, sociali e di governance, a conferma del <strong>ruolo sempre più strutturale dei fattori ESG nelle decisioni di investimento</strong>. Rispetto ai circa 208.000 asset valutati nel 2024, si tratta di <strong>un incremento di oltre 290.000 unità</strong>, a dimostrazione dell’aumentata attenzione alla sostenibilità nel Real Estate. Una tendenza che assume particolare rilevanza alla luce dell’impatto del settore: secondo l’ultimo rapporto <strong>UNEP</strong>, <strong>costruzioni ed edifici generano il 34% delle emissioni globali di CO₂ e il 32% del consumo energetico mondiale</strong>, evidenziando l’urgenza di accelerare la transizione verso modelli più sostenibili. In questo scenario, il<strong>Real Estate può diventare un motore di rigenerazione e innovazione lungo tutta la filiera anche in Italia</strong>, integrando <strong>sostenibilità</strong> e impatto positivo negli edifici e nei processi: infatti, sempre secondo il report di <strong><em>GRESB</em></strong>, l’<strong>impatto di gas serra relativi al settore Real Estate </strong>passerà <strong>nel Belpaese</strong> dagli attuali <strong>26,63 kg</strong>/<strong>m2</strong> ai <strong>13,46 kg</strong>/<strong>m2 entro il 2050</strong>, andandosi praticamente a <strong>dimezzare </strong>(-<strong>49,5%</strong>).</p>



<p>Proprio per rispondere a queste sfide, il <strong>movimento B Corp</strong>, che conta <strong>oltre 9.000 aziende</strong> e quasi <strong>un milione di lavoratori nel mondo</strong>, riunisce imprese che adottano elevati standard di performance ambientale e sociale, trasparenza e responsabilità, <strong>promuovendo modelli di business in grado di ridurre concretamente l’impatto ambientale</strong> e favorire pratiche più sostenibili. La certificazione rilasciata valuta le aziende su governance, lavoratori, comunità, ambiente e clienti e richiede l’integrazione nello statuto dell’impegno verso tutti gli stakeholder, con verifiche periodiche e miglioramento continuo. Un modello che, nel Real Estate, favorisce l’integrazione dei criteri ESG lungo l’intera filiera.</p>



<p>In questo scenario si colloca <strong><em>EETRA</em></strong>,<strong> società benefit certificata B Corp e realtà di consulenza specializzata in strategie ESG per il Real Estate e le infrastrutture</strong>, che si posiziona come attore di riferimento nel supportare operatori, investitori e sviluppatori nell’adozione di modelli sostenibili. La società affianca i clienti nella <strong>decarbonizzazione di immobili e infrastrutture</strong>, offrendo servizi di <strong>rating ESG</strong>, <strong>certificazioni ambientali</strong> e <strong>analisi avanzate per migliorare le performance degli asset</strong> e garantire l’allineamento ai principali framework normativi, inclusa la Tassonomia Europea. In occasione del <strong>B Corp Month, </strong>la celebrazione annuale globale delle imprese certificate B Corp,<strong> EETRA ha promosso e organizzato</strong> presso BASE Milano <strong>la prima edizione di </strong>“<strong><em>RE Impact</em></strong><em>”</em>, un’iniziativa dedicata alla <strong>rigenerazione della filiera del Real Estate in chiave sostenibile e a impatto positivo</strong>. &nbsp;L’evento ha rappresentato un momento di <strong>confronto tra imprese, organizzazioni e professionisti impegnati nella trasformazione dell’ambiente costruito</strong>, con l’obiettivo di valorizzare modelli innovativi capaci di generare impatti positivi lungo tutta la filiera. “Oggi la sostenibilità non può più essere affrontata a livello di singola organizzazione, ma richiede un’integrazione strutturata lungo tutta la catena del valore. Il vero salto di qualità è la capacità di rendere i criteri ESG operativi, coerenti e misurabili tra tutti gli attori coinvolti, dalla finanza alla progettazione fino all’esecuzione” afferma <strong>Carlo Rossini</strong>, CEO e Managing Partner di <strong><em>EETRA</em></strong>. Il successo dell’iniziativa e l’ampia partecipazione registrata confermano l’interesse crescente verso questi temi e <strong>sanciscono la nascita di <em>RE Impact</em> come format annuale</strong>, destinato a evolversi con nuove edizioni e ulteriori momenti di approfondimento. Al centro del dibattito, <strong>il ruolo delle imprese “B Corp” come attori chiave nella costruzione di modelli economici in grado di coniugare competitività e creazione di valore nel lungo periodo</strong>.</p>



<p>Il primo momento di confronto, <strong>Circular Value – Innovazione, circolarità e valore territoriale</strong>, ha approfondito nuovi paradigmi per la sostenibilità nella filiera del real estate, con la partecipazione di <strong><em>Green Building Council Italia, GARC Holding SpA SB, Kerakoll SpA, Palm SpA SB e Grendi Holding SpA SB</em></strong>. I partecipanti hanno discusso come materiali, processi e modelli operativi innovativi possano generare valore condiviso, ridurre impatti ambientali e promuovere sviluppo territoriale. Il valore aggiunto emerso da questa tavola è stato il confronto diretto tra aziende con competenze complementari, che ha permesso di identificare <strong>approcci concreti per la circolarità dei materiali</strong>, <strong>l’innovazione nei processi produttivi e la logistica sostenibile</strong>, mostrando come la collaborazione lungo tutta la filiera possa tradurre la sostenibilità in risultati operativi e misurabili. “Nei nuovi paradigmi della sostenibilità applicati alle filiere produttive, la logistica non è più soltanto un vettore di trasporto, ma una leva strategica per rendere più efficienti e responsabili i processi industriali. Il Gruppo Grendi, prima realtà del trasporto marittimo e della logistica integrata ad aderire al movimento B Corp<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />, porta avanti da tempo questo approccio attraverso strumenti concreti, come l’ottimizzazione dei carichi navali con il sistema a cassette e l’intermodalità ferroviaria. In tale contesto, anche il minor impatto del costo ETS rappresenta una conseguenza diretta di un modello operativo più efficiente e sostenibile, con valori fino al 50% inferiori rispetto alla concorrenza” ha commentato <strong>Costanza Musso</strong>, amministratrice delegata del <strong><em>Gruppo Grendi</em></strong>.</p>



<p>Durante il secondo confronto, <strong><em>Urban Impact – Dalla finanza sostenibile alla rigenerazione urbana</em></strong>, è stato esaminato <strong>il ruolo della finanza e delle reti collaborative nella trasformazione del settore</strong>, con la partecipazione di <strong><em>Near SGR SpA Benefit, EDERA Srl Impresa Sociale, Alleanza Aria Clima Milano ed EETRA</em></strong>. Il dibattito ha evidenziato come <strong>strumenti finanziari, strategie integrate e approcci ecosistemici possano accelerare la transizione verso un real estate a impatto positivo</strong>. Dagli interventi è emerso che la finanza sostenibile, combinata con una rete collaborativa tra imprese, enti e investitori, consente di tradurre criteri ESG e Tassonomia UE in progetti concreti di rigenerazione urbana e sviluppo immobiliare a impatto misurabile, creando nuove opportunità di innovazione e di valore condiviso lungo tutta la filiera. “In un momento in cui sostenibilità e Real Estate devono dimostrare risultati, RE Impact è l’occasione giusta per confrontarsi su metodi e responsabilità. Il valore sta nel mettere attorno allo stesso tavolo investitori e filiera, per trasformare criteri ESG e Tassonomia UE in scelte progettuali e di cantiere verificabili. Una attitudine tipica delle B Corp: costruire ecosistemi e innovazione che duri nel lungo periodo”, sottolinea <strong>Andrea Vecci</strong>, Executive Director – Head of Impact Sustainability &amp; Communication di <strong><em>Near</em></strong>.</p>
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		<title>Carbon Credits, Foresta Vaia: il recupero può trasformarsi in opportunità per le imprese </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 15:04:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche il ripristino della foresta Vaia potrebbe entrare nel mercato dei crediti di carbonio. Questo l’obiettivo del progetto CambiaMenti</p>
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<p>Anche il ripristino della foresta Vaia potrebbe entrare nel mercato dei crediti di carbonio. Questo l’obiettivo del progetto <strong>CambiaMenti</strong>, presentato al 3° European Carbon Farming Summit di Padova, uno dei primi che traducono in fatti concreti il <strong>Carbon Removal Certification Framework (CRCF)</strong>, il quadro normativo europeo che renderà possibile a partire dall’estate 2026 il cosiddetto <strong>carbon farming</strong>. Da quel momento foreste, suoli agricoli, agroforestazione diventeranno strumenti per certificare le rimozioni di carbonio a livello locale.</p>



<p>Il progetto, presentato da&nbsp;<strong>Daniele Pernigotti</strong>, CEO di Aequilibria e Chair del comitato tecnico europeo CEN/TC 467 sul cambiamento climatico,&nbsp;<strong>prova per la prima volta in Italia a tradurre il quadro europeo su scala territoriale,</strong>&nbsp;sperimentando una&nbsp;<strong>filiera locale dei crediti di carbonio</strong>&nbsp;in cui generazione e acquisto avvengono nello stesso contesto geografico. Chi compra i crediti può conoscere direttamente i soggetti che li generano, come proprietari forestali, agricoltori e gestori del territorio, e le risorse economiche prodotte dalla compensazione delle emissioni restano nel territorio in cui vengono realizzati gli interventi.</p>



<p>“<em>CambiaMenti è un progetto pilota su scala locale del CRCF, realizzato in parallelo alla fase di attuazione del Regolamento europeo</em>”, commenta&nbsp;<strong>Daniele Pernigotti</strong>. “<em>Mette intorno allo stesso tavolo tutte le parti interessate della filiera dei crediti di carbonio, consentendo un rapporto diretto tra produttori e acquirenti. Ne deriva la creazione di una maggiore trasparenza e fiducia sull’intero processo e la possibilità di un vantaggio economico per tutte le parti coinvolte, eliminando il complesso sistema di intermediazione dei crediti</em>”.</p>



<p>Negli ultimi anni, il mercato dei crediti di carbonio è cresciuto rapidamente, spinto dalla domanda delle imprese che cercano di compensare le proprie emissioni. Ma spesso chi acquista un credito non ha strumenti reali per verificare dove nasce, chi lo genera e quali benefici ambientali produce davvero. Il risultato è una <strong>crisi di credibilità</strong> che ha colpito duramente il settore: il mercato spot dei crediti ha perso oltre il 75% del proprio valore, scendendo da oltre 2 miliardi di dollari a poco più di <strong>500 milioni nel 2024</strong>. Una dinamica diversa emerge però dagli accordi di acquisto diretto per la rimozione certificata del carbonio, che nel 2025 hanno superato i 7 miliardi di dollari. Un segnale chiaro di come la domanda di crediti verificabili e tracciabili resti elevata.</p>



<p>In questo scenario l’Italia presenta un potenziale significativo. Il Paese dispone di oltre&nbsp;<strong>11 milioni di ettari di superficie forestale</strong>, ma il mercato dei crediti di carbonio non è ancora sostenuto da un sistema di certificazione uniforme e trasparente. CambiaMenti nasce proprio con l’obiettivo di costruire questo sistema partendo dal territorio.</p>



<p>Il Veneto rappresenta un contesto particolarmente adatto alla sperimentazione. La&nbsp;<strong>tempesta Vaia</strong>&nbsp;ha devastato oltre&nbsp;<strong>12.000 ettari</strong>&nbsp;di foreste nel solo Veneto, abbattendo circa&nbsp;<strong>14 milioni&nbsp;</strong><strong>di alberi</strong>&nbsp;e causando danni complessivi stimati in quasi&nbsp;<strong>3 miliardi di euro</strong>. Alcune di queste aree rientrano tra i possibili siti dei primi interventi pilota del progetto, insieme a zone di infrastruttura verde urbana e a terreni agricoli dove applicare pratiche di&nbsp;<strong>agricoltura rigenerativa</strong>&nbsp;capaci di aumentare la capacità di assorbimento di CO₂ dei suoli.</p>



<p>Il progetto è promosso da sei imprese B Corp vicentine &#8211;&nbsp;<strong>Alisea, Arbos, Cielo e Terra, D’Orica, Ecozema e Zordan,</strong>&nbsp;con il coordinamento dell&#8217;<strong>Accademia Olimpica di Vicenza</strong>, storica istituzione culturale fondata nel XVI secolo e il supporto tecnico di&nbsp;<strong>Aequilibria</strong>, società Benefit specializzata in politiche climatiche e sistemi di certificazione del carbonio.</p>



<p>Con la presentazione al Summit, il progetto entra nella sua fase operativa, che prevede la mappatura delle aree potenzialmente coinvolte, la selezione dei siti pilota forestali e agricoli, l’analisi tecnico-economica degli interventi, la definizione degli accordi tra i soggetti della filiera e infine lo sviluppo e la validazione dei primi interventi. Il modello sperimentato nel vicentino è costruito per essere <strong>replicabile</strong>: una filiera locale dei crediti di carbonio in cui benefici ambientali, economici e territoriali restano connessi allo stesso territorio in cui vengono generati.</p>
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		<title>Mercosur, fumata bianca: entra in vigore il primo maggio</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/mercosur-primo-maggio-entrata-vigore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Cinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 09:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur entrerà in applicazione provvisoria a partire dal primo maggio. Lo annuncia la Commissione europea.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&#8217;accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur <strong>entrerà in applicazione provvisoria</strong> a partire dal primo maggio. Lo annuncia la Commissione europea, che ha notificato ai Paesi sudamericani lo strumento necessario per avviare l&#8217;intesa firmata a gennaio al termine di un negoziato durato oltre venticinque anni. L&#8217;ultimo passaggio procedurale è stato completato con una nota verbale inviata al Paraguay, custode legale dei trattati del Mercosur.</p>



<p>L&#8217;accordo si applicherà in via provvisoria tra l&#8217;Ue e tutti i Paesi del blocco sudamericano che avranno completato la ratifica e inviato la notifica formale entro la fine di marzo. Argentina, Brasile e Uruguay lo hanno già fatto. Il Paraguay, che ha ratificato l&#8217;intesa di recente, è atteso a breve con la sua notifica.</p>



<p><strong>La lunga strada verso il via libera</strong><br>Dopo la firma di gennaio, l&#8217;accordo era finito in una zona grigia istituzionale. Il Parlamento europeo aveva votato, con uno scarto di soli dieci voti &#8211; 334 favorevoli contro 324 &#8211; di chiedere alla Corte di giustizia Ue di valutarne la compatibilità con i trattati, congelando di fatto l&#8217;iter parlamentare. Al centro della contestazione c&#8217;erano due nodi: lo «spacchettamento» dell&#8217;intesa, accusato di aggirare i parlamenti nazionali, e il «meccanismo di riequilibrio» che avrebbe consentito contromisure ai Paesi Mercosur in caso di future leggi Ue penalizzanti per le loro esportazioni. Nonostante questo, la Commissione ha mantenuto aperta la strada dell&#8217;applicazione provvisoria, sostenuta dagli Stati membri.</p>



<p>Il voto aveva fotografato un Parlamento spaccato. L&#8217;accordo reggeva grazie al blocco Ppe-Pse, ma trovava resistenze trasversali: non solo nei gruppi euroscettici, ma anche in Renew Europe, Verdi e Sinistra. Persino i Patriots for Europe di Jordan Bardella avevano votato il deferimento, trovandosi fianco a fianco con l&#8217;area progressista.</p>



<p><strong>Chi guadagna e chi rischia</strong><br>I settori più avvantaggiati sono quelli oggi gravati dai dazi più alti. Nell&#8217;automotive le tariffe arrivano fino al 35% e potrebbero essere progressivamente eliminate nell&#8217;arco di sette-quindici anni. Analoga prospettiva per i macchinari industriali e il chimico-farmaceutico, dove i dazi raggiungono rispettivamente il 20 e il 18%. Tessile, moda, vino e alcolici, anch&#8217;essi colpiti da tariffe fino al 35%, vedrebbero aprirsi mercati finora difficili da conquistare. Per formaggi e latticini l&#8217;accordo non prevede l&#8217;azzeramento dei dazi ma una riduzione con quote, aprendo comunque uno spazio commerciale considerato ancora difficile da presidiare. Sul fronte delle indicazioni geografiche, l&#8217;intesa garantisce protezione a 350 prodotti europei, bloccando le imitazioni in stile «Parmesan». Le ombre riguardano pollame e zucchero, oggi molto protetti, che si troverebbero a fare i conti con quote controllate di importazione, e la carne bovina, dove la pressione concorrenziale sugli allevamenti europei resta difficile da ignorare.</p>



<p><strong>Le proteste e il fronte agricolo</strong><br>La mobilitazione non si è mai fermata. In Francia Macron ha ribadito il no, definendolo «unanime» sul piano politico, senza riuscire a impedire nuove sfilate di trattori a Parigi fino all&#8217;Arco di Trionfo e alla Tour Eiffel. In Italia Coldiretti, Confagricoltura e Cia hanno chiesto più garanzie «scritte» su reciprocità e salvaguardie. Il timore ricorrente è quello di una concorrenza asimmetrica: «il rischio è l&#8217;arrivo di prodotti realizzati con sostanze vietate da noi da decenni», con annessa denuncia dei modelli di coltivazione intensiva e dell&#8217;impatto ambientale in Sudamerica.</p>



<p><strong>La posizione dell&#8217;Italia</strong><br>Roma ha lavorato per strappare condizioni più favorevoli. Il ministro dell&#8217;Agricoltura Francesco Lollobrigida ha formalizzato la richiesta di abbassare la soglia di attivazione delle clausole di salvaguardia: l&#8217;obiettivo è farle scattare con un aumento del 5% dei prezzi dei prodotti più esposti, rispetto all&#8217;8% previsto dal meccanismo attuale. Il governo rivendica di aver già incassato alcune aperture, tra cui una maggiore flessibilità sui fondi di coesione con risorse complessive di 94 miliardi, parte delle quali destinate all&#8217;agricoltura italiana. Sul versante opposto, Confindustria spinge per valorizzare l&#8217;accordo come leva per l&#8217;export e l&#8217;accesso ai mercati del Mercosur.</p>
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		<title>Riciclo degli imballaggi, CONAI: «Le importazioni dal Far East minacciano il settore»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 14:04:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tasso di riciclo degli imballaggi in Italia dovrebbe attestarsi attorno al 75% nel 2026, per un volume di quasi 11 milioni di tonnellate.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il tasso di riciclo degli imballaggi in Italia dovrebbe attestarsi attorno al 75% nel 2026, per un volume di quasi 11 milioni di tonnellate. Una lieve flessione rispetto al 76,7% registrato nel 2024, in un anno che si annuncia complicato per il settore. Sono le prime stime elaborate da CONAI in occasione della Giornata mondiale del riciclo, appena passata.</p>



<p>«Stime che quest&#8217;anno obbligano a una grande prudenza» avverte il presidente di CONAI Ignazio Capuano, citando fattori di contesto, dinamiche statistiche e pressioni di mercato che stanno colpendo le singole filiere. Il paradosso è che la raccolta differenziata continua a crescere — e nel 2026 supererà abbondantemente i 14 milioni di tonnellate di immesso al consumo — ma questo non si traduce automaticamente in riciclo effettivo.</p>



<p>Il problema è a valle. Per la carta pesa la contrazione della domanda interna, mentre cresce l&#8217;export. Nelle plastiche la situazione è più critica: i quantitativi di rifiuti selezionati ma non ritirati dal mercato sono in aumento, e questo rischia di alterare la contabilizzazione dei flussi reali. «Mancano gli sbocchi per la materia riciclata e riciclare costa di più» spiega Capuano. A complicare il quadro, i costi energetici: l&#8217;Italia sconta in questo momento le tariffe più alte d&#8217;Europa, in un settore che di energia ne consuma molta.</p>



<p>Sullo sfondo c&#8217;è una questione più strutturale, che il presidente di CONAI indica come la vera emergenza: la concorrenza sleale delle importazioni extraeuropee. «Importiamo a costi inferiori sempre più manufatti già realizzati da Paesi extra-europei» dice Capuano. «I viaggi dal Far East non sono ambientalmente neutri. Non possiamo permetterci di vanificare i benefici del riciclo con importazioni che sono ambientalmente costose e che minacciano un settore strategico per le manifatture europee».</p>



<p>In questo scenario, il sistema CONAI torna a svolgere la sua funzione di ammortizzatore: si stima che nel 2026 i Comuni gli affideranno oltre 5,5 milioni di tonnellate di imballaggi a fine vita, contro i 4,74 milioni del 2024. Una crescita che riflette il ritiro del mercato privato quando il riciclo smette di essere redditizio.</p>



<p>La risposta, per Capuano, deve venire dalla politica industriale: «Servono regole più chiare per rendere più solide la pianificazione industriale e la fiducia delle imprese, e occorre rendere la finanza più semplice e accessibile per le piccole e medie imprese». Il segnale che arriva dal tessuto produttivo italiano è intanto già preoccupante: molte aziende hanno cominciato a investire meno in ecodesign e sostenibilità, frenate dall&#8217;incertezza sul nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e dalle tensioni geopolitiche globali.</p>
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		<title>Crisi idrica, all&#8217;Italia costa 227 euro pro capite: il doppio della media europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 14:27:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Libro Bianco 2026 di TEHA fotografa un'emergenza strutturale: 13,4 miliardi di euro l'anno bruciati tra siccità, alluvioni e sprechi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/crisi-idrica-227-pro-capite-doppio-media-europea/">Crisi idrica, all’Italia costa 227 euro pro capite: il doppio della media europea</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p>La crisi idrica costa agli italiani 227 euro pro capite ogni anno — il doppio della media europea di 112 euro — per un totale di 13,4 miliardi, «come se l&#8217;economia del nostro Paese si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno». È il quadro che emerge dal Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua di TEHA, giunto alla settima edizione, secondo cui l&#8217;Italia è «sempre più esposta allo stress idrico che comporta avere troppo poco o troppa acqua nei momenti sbagliati, difficoltà nella raccolta o nella gestione». Il picco era stato toccato nel 2022, con 284 euro per abitante e 16,7 miliardi di danni complessivi. Peggio dell&#8217;Italia, in Europa, solo la Slovenia, che supera i 1.600 euro ad abitante.</p>



<p>La situazione è destinata ad aggravarsi. L&#8217;ultimo rapporto delle Nazioni Unite ha sancito nel 2026 l&#8217;inizio dell&#8217;era della «bancarotta idrica globale»: un numero sufficiente di sistemi critici ha superato il punto di non ritorno, con effetti a cascata sulle comunità di tutto il pianeta. In Italia, nel solo 2025 si sono contati oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense e 139 allagamenti urbani, contro i 45 eventi e i 3 allagamenti annui dei primi anni Duemila. L&#8217;agricoltura ha pagato il prezzo più alto: nell&#8217;ultimo decennio la produzione si è ridotta del 7,8%, con picchi nelle coltivazioni più idrovore, e nel 2024 i danni legati ai cambiamenti climatici nel settore hanno raggiunto 8,5 miliardi di euro.</p>



<p>Le dimensioni economiche della filiera dell&#8217;acqua sono tuttavia enormi. Lungo tutta la sua catena, la risorsa coinvolge quasi 2 milioni di imprese e abilita complessivamente 384 miliardi di euro di valore aggiunto: senza di essa, secondo TEHA, il 20% del PIL italiano non potrebbe essere generato. «Una gestione emergenziale del settore ne mette a rischio la competitività», ha avvertito Valerio De Molli, CEO e managing partner di TEHA Group, invocando «una pianificazione strategica di lungo periodo capace di sviluppare un settore idrico resiliente e sostenibile».</p>



<p>Il nodo più urgente è quello degli investimenti. La tariffa del servizio idrico integrato, pur cresciuta fino a 2,5 euro al metro cubo nel 2024, resta tra le più basse d&#8217;Europa — il 30% sotto la media UE e pari a un quinto di quella della Danimarca — e da sola non sarà sufficiente a sostenere il fabbisogno del settore dopo la conclusione del PNRR. Con l&#8217;apporto del capitale privato, gli investimenti potrebbero salire fino a 98 euro pro capite rispetto agli 83 previsti dal 2027 senza risorse europee.</p>



<p>A rendere il quadro ancora più preoccupante è il deficit culturale: il 96% dei cittadini non è in grado di quantificare i propri consumi idrici e tende a sottostimarli, nonostante quasi tutti dichiarino di adottare comportamenti virtuosi. Un paradosso che assume contorni ancora più netti se si considera che, con un&#8217;impronta idrica di 130 miliardi di metri cubi l&#8217;anno, l&#8217;Italia è il Paese più idrovoro d&#8217;Europa, davanti a Germania e Francia.</p>
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		<title>Verso l’autonomia energetica: il settore guida la transizione e vale il 18% del Pil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 15:48:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’autonomia energetica è un sogno realizzabile. E il settore energia made in Italy punta a fare squadra seriamente, accompagnato dal governo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/auto-autonomia-energetica-transizione-pil/">Verso l’autonomia energetica: il settore guida la transizione e vale il 18% del Pil</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’autonomia energetica è un sogno realizzabile. E il settore energia made in Italy punta a fare squadra seriamente, accompagnato dalle politiche del governo. Intanto si chiude oggi a Rimini la quarta edizione dell’Expo «KEY- The Energy Transition», organizzata da Italian Exhibition Group. È  ormai considerato l’evento più alto del settore a livello europeo, con focus su innovazione e qualità. L’intero sistema energetico italiano (petrolio, gas, elettricità, utility e servizi collegati) cuba 421 miliardi: il 17,6% del Pil nazionale. Al KEY Energy di Rimini hanno partecipato oltre mille imprese espositrici, di cui il 30% arriva dall’estero da 30 Paesi. Oltre 500 buyer da 50 Paesi, 24 padiglioni e oltre 125mila metri quadri di esposizione, con 150 eventi tra conferenze e incontri B2B. </p>



<p>La transizione energetica di fatto guida quella industriale, più ampia. L’intera catena del valore italiana dell’energia è in forte espansione. Lo dimostrano la capacità installata che nel 2025 è continuata a crescere e le stime per il 2026 che indicano 90 gigawatt complessivi installati, con un tasso medio di crescita attorno al 9% previsto anche per i prossimi anni. L’Italia sta attraversando una fase di profonda transizione. Le rinnovabili coprono ormai il 41-42% della domanda elettrica nazionale: un livello record che ci avvicina agli obiettivi europei di decarbonizzazione. Il 2025 è stato caratterizzato dalla forte crescita della produzione fotovoltaica, che ha toccato quota 44 terawattora. </p>



<p>L’intera capacità rinnovabile installata ha superato i 76 gigawatt, trainata soprattutto da solare ed eolico. La crescita delle rinnovabili si inserisce nella strategia nazionale del governo di riduzione della dipendenza energetica dall’estero. In un contesto di mercato rapidissimamente mutato alla luce del nuovo conflitto mediorientale: i prezzi dal 28 febbraio sono schizzati, col gas naturale europeo sopra i 50 euro MWh (+65%) e il brent oltre gli 80$ al barile (+10%). Lo studio Althesys presentato a Rimini sulla transizione energetica indica in 69 GW il quantum energetico di richieste di connessione di data center alla rete. Nel 2035 i data center assorbiranno il 12,7% dei consumi elettrici finali. E con questo fattore occorre iniziare a fare i conti. Anche perché l’Italia resta un Paese importatore, sebbene l’85% della domanda odierna sia già coperta da produzione interna, e solamente il 15% arrivi dall’estero. </p>



<p>Obiettivo di medio periodo condiviso da governo Meloni e operatori industriali è l’autonomia. Come arrivarci? Espandendo ancora le rinnovabili, sviluppando sistemi di accumulo &#8211; quanto mai necessari &#8211; e potenziando le nostre reti. Sfida principale resta la modernizzazione delle infrastrutture elettriche. Terna ha annunciato un piano di investimenti da oltre 23 miliardi di euro entro il 2034 per digitalizzare il sistema e aumentarne la capacità di integrazione con le fonti rinnovabili. Nel frattempo, però, va sostenuta la crescita della generazione distribuita e garantita la stabilità dell’intero sistema energetico. </p>



<p>Sul piano politico, la transizione energetica è diventata uno dei pilastri della Strategia economica nazionale. Il governo attraverso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica a guida Pichetto Fratin punta ad aumentare significativamente il peso delle rinnovabili nel mix energetico, con l’obiettivo di raggiungere circa il 40% di energia rinnovabile nei consumi entro il 2030, oltre ad aumentare il livello della produzione elettrica. Parallelamente sono stati introdotti incentivi e schemi di sostegno pubblico per favorire nuovi impianti e sostenere le imprese energivore, con misure che puntano a ridurre il costo dell’energia per l’industria. L’Italia grazie alla solidità delle sue utility e alla leadership nel manifatturiero può ambire al ruolo di hub europeo per l’adozione su scala industriale delle tecnologie pulite, e questo potrebbe rappresentare un ulteriore vantaggio competitivo. La sfida è appena cominciata, ma abbiamo imboccato la strada giusta.</p>
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		<title>Oil &#038; gas, la filiera italiana tra tensioni geopolitiche e nodo della competitività energetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 15:13:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista) Instabilità dei prezzi, incertezza sugli approvvigionamenti e una crescente pressione competitiva rispetto ad altri sistemi produttivi, queste...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/oil-gas-la-filiera-italiana-tra-tensioni-geopolitiche-e-nodo-della-competitivita-energetica/">Oil & gas, la filiera italiana tra tensioni geopolitiche e nodo della competitività energetica</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)</p>



<p>Instabilità dei prezzi, incertezza sugli approvvigionamenti e una crescente pressione competitiva rispetto ad altri sistemi produttivi, queste le condizioni che in queste settimane stanno mettendo a dura prova la filiera italiana dell’oil &amp; gas. Un quadro che si riflette con particolare evidenza in territori come la Basilicata, uno dei principali hub energetici del Paese. La regione rappresenta infatti un laboratorio strategico per osservare la transizione energetica in territori ricchi di risorse naturali, con una presenza significativa sia nel comparto degli idrocarburi sia nello sviluppo delle fonti rinnovabili. Oggi quasi il 90 per cento dell’elettricità prodotta in Basilicata proviene da fonti rinnovabili, un valore nettamente superiore alla media nazionale, mentre la produzione complessiva supera il fabbisogno regionale.</p>



<p>Allo stesso tempo il territorio mantiene un ruolo centrale nella produzione nazionale di idrocarburi: oltre il 70 per cento del petrolio estratto in Italia proviene dai giacimenti lucani e circa il 40 per cento della produzione nazionale di gas naturale è concentrata nella regione. L’impatto economico della filiera è significativo anche in termini di indotto e sviluppo territoriale: secondo le stime disponibili, ogni euro speso dal distretto petrolifero genera quasi 1,9 euro di valore economico sul territorio, con un contributo complessivo pari a circa il 10 per cento del PIL regionale considerando fornitori e attività collegate. Nonostante questo peso strategico, negli ultimi anni la produzione di greggio e gas ha registrato una progressiva riduzione. Nei due principali siti estrattivi della Val d’Agri e di Tempa Rossa, a fronte di una capacità autorizzata pari a circa 140 mila barili al giorno, la produzione effettiva si colloca oggi poco sopra i 60 mila barili giornalieri. Anche i dati più recenti indicano una contrazione delle estrazioni: nei primi nove mesi del 2025 sono stati prodotti circa 310 mila barili di petrolio in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre la produzione di gas naturale ha registrato un calo di circa il 7 per cento. Una frenata che si riflette direttamente sulle entrate da royalties per i territori e sull’attività complessiva dell’indotto industriale.</p>



<p>Secondo Somma, presidente di Confindustria Basilicata, una parte di queste difficoltà è legata alla lentezza dei processi autorizzativi e alla difficoltà di portare a piena capacità produttiva i giacimenti esistenti. «L’inerzia nelle autorizzazioni rischia di trasformarsi in un danno per il Paese e per i territori», osserva, sottolineando come la mancata valorizzazione di risorse già individuate finisca per ridurre le opportunità di investimento e sviluppo locale. Il tema non riguarda solo l’economia regionale ma più in generale la strategia energetica nazionale. In un contesto internazionale segnato da instabilità e competizione per le risorse, l’Italia resta infatti uno dei Paesi europei con il maggiore potenziale di incremento della produzione domestica di gas e petrolio. Secondo gli industriali lucani, un approccio più pragmatico alla valorizzazione delle risorse nazionali potrebbe contribuire sia alla sicurezza energetica del Paese sia alla competitività del sistema industriale, riducendo la dipendenza dalle importazioni e immettendo nuove risorse nel mercato energetico europeo. </p>



<p>Allo stesso tempo la Basilicata sta cercando di utilizzare le risorse generate dal comparto energetico per sostenere percorsi di diversificazione economica. Negli ultimi anni le compagnie attive sul territorio hanno contribuito anche a programmi di investimento destinati a progetti cosiddetti “non oil”, con l’obiettivo di finanziare formazione, innovazione e nuove iniziative imprenditoriali locali.</p>



<p>L’idea è quella di trasformare gradualmente la regione in un laboratorio nazionale per lo sviluppo di competenze energetiche avanzate, capace di coniugare produzione tradizionale, rinnovabili e nuove filiere tecnologiche. In una fase di transizione energetica ancora in corso, petrolio e gas continueranno infatti a svolgere un ruolo rilevante per molti settori industriali energivori almeno nei prossimi decenni. Per questo, conclude Somma, «serve un approccio realistico che valorizzi le risorse disponibili e garantisca condizioni di stabilità per le imprese», evitando che rigidità normative o ritardi procedurali finiscano per penalizzare sia la competitività industriale sia le opportunità di sviluppo dei territori.</p>



<p>In una fase in cui le quotazioni del gas tendono a salire rapidamente, l’effetto sui costi industriali diventa immediato, con ripercussioni lungo l’intera filiera produttiva. A questo si aggiungono altre possibili conseguenze indirette, come l’aumento dei noli marittimi e dei costi di trasporto, dinamiche già osservate negli anni della crisi energetica e delle interruzioni delle catene globali del valore. In uno scenario di conflitti diffusi e difficili da prevedere, l’incertezza rischia quindi di diventare un ulteriore fattore di pressione per il sistema industriale europeo e italiano. In questo contesto Confindustria ha proposto la creazione di una task force nazionale dedicata alla gestione dell’emergenza energetica, una richiesta che secondo Somma appare oggi quanto mai necessaria.</p>



<p>«Serve una cabina di regia che aiuti a gestire questa fase di forte volatilità», afferma il presidente degli industriali lucani, ricordando come negli ultimi anni il sistema produttivo abbia già affrontato due crisi di natura straordinaria, quella pandemica e quella legata alla guerra russo-ucraina. Per l’industria, osserva Somma, la disponibilità di energia a costi competitivi e con forniture stabili rappresenta una condizione essenziale per continuare a produrre, innovare e generare occupazione. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/oil-gas-la-filiera-italiana-tra-tensioni-geopolitiche-e-nodo-della-competitivita-energetica/">Oil &amp; gas, la filiera italiana tra tensioni geopolitiche e nodo della competitività energetica</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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