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	<title>Ambiente - The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 18 Jun 2026 14:16:11 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Acqua e resilienza, presentato a Roma l&#8217;acquedotto antisismico dei Sibillini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Lambiase]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 21:07:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Acqua e resilienza, presentato a Roma l'acquedotto antisismico dei Sibillini. Un modello innovativo per garantire acqua e continuità dei servizi in caso di terremoti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/acqua-e-resilienza-presentato-a-roma-lacquedotto-antisismico-dei-sibillini/">Acqua e resilienza, presentato a Roma l’acquedotto antisismico dei Sibillini</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Garantire l&#8217;accesso all&#8217;acqua anche durante terremoti, frane, alluvioni ed eventi climatici estremi. È questa la sfida al centro dell&#8217;evento &#8220;La gestione dell&#8217;acqua a prova di terremoto, frane, alluvioni, effetti climatici. Nuove tecnologie e infrastrutture made in Italy per impianti e reti idriche&#8221;, che si è svolto a Palazzo Wedekind a Roma. Nel corso dell&#8217;incontro è stato presentato ufficialmente l&#8217;acquedotto antisismico dei Sibillini, un&#8217;infrastruttura considerata unica nel panorama europeo e progettata per garantire la continuità dell&#8217;approvvigionamento idrico anche in presenza di eventi sismici di elevata intensità. Il progetto supera il tradizionale modello basato su una singola linea di adduzione, introducendo una rete fondata sulla ridondanza infrastrutturale, sulla duplicazione strategica delle dorsali e sull&#8217;interconnessione dei sistemi idrici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;incontro ha rappresentato anche il lancio ufficiale del Forum Euromediterraneo dell&#8217;Acqua, che si svolgerà a Roma presso La Nuvola dal 29 settembre al 2 ottobre 2026. Un appuntamento che riunirà istituzioni, imprese, comunità scientifica e stakeholder internazionali per discutere di innovazione, sostenibilità e sicurezza delle risorse idriche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«L&#8217;Italia oggi può avere l&#8217;orgoglio di presentare un progetto ingegneristico che consente la realizzazione di un acquedotto capace di resistere alle sollecitazioni di un terremoto», ha dichiarato il ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare, Nello Musumeci. «Dopo un sisma la mancanza d&#8217;acqua non rappresenta soltanto un ulteriore disagio per la popolazione colpita, ma diventa un serio problema di carattere igienico-sanitario». Musumeci ha inoltre richiamato l&#8217;attenzione sulla necessità di rafforzare la cultura della prevenzione. «Qualunque intervento istituzionale non può produrre risultati ottimali senza la partecipazione consapevole dei cittadini», ha spiegato, sottolineando come accanto alle opere infrastrutturali sia necessario investire nella formazione e nell&#8217;educazione al rischio, a partire dalle scuole.</p>



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<iframe title="Musumeci: &quot;Con l&amp;apos;acquedotto antisismico preserviamo l&amp;apos;acqua anche in eventi avversi&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/pWnh8TYYe1M?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">A evidenziare il valore strategico dell&#8217;opera è stata Maria Spena, presidente del Comitato One Water. «Si tratta della prima infrastruttura idrica antisismica in Europa», ha affermato. «È la dimostrazione dell&#8217;eccellenza italiana nell&#8217;ingegneria idraulica e della capacità di trasformare ricerca e innovazione in opere concrete». Secondo la presidente del Comitato One Water, proprio l&#8217;interconnessione rappresenta uno degli strumenti più efficaci per affrontare le sfide poste dai cambiamenti climatici e dalla crescente pressione sulle risorse idriche. Un principio che sarà al centro del primo Forum Euromediterraneo dell&#8217;Acqua, in programma a Roma dal 29 settembre al 2 ottobre 2026, con la partecipazione di 43 Paesi dell&#8217;area euro-mediterranea. «L&#8217;Italia può rappresentare un ponte di dialogo e cooperazione in una regione nella quale l&#8217;acqua è sempre più un tema strategico, non solo ambientale ma anche geopolitico», ha osservato.</p>



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<iframe title="Spena (One Water): &quot;Forum Euromediterraneo dell&amp;apos;acqua pone l&amp;apos;Italia al centro&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/W2rxF7Yha10?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Le origini del progetto affondano direttamente nell&#8217;esperienza del terremoto del Centro Italia del 2016. A ricordarlo è stato il Commissario Straordinario di Governo per la ricostruzione sisma 2016, Guido Castelli. «Il 24 agosto 2016 non registrammo soltanto 299 vittime tra Amatrice, Arquata e Accumoli, ma anche la perdita di oltre il 60% dell&#8217;approvvigionamento idrico delle Marche», ha spiegato. «Quando abbiamo deciso di ricostruire quell&#8217;acquedotto ci siamo chiesti come fare in modo che, di fronte a un nuovo evento estremo, l&#8217;infrastruttura continuasse a funzionare. Da qui è nato quello che oggi rappresenta un vero modello europeo di acquedotto antisismico». Per Castelli, il progetto rappresenta un esempio concreto di come la ricostruzione possa trasformarsi in un&#8217;opportunità di innovazione. «Negli ultimi cinquant&#8217;anni l&#8217;Italia ha pagato circa 350 miliardi di euro di danni provocati da eventi estremi e catastrofali. Investire nella prevenzione significa ridurre drasticamente i costi futuri. Per ogni euro investito in prevenzione si può ottenere un risparmio di almeno dodici euro». </p>



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<iframe title="Castelli: &quot;Acquedotto antisismico modello europeo che testimonia la resilienza dei territori&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/igDK1RP3f64?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">La dimensione internazionale della gestione dell&#8217;acqua è stata al centro dell&#8217;intervento di Alain Meyssonnier, presidente dell&#8217;Istituto Mediterraneo dell&#8217;Acqua, che ha sottolineato l&#8217;importanza di investire nella prevenzione e nello scambio di buone pratiche tra i Paesi del Mediterraneo. Meyssonnier ha evidenziato come il Forum Euromediterraneo rappresenti un&#8217;occasione unica per condividere esperienze e soluzioni sulla gestione delle inondazioni, della scarsità idrica e dei rischi naturali. «È fondamentale anticipare gli investimenti necessari per ridurre gli impatti delle emergenze future», ha osservato, sottolineando come la cooperazione internazionale sia oggi uno strumento indispensabile per affrontare sfide che non conoscono confini.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Alain Meyssonnier: &quot;Forum Euromediterraneo importante per prevenire terremoti e inondazioni&quot;." width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/Z2gudO3wF6k?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Tra gli interventi anche quello di Erasmo D&#8217;Angelis, coordinatore del Comitato Italiano One Water e della Fondazione EWA, che ha definito il progetto dei Sibillini «un vero orgoglio nazionale». «Per la prima volta in Europa abbiamo un intero acquedotto costruito con tecniche antisismiche e in grado di resistere anche alle grandi frane», ha dichiarato. «Quando manca l&#8217;acqua dopo un sisma o dopo una grande frana si determinano condizioni di rischio molto elevate, anche dal punto di vista sanitario. Quest&#8217;opera dimostra le capacità tecniche e tecnologiche italiane e può rappresentare una svolta per il futuro delle infrastrutture idriche». D&#8217;Angelis ha inoltre richiamato l&#8217;attenzione sulla necessità di rafforzare la capacità del Paese di accumulare e gestire le risorse idriche. «L&#8217;Italia dispone di una quantità di acqua che molti Paesi ci invidiano. La vera sfida è dotarsi delle infrastrutture necessarie per conservarla e utilizzarla nei periodi di maggiore necessità».</p>



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<iframe loading="lazy" title="D&amp;apos;Angelis (One Water): &quot;Acquedotto antisismico dei Sibillini un orgoglio nazionale&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/FXA9qPZRXKw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">A sottolineare il valore strategico dell&#8217;infrastruttura è stato Luigi Ferrara, del Dipartimento Casa Italia della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha definito il nuovo acquedotto «una prova concreta dell&#8217;eccellenza italiana nel campo dell&#8217;ingegneria applicata alla prevenzione dei rischi naturali». Secondo Ferrara, l&#8217;opera rappresenta non soltanto una risposta alle esigenze dei territori colpiti dal sisma, ma anche un modello esportabile. «Può diventare un esempio per molti Paesi europei e mediterranei caratterizzati da elevata vulnerabilità sismica», ha spiegato. «Si tratta di un&#8217;esperienza che può essere condivisa e replicata, contribuendo a rafforzare il ruolo dell&#8217;Italia come punto di riferimento internazionale nella gestione delle infrastrutture idriche resilienti».</p>



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<iframe loading="lazy" title="Ferrara: &quot;Forum Euromediterraneo occasione per esportare i nostri saperi sulla gestione dell&amp;apos;acqua&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/71D6C3J15rE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Riprese e montaggio di Simone Zivillica</em></p>
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		<title>Transizione energetica, Vigilante: «Oggi il GSE affianca cittadini, imprese ed enti locali»</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/transizione-energetica-vigilante-oggi-il-gse-affianca-cittadini-imprese-ed-enti-locali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:16:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La transizione energetica cambia natura: non solo ambiente, ma anche sicurezza, autonomia e costo dell'energia. Vinicio Vigilante sull’evoluzione del ruolo del GSE tra imprese, cittadini e territori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/transizione-energetica-vigilante-oggi-il-gse-affianca-cittadini-imprese-ed-enti-locali/">Transizione energetica, Vigilante: «Oggi il GSE affianca cittadini, imprese ed enti locali»</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>La transizione energetica non si misura soltanto nei megawatt installati. Si misura anche nella capacità di trasformare strumenti, incentivi e opportunità in benefici concreti per famiglie e imprese. È una sfida che riguarda la diffusione delle rinnovabili, ma anche la semplificazione dei processi, l’accesso alle informazioni e il rapporto tra istituzioni e territori. Un terreno sul quale, secondo Vinicio Vigilante, Amministratore Delegato del Gestore dei Servizi Energetici, si gioca una parte importante della competitività energetica del Paese. Intervistato da Urania News a margine del Festival dell’Energia di Lecce, Vigilante ha delineato un modello nel quale il ruolo del GSE evolve insieme alle esigenze della transizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Mentre fino a qualche tempo fa dicevamo che il GSE finanziava la transizione energetica, oggi parliamo di un GSE che affianca cittadini, imprese ed enti locali per attuare le misure che contrastino il caro energia», spiega. Un cambiamento che riflette l’evoluzione dello scenario energetico. Per Vigilante la transizione non può più essere considerata soltanto una questione ambientale. È diventata anche una questione di sicurezza energetica, autonomia e indipendenza. È per questo che insiste sul concetto di «buona transizione energetica», ovvero una transizione capace di trasferire ai consumatori il valore economico delle fonti rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La buona transizione energetica è quella che consente di trasferire ai consumatori il valore delle rinnovabili che è rappresentato dal basso costo», osserva. L’obiettivo non è quindi soltanto aumentare la produzione di energia pulita, ma fare in modo che i benefici economici derivanti dalle rinnovabili arrivino concretamente a famiglie e imprese. È su questo terreno che il GSE concentra una parte crescente della propria attività. Informazione e supporto rappresentano due condizioni essenziali per favorire la diffusione degli strumenti oggi disponibili. Un esempio è quello delle comunità energetiche rinnovabili, che il GSE considera una delle principali innovazioni degli ultimi anni. Strumenti che consentono a cittadini, enti e organizzazioni di condividere l’energia prodotta localmente e che hanno come obiettivo quello di coniugare sostenibilità e riduzione dei costi energetici. «Soprattutto informazione e soprattutto accompagnamento nell’utilizzo di questi nuovi strumenti», sottolinea, indicando una delle direttrici principali dell’attività dell’ente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto ai cittadini, uno degli interlocutori prioritari resta il mondo delle imprese. Il costo dell’energia continua infatti a rappresentare un elemento di pressione per il sistema produttivo italiano e il GSE punta a sostenere il percorso di investimento delle aziende nelle fonti rinnovabili. In questa direzione si inserisce la convenzione recentemente sottoscritta con Confindustria, richiamata dallo stesso Vigilante come uno strumento di collaborazione per accompagnare le imprese nell’utilizzo delle misure disponibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra queste figura l’Energy Release, pensato per i grandi consumatori di energia e finalizzato a favorire nuovi investimenti nelle fonti rinnovabili. Ma l’attenzione non riguarda soltanto le realtà più energivore. «Non ci sono soltanto le grandi imprese, anche le piccole e medie imprese». Per queste ultime, ricorda Vigilante, nell’ambito del Decreto Energia si è pensato a strumenti come i contratti a lungo termine, che consentono di accedere a prezzi dell’energia inferiori rispetto a quelli di mercato e di aumentare la prevedibilità dei costi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il raggiungimento degli obiettivi energetici richiede però il coinvolgimento di tutti i livelli istituzionali. Vigilante sottolinea il ruolo centrale di regioni e comuni, ricordando come una parte significativa delle autorizzazioni per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili sia di competenza delle amministrazioni territoriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo percorso la semplificazione rappresenta una delle priorità dichiarate. «Questa è un’altra stella polare dell’azione del GSE», afferma Vigilante. L’obiettivo è ridurre il peso della burocrazia e rendere più semplice l’accesso agli incentivi e agli strumenti esistenti. Il caso delle comunità energetiche viene indicato come uno degli esempi più significativi. «Siamo partiti da zero», osserva. Da qui la scelta di costruire una vera e propria «cassetta degli attrezzi» per accompagnare concretamente chi intende investire in questi progetti. Un approccio che sintetizza anche l&#8217;evoluzione del ruolo del GSE descritta da Vigilante: non soltanto gestire strumenti e risorse, ma aiutare cittadini, imprese ed enti locali a utilizzarli. Perché la sfida della transizione energetica, oggi, non sembra essere soltanto quella di mettere a disposizione nuove opportunità, ma di renderle davvero accessibili.</p>
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		<title>L&#8217;Italia delle materie prime critiche: quando la sfida passa da riciclo, tecnologia e competenze</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/riciclo-materie-prime-economia-circolare-daprile/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Telesio di Toritto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 09:44:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'Italia delle materie prime critiche: quando la sfida passa da riciclo, tecnologia e competenze.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br><br>Per anni l&#8217;economia circolare è stata raccontata soprattutto come una politica ambientale. Oggi, però, la crescente competizione globale sulle materie prime critiche la sta trasformando in qualcosa di diverso: una questione industriale. Perché mentre la transizione energetica accelera e l&#8217;intelligenza artificiale aumenta la domanda di risorse strategiche, il tema non è più soltanto ridurre gli sprechi ma costruire nuove filiere capaci di garantire approvvigionamenti, tecnologia e competitività. Intervenendo ai microfoni di URANIA News a margine del Festival dell&#8217;Energia di Lecce, Laura D&#8217;Aprile, Capo Dipartimento per lo Sviluppo Sostenibile del Ministero dell&#8217;Ambiente e della Sicurezza Energetica, ha indicato proprio nelle materie prime critiche uno dei terreni su cui si giocherà una parte della competitività europea dei prossimi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«L&#8217;Italia è uno dei campioni europei per l&#8217;economia circolare perché tradizionalmente siamo poveri di materie prime e quindi abbiamo dovuto fare anche a livello industriale di necessità virtù», osserva D&#8217;Aprile. Una caratteristica che oggi assume un valore diverso. Le nuove tecnologie e l&#8217;intelligenza artificiale richiedono infatti quantità crescenti di terre rare e materie prime critiche, rendendo sempre più strategica la capacità di recuperare e reimmettere queste risorse nei processi produttivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo contesto che l&#8217;economia circolare smette di essere soltanto una politica di gestione dei rifiuti e diventa uno strumento di approvvigionamento industriale. «Le nuove tecnologie, l&#8217;intelligenza artificiale e quanto ad essa collegato hanno bisogno di materie prime critiche e di terre rare», spiega D&#8217;Aprile, sottolineando la necessità di sviluppare nuove filiere dedicate proprio al recupero di questi materiali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La direzione è la stessa seguita dall&#8217;Unione europea. La Commissione ha infatti avviato programmi di finanziamento destinati a progetti e impianti per le materie prime critiche. Un segnale significativo arriva dall&#8217;ultima tornata di approvazioni: dei sette progetti europei presentati dall&#8217;Italia, sei riguardano il riciclo. Un dato che conferma come il recupero delle risorse sia ormai parte integrante delle strategie industriali europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo D&#8217;Aprile il Paese dispone già di competenze importanti sviluppate sia dal sistema industriale sia dal mondo della ricerca. Startup, università e istituti tecnologici lavorano da anni sul riciclo e sul recupero delle materie prime, contribuendo alla costruzione di un patrimonio di conoscenze che rappresenta uno dei principali punti di forza italiani. «Abbiamo tanti brevetti e ne potremmo avere anche di più oggettivamente: è un asset tecnologico e di know-how che noi dobbiamo anche esportare all&#8217;estero».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La competizione globale, tuttavia, non può essere affrontata sul terreno delle quantità. «Noi non potremo mai competere in termini quantitativi con la produzione di materie prime seconde, di terre rare e di materie prime critiche con i Paesi extra Ue, in primis con la Cina». La sfida, secondo il Ministero, è quindi tecnologica prima ancora che produttiva. «Possiamo infatti competere in termini tecnologici. Di skills e di know-how».</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo percorso un contributo importante è arrivato dal PNRR. Le risorse sono state utilizzate per rafforzare l&#8217;infrastruttura impiantistica dedicata al riciclo, con particolare attenzione al Centro-Sud, ma anche per sviluppare sistemi digitali destinati al monitoraggio ambientale. Un doppio investimento che punta a rafforzare sia la capacità industriale sia quella tecnologica del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto alle filiere resta poi aperta la questione autorizzativa. D&#8217;Aprile distingue tra il livello nazionale e quello territoriale. Se negli ultimi anni si è registrata una forte accelerazione nel rilascio del permitting delle fonti rinnovabili, a livello regionale persistono ancora frammentazioni dovute sia alla carenza di personale sia alla mancanza di indirizzi e competenze omogenee. Per questo il Ministero sta lavorando attraverso programmi di affiancamento alle amministrazioni territoriali e strumenti come l&#8217;Interpello Ambientale, con l&#8217;obiettivo di rendere più uniforme l&#8217;applicazione delle norme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fondo resta però una sfida che attraversa imprese, ricerca e pubblica amministrazione: quella delle competenze. «Le università stanno perdendo tanti studenti nelle discipline tecniche e questo è un problema», avverte D&#8217;Aprile. Un tema che va oltre l&#8217;economia circolare e che tocca direttamente la capacità dell&#8217;Italia di costruire le filiere della transizione. Perché se le materie prime critiche rappresentano uno dei terreni su cui si misurerà la competitività dei prossimi anni, la differenza non sarà determinata soltanto dalla disponibilità delle risorse. Sarà determinata dalla capacità di recuperarle, trasformarle e valorizzarle attraverso tecnologia, know-how e competenze. Ed è proprio su questo terreno che l&#8217;Italia può giocare la sua partita più importante.</p>
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		<title>La crisi idrica come leva di competitività per il Paese</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/la-crisi-idrica-come-leva-di-competitivita-per-il-paese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 09:18:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il report Italy for Climate lancia l’allarme: eventi estremi in crescita e stress idrico sempre più elevato mettono a rischio economia e infrastrutture.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’acqua è diventata il vero ago della bilancia per la competitività del sistema Italia. Molto più dell&#8217;inflazione o del costo dell&#8217;energia, è la gestione della risorsa idrica a dettare la nuova agenda economica e infrastrutturale del Paese. A tracciare questo scenario è il rapporto “<a href="https://italyforclimate.org/wp-content/uploads/Troppa-o-troppo-poca-lacqua-in-Italia-in-un-clima-che-cambia-Report-2026-Italy-for-Climate.pdf">Troppa o troppo poca</a>”, realizzato da Italy for Climate e presentato in questi giorni alla Venice Climate Week 2026. L&#8217;Italia viaggia a un ritmo di riscaldamento superiore alla media globale, con un aumento delle temperature di 2°C negli ultimi cinquant&#8217;anni. Questa dinamica impone un rapido aggiornamento dei nostri modelli di sviluppo, perché le ricadute sui bilanci sono fin troppo evidenti: tra il 1980 e il 2024, gli eventi meteo estremi hanno generato danni per 145 miliardi di euro. L&#8217;accelerazione recente, in particolare, è un chiaro campanello d&#8217;allarme per gli investitori. In soli sei anni alluvioni e grandinate sono praticamente triplicati, passando dai 660 episodi del 2019 agli oltre 1.670 registrati nel 2025. Nessun catastrofismo, ma un forte richiamo all&#8217;efficienza per proteggere le infrastrutture e l&#8217;economia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cuore della sfida risiede nella &#8220;sete&#8221; strutturale del nostro apparato produttivo, che si trova a operare in un quadro di forte stress idrico. Prelevando il 27% dell&#8217;acqua disponibile, l&#8217;Italia supera la soglia di guardia internazionale fissata al 20%. Di fatto, condividiamo la stessa vulnerabilità di nazioni dal clima storicamente arido come Malta, Cipro e Spagna. I numeri evidenziano un primato europeo nei consumi che va necessariamente razionalizzato: con 36 miliardi di metri cubi assorbiti nel 2023, distacchiamo nettamente la Spagna (33 miliardi), la Francia (26) e la Germania (24). Questa immensa mole d&#8217;acqua alimenta a pieno ritmo i motori dell&#8217;agricoltura, dell&#8217;industria e delle reti civili. Tutto questo, però, si scontra con una risorsa in costante contrazione a causa del ritiro dei ghiacciai. Oggi la nostra dotazione idrica pro capite si è dimezzata rispetto alla media europea, segnando un netto calo del 20% rispetto a un secolo fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo nuovo assetto climatico ridisegna la mappa dei rischi e delle priorità d&#8217;investimento sul territorio. Andrea Barbabella, responsabile scientifico di Italy for Climate, ricorda come il riscaldamento del Mediterraneo imponga nuove tutele per le coste, minacciate dall&#8217;innalzamento dei mari, oltre a imporre una gestione attenta dei mutamenti della biodiversità marina. Sulla terraferma, il tessuto economico si trova invece ad affrontare un clima sempre più polarizzato. Al Nord le precipitazioni sono diventate improvvise e violente, imponendo nuove difese idrogeologiche per mettere al sicuro le filiere. Al Sud, al contrario, le estati sempre più lunghe e secche stanno spingendo le amministrazioni a trasformare i razionamenti idrici in una misura ordinaria. Una prassi che richiede interventi strutturali rapidi per non frenare lo sviluppo industriale e il fondamentale comparto turistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lungi dal subire il cambiamento in modo passivo, l&#8217;Italia ha oggi l&#8217;occasione di guidare una transizione virtuosa attraverso una vasta opera di ammodernamento. Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, suggerisce una rotta molto pragmatica: abbandonare la vecchia logica del consumo lineare per abbracciare un modello pienamente circolare. Serve un piano capillare di investimenti per azzerare le dispersioni delle reti colabrodo, promuovere il risparmio idrico in ogni settore e spingere sul riuso irriguo delle acque depurate. Persino i fanghi di scarto possono trasformarsi in miniere preziose per recuperare risorse strategiche come fosforo e azoto. Parallelamente, è fondamentale limitare l&#8217;impermeabilizzazione del suolo, creando invece aree di espansione fluviale e bacini di accumulo per l&#8217;acqua piovana nei centri urbani. È un cantiere senza precedenti che, per decollare, richiederà non solo una lucida analisi dei rischi, ma soprattutto risorse finanziarie stabili e durature, capaci di sostenere gli investimenti ben oltre la naturale scadenza dei fondi del Pnrr.</p>
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		<title>La nuova sfida italiana: trasformare la dipendenza in vantaggio strategico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:54:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)Nel nuovo grande gioco geopolitico dell’energia, l’Italia si trova davanti a un paradosso. Da un lato, è uno...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Nel nuovo grande gioco geopolitico dell’energia, l’Italia si trova davanti a un paradosso. Da un lato, è uno dei Paesi europei più esposti alla volatilità dei mercati energetici; dall’altro, è anche uno dei mercati che più rapidamente stanno attirando investimenti nelle infrastrutture per la transizione. È su questa tensione — tra vulnerabilità e opportunità — che si gioca oggi una parte decisiva della competitività industriale europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un caso che al Festival dell’Energia il tema della sicurezza energetica sia tornato al centro del confronto tra istituzioni, utility, operatori infrastrutturali e industria. Perché l’energia non è più soltanto una questione ambientale o industriale: è diventata un tema di sovranità economica, resilienza geopolitica e sicurezza strategica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo dimostrano gli ultimi anni. La crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina e le recenti tensioni in Medio Oriente hanno reso evidente quanto il prezzo dell’energia possa incidere sulla tenuta economica di un Paese. Andy Kinsella, founder e CEO di Aer Soléir, sintetizza il punto in modo netto: «I recenti sviluppi geopolitici hanno dimostrato quanto l’indipendenza energetica strategica sia vitale per la competitività e la sicurezza di lungo periodo dell’Europa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nodo, per l’Italia, è strutturale. Il sistema energetico nazionale continua a dipendere in larga misura dalle importazioni di gas e, in generale, da una produzione ancora fortemente esposta alle oscillazioni internazionali. Aer Soléir osserva come, durante le recenti tensioni sui mercati energetici, i prezzi elettrici italiani siano arrivati a essere fino a dieci volte superiori rispetto a quelli di Paesi come Spagna o Norvegia, caratterizzati da una maggiore disponibilità di produzione domestica e rinnovabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una differenza che racconta molto più di una semplice dinamica di mercato. Significa che i sistemi energetici fondati su una maggiore autonomia produttiva riescono ad assorbire meglio gli shock geopolitici. E significa anche che la transizione energetica non può più essere letta soltanto come una questione climatica: è anche una politica industriale e di sicurezza nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui la corsa agli investimenti in rinnovabili, reti e sistemi di accumulo. Non basta produrre energia pulita: occorre renderla stabile, distribuibile e disponibile nei momenti di picco. In questo quadro si inserisce la strategia di Aer Soléir, gruppo irlandese che considera oggi l’Italia il principale mercato europeo di crescita. Dopo l’avvio del progetto BESS di Rondissone, in Piemonte — uno dei più grandi sistemi di accumulo in costruzione nel Paese, con 250 MW di potenza e 1 GWh di capacità — la società punta a sviluppare nel mercato italiano un portafoglio da circa 1.500 MW tra eolico, fotovoltaico e storage.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Kinsella, il tema non riguarda soltanto la capacità produttiva, ma la tenuta complessiva del sistema infrastrutturale europeo. «L’Italia deve rafforzare e diversificare la propria produzione energetica domestica, anche attraverso infrastrutture rinnovabili e di accumulo», osserva. Ma il vero collo di bottiglia, aggiunge la società nei suoi documenti strategici, è ormai la rete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è cruciale. Negli ultimi vent’anni il problema principale per gli sviluppatori era assicurarsi contratti di acquisto dell’energia. Oggi, invece, la sfida è ottenere capacità di connessione e accesso alle infrastrutture di trasmissione. La transizione energetica europea rischia infatti di rallentare non tanto per mancanza di tecnologia o capitali, quanto per l’insufficiente velocità autorizzativa e infrastrutturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che si apre il vero confronto politico ed economico dei prossimi anni. Perché rendere l’Italia energeticamente più indipendente significa accelerare su autorizzazioni, reti, accumuli e capacità produttiva domestica. Ma significa anche decidere quanto velocemente il Paese vuole trasformare la propria vulnerabilità energetica in un vantaggio competitivo industriale e geopolitico.</p>
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		<title>Pichetto Fratin: «Servono più rinnovabili, ma senza ideologie. Il nucleare integrerà il mix energetico»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 08:37:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha tracciato al Festival dell’Energia di Lecce una panoramica sulle principali sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni, ribadendo la necessità di un approccio pragmatico fondato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla complementarità delle fonti.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’energia è ormai al centro delle sfide economiche, industriali e geopolitiche del Paese. Dalla volatilità dei prezzi legata alle tensioni internazionali fino alla necessità di accelerare la transizione energetica, passando per il nodo delle autorizzazioni, il ruolo del nucleare e le opportunità offerte dal Mediterraneo, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha tracciato al Festival dell’Energia di Lecce una panoramica sulle principali sfide che attendono l’Italia nei prossimi anni, ribadendo la necessità di un approccio pragmatico fondato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla complementarità delle fonti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ministro, il claim della quattordicesima edizione del Festival è “L’energia spiegata”. Fino a pochi anni fa era un tema per addetti ai lavori, oggi invece è al centro del dibattito pubblico. Come è cambiato il suo ruolo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Ne parlano tutti perché l’energia sta diventando il fulcro dello sviluppo e quindi la chiave del futuro. È centrale per la decarbonizzazione, per mantenere e creare condizioni di benessere economico e, di conseguenza, di benessere sociale. Oggi l’energia è il tema del giorno».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il costo dell’energia incide direttamente sulla vita delle famiglie. Alla luce delle tensioni internazionali, è previsto un nuovo intervento del Governo sulle accise?<br></strong>«In questo momento dobbiamo osservare come evolve lo scenario internazionale, che cambia di ora in ora. L’impennata dei prezzi è legata alle tensioni nell’area del Golfo Persico e alle difficoltà che hanno interessato lo Stretto di Hormuz. I grandi consumatori asiatici, come Cina, Giappone e Corea del Sud, si sono rivolti ad altri mercati internazionali, contribuendo all’aumento dei prezzi. Se la situazione dovesse normalizzarsi, probabilmente non nell’immediato ma progressivamente, i prezzi potrebbero trovare un nuovo equilibrio. Gli analisti indicano una tendenza al ribasso».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lei ha richiamato anche il tema degli stoccaggi energetici. A che punto siamo in vista della prossima stagione invernale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Siamo assolutamente tranquilli. Abbiamo già contratti che coprono oltre il 90% degli acquisti previsti ed è iniziata la fase di immissione del gas nei giacimenti esausti utilizzati come siti di stoccaggio. La situazione è sotto controllo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Uno dei temi centrali del dibattito energetico riguarda il rapporto tra sostenibilità, tutela del territorio e sviluppo industriale. Sul fronte delle rinnovabili, qual è oggi il principale ostacolo da superare?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’obiettivo del Piano nazionale integrato energia e clima è arrivare a 131 gigawatt di capacità installata entro il 2030. Solare ed eolico possono dare un contributo molto rilevante a un Paese che continua ad aumentare il proprio fabbisogno energetico. Le difficoltà riguardano soprattutto i processi autorizzativi, le valutazioni ambientali e la distribuzione delle competenze tra i diversi livelli istituzionali. Nella maggior parte dei casi le autorizzazioni sono di competenza regionale e quindi spetta alle Regioni effettuare le valutazioni necessarie».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto pesa il tema delle opposizioni territoriali ai progetti?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Le opposizioni delle comunità locali e degli enti rappresentativi sono legittime, ma spesso rallentano i processi. Per questo è fondamentale individuare con chiarezza le aree idonee. In passato si è spesso proceduto senza una pianificazione adeguata, con la possibilità di realizzare impianti ovunque. Un Paese come l’Italia, caratterizzato da una straordinaria biodiversità, da un patrimonio paesaggistico unico e da una forte vocazione turistica, non può permettersi il disordine. Una volta individuate le aree idonee, però, bisogna essere automatici e non ideologici nelle autorizzazioni. Non può esistere un no pregiudiziale come posizione di principio».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Spesso il modello spagnolo viene indicato come riferimento nel dibattito energetico. Quali sono le principali differenze rispetto all’Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La Spagna dispone di condizioni molto diverse dalle nostre. Ha una disponibilità enorme di superfici per il fotovoltaico, soprattutto in Andalusia, che presenta caratteristiche quasi desertiche. Inoltre, abbina le rinnovabili a una significativa produzione nucleare che garantisce stabilità al sistema. C’è poi un altro elemento fondamentale: la Spagna dispone di una capacità di rigassificazione estremamente superiore rispetto alla propria domanda interna, mentre noi abbiamo cinque rigassificatori che coprono circa il 50% del fabbisogno nazionale. Questa ridondanza infrastrutturale offre una sicurezza maggiore negli approvvigionamenti».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Veniamo al nucleare. Durante il suo intervento ha parlato della necessità di “integrare, non sostituire”. Che cosa significa concretamente?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Un sistema energetico equilibrato deve poter contare su molteplici fonti. L’Italia dispone di risorse idroelettriche, fotovoltaiche, eoliche e geotermiche. Per alcuni decenni avremo ancora bisogno del gas, il cui peso dovrà progressivamente diminuire con la crescita delle fonti decarbonizzate. In questo quadro il nucleare non sostituisce le altre tecnologie, ma si aggiunge ad esse per rafforzare la stabilità del sistema. Dobbiamo costruire un mix energetico equilibrato, capace di garantire sicurezza, sostenibilità e competitività».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra le tecnologie emergenti c’è anche l’idrogeno. Quale ruolo potrà avere?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«L’idrogeno avrà una sua rilevanza nel prossimo decennio. La sua diffusione è più lenta perché richiede ancora un’evoluzione dei sistemi di utilizzo e consumo. Oggi, in molti casi, è più facile produrre idrogeno che impiegarlo in modo efficiente. Ma resta una tecnologia destinata ad avere un ruolo importante».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Italia dispone anche di una grande risorsa naturale: il mare. Quanto può incidere nella strategia energetica nazionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il Mediterraneo rappresenta un asset strategico. È già oggi un crocevia di infrastrutture fondamentali, dai gasdotti ai cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Proprio osservando la distribuzione dei nuovi data center in Italia ho notato una forte concentrazione tra Bari e Brindisi. La ragione è semplice: da lì transitano i principali collegamenti digitali tra Europa, Regno Unito, Commonwealth e India. Il mare è una straordinaria infrastruttura invisibile che contribuisce ad attrarre investimenti e attività ad alta intensità energetica. Per questo il suo ruolo sarà sempre più centrale nello sviluppo del Paese».</p>
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		<title>Energia, Fitto: «L’autonomia strategica europea passa da investimenti, infrastrutture e scelte coraggiose»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Caruso]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 08:21:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto indica la strada per ridurre la vulnerabilità energetica dell’Europa: più flessibilità nell’uso dei fondi di coesione, semplificazione degli investimenti, centralità del Mediterraneo e un approccio pragmatico sulle grandi infrastrutture.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>L’energia è diventata uno dei principali fattori che determinano la competitività economica e la sicurezza geopolitica dell’Europa. Le tensioni internazionali, dalla guerra in Ucraina alla crisi in Medio Oriente, hanno riportato al centro una questione che per anni era rimasta sullo sfondo: la dipendenza energetica del continente. È da questa consapevolezza che parte la riflessione di Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea e commissario europeo alle Politiche regionali e di coesione, intervenuto a Lecce a margine del Festival dell’Energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro del dibattito c’è la proposta avanzata dalla Commissione per consentire a Stati membri e Regioni di utilizzare con maggiore flessibilità una parte delle risorse della politica di coesione per affrontare gli effetti dell’emergenza energetica. Una proposta che in Italia ha suscitato polemiche ma che Fitto respinge nettamente: «Non c’è nessuna imposizione e non c’è nessuna risorsa che viene spostata da una parte all’altra. C’è semplicemente un’opportunità che viene data per adeguare allo scenario attuale l’utilizzo delle risorse disponibili».</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è permettere a governi e amministrazioni regionali di sostenere famiglie e imprese colpite dall’aumento dei costi energetici, finanziando anche interventi di efficientamento e misure legate agli effetti economici delle tensioni internazionali. Per il commissario europeo si tratta di una naturale evoluzione di programmi definiti nel 2021 e nel 2022, in un contesto radicalmente diverso da quello attuale. «Dobbiamo raggiungere l’obiettivo dell’autonomia strategica europea», spiega. «Serve intervenire nell’immediato per sostenere cittadini e imprese, ma contemporaneamente bisogna mettere in campo investimenti strutturali e scelte di lungo termine».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio gli investimenti rappresentano uno dei punti centrali della strategia europea. Il tema dell’energia, secondo Fitto, non può essere separato da quello delle infrastrutture e della capacità di realizzarle rapidamente. Da qui la necessità di intervenire sui processi autorizzativi che spesso rallentano la realizzazione delle opere strategiche. Pur riconoscendo che molte competenze restano nazionali, regionali e locali, il vicepresidente della Commissione sottolinea come Bruxelles stia lavorando per accelerare le procedure e favorire la semplificazione. In questo quadro richiama l’esperienza della Zona Economica Speciale Unica del Mezzogiorno, che a suo giudizio ha dimostrato come procedure più snelle possano favorire investimenti e sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione energetica si intreccia inevitabilmente con il ruolo geopolitico dell’Italia. Per Fitto il Mediterraneo è destinato a diventare sempre più centrale nelle strategie europee e il nostro Paese può svolgere una funzione decisiva. «L’Italia è centrale non solo per l’Italia ma per l’Europa», afferma, richiamando il lavoro sviluppato attraverso il Piano Mattei, il programma Global Gateway e le iniziative che rafforzano il rapporto tra Europa e Africa. «L’Italia e il Sud Italia rappresentano il ponte naturale dell’Europa verso l’Africa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto alle scelte europee, Fitto richiama però anche il tema della capacità di realizzare concretamente le infrastrutture necessarie alla sicurezza energetica. L’esempio è quello del TAP, il gasdotto approdato in Puglia che oggi rappresenta uno degli asset fondamentali per gli approvvigionamenti nazionali. «Ero tra i pochissimi sostenitori del TAP in questa provincia», ricorda. «Oggi siamo tutti sostenitori del TAP, ma quando venne realizzato le contestazioni erano molto forti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il commissario europeo la lezione è chiara: le grandi scelte energetiche richiedono visione e capacità di guardare oltre il consenso immediato. Lo stesso ragionamento vale per il nucleare, tema sul quale invita a superare approcci ideologici. «Oggi paghiamo un gap enorme determinato da scelte fatte decenni fa», osserva. «I prezzi più bassi dell’energia si registrano nei Paesi che hanno costruito il giusto mix tra fonti rinnovabili e nucleare».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella visione di Fitto, autonomia strategica, competitività e sicurezza energetica sono ormai parti della stessa sfida. Una sfida che richiede investimenti, infrastrutture e capacità decisionale. Perché, in un contesto internazionale sempre più instabile, la disponibilità di energia non è più soltanto una questione economica, ma una leva decisiva di sovranità e crescita.</p>
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		<title>Perché abbiamo sempre più bisogno di parlare di energia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 10:34:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)C’è stato un tempo in cui l’energia sembrava una materia per addetti ai lavori. Un tema tecnico, confinato...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/perche-abbiamo-bisogno-di-energia/">Perché abbiamo sempre più bisogno di parlare di energia</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>C’è stato un tempo in cui l’energia sembrava una materia per addetti ai lavori. Un tema tecnico, confinato nelle stanze dei ministeri, nelle authority o nei consigli di amministrazione delle grandi utility. Poi sono arrivati gli ultimi cinque anni. La pandemia, la crisi delle catene globali del valore, la guerra tra Russia e Ucraina, il ritorno della geopolitica del gas, le tensioni sul Mar Rosso e oggi il conflitto in Medio Oriente, con il rischio permanente legato allo Stretto di Hormuz. E l’energia è tornata ad essere ciò che, in fondo, è sempre stata: una questione strategica, economica e politica insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi tutto passa dall’energia. Il costo delle bollette per le famiglie, la competitività dell’industria europea, la tenuta delle filiere produttive, la capacità di attrarre investimenti, la sicurezza nazionale. Non è un caso che il tema sia ormai stabilmente al centro delle grandi dinamiche geopolitiche globali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri aiutano a comprendere la portata della questione. L’Italia continua a dipendere in larga misura dall’estero per il proprio fabbisogno energetico: oltre il 70% dell’energia consumata nel Paese proviene ancora da importazioni. Una vulnerabilità che rende il sistema economico italiano particolarmente esposto alla volatilità dei mercati internazionali e alle crisi geopolitiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni il tema del costo dell’energia è diventato centrale soprattutto per il sistema industriale europeo. Le imprese energivore italiane continuano infatti a sostenere costi dell’energia significativamente superiori rispetto ai principali competitor europei ed internazionali, a partire da Stati Uniti e Cina. Una dinamica che pesa sulla competitività manifatturiera, sugli investimenti e sulla capacità dell’Europa di mantenere produzioni strategiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È anche per questo che il dibattito energetico non può più essere affrontato attraverso contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni. Rinnovabili contro fonti tradizionali. Transizione contro industria. Ambiente contro competitività. Una semplificazione che rischia di impoverire il confronto proprio mentre servirebbe, al contrario, maggiore pragmatismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia ha bisogno di accelerare sulle energie rinnovabili, semplificare gli iter autorizzativi, investire nelle reti, nello storage e nelle infrastrutture strategiche. Ma allo stesso tempo non può ignorare il tema della produzione nazionale, dell’approvvigionamento e della resilienza del sistema energetico. Parlare di upstream oggi non significa negare la transizione ecologica, bensì interrogarsi su come garantire sicurezza e continuità energetica in una fase di trasformazione complessa. Significa affrontare il tema della sovranità energetica con realismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro questo quadro si inserisce anche il ritorno del dibattito sul nucleare. Un tema che fino a pochi anni fa sembrava politicamente archiviato e che oggi, invece, è tornato al centro del confronto parlamentare, con l’arrivo in Aula alla Camera del Ddl Nucleare, e industriale europeo, soprattutto alla luce della necessità di disporre di fonti programmabili e a basse emissioni. Al di là delle diverse posizioni politiche, il punto centrale resta uno: come costruire un mix energetico che sia sostenibile, sicuro e competitivo nel lungo periodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il confronto tra istituzioni, imprese, operatori energetici e territori assume un valore concreto. Non come esercizio autoreferenziale, ma come occasione per individuare soluzioni praticabili e interventi strutturali. Dalla semplificazione normativa agli investimenti infrastrutturali, fino alla necessità di costruire una politica industriale energetica stabile e credibile: il tema oggi non è soltanto gestire l’emergenza, ma creare le condizioni per il sistema energetico italiano dei prossimi decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il rischio, altrimenti, è continuare a rincorrere le crisi senza affrontare le fragilità strutturali del sistema. Gli ultimi anni hanno dimostrato quanto velocemente una tensione geopolitica possa trasformarsi in un problema economico e sociale interno, incidendo sul potere d’acquisto delle famiglie e sulla competitività delle imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo parlare di energia oggi significa parlare di crescita, industria, autonomia strategica e resilienza economica. In questo contesto, il Festival dell’Energia a Lecce da poco concluso è stato un punto di osservazione privilegiato per discutere della capacità dell’Italia e dell’Europa di restare competitive in uno scenario globale sempre più instabile. Ma significa anche interrogarsi su quale modello industriale e produttivo si voglia costruire nei prossimi anni, e quali strumenti servano per accompagnare una transizione che non può essere soltanto ambientale, ma deve essere anche economicamente e socialmente sostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è probabilmente questa la sfida più importante: uscire dalla logica delle contrapposizioni permanenti e costruire un confronto più maturo, pragmatico e orientato alle soluzioni. Perché oggi l’energia non è semplicemente uno dei temi del dibattito pubblico. È il tema che attraversa e trascina tutti gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Stati Generali Ambiente, a Narni in piazza per il futuro ambientale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/slug-stati-generali-ambiente-narni-2026/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 12:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Narni ospita il 22 e 23 maggio gli stati generali dell'ambiente in piazza dei Priori. Transizione ecologica, sostenibilità e laboratori per bambini.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">A Narni si torna in piazza per costruire insieme il futuro ambientale. Dopo gli stati generali della cultura e del turismo, l&#8217;amministrazione comunale prosegue il percorso di progettazione condivisa con una due giorni dedicata all&#8217;ambiente: gli appuntamenti sono oggi e domani, 23 maggio, in piazza dei Priori, nell&#8217;ambito del Festival dello sviluppo sostenibile 2026 promosso da ASviS. La kermesse si inserisce nel progetto, di carattere non solo territoriale, degli Stati Generali dell&#8217;Ambiente, una movimentazione supportata dal Ministero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa punta a definire una visione strategica e partecipata sulle principali sfide ambientali del territorio, aprendo il confronto a cittadini, associazioni e imprese. Tra i soggetti coinvolti figurano ASviS – Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, la Rete dei Comuni sostenibili, Legambiente Umbria e Arpa Umbria. I temi al centro del programma spaziano dalle politiche per la transizione ecologica alla mobilità sostenibile, fino alla qualità della vita urbana.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rapporto di sostenibilità e il percorso annuale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno degli appuntamenti di maggiore rilievo è la presentazione del <strong>nuovo rapporto di sostenibilità del Comune</strong>, elaborato con il supporto della Rete dei Comuni sostenibili. Lo strumento raccoglie dati, indicatori e obiettivi condivisi pensati per orientare le scelte future del territorio su basi misurabili e trasparenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto all&#8217;evento centrale di maggio, prende forma anche un percorso diffuso che si estenderà lungo tutto l&#8217;anno attraverso una serie di talk tematici inseriti nel calendario degli eventi cittadini già consolidati. Per rendere immediatamente riconoscibili questi momenti, l&#8217;amministrazione ha introdotto un bollino distintivo – presentato a gennaio – che accompagnerà la comunicazione ufficiale di ogni iniziativa ospitante, garantendo coerenza visiva e simbolica all&#8217;intero programma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda giornata, in programma dalle 9 alle 13.30 in piazza dei Priori, è moderata da Maurizio Gazzarri della Rete dei Comuni sostenibili. Tra gli appuntamenti centrali, la tavola rotonda &#8220;<em>Voci verdi dai territori. Buone pratiche da parte degli Enti Locali</em>&#8220;, in calendario dalle 11 alle 12, vedrà confrontarsi rappresentanti di più realtà locali. Per il Comune di Narni interverranno Antonio Disi di ENEA, Michele Sbaragli e Caterina Austeri di ARPA Umbria e Chiara Bolognini di ISPRA. Porteranno il contributo dei rispettivi territori anche l&#8217;assessore Sergio Berti per il Comune di Marsciano e il sindaco Andrea Arcieri per il Comune di Poggio Mirteto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I bambini protagonisti</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolare attenzione è riservata alle nuove generazioni. Una mattinata dell&#8217;evento è interamente dedicata a bambine e bambini, con laboratori di riciclo, upcycling, apicoltura e stampa manuale, affiancati da momenti di lettura e narrazione. Le attività, curate da associazioni, realtà educative e operatori locali, trasformeranno piazza dei Priori in uno spazio di scoperta in cui educazione ambientale e gioco si incontrano per avvicinare i più piccoli ai temi della sostenibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questa iniziativa il Comune di Narni intende rafforzare gli strumenti di governance partecipata, rendendo strutturale il coinvolgimento della comunità nelle scelte strategiche per lo sviluppo del territorio. La partecipazione al Festival nazionale di ASviS colloca l&#8217;esperienza narnese all&#8217;interno di un quadro più ampio, contribuendo alla diffusione della cultura della sostenibilità e all&#8217;attuazione dell&#8217;Agenda 2030 delle Nazioni Unite con i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.</p>
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		<title>Fertilizzanti: Cia, piano Ue insufficiente. Subito azioni forti per salvare l’agricoltura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 08:29:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Confederazione in piazza a Strasburgo con il Copa-Cogeca per chiedere sostegni immediati, stop al CBAM e vera strategia per ridurre dipendenza estera.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Il piano d’azione sui fertilizzanti presentato oggi dalla Commissione Ue arriva tardi e con misure ancora insufficienti rispetto a una crisi che sta già mettendo in ginocchio migliaia di aziende agricole europee. Di fronte all’escalation dei costi causata dal conflitto in Medio Oriente e alle gravi tensioni sugli approvvigionamenti, l’Europa non può limitarsi al monitoraggio della situazione o a interventi parziali: servono azioni forti, concrete e strutturali. Per questo Cia-Agricoltori Italiani ha partecipato a Strasburgo, insieme al Copa-Cogeca, alla flash action davanti al Parlamento Ue, per sollecitare una risposta politica tempestiva e adeguata alla portata dell’emergenza. “Gli agricoltori europei sono con le spalle al muro e non possono più aspettare”.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">I numeri confermano la gravità della situazione. Il prezzo dell’urea è passato da meno di 500 euro a tonnellata a 570-600 euro, per poi superare, con l’aggravarsi del conflitto, i 700 euro, raggiungendo in diversi Stati membri punte proibitive di 800 euro a tonnellata. Solo in Italia, tra aprile 2025 e aprile 2026, il costo dell’urea è aumentato dell’81%. A pesare ulteriormente è il meccanismo del CBAM che, secondo le stime del Copa-Cogeca, comporterà un costo diretto di 820 milioni di euro già nel 2026, destinato a salire fino a 3,4 miliardi nel 2034.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Una pressione economica ormai insostenibile per molte filiere agricole, che rischiano di non riuscire a reggere l’urto e chiudere. Per questo Cia chiede all’Europa un deciso cambio di passo. “Il piano presentato da Bruxelles non basta. Agli agricoltori servono risposte immediate, non promesse future -evidenzia il presidente nazionale, Cristiano Fini-. Occorre intervenire subito con un sostegno diretto per compensare l’impennata dei costi di quest’anno, sospendere immediatamente il CBAM sui fertilizzanti, eliminare temporaneamente dazi e misure antidumping che aggravano ancora di più il quadro e garantire trasparenza sui prezzi per fermare le speculazioni”.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">Non solo. “Serve una vera strategia europea per rafforzare l’autonomia produttiva e ridurre la dipendenza estera -sottolinea Fini-. Bisogna accelerare la produzione interna di fertilizzanti, rendere più flessibile la direttiva nitrati, sbloccare rapidamente l’utilizzo di digestato, letame e soluzioni alternative oggi frenate dalla burocrazia, oltre a favorire una gestione più efficiente dei nutrienti tra territori. Solo così possiamo offrire agli agricoltori strumenti concreti, sostenibili e competitivi per difendersi”.</p>



<p class="has-medium-font-size wp-block-paragraph">La crisi dei fertilizzanti non è una questione tecnica, ma una priorità strategica per il futuro dell’agricoltura. Senza misure coraggiose, puntuali e veloci, si rischia di compromettere la capacità produttiva del settore, aumentare i prezzi sugli scaffali per i consumatori e indebolire la sicurezza alimentare dell’intera Unione. “L’Europa -conclude il presidente di Cia- deve scegliere se sostenere davvero i propri agricoltori o continuare a rincorrere una crisi che richiede risposte ben più ambiziose”.</p>
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		<title>La PATH lancia un Osservatorio su tecnologia digitale e ambiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 08:42:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Pontificia Accademia di Teologia presenta un Osservatorio per valutare l'impatto ambientale delle tecnologie digitali tra etica, IA e sostenibilità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le tecnologie digitali possono migliorare la vita dell&#8217;uomo e dell&#8217;ambiente, agendo da «abilitatore» della sostenibilità: trasformano processi inefficienti in sistemi ottimizzati che consumano meno risorse. Grazie a loro sono nate, ad esempio, le reti intelligenti che usano l&#8217;intelligenza artificiale per gestire la distribuzione elettrica in tempo reale, riducendo gli sprechi e integrando meglio le fonti rinnovabili. Sono strumenti preziosi anche nell&#8217;agricoltura di precisione, dove consentono di somministrare acqua, fertilizzanti e pesticidi solo dove e quando servono, abbattendo drasticamente l&#8217;inquinamento del suolo. Eppure le stesse tecnologie sono spesso esse stesse inquinanti: i rifiuti elettronici e i data center – cuore pulsante del web – bruciano l&#8217;equivalente di quattromila alberi all&#8217;anno e consumano circa il 2% dell&#8217;elettricità mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È in questo quadro contraddittorio che la PATH, Pontificia Accademia di Teologia, ha deciso di lanciare un Osservatorio sul contributo all&#8217;ambiente delle tecnologie digitali, con l&#8217;obiettivo di monitorare il rapporto tra costi e benefici, promuovere un uso etico e sostenibile e distinguere le tecnologie virtuose da quelle che aggravano le condizioni di un pianeta già sotto pressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La presentazione e i relatori</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La presentazione ufficiale si terrà lunedì 18 maggio, alle ore 15, presso la Sala Marconi di Palazzo Pio, sede dei Media vaticani. L&#8217;evento cade a pochi giorni dall&#8217;anniversario dell&#8217;enciclica Laudato si&#8217; di Papa Francesco sulla cura della Casa comune – pubblicata il 24 maggio 2015 – e dalla visita pastorale di Papa Leone XIV ad Acerra, in Campania, terra ferita dall&#8217;inquinamento. Nel corso di quella visita il Pontefice incontrerà le famiglie delle vittime, i sindaci e i fedeli della «Terra dei Fuochi», tristemente nota per un grave disastro ambientale e sanitario legato alle attività della criminalità organizzata: sversamento illecito di rifiuti tossici, vasti roghi per smaltire l&#8217;immondizia, contaminazione della catena alimentare e proliferare di patologie gravi, tra cui tumori, leucemie nei più piccoli e malformazioni congenite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i relatori figurano monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, padre Giuseppe Marco Salvati, segretario della PATH, Maria Siclari, direttore generale dell&#8217;ISPRA, e Daniela Alba, del Segretariato per la Giustizia Sociale e l&#8217;Ecologia. Interverrà anche Maria Vittoria Trussoni di NTT DATA, con una testimonianza sulle applicazioni della tecnologia a favore di un mondo più sostenibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I temi dell&#8217;Osservatorio</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro del lavoro dell&#8217;Osservatorio ci sono lo sfruttamento delle risorse naturali e le sue conseguenze ambientali e sociali, il crescente fabbisogno energetico delle infrastrutture digitali, la nuova «ecologia dell&#8217;uomo» tra ambiente digitale e relazioni sociali, e l&#8217;impatto delle tecnologie sui giovani – tra dipendenze, contenuti distorcenti e impoverimento delle relazioni – in un contesto ancora privo di adeguata regolamentazione. L&#8217;Osservatorio intende inoltre elaborare proposte rivolte ai grandi attori tecnologici per un impegno costante nel contenimento delle emissioni e dei consumi energetici a livello globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel solco della Laudato si&#8217;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;iniziativa si inscrive nel magistero della Chiesa e trae ispirazione diretta dalle parole che Papa Leone XIV ha rivolto all&#8217;Accademia il 13 settembre scorso, auspicando «ulteriori e sempre più intensi scambi, per iniziative incisive e feconde» a tutela della terra. Il Pontefice aveva affermato che «la sostenibilità ambientale e la custodia del creato sono impegni irrinunciabili per la sopravvivenza del genere umano» e che «qualsiasi sforzo per migliorare le condizioni ambientali e sociali del nostro mondo richiede l&#8217;impegno di tutti, ciascuno per la sua parte, in un atteggiamento di solidarietà e collaborazione che superi barriere e limiti regionali, nazionali, culturali e anche religiosi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">«L&#8217;Osservatorio è chiamato a crescere nel terreno della responsabilità condivisa», afferma monsignor Staglianò. «Il mondo digitale oggi è strettamente connesso al tema dei conflitti: non può esserci vera pace senza una tecnologia che rispetti l&#8217;uomo, le relazioni e il creato. Intendiamo offrire uno spazio di confronto e di approfondimento teologico capace di sensibilizzare il mondo delle imprese e degli attori economici verso un uso della tecnologia che sia realmente sostenibile, eticamente orientato e attento alla dignità della persona umana. Solo così l&#8217;innovazione potrà diventare alleata della custodia del creato e promotrice di una convivenza autenticamente pacifica, giusta e solidale».</p>
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		<title>Economia circolare, l&#8217;Italia guida l&#8217;Europa nel riciclo ma è la più dipendente dalle importazioni di materiali</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/italia-leader-europa-riciclo-import-materiali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 13:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'8° Rapporto del Circular Economy Network: l'Italia ricicla l'85,6% dei rifiuti ma importa il 46,6% delle materie prime.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/italia-leader-europa-riciclo-import-materiali/">Economia circolare, l’Italia guida l’Europa nel riciclo ma è la più dipendente dalle importazioni di materiali</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia è leader in Europa per la circolarità, ma resta il Paese più dipendente dalle importazioni di materiali tra le grandi economie dell&#8217;UE. Il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall&#8217;estero, contro una media UE del 22,4%, con la Spagna al 39,8%, la Germania al 39,5% e la Francia al 30,8%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il costo di questa dipendenza sta diventando sempre più insostenibile. Nel 2025 la spesa per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021, pur con volumi complessivi in calo. Il costo dei metalli – nichel, rame, acciaio – è cresciuto del 18% e rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali. Una pressione economica destinata ad aumentare con il protrarsi delle tensioni geopolitiche e dei prezzi e della volatilità dell&#8217;approvvigionamento di materie prime strategiche, oltre che di fonti fossili di energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il quadro che emerge dall&#8217;8° Rapporto sull&#8217;Economia Circolare in Italia 2026, presentato a Roma durante la Conferenza Nazionale sull&#8217;Economia Circolare, promossa dal Circular Economy Network in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e con ENEA. L&#8217;Italia ha un buon livello di circolarità per il tasso di riciclo dei rifiuti e per un utilizzo efficiente dei materiali, ma investe poco nell&#8217;innovazione circolare, presenta debolezze in diversi mercati delle materie prime seconde e resta esposta a una forte dipendenza dall&#8217;importazione di materie prime strategiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;altro canto, l&#8217;Europa si è impegnata per promuovere la circolarità con una serie di misure, ottenendo risultati positivi ma ancora insufficienti, specie nel nuovo contesto internazionale. Mantiene infatti un tasso di utilizzo circolare dei materiali molto basso, intorno al 12%, ed è vulnerabile perché dipende in modo rilevante dall&#8217;importazione di numerose materie prime critiche, anche strategiche per la sicurezza e la sostenibilità del suo sviluppo. Per questo sta preparando una nuova legge quadro, il Circular Economy Act, previsto per la fine dell&#8217;anno, che dovrebbe contribuire a imprimere un&#8217;accelerazione alla circolarità dell&#8217;economia europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il recente rapporto OCSE Inventory of Export Restrictions on Critical Raw Materials 2026 evidenzia, dal 2009 al 2024, un trend consolidato di restrizione del commercio globale, di aumento dei nazionalismi e del protezionismo, documentato da un aumento di cinque volte delle restrizioni – dazi, limitazioni quantitative e divieti – all&#8217;export di materie prime critiche: limitazioni che colpiscono materiali ormai essenziali per lo sviluppo come litio, cobalto, nichel, grafite, terre rare e manganese. Una dinamica in atto, precedente alla crisi dello Stretto di Hormuz, che l&#8217;ha ulteriormente aggravata e resa ancora più evidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per queste ragioni, al centro della Conferenza nazionale sull&#8217;Economia Circolare di quest&#8217;anno emerge una riflessione sulla maggiore circolarità dell&#8217;economia non solo come scelta di sostenibilità ma come necessità per la sicurezza e per la competitività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime, decisive per la sicurezza degli approvvigionamenti e soggette a forte volatilità dei prezzi», osserva Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. «Una maggiore circolarità dell&#8217;economia – che implica un uso più efficiente dei materiali, una riduzione del consumo di materie prime attraverso il riciclo dei rifiuti, e un ricorso più ampio alla riparazione, al riutilizzo e all&#8217;uso condiviso, insieme a modelli di consumo più sobri e responsabili – diventerà sempre più una condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto geopolitico. La circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all&#8217;altezza dei tempi».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;Europa non corre abbastanza: il target 2030 a rischio</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte europeo il Rapporto evidenzia un ritardo significativo: nonostante il notevole aumento del riciclo e la riduzione dello smaltimento, la generazione complessiva di rifiuti resta elevata e i consumi di materie prime, in gran parte importate, rimangono consistenti. I volumi globali di materiali utilizzati sono più che triplicati negli ultimi 50 anni e continuano a crescere al ritmo del 2,3% annuo. Di questo passo l&#8217;Unione non raggiungerà il target del 24% di tasso di circolarità entro il 2030. Eppure gli strumenti ci sarebbero: nel 2025 e 2026 l&#8217;UE ha adottato la revisione della Direttiva quadro sui rifiuti, il Regolamento sugli imballaggi, il Piano ecodesign ESPR 2025-2030 – con l&#8217;introduzione del passaporto digitale dei prodotti – e la Direttiva sul diritto alla riparazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le proposte del CEN per accelerare la transizione in vista del Circular Economy Act</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tocca quindi all&#8217;Europa trasformare l&#8217;economia lineare in un modello circolare capace di ridurre sprechi, dipendenza dalle materie prime vergini e impatto ambientale. In vista del futuro Circular Economy Act, il Circular Economy Network propone dieci azioni concrete per accelerare questa transizione: creare un mercato unico delle materie prime seconde; rafforzare il recupero dei rifiuti elettronici e delle materie critiche; progettare prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili; estendere la responsabilità dei produttori a tutte le filiere; introdurre incentivi fiscali per riparazione, riuso e ricondizionamento; usare gli appalti pubblici per sostenere i mercati circolari; favorire alleanze industriali tra produzione e riciclo; rafforzare il ruolo di città e regioni nella transizione; mobilitare investimenti pubblici e privati per l&#8217;economia circolare; promuovere standard comuni e cooperazione internazionale per filiere circolari competitive e sostenibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fosforo, magnesio, acqua: la nuova frontiera della circolarità come sicurezza</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sezione innovativa del Rapporto 2026, elaborata da ENEA, mette in relazione diretta la circolarità con la sicurezza delle materie prime critiche, un tema diventato drammaticamente attuale con la crisi di Hormuz. Il Critical Raw Materials Act entrato in vigore nel maggio 2024 fissa obiettivi precisi: entro il 2030 il 10% delle materie prime critiche deve essere estratto in Europa, il 40% lavorato nel continente, il 25% ottenuto tramite riciclo. Il fosforo, componente essenziale di fertilizzanti e mangimi, è un caso emblematico: la dipendenza europea dalle importazioni è dell&#8217;82%. I principali fornitori UE sono Marocco (27%), Russia (24%), Algeria (10%) e Israele (7%): quattro Paesi con cui le relazioni geopolitiche sono tutt&#8217;altro che facili. Il Rapporto indica nei fanghi di depurazione una fonte sottoutilizzata di recupero di questo elemento strategico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora più critica è la dipendenza dall&#8217;estero per il magnesio: la Cina controlla l&#8217;88% della produzione mondiale e la dipendenza UE è totale per il magnesio primario. Il Rapporto analizza il potenziale della desalinizzazione circolare: la salamoia prodotta dagli impianti – tradizionalmente considerata uno scarto problematico – contiene elementi come magnesio, potassio, calcio e bromo con un valore di mercato teorico superiore a 200 euro per metro cubo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte idrico, circa il 30% del territorio europeo è soggetto ogni anno a scarsità idrica stagionale, con punte superiori al 70% nell&#8217;Europa meridionale durante i mesi estivi. La Water Resilience Strategy della Commissione europea punta a ridurre i consumi idrici del 10% entro il 2030. Per l&#8217;Italia, adeguare i grandi impianti di depurazione alle nuove norme richiederà investimenti stimati tra 800 milioni e 2 miliardi di euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«L&#8217;attuale crisi geopolitica ha evidenziato la vulnerabilità del nostro sistema produttivo che dipende per il 46,6% dall&#8217;importazione di materie prime», sottolinea Claudia Brunori, direttrice del dipartimento ENEA di Sostenibilità. «Anche se il nostro Paese ha sviluppato una grande capacità di riciclo e produttività delle materie prime, è quanto mai necessario un cambio di paradigma improntato sullo sfruttamento delle nostre &#8220;miniere&#8221; urbane e sull&#8217;uso efficiente delle risorse lungo la catena di valore, a partire dalle fasi di progettazione e produzione. In questo contesto, ENEA è fortemente impegnata nello sviluppo e nel trasferimento di soluzioni tecnologiche avanzate che possono imprimere una decisa accelerazione verso la circolarità; tuttavia, per generare un effetto sistemico e duraturo, occorrono anche strumenti normativi e finanziari adeguati».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La circolarità come risposta strategica: i dati che contano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia il tasso di utilizzo circolare di materia ha raggiunto il 21,6% nel 2024 – il più alto in Europa – contro una media UE del 12,2%. Significa che oltre un quinto dei materiali consumati in Italia non viene estratto né importato, ma recuperato. Un risparmio strategico enorme, in termini di costi, emissioni e dipendenza geopolitica. Il tasso di riciclaggio sul totale dei rifiuti gestiti – urbani e speciali – mostra che l&#8217;Italia, su 160 Mt, ne ricicla l&#8217;85,6% (137 Mt), più del doppio della media UE che è del 41,2%, distaccando nettamente Spagna (54,7%), Francia (52,3%) e la stessa Germania (44,4%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La produttività delle risorse è cresciuta del 32% dal 2019: nel 2024 l&#8217;Italia si è confermata leader, generando 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorse consumate, il valore più alto tra le grandi economie europee e nettamente sopra la media UE (3 €/kg). Sul fronte del riciclo degli imballaggi l&#8217;Italia guida la classifica europea con il 76,7% nel 2024, contro una media UE del 67,5%. Ogni passo avanti nella circolarità significa direttamente meno petrolio importato, meno metalli acquistati all&#8217;estero, meno esposizione all&#8217;instabilità geopolitica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il nodo degli investimenti: si rallenta proprio quando si dovrebbe accelerare</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Rapporto segnala una contraddizione preoccupante: proprio mentre il contesto geopolitico rende urgente accelerare la circolarità, gli investimenti privati in Italia nelle attività tipiche dell&#8217;economia circolare – riciclo, riuso, riparazione, noleggio, leasing – sono calati da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023, dallo 0,7% allo 0,5% del PIL. Una tendenza negativa condivisa quasi in tutta Europa. Sul fronte del PNRR, con oltre 1.100 progetti finanziati per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo, la spesa resta bassa – circa il 17% a ottobre 2025 – con scadenze al 2026 sempre più a rischio. Sul piano industriale, il programma Transizione 5.0 ha mostrato, secondo il Rapporto, «forti limiti di coerenza e efficacia», evidenziando la necessità di integrare stabilmente la circolarità nelle strategie industriali nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;occupazione nelle attività tipiche più direttamente collegate all&#8217;economia circolare conta 508.000 addetti – il 2% del totale, in linea con la media UE – ma con una flessione del 7% rispetto al 2019. È un segnale che l&#8217;economia circolare italiana, pur eccellente nelle performance ambientali, non ha ancora trovato un modello di crescita economica robusta.</p>
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