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La sfida di una nuova semantica del concetto di sovranità
Di Virginia Caimmi
Nel giro di pochi anni l’intelligenza artificiale è passata dall’essere una promessa tecnologica a diventare l’asse portante delle strategie economiche e di sicurezza degli Stati. In questo scenario accelerato, segnato da competizione sistemica e da catene del valore sempre più frammentate, i governi cercano di dotarsi di infrastrutture e semiconduttori per competere nello scenario internazionale. È in questo clima di urgenza che la “sovranità dell’IA” si impone come parola chiave.
Ma proprio mentre viene invocata con crescente intensità, la sua definizione appare sfuggente. Il concetto affonda le radici nelle precedenti discussioni su sovranità digitale, dei dati e del cyberspazio. Anche allora il termine era carico di ambivalenze: utile a costruire consenso politico attorno a investimenti infrastrutturali e nuove regolazioni, ma incapace di fissare confini chiari.
Oggi l’IA amplifica quella necessità e ne determina la sorte. È insieme infrastruttura critica, motore di crescita, strumento di difesa, piattaforma culturale. Pretendere di racchiudere tutto questo in una formula univoca espone a semplificazioni insidiose. A livello statale, la sovranità oscilla tra una versione “forte”, che punta all’autosufficienza lungo l’intera filiera – dall’energia ai data center, dai chip ai modelli – e una versione più realistica di autonomia strategica, che mira a mantenere capacità di indirizzo e di intervento pur restando integrati nelle reti globali. Per le imprese il concetto tocca termini operativi. La stessa parola finisce così per indicare ambizioni geopolitiche, esigenze regolatorie e scelte organizzative.
La complessità aumenta se si osserva la “stack” dell’IA. Ogni livello – che si tratti di infrastruttura fisica, cloud, dati, modelli, applicazioni, competenze – presenta gradi differenti di controllo e vulnerabilità. A ciò si sommano obiettivi talvolta divergenti: sicurezza nazionale, competitività economica, tutela culturale, capacità regolatoria. Una misura che rafforza la resilienza può rallentare l’innovazione; una politica che favorisce l’industria domestica può isolare dai flussi di ricerca globali. La sovranità, più che uno stato, diventa un equilibrio instabile.
In questo quadro si colloca la ricerca dello Stanford HAI, che sta lavorando a un white paper dedicato al tema. L’istituto propone di spostare il baricentro del dibattito: non chiedersi come “possedere” l’IA, ma come governare in modo consapevole le proprie interdipendenze, livello per livello, in funzione di priorità esplicite. La sovranità viene così reinterpretata come capacità di scelta e di riconfigurazione, non come chiusura autarchica.
Tutto ciò avviene in un contesto internazionale attraversato da mutamenti rapidi e profondi. Le tensioni geopolitiche, la ridefinizione delle alleanze, la politicizzazione delle tecnologie strategiche hanno incrinato assetti consolidati. Anche il linguaggio delle relazioni internazionali è in trasformazione: termini come “sovranità”, “autonomia, “sicurezza economica” vengono rinegoziati alla luce di un ecosistema digitale che non coincide più con i confini territoriali.
L’ansia di definizione non riguarda soltanto l’intelligenza artificiale ma l’ordine globale nel suo complesso. I grandi appuntamenti del 2026 saranno laboratori semantici oltre che politici. L’India AI Impact Summit 2026, la presidenza francese del G7, i nuovi accordi bilaterali e le iniziative di cooperazione rafforzata nell’Unione Europea offriranno arene in cui il concetto verrà discusso, plasmato, forse conteso. Sarà lì che si capirà se la sovranità dell’IA potrà evolvere da slogan mobilitante a categoria condivisa di governance.
Più che una destinazione già tracciata, la sovranità dell’IA appare dunque come un processo in continua ridefinizione. La sua configurazione concreta emergerà dall’intreccio tra strategie nazionali e nuovi assetti multilaterali, in un mondo dove autonomia e cooperazione devono essere continuamente ribilanciate dentro un contesto politico, economico e tecnologico plurimo e articolato, che cambia più velocemente delle definizioni che tentano di descrivere.





