di Fabiana Nacci 

Ogni giorno in Italia 89 donne sono vittime di reati di genere. Dall’inizio di quest’anno sono già 109 le donne uccise: il 40% del totale degli omicidi. Questi i due numeri shock che emergono dall’ultimo report della Direzione centrale anticrimine della Polizia, diffuso in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si celebra domani, 25 novembre.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, in una nota diffusa nelle ultime ore, ha annunciato “nuove risorse per aiutare le donne che subiscono abusi domestici”. In sostanza, si tratta di un finanziamento complessivo di 30 milioni di euro all’anno per tre anni che rende strutturale il piano strategico per prevenire e contrastare la violenza di genere.

Il problema però non deve essere considerato in maniera disgiunta rispetto al tema più generale di lotta agli stereotipi di genere e di promozione dell’empowerment femminile.

In questo senso è bene specificare che l’attuale Esecutivo ha fin da subito posto l’accento sulla forza economica, sociale e culturale delle donne per il Paese.

L’assegno unico, il family act, la certificazione di parità, il gender pay gap, sono solo alcuni dei provvedimenti che sono stati approvati nel corso degli ultimi mesi e che stanno contribuendo a definire un nuovo ecosistema di norme per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Oggi l’Italia su questo punto è in forte ritardo ed è fanalino di coda a livello europeo con solo il 56,5% delle donne che lavorano o cercano attivamente lavoro, contro una media europea del 68,8%.

In tal senso una forte spinta è stata data anche attraverso il PNRR che, nel disegnare l’Italia di domani, prevede una serie di cosiddette “missioni” volte a garantire un maggiore e migliore equilibrio di genere.

D’altronde, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro non è una mera questione etica e di equità sociale, ma un reale valore economico sostanziale, quantificato da The European House Ambrosetti in +6,7 punti percentuali del Pil (oltre 110 miliardi di euro).

Certamente la crisi pandemica ha peggiorato la situazione delle donne italiane, tagliandole fuori dal mercato del lavoro o moltiplicando i loro carichi di lavoro e di cura per via di un’interpretazione spesso errata del tanto attuale smart working.

Tuttavia ora è il tempo della ripresa e affinché questa sia robusta e duratura non serve solo l’azione del Legislatore, ma è fondamentale l’apporto di tutti, a partire dal settore produttivo privato e da quello della formazione.

E’ necessario non solo che più donne siano attive nel mercato del lavoro, ma che esprimano competenze e rivestano ruoli migliori rispetto al passato. Questo significa indirizzare le giovanissime a intraprendere percorsi di studio STEM e scardinare in loro e nei loro genitori e formatori tutti gli stereotipi, a partire da quello secondo cui esistono lavori da uomini e lavori da donne.

Inoltre in quest’ottica serve anche che le donne stesse si mettano in gioco, ad esempio impegnandosi a stare al passo con i cambiamenti tecnologici (reskilling) e denunciando fin da subito ogni forma di violenza, non solo quella fisica ma anche quelle economiche.

Sperando che presto le quote rosa diventino solamente un tenero ricordo, buon 25 novembre!

A tutti

 

 

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