di Daniele Capezzone

Il politologo Luigi Curini, intervistato sulla Verità, lo ha spiegato con assoluta lucidità, anche ricorrendo a una recente ricerca: “Secondo un’analisi dell’Università di Milano, i contrari assoluti alla vaccinazione sono il 5% della popolazione, mentre gli scettici (senza essere affatto dei no vax) sono circa il 10%. Numeri complessivamente piccoli, come si vede. Il punto è: come ti rivolgi al 10% di scettici? Se li aggredisci e li colpevolizzi, se scateni una guerra tribale, un ‘noi contro di voi’, è umano che si chiudano a riccio”.

Ora, può anche darsi che i numeri dei perplessi sulla vaccinazione siano un po’ più ampi rispetto all’ipotesi formulata dall’Università di Milano, ma – pure dilatando le cifre – il ragionamento non cambia di una virgola.

E non solo per motivi teorici. Chi parla è favorevole alla vaccinazione. Ma – per elementari ragioni liberali – non possiamo negare il diritto al dissenso di una minoranza. Di più: ogni campagna di vaccinazione deve fare i conti con una quota di popolazione che, per motivi di vario tipo, tende a dire: “No grazie”. Chi non tollera questa elementare regola democratica, abbia il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e andare fino in fondo, proponendo un obbligo vaccinale tout court. Per riportarci alla realtà, basterà tuttavia ricordare che praticamente solo il Turkmenistan ha previsto una misura di questo tipo, cioè la coercizione legale. Né ha senso paragonare questa vaccinazione agli altri obblighi vaccinali esistenti anche nel nostro paese: nel caso del Covid, per forza di cose (e cioè per la velocità ammirevole con cui la scienza ha messo a disposizione il vaccino), la vaccinazione è tuttora all’ultimo stadio di sperimentazione. E non a caso firmiamo molte pagine di informazioni per certificare il nostro consenso informato sulle potenziali reazioni avverse.

Ma oltre alle ragioni teoriche ce ne sono altrettante di natura pratica, ed è lì in modo particolare che Curini centra il punto, a mio avviso: una campagna di colpevolizzazione e perfino di mostrificazione di chi non si è ancora vaccinato rischia di far irrigidire ancora di più gli scettici e i refrattari. Ai quali va invece fatto un discorso orientato alla loro persuasione razionale: non negando i potenziali eventi avversi, ma, specie per le persone più grandi di età, segnalando che i rischi di un ricovero a causa del Covid sono decisamente più gravi rispetto ai rischi statistici (obiettivamente molto limitati) legati agli eventuali effetti collaterali della vaccinazione.

In ogni ambito, occorre scommettere sul meglio delle persone, non sul peggio; sulla loro parte razionale, non su paure antiche da rinfocolare; sul loro coinvolgimento, non su una colpevolizzazione morale che lasci immaginare addirittura uno stigma di indegnità civile.

Fa un certo effetto dover ricordare nozioni che dovrebbero essere elementari, banali, pleonastiche. E invece, nel clima mediatico in cui ci troviamo, rischiano di essere parole necessarie, anzi indispensabili.