di Paolo Bozzacchi

 

Sgombriamo il campo. Pensare che il vaccino di massa sugli adolescenti di 12-15 anni possa risolvere il problema del contagio nelle scuole non è la direzione giusta. Il virus continuerà a viaggiare anche con studenti e personale scolastico vaccinati in massa.

Essere vaccinati, infatti, viene sempre più spesso confuso col diventare immuni, mentre il virus è ormai accertato che circoli anche tra i vaccinati e tra i guariti. Ci si può nuovamente contagiare con sintomi anche ricevute le due dosi di vaccino o pur avendo già contratto la malattia.  In entrambi i casi, tranne rare eccezioni, sono gli effetti del contagio a diminuire. Ma su questo si sta ancora studiando.

 

Un’altra strada per contenere il contagio nelle scuole ci sarebbe: è quella degli screening periodici, oltre naturalmente al rispetto del distanziamento e l’uso costante delle mascherine. Gli effetti del Covid sugli adolescenti sono ad oggi molto limitati in termini di danni immediati e la validità di una loro vaccinazione di massa resta una questione aperta.

 

Se il cuore del senso della scelta vaccinale è quello di mettere un freno ai ricoveri e al riempimento dei reparti di terapia intensiva (la scelta sta ben funzionando in Italia con tutta la popolazione anziana) ha davvero senso vaccinare in massa i 12-15enni che non contraggono mai forme gravi di malattia?

 

Maria Rita Gismondo, Direttore Microbiologia Clinica e Virologia del Sacco di Milano su Il Fatto Quotidiano: “I motivi di discussione sono tre: limitati benefici della protezione nelle fasce di età che soffrono solo di malattie lievi, effetti limitati sulla trasmissione e possibilità di conseguenze indesiderate legate alle differenze nell’immunità indotta dal vaccino e dall’infezione”.

 

“Il rapporto costi-benefici di qualsiasi campagna vaccinale”, aggiunge la Gismondo, “dipendono dal carico di malattia nella popolazione target e dalle risorse disponibili”. E’ il carico sulla fascia d’età 12-15 anni è davvero assai limitato. 

 

Paolo Palma Responsabile Immunologia e Vaccinologia dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù su La Repubblica precisa: “Vaccinare gli adolescenti vuol dire ridurre il rischio che il virus circoli e si trasmetta ai più anziani. Ma ha senso chiedersi se sia una misura utile per il singolo ragazzo”. Poi aggiunge: “Aspetterei più dati per capire i vantaggi reali del vaccinare gli adolescenti. Ancora ci si chiede se bambini e ragazzi siano più esposti al contagio con le nuove varianti. Ma solo il tempo ci saprà dare una risposta. I colleghi inglesi si stanno chiedendo cosa sia meglio fare e penso che i loro dubbi siano ragionevoli”.

 

In Gran Bretagna gli esperti del Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI) sono stati chiari hanno detto “No” alla vaccinazione dei 12-15enni con un commento lapidario: “Benefici minimi”. Questi ultimi sono strettamente connessi alla minaccia potenziale per i giovani ragazzi di contrarre una forma grave di Covid-19: “Il margine di beneficio è ritenuto troppo esiguo per sostenere la vaccinazione di massa di 12-15enni sani in questo momento”.

 

Da questo ragionamento il JCVI britannico ha escluso gli “estremamente vulnerabili” (con malattie cardiache, polmonari, renali e neurologiche gravi e croniche), inclusi i ragazzi con anemia falciforme e diabete di tipo I. 

 

Vittoria Colizza, Direttore Laboratorio epidemie Inserm a Parigi su Italia Oggi: “Il nostro studio durante la terza ondata in Francia su 683 scuole mette in evidenza l’importanza dello screening periodico a scuola. Quello settimanale con un’adesione sufficientemente ampia è una soluzione ottimale che riduce i casi evitando chiusure delle classi. Lo screening regolare ridurrebbe del 90% il numero medio di giorni persi per studente rispetto alla chiusura reattiva della classe dopo il rilevamento di un caso”.

 

Gli screening periodici monitorerebbero anche i casi di long Covid tra i giovani spesso asintomatici, dando loro l’opportunità di accedere alle cure. 

 

Screening, perché no?