Prima di tutto auguri e congratulazioni per la sua elezione a Presidente di Commissione. Possiamo partire da quelle che saranno le priorità della sua presidenza? 

Grazie. Un presidente di commissione parlamentare non ha un ruolo esecutivo, quindi il primo obiettivo è riuscire a garantire un ordinato, efficiente, puntuale e sereno svolgimento dei lavori della commissione, i cui componenti hanno posizioni politiche eterogenee, anche in parte eterodosse rispetto ai partiti di riferimento. Posso raccontarle un aneddoto su di un aspetto che ho voluto introdurre - che può apparire insignificante, ma non lo è. Se la commissione è convocata alle 15, alle 15 e zero secondi iniziamo, chi c’è c’è. Può sembrare strano, ma il Paese si cambia anche così. Dal punto di vista dei contenuti, non è un mistero che il mio obiettivo principale è in questa seconda parte della legislatura che si riesca a portare in porto una incisiva, radicale e complessiva riforma dell’Irpef.

 

Recovery Fund: in linea con le indicazioni UE su digitalizzazione sembra che il Governo voglia puntare principalmente sullo sviluppo del 5G e la diffusione della banda ultralarga in tutto il territorio (aree bianche comprese). Pensa sia la volta buona per colmare il digital divide Italia-principali Paesi UE e tra i nostri nord e sud?

Il Recovery Fund è “la volta buona” per un sacco di cose. Tutte quelle che negli ultimi trent’anni non abbiamo saputo, voluto o potuto fare. Ma il “segreto” è capire che la disponibilità di risorse è condizione spesso necessaria, ma quasi mai sufficiente. Sul caso che lei cita, ad esempio, è cruciale prima di tutto capire quale struttura di mercato (o quale mix tra diverse opzioni) si giudica più adatta per l’impegnativo compito di costruire l’infrastruttura digitale attuale e di prossima generazione. A rendere più impegnativo il compito c’è anche l’eredità del passato. Lo abbiamo visto bene nel caso Tim-Open Fiber, in cui scelte non ottimali fatte vent’anni fa condizionano ancora pesantemente le scelte di oggi. Ma che una parte sostanziale del Recovery Fund debba essere dedicata alla digitalizzazione del paese, penso sia fuori di dubbio.

 

Recovery Fund: un’altra proposta è la proroga dell’ecobonus. Lei è d’accordo? Sarebbe favorevole a renderlo strutturale?

Il sistema degli incentivi fiscali ha bisogno di stabilità. Non è possibile che fino a poche settimane prima (a volte fino al giorno prima!) della scadenza non si sappia se una certa agevolazione rimarrà fruibile o meno, e in che forma. Occorre fare delle scelte chiare e precise. Se il super-bonus del 110%, ovviamente, non potrà essere strutturale (anche se io credo che debba essere prorogato di un paio di anni rispetto all’attuale scadenza del 31 dicembre 2021), sulle altre agevolazioni edilizie dobbiamo prendere una decisione stabile, scegliendo cosa rimane (e rimane a regime) e cosa invece ha esaurito il suo compito.

 

Legge di bilancio: ogni anno, ai nastri di partenza della sessione di bilancio, si assiste a una caccia alle streghe di presunti benefici fiscali a favore di alcuni settori economici. Ne deriva una battaglia tra associazioni di categoria, un tutti contro tutti, per evitare di rimanere colpiti da interventi legislativi improvvisi. Le aziende chiedono stabilità fiscale e politica per programmare gli investimenti nel lungo periodo. Quale sarà il contributo della sua presidenza in tal senso?

Quello che ho detto poco fa. Contribuire affinché la politica economica abbia il coraggio di fare scelte, e non di vivacchiare in attesa del prossimo turno elettorale. Il sistema degli incentivi di Impresa 4.0 deve essere messo a sistema e reso strutturale, così come alcuni degli interventi a favore delle ristrutturazioni edilizie e dell’efficientamento energetico. Soprattutto, è arrivato il momento di accorpare in testi unici (il più possibile chiari e semplificate) le discipline delle imposte dirette e indirette. Sembra impossibile a dirsi, ma viviamo in un paese in cui nessuno più è in grado di ricostruire tutte le normative fiscali esistenti. Per migliorare la nostra competitività e la nostra capacità di attrazione di investimenti esteri, dobbiamo partire da qui.

 

La fiscalità è una delle più importanti leve per rilanciare i mercati e attrarre gli investimenti internazionali. È peraltro uno strumento di competizione fra ordinamenti giuridici europei e internazionali: quali pensa che debbano essere le priorità fiscali sulle quali deve concentrarsi l’Esecutivo in particolare per accompagnare il Paese ad uscire dalla crisi economica post Covid19?

Come dicevo in apertura, sicuramente la riforma dell’Irpef. Che è la nostra principale imposta (per un gettito complessivo annuo di circa 200 miliardi) ma che, dopo quasi cinquant’anni di vita e di interventi stratificati e mai coordinati, è diventata un inferno di inefficienza e iniquità. Io penso che debba essere rifatta completamente daccapo, prendendo un foglio bianco e chiedendosi come deve essere, nel mondo globalizzato, un’imposta sui redditi in grado di coniugare efficienza ed equità. E’ un’impresa molto ambiziosa, che non può essere svolta in poche settimane o senza un’adeguata riflessione (e sicuramente non facendosi guidare dagli slogan). Per questo credo che il parlamento debba approvare una legge delega al più presto, per consentire poi un lavoro di attuazione che consenta agli italiani di avere un fisco già semplice e molto più leggero prima di fine legislatura. Noi di Italia Viva, tra l’altro, abbiamo da diverso tempo predisposto una proposta che può essere a nostro avviso una buona base di discussione. E stiamo da mesi sollecitando l’apertura di un serio confronto di maggioranza in merito.

 

Il suo partito chiede con forza anche l’attivazione del MES. Come risponde a chi insinua che la vostra insistenza è solo funzionale ad alzare il livello dello scontro politico con il M5S? 

Questa storia è diventata quasi una barzelletta ormai. E’ stato chiarito in tutte le lingue, a tutti i livelli e in tutti i modi che la Pandemic Crisis Support (la  nuova linea di credito all’interno del Mes) non ha condizionalità di alcun tipo se non quella di vincolo all’utilizzo delle risorse nel campo sanitario (una condizionalità che, da sola, basta a rispettare i Trattati esistenti). E da mesi il dibattito pubblico si annoda nel raccontare una serie di bugie vergognose, l’ultima delle quali risale all’altro giorno, quando una deputata si è spinta fino a dire che in realtà il Mes sarebbe un organismo privato… Per noi la scelta è semplice: accedere alla PCS ci garantirebbe un risparmio di circa mezzo miliardo all’anno per i prossimi dieci anni. Per 50 milioni l’anno abbiamo tagliato di un terzo i parlamentari… io direi che si può fare anche questo passo, non crede?

 

 

Paolo Bozzacchi

 

 

 

 

 

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