di Ettore Maria Colombo

 

Cerchiamo di mettere in fila le poche certezze:

Ecco un piccolo “Gioco del Colle’ che potremmo chiamare anche ‘Capitol Hill for dummies’.

QUANDO E DOVE SI VOTA. Il mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio 2022. Per quella data, il nuovo Capo dello Stato ‘deve’ essere in carica (il pacchetto comprende elezione e giuramento), anche se – causa il protrarsi delle votazioni (record: 23, per eleggere Giovanni Leone nel 1971) – è successo che il Presidente uscente e quello subentrante si accavallassero.

La ‘letterina’ di convocazione la invia ai Grandi elettori il presidente della Camera, Roberto Fico, perché è Montecitorio la ‘sede’ delle votazioni, già dalla prima elezione (Einaudi, 1948). Insomma, il presidente della Camera, per una volta, ‘conta’ di più quello del Senato, che è, per tutto il resto, la seconda carica dello Stato (e capo dello Stato ‘supplente’ quando il titolare manca), ma si limiterà a ‘coadiuvarlo’ nelle operazioni. Da ricordare che, per prassi, i presidenti delle due Camere non votano, ma non vi è una regola che vieta loro di farlo. Ergo, è improprio ‘toglierli’ dal plenum che scenderebbe a 1005: ci sono e contano, possono votare come gli altri.

La ‘letterina’ di Fico partirà – forse, non è sicuro - già sotto a Natale, al massimo alla Befana, e avrà una scadenza di venti giorni. Al massimo per il 20 gennaio, la ‘rumba’ dovrebbe cominciare.

COME SI VOTA. Riaperto il Transatlantico, dentro l’Aula potranno entrare solo i Grandi elettori che voteranno su schede bianche, prima sigillate e poi aperte, apponendo la loro scheda nell’insalatiera, dopo esser passati nel catafalco. Il voto è segreto, ovviamente. Serve una maggioranza di 2/3 dei Grandi elettori nei primi tre scrutini, la maggioranza assoluta degli stessi dal IV scrutinio in poi. Da ricordare che i vari presidenti sono stati eletti in entrambi i modi.

CHI VOTA. Votano, appunto, i Grandi elettori. Secondo il dettato costituzionale sono, nel teorico plenum delle tre platee, i 945 parlamentari (630 deputati e 315 senatori elettivi), i senatori a vita (dipende dal numero, oggi in numero di sei), 58 delegati espressi dalle Regioni (tre a testa, tranne la Valle d’Aosta, che ne ha uno). E già qui, però, i conti si complicano maledettamente.

Il totale farebbe 1009 (945+6+58), ma c’è un ‘ma’. Infatti, il plenum attuale dei Grandi elettori è solo di 1007, cioè due in meno del teorico quorum previsto. Diventa, quindi, di 1007, dato dalla somma di 943 (629+314) parlamentari, sei senatori a vita e 58 delegati regionali (= 1007).

 

Perché i Grandi elettori sono 1007 e non 1009

Ma perché? Perché mancano ben due seggi, detti, in parlamentarese, seggi ‘vacanti’. Il primo è un seggio della Camera: quello uninominale di Roma 1, che elesse Roberto Gualtieri, diventato sindaco di Roma, e che non si farà in tempo a rinnovare con elezioni suppletive, come prevede la legge elettorale vigente, il Rosatellum, mentre invece proprio la Camera ha ‘riempito’ due seggi a loro volta vacanti: Siena (ex seggio di Padoan, Pd) e Roma-Primavalle (ex di una M5s) vinti, rispettivamente, da due esponenti del Pd: uno è il segretario, Enrico Letta, e uno un altro dem, il giovane Andrea Casu (il Pd, quindi, ha un saldo attivo di due seggi guadagnati in un amen).

Il secondo seggio è al Senato ed è quello di Paolo Saviane (Lega), bellunese, deceduto ad agosto scorso. Il seggio di Saviane non è stato ancora ‘riempito’, invece: non per inerzia del Senato, ma per un problema procedurale: eletto in Veneto, nella parte proporzionale, la Lega ha ‘esaurito’ gli eletti e – spiegano dal Senato – “si è aperto un problema procedurale, la Lega ha esaurito i suoi eletti e pescarne un altro da un'altra circoscrizione non è semplice”, anche se alla Camera, invece, fu fatto. In ogni caso, dicono sempre dal Senato, “entro la data dell’elezione del Presidente della Repubblica dovremmo riuscire a risolvere il problema”. Meglio, però, andare sul sicuro e ‘contare’ 1007 grandi elettori, non uno di più.

E’ evidente, però, che, a questo punto, cambiano i quorum per l’elezione che diventano questi: 672 il quorum per le prime tre votazioni (maggioranza dei due terzi) e 504 dal IV scrutinio in poi (maggioranza assoluta), mentre su un plenum di 1009 Grandi elettori i quorum sarebbero stati, rispettivamente, di 674 e 506. Direte, cosa cambia, per due voti? Cambia, cambia, specie in votazioni giocate sul filo…

 

Il numero dei delegati regionali e i sindaci

Quello che, invece, ‘non’ cambia, è il numero dei delegati regionali: 58 sono e 58 resteranno.

Viene, di solito, così ripartito: il governatore, il presidente del consiglio regionale, un consigliere regionale scelto tra le forze di opposizione, ma saranno i consigli regionali a votare e decidere. I delegati regionali non sono ancora stati eletti, in tutte le regioni, ma sono in via di definizione e, basandosi su chi ha vinto le elezioni regionali, saranno 33 al centrodestra, 25 al centrosinistra.

 

I rapporti di forza nei gruppi parlamentari

Prima suddividere i diversi gruppi parlamentari per schieramento e area, va ricordato che il partito che ha vinto le elezioni politiche nel 2018 è il M5s (33% alla Camera): a inizio legislatura i parlamentari M5s erano 338 mentre ora sono rimasti, tra cambi di casacche e nuovi gruppi, solo 233 (-105): un gran numero di eletti non risponde alle indicazioni di partito.

 

Ecco i rapporti di forza delle varie forze politiche.

 

CENTRODESTRA (450): può contare su 450 grandi elettori che fanno riferimento ai partiti oggi presenti dentro la coalizione: 196 sono della Lega (133 deputati e 63 senatori, sarebbero 64, ma manca, come detto in precedenza, il seggio di Saviane, deceduto e a oggi non ancora sostituito), 127 di FI (77 e 50), 58 di FdI (37 e 21), 31 di Coraggio Italia-Cambiamo-Idea (24+7), 5 di Noi con l'Italia-Rinascimento italiano-Adc, ai quali si aggiungono i 33 delegati regionali.

 

CENTROSINISTRA CON M5S (420): Può contare su 420 voti se si esclude Iv, su 463 se si conteggia anche Renzi (43 grandi elettori). Infatti, il Pd conta 132 grandi elettori (93 deputati e 38 senatori), M5s ne ha 233 (159 deputati e 74 senatori), Leu 18 (12 e 6), Azione-+Europa 5 (3 e 2), mentre Centro democratico di Bruno Tabacci ha 6 deputati. Questo blocco, cui si aggiungono i 25 delegati regionali, più Gianclaudio Bressa, iscritto al gruppo delle Autonomie ma eletto con il Pd, arriva solo a quota 420. Quota che salirebbe a 463 se Italia Viva (27 deputati e 16 senatori) di Matteo Renzi, con i suoi 43 elettori, sostenesse il candidato di centrosinistra. Il che, francamente, non sembra proprio possa essere, stavolta…

 

SENATORI A VITA (6): Per questa elezione del presidente della Repubblica i senatori sono 6: Giorgio Napolitano, Mario Monti, Liliana Segre, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia.

 

GRUPPO MISTO (113): In questa legislatura il gruppo Misto della Camera (66 deputati) come del Senato (47 senatori) è lievitato e mutato a secondo della nascita di nuove e sempre diverse componenti e, oggi, rappresenta il quarto gruppo per ordine di importanza, nelle due Camere.

Al suo interno, c’è di tutto e di più. Il gruppo più nutrito è la pattuglia ex M5s di “Alternativa C'è” (ex grillini area Di Battista) che conta su 14 grandi elettori (10 deputati e 4 senatori), Più forze di centro sinistra e centrodestra come Azione, Maie o Noi con L’Italia, già conteggiati nei precedenti calcoli.

 

I ‘cani sciolti’ e i centristi. Il ‘pacchetto’ di mischia del Misto vale 100 voti, il centro 80…

Un ‘tesoretto’ di oltre 100 voti, dunque, che centrodestra e centrosinistra devono ambire ad accaparrarsi per poter blindare il proprio nome da eleggere al Colle. Invece, i grandi elettori dei partiti che fanno riferimento all'area di centro, tra Camera e Senato, sono più di un’ottantina e si candidano a diventare l'ago della bilancia della partita per il Quirinale. Ma non sono gli unici ‘attenzionati’ dai due schieramenti: preoccupano, infatti, i cosiddetti ‘cani sciolti’, ovvero i deputati e senatori del gruppo Misto e, in particolare, i parlamentari non iscritti ad alcuna componente.

Il loro ‘peso’ si aggira attorno a un'altra ottantina di voti. Voti definiti ‘ingovernabili’, in quanto si tratta di parlamentari, per la maggior parte fuoriusciti o espulsi dal Movimento 5 stelle, nel corso della legislatura, che non rispondono a logiche partitiche o a linee dettate dai leader.

Il pallottoliere, in ogni caso, parla chiaro: nelle prime tre votazioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica occorre la maggioranza dei due terzi degli aventi diritto al voto, 1.007 grandi elettori, pari a 671 voti. 

 

 

Photo Credits: Arte per bambini