di Daniele Capezzone

Senza compiacerci né attorcigliarci nell’autocommiserazione, nel biasimo della cupezza del tempo presente e nel rimpianto di un (forse inesistente) passato mitico, è forse venuto il momento di interrogarsi sulla dimensione rozzamente aggressiva assunta dalla discussione pubblica, non solo nel piccolo condominio italiano.

L’arena pubblica si è ormai trasformata in un rituale di reciproca degradazione. Il bullismo e l’arroganza fanno curriculum, e la prima regola di ogni dibattito sembra essere l’aggressione personale diretta nei confronti dell’altra parte.

Non parlo degli angoli più bui dei social network o di alcune risse televisive, ma pure dei giornaloni (e dei giornalini). Ormai, lo schema logico-argomentativo prevalente non è l’assalto all’argomento altrui, ma al portatore di quell’argomento. Insomma, facendoci aiutare da una metafora “oxfordiana”: prima ti dico che sei “scemo”, e solo poi - eventualmente - attacco la “scemenza” che hai detto. Esattamente il contrario di ciò che dovrebbe accadere.

Ma davvero siamo a un punto così basso da aver dimenticato le regole elementari di una civile discussione pubblica? Davvero abbiamo dimenticato che bisogna “play the ball, not the man”?

Guardate che non è questione di “bon ton” o di “galateo”, ma proprio di sostanza. Perché implica almeno due conseguenze devastanti. La prima: l’ascesa in ogni ambito (politico, giornalistico, ecc) del più teppista anziché del più ragionevole. La seconda: l’idea che non ci sia alcun vincolo rispetto all’altra parte, una sostanziale indisponibilità ad essere “governati” dagli altri (se per caso hanno vinto loro).

L’indimenticabile striscione di una tifoseria calcistica recitava: “Noi odiamo tutti”. Non vorrei che quello striscione da curva fosse divenuto un “comandamento” invisibile ma ferreamente applicato. 

 

 

 

Photo Credits: yourquote.in