di Ettore Maria Colombo

“Il governo Draghi è il nostro governo?”. La linea di Letta, i dubbi del Pd, la suggestione di Draghi che, nel ricordare Andreatta, tutti gli ulivisti si ‘coccolano’ nella speranza che voglia federarli. La tentazione del segretario: anticipare il congresso...

“Ma il governo Draghi è il ‘nostro’ governo?” si chiedono, cogitabondi, dentro il Pd. La risposta – pare, ma molto dipende dai giorni – è ‘sì’. Lunedì, infatti, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, si è presentato in quel di Bologna, per intitolare l’Aula Magna della “Bologna Business School” a Beniamino Andreatta. Il premier ha definito l’ex ministro Andreatta “un riformatore paziente e lungimirante dell’economia italiana. Un protagonista appassionato del dibattito europeo. Un punto di riferimento della vita accademica di Bologna, la sua città adottiva”. Ma anche uno, Andreatta, che diceva “le cose vanno fatte perché si devono fare” (e ogni riferimento al dibattito sul Green Pass è puramente voluto…).

Enrico Letta – che di Andreatta è stato l’allievo più giovane e capace - lo aspettava sulle scale. Monsignor Zuppi, prete ‘di strada’ elevato, da papa Francesco I, cardinale, gli ha fatto feste. Romano Prodi stesso – che pure rimpiange ancora di non essere riuscito a ‘scalare’ il Colle, nel 2015 – era in brodo di giuggiole, lui che di Andreatta fu il ‘figlio’ più grande, il migliore. Bonaccini, governatore della rossa Emilia-Romagna, ha salutato – racconta il Foglio – il capo di gabinetto di Draghi, Antonio Funiciello, come si saluta un vecchio amico e ha detto a Draghi “dai! Dai!” (che ha risposto “ci si prova!”) e sempre Prodi sembrava dire ‘ma guardatelo, è il nostro fiore migliore, e ‘voi’ lo volete tenere in panchina?! Facciamolo nostro! E’ nostro…’.

Letta e Draghi, Prodi e Draghi, Zuppi e Draghi si sono ‘parlati’ anche in via riservata, cosa si sono detti non si sa, forse hanno parlato solo del fulgido esempio diAndreatta, forse di politica. Forse di ‘politica’ del futuro, con Mario Draghi nuovo ‘campione’ – novello Dini, novello Monti, ma sarebbe meglio dire, stando a Bologna, novello Prodi – del centrosinistra ‘del futuro’…

 

Il filo che lega Andreatta, Prodi, Parisi, Letta

Certo, Draghi ha sorvolato sulla sua attività politica (non era proprio il caso, ecco…), ma Andreatta, storico esponente della Dc, ala ‘tecnocratica’, o Dc dei ‘professori’, è anche colui che – prima di Romano Prodi, prima pure di Arturo Parisi (tutta da leggere l’intervista di quest’ultimo all’Espresso in edicola domenica: “Ho perso, ma non mi sono perduto” il titolo, che racconta cinquant’anni di battaglie ‘uliviste’) per dire – si è letteralmente ‘inventato’ il centrosinistra della Seconda Repubblica e l’Ulivo. Senza dire del fatto che il figlio, Filippo Andreatta, professore di Scienze Politiche a Bologna, è un amico personale di Enrico Letta, nonché suo discreto, ma efficiente, consigliere. Insomma, se mai – e mai dire mai – Draghi ‘scenderà’ o ‘salirà’ in Politica (quella attiva), dove potrebbe farlo se non lungo il solco tracciato – alla fine della Prima Repubblica – dal primo ‘prof’ per eccellenza, cioè proprio Andreatta? L’Ulivo, il centrosinistra, forse i ‘giallorossi’, ma solo se realmente ‘pacificati’, cioè diventati ‘liberali, europeisti, moderati’, uno schieramento che, quello sì, potrebbe dare vero filo da torcere a un centrodestra che, almeno a livello nazionale, sembra ‘predestinato’ – stante il 47-50% nei sondaggi - a vincer le prossime elezioni politiche. E questo a prescindere sia da quando si terranno (nel 2023, come è probabile, o invece nel 2022?), sia dal sistema elettorale con cui si terranno (l’attuale Rosatellum, per un terzo maggioritario, un sistema proporzionale, come vorrebbero i 5S, o un sistema maggioritario a doppio turno, come vuole il duo teste d’uovo dem Ceccanti/Parrini).

 

Il Letta-schema: Draghi ‘almeno’ fino al 2023

In ogni caso, sembra fatta. Il governo Draghi ‘è’ il ‘nostro’ governo, sembra dire il Pd, e il premier ‘deve’ restare a palazzo Chigi “almeno fino al 2023” come ripete, ormai da mesi, sempre Letta.

Al Quirinale, nel 2002, andrà qualcun altro, ancora da trovare, o – chissà – tornerà l’attuale presidente, Sergio Mattarella (che non vuole, però, concedere alcun ‘bis’) e a votare si andrà nel 2023, a scadenza ‘naturale’ della legislatura.

Salvini – e pure la Meloni, cui Letta ha ‘aperto’, per un suo coinvolgimento nella scelta del nuovo inquilino del Quirinale, sempre lunedì scorso, alla presentazione del libro di Fabrizio Roncone, “Razza poltrona” (Solferino editore), a Roma – dovranno farsene una ragione e, forse, almeno la Meloni sembra proprio che se la sia già fatta (“Non mi piace, ma penso che resterà Mattarella” ha detto la leader di FdI, parlandone con Letta).

 

Ma il governo Draghi è ‘il nostro governo’? Nella sinistra dem non lo pensano per niente

Messa così, sembra facile, netta, comprensibile. Peccato che un pezzo del Pd ‘non’ è d’accordoGoffredo Bettini, per dire, uno che preferisce andare alle Feste delFatto quotidiano, non è affatto d’accordo: vorrebbe ‘spedire’ Draghi al Quirinale e andare a votare in via anticipata per ‘giocarsela’ (sic) contro il centrodestra subito. La sinistra interna non è d’accordo: né il ministro Orlando, pare, e neppure gli ex zingarettiani e neppure l’ex ministro, nuova stella nel firmamento della sinistra dem,Provenzano. Vorrebbero, ‘loro’, andare a votare prima possibile, forse pure tenere un congresso anticipato, ‘sfidare’ la leadership di Letta – in modo ‘amichevole’, da ‘bon amì’, si capisce – spostare l’asse del partito sempre più a sinistra, stringere i bulloni dell’alleanza con i 5Stelle che, oggi guidati da Giuseppe Conte, ‘sognano’ la stessa cosa: alleanza stretta a tre (Pd-M5s-LeU), nessun rapporto con i ‘reprobi’ renziani, calendiani, boniniani, centristi di varia natura (quel piccolo mondo che veleggia a modeste percentuali e che sta tra Iv-Azione-+Europa), Draghi messo in condizione di ‘non’ nuocere, spedendolo, appunto, al Quirinale, Conte leader.

 

La linea di Letta appare, ai più, ‘ondivaga’, ma non lo è: deve fare “di necessità virtù”…

E così, nei giorni pari Letta fa proposte di super ‘sinistra’ (la patrimoniale per i ricchi, il ddl Zan, lo ius soli, il voto ai 18enni) e, nei giorni dispari, si appoggia alla ‘destra’ interna (gli ex renziani), rilanciando l’azione di Draghi, rafforzandone l’azione (contro Salvini e non solo), appoggiandone le riforme, ma anche sottraendolo alla corsa per il Colle, per ‘preservarlo’ in futuro e, chissà, magari proporgli il ruolo di ‘federatore’ del centrosinistra. A Draghi, cioè, e non a Conte, neppure citato per sbaglio, peraltro, da Letta, alla festa di chiusura della Festa nazionale dell’Unità.

Insomma, un giorno – come lunedì scorso – si capisce benissimo che Letta vuole “fare sua” la famosa ‘agenda Draghi’, come gli ha chiesto, in modo secco, il ministroLorenzo Guerini (la cui assenza, al comizio di Leta, è stata assai notata, e molto chiacchierata, ma confida Guerini ai suoi: “Ero via per ragioni personali, Enrico lo sapeva”), uno che, di solito, non parla ‘mai’ di politica (non in pubblico almeno, proprio come Franceschini).

Un giorno, invece, Letta lo fa lui, il ‘gauchiste’, la sinistra interna è felice, la destra interna bolle. Come è successo al convegno dell’area liberal, Libertà eguale, capeggiata da Enrico Morando, che ha rimproverato al Pd di aver ‘smarrito’ la via (del riformismo, dell’agenda Draghi, etc. etc. etc.) e ‘minaccia’ di candidare il suo vero ‘beniamino’, Stefano Bonaccini, al congresso ‘contro’ Letta.

Anche se – va detto – le minacce della destra dem sono al livello del noto ‘chiacchiere e distintivo’, come si è visto nel caso Bologna: ex renziani ‘epurati’ dalle liste a sostegno di Matteo Lepore e ‘riformisti’ che hanno blandamente protestato, senza fare, in buona sostanza, neppure un plissé.

La verità è che il nuovo segretario, dentro il Pd, non ha una sua maggioranza congressuale, che risulta, ancora oggi, quella eletta con Zingaretti: 66% di tutti gli organismi dirigenti agli ormai ex zingarettiani, il restante 44% diviso tra le mille altre correnti interne, da Base riformista in giù. Ecco perché, più che una ‘minaccia’ altrui, anticipare il congresso può ‘convenire’ a Letta, per dotarsi, finalmente, di una maggioranza sua, stabile, certa, certificata, come era per Zingaretti (prima di lui di Renzi e, prima ancora, di Bersani) e poter finalmente ‘dare le carte’ senza doversi, ogni volta, appoggiare alla destra o alla sinistra.

 

La ‘mossa’ di Letta: anticipare lui il congresso

Letta – che ha tanti difetti, ma non è stupido – ha capito la manovra dei suoi avversari interni (la destra interna come la sinistra interna): ecco perché potrebbe anticiparlo lui, il congresso, rilegittimarsi con un ‘bagno di folla’ – il ‘lavacro’ delle primarie, quelle in cui, Prodi docet, “deve scorrere il sangue” – e spiazzarli, specie se vincerà, come è molto probabile, le prossime elezioni amministrative di ottobre, almeno le sfide più importanti nelle grandi città. Senza dire del fatto che, in Assemblea nazionale, la maggioranza dei voti ce l’hanno gli ormai ‘ex’ zingarettiani, una partnership e una ‘primazia’ che Letta potrebbe volersi scrollare di dosso.

Ecco perché, dunque, il segretario un giorno si appoggia agli ex renziani di Base riformista – che, come i liberal di Enrico Morando – sono ‘super’ tifosi di Draghi, ‘draghiani’ a 36 denti, e un giorno si appoggia alla sua sinistra interna, che invece Draghi, come Conte, assai mal sopporta.

Un congresso ‘purificatore’, dunque, un ‘bagno’ di folla – i milioni di votanti che affollano, come sempre, le primarie – per rilanciare sé stesso, oltre che per rilanciarsi, sarebbe l’idea di Letta. Ma, come sempre, si vedrà. Troppo presto, oggi, per dire cosa succederà. Certo è che se, nei seggi e nelle urne, i voti si ‘contano’, pure le primarie servono a quello. Ecco perché chi parlava – anche su queste colonne – di congresso ‘anticipato’ – che, per Statuto, va convocato a ottobre del 2022, e celebrato nei sei mesi seguenti, così ha deciso la commissione congressuale del Pd, a fine agosto – forse non ha tanto sbagliato, nell’analisi. Letta ha fatto sapere, con una dura nota alle agenzie, che “fantasiose ricostruzioni giornalistiche” dicono che si terrà in via anticipata, ma che lui, invece, è in carica fino a marzo del 2023 (tradotto: le liste per le prossime elezioni le faccio io, il che è vero) e che “di congresso anticipato non se ne parla”. Sarà, si vedrà. Col Pd, ogni giorno ha la sua pena. 

 

 

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