di Daniele Capezzone

No, non ci sono solo gli echi (unificanti) della vittoria dell’Italia a Wembley e, su un altro piano, l’attesa (divisiva) dell’inizio del cammino in Aula al Senato del disegno di legge Zan. Ci sono almeno altre due questioni, non facili da decifrare, che agitano la scena politica di inizio settimana.

Nel campo grillino, dove si tira un sospiro di sollievo per l’accordo (i meno ottimisti dicono: per la tregua estiva) tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, le tensioni sono ancora fortissime sulla giustizia. Inutile girarci intorno: la sorte parlamentare dei testi predisposti dal ministro Marta Cartabia è tutta da verificare, alla prova delle fibrillazioni tra i 162 deputati e i 75 senatori del Movimento. Nessuno sa con certezza su quanti di loro facciano presa per un verso Grillo e per altro verso l’ala ministeriale e governista, e quanti invece siano più sensibili al richiamo identitario del giustizialismo, rilanciato da Conte e sostenuto – dall’esterno – dal Fatto quotidiano.

E c’è già chi immagina che il governo possa giocare uno scherzo da prete ai grillini: porre la questione di fiducia sulla mediazione Cartabia, impedendo altre modifiche parlamentari, cristallizzando il testo, e costringendo tutti a un secco “sì” o a un secco “no”. A quel punto, per Conte (e per l’ala più combattiva che lo supporta, dentro e fuori i confini formali del Movimento), la partita si farebbe complicata: o allinearsi accettando il compromesso (e esponendosi agli strali del Fatto, di Di Battista, dei duri e puri), o rompere con il governo (autocostringendosi a una rissa con Grillo e Di Maio e a una incertissima conta parlamentare). A meno che la diplomazia grillina non sia in grado di negoziare con la Cartabia e con Draghi un’ulteriore (magari simbolica) modifica: lo stretto necessario per poter raccontare a se stessi e ai militanti di aver strappato una mediazione minimamente più avanzata, dal loro punto di vista.

A ben vedere, queste fibrillazioni producono un riverbero e aprono contraddizioni anche dentro il Pd, ad esempio dalle parti di Goffredo Bettini. Il quale per un verso ha aperto (anche coraggiosamente) ai referendum leghisti e radicali sulla giustizia, ma per altro verso continua a vergare appelli pubblici per l’intesa con Conte e con il Movimento, nella convinzione di poter tenere insieme tutto (la definizione di un profilo più riformista del Pd) e il contrario di tutto (l’alleanza organica con i pentastellati).

Tra i governativi di centrodestra, invece, il weekend ha portato con sé un velo di amarezza per le prime nomine Rai targate Draghi. Nulla di personale verso i prescelti, tengono a far sapere Lega e Forza Italia. Eppure è evidente l’impronta Pd, l’eterna atmosfera “romana” in cui quelle nomine si collocano. Esattamente il clima che già regna nelle burocrazie ministeriali, tra capi di gabinetto e responsabili degli uffici legislativi, massimi dirigenti dei dicasteri e alte burocrazie pubbliche. E così matura un paradosso oggettivamente curioso: proprio nelle settimane in cui le convulsioni grilline e le incertezze di Enrico Letta avrebbero in teoria consegnato alla Lega una maggiore centralità nella maggioranza, il Carroccio e i suoi alleati restano invece inchiodati alla scomoda sensazione (nelle partite che contano) di essere “ospiti” – più o meno tollerati – di un potere silenzioso eppure inscalfibile, che al momento opportuno difficilmente perde le partite che contano. I più ottimisti, nel centrodestra di governo, vedono quelle prime due nomine, oggettivamente sbilanciate verso sinistra, come la premessa di un indispensabile riequilibrio quando si arriverà alla designazione dei direttori di rete e di testata. Sarà. Intanto, però, il primo round è andato ai soliti noti. A cui Mario Draghi non sembra intenzionato – per ora – a negare o a limitare la condizione di privilegio alla quale si sono abituati da molto tempo, nonostante che il Pd non vinca un’elezione politica dal 2006.