di Daniele Capezzone

Approfitto dell’ospitalità di The Watcher Post per mettere nero su bianco qualche suggerimento (rigorosamente non richiesto), in particolare ma non solo alle forze di centrodestra, in materia di riforma fiscale.

 

  • L’annuncio del governo Draghi di varare un disegno di legge delega fiscale entro la fine di luglio è, al tempo stesso, un’opportunità e un rischio. Si tratta di un’opportunità se, in un quadro volutamente limitato e nella piena consapevolezza dell’eccezionalità di un esecutivo di unità nazionale, l’oggetto della delega sarà circoscritto a una benvenuta opera di semplificazione e a qualche mirata riduzione fiscale. Si tratta invece di un rischio se ci sarà la pretesa di una riscrittura integrale del nostro sistema fiscale. La politica fiscale è per definizione il cuore delle differenze politiche tra liberali e socialisti, e dunque è giusto che le diverse proposte siano al centro della prossima campagna elettorale, prima delle politiche del 2023. Da qui ad allora, di comune accordo, si può procedere solo ad alcuni aggiustamenti ragionevoli. Non di più, ed è bene chiarirlo preventivamente, a scanso di equivoci.

 

  • Occorre evitare l’insidia delle richieste che regolarmente giungono da istanze sovranazionali e che rappresenterebbero un concreto rischio di stangata per i contribuenti: revisione del catasto (con implicito inasprimento della già devastante patrimoniale immobiliare), ripristino della tassazione della prima casa, o il consueto mantra dello spostamento della tassazione “dalle persone alle cose” (con lo stato che si ricorda sempre di aumentare le tasse sulle cose, ma, per una strana amnesia, tende a dimenticare la corrispondente riduzione sulle persone). In Italia c’è sempre qualcuno, tra politici e tecnici, che, appena passa un veicolo normativo, prova a infilarci dentro quelle trappole: è bene evitare che l’operazione vada in porto.

 

  • Bisogna tenere conto della situazione numerica dell’attuale Parlamento, figlio di elezioni, quelle del 2018, che hanno consegnato ai grillini una posizione di maggioranza relativa in entrambe le Camere. Tuttora, l’ex maggioranza giallorossa avrebbe – numericamente parlando – un saldo controllo della Camera e una prevalenza (sia pur meno netta) al Senato. Ergo, per il centrodestra non ha senso confidare in iniziative parlamentari che partono in salita, né in chissà quali possibilità di correggere in Aula eventuali testi governativi ipoteticamente nati sotto una cattiva stella. 

 

  • Al contrario, occorre negoziare preventivamente con il governo la scrittura dei testi base. Vale per il disegno di legge delega e vale anche per i singoli interventi di settore: possibilmente, evitando di arrivare all’ultimo momento, quando la dinamica mediatica tende a alimentare la contrapposizione tra proposte di Lega e Fi da un lato, e proposte del Pd dall’altro. Occorrerebbe invece che, con congruo anticipo rispetto alle scadenze, ci fosse un lavoro preparatorio informale propedeutico alla stesura dei testi normativi che il governo proporrà, per evitare sia brutte sorprese sia liti non necessarie con gli altri partner della maggioranza.

 

  • In vista della prossima legge di bilancio, in particolare, varrebbe la pena di selezionare 3-4 obiettivi molto precisi, a cui lavorare da subito: un taglio secco della fiscalità auto, ad esempio, e un intervento volto a ridurre la montagna dei 21 miliardi di patrimoniale immobiliare.

 

  • Una parola pericolosa da evitare – sempre verso la prossima legge di bilancio – sarà “rimodulazione”: mi pare infatti elevato il rischio di un bricolage fiscale volto ad abbassare qualcosa e ad alzare qualcos’altro. Rischio? Nessun consistente effetto di alleggerimento complessivo, e semmai una rissa tra le microaree beneficiarie di qualche taglio fiscale e le contrapposte aree oggetto di inasprimento tributario.

 

  • Una piccola polizza di assicurazione – politicamente parlando – sarebbe rappresentata dalla sottoscrizione dell’appello lanciato dal centro studi Mercatus, che riproduce in Italia la grande tradizione americana (introdotta da Grover Norquist e da Americans for Tax Reform) di un impegno, richiesto ai parlamentari, di non votare mai e in nessun caso aumenti fiscali. Sottoscriverlo rappresenterebbe per i parlamentari di centrodestra un modo per sottrarsi preventivamente a rischi di aumento: anzi, diventerebbe un modo per “avvisare” amichevolmente il governo, rendendo noto di aver stipulato un patto antitasse davanti ai cittadini.

 

  • Infine, in termini di dibattito di idee, il centrodestra farebbe bene a invitare tutti (a partire dal governo) a non concentrarsi solo sul Recovery Plan e sui piani pubblici. C’è tutto il resto che va presidiato, e cioè in primo luogo misure di alleggerimento fiscale e regolatorio a favore delle imprese. Una ripresa vibrante potrà essere trainata solo dal settore privato: e affinché il settore privato possa investire (e magari addirittura tornare ad assumere), deve avere la ragionevole certezza di poter godere di misure che diano respiro fiscale. La sfida è qui.