di Daniele Capezzone

No, non si tratta di demagogia, ma di una valutazione fredda: i partiti, nei prossimi sei mesi, sono esposti a un rischio che non devono sottovalutare.

Da un lato, era ed è fatale (e per molti versi anche benefico) che l’esperienza dell’esecutivo Draghi offrisse e offra alle maggiori forze politiche, direttamente sollevate dai compiti di governo, lo spazio e il tempo per provare a rigenerarsi, a riorganizzarsi, ad affrontare le loro questioni interne, e quindi anche a rimodellare coalizioni e alleanze.

Sempre dal medesimo lato, una serie di circostanze e di scadenze oggettive inducono i partiti a occuparsi di politics, di politica politicante: le amministrative d’autunno, l’inizio ad agosto del semestre bianco, e in prospettiva ormai prossima la corsa all’elezione del prossimo inquilino del Quirinale. E si tratta di passaggi su cui naturaliter si misurano le ambizioni e le strategie delle forze politiche e dei loro leader.

E tuttavia, dall’altro lato, c’è un paese ancora molto fragile dopo le conseguenze del lungo lockdown strisciante dovuto al Coronavirus. Non ci si lasci ingannare dalle previsioni numeriche di crescita: la ripartenza sarà asimmetrica e disuguale, con buone chances per la grande industria e per alcuni ben precisi segmenti del manifatturiero, ma con il rischio di un autentico massacro per le imprese piccole e piccolissime, esposte a una tempesta di chiusure e fallimenti.

Ecco, sta qui il dilemma, il rebus, la difficoltà. Per un verso, i partiti non possono ignorare alcune scadenze di palazzo; ma per altro verso, devono essere consapevoli che l’agenda dei cittadini è tutta diversa, ed è fatta di difficoltà concrete, starei per dire esistenziali.

E’ per questo che i capipartito faranno bene a maneggiare con cura l’agenda di palazzo: se daranno agli italiani la sensazione di “parlar d’altro” (peggio: di parlare di ciò che è inevitabilmente percepito come lontano dalle esigenze di amplissimi strati della popolazione), certificheranno un distacco dal paese che genererà altro discredito e altra rabbia.

Con un paradosso ulteriore e perfino beffardo. Proprio mentre i partiti, attraverso la supplenza tecnica o semitecnica, rinunciano al governo nazionale; e proprio mentre, attraverso l’espediente delle candidature “civiche”, si sfilano perfino dalla corsa ad amministrare le maggiori città; proprio nel momento di un così grande arretramento, le forze politiche “serviranno” a una sola cosa, e cioè a catalizzare il malcontento dei cittadini. Sarà bene che nei prossimi sondaggi (e già adesso il numero degli elettori astenuti è altissimo) i committenti inseriscano qualche domanda sull’argomento, anziché preoccuparsi di uno “zero virgola” in più o in meno, di un’oscillazione in salita o in discesa, sulla percentuale che li riguarda.