di Ettore Maria Colombo

L’alleanza tra Pd e M5s non c’è quasi ovunque

L’alleanza – che si presumeva ‘organica’ tra Pd e M5s – è andata in pezzi e ora il Nazareno prova a rimettere insieme i pochi cocci rimasti. Il quadro, come vedremo nel dettaglio, è disastroso. Nessuna alleanza a Roma, come si sa. Nessuna alleanza a Milano. Nessuna alleanza a Torino. M5s alla finestra a Bologna (dipende chi vince le primarie). Alleanza a Napoli? Sì, forse, ma non è detta neppure qui l’ultima parola mentre la candidatura del presidente della Camera, Roberto Fico, ormai ha maturato la rinunzia alla sua corsa.

Come è stato possibile, in pochi giorni, ottenere un tale disastro dopo settimane (anzi, mesi) di vertici tra Conte e Di Maio da un lato, Letta e Boccia dall’altro? Le interpretazioni, ovviamente, divergono. In casa 5Stelle si spergiura che mai Conte (dubbi forti, invece, restano su Di Maio) si era ‘venduto’ ai dem il lasciapassare alla corsa di Nicola Zingaretti e, tantomeno, la possibilità che in corner Virginia Raggi rinunciasse alla sua. Invece, in casa dem fanno sapere, a denti stretti, che quelle ‘assicurazioni’ c’erano state eccome e che solo l’ultimo giorno utile, domenica mattina, Conte ha recapitato a Zingaretti e a Enrico Letta la ‘bella notizia’: “Se Nicola non si ritira, il M5s fa cadere la sua giunta in Regione. Non possiamo fare altro. Virginia ha minacciato di mollare il M5s e di passare armi e bagagli con Casaleggio. Lo stesso farebbe la Appendino a Torino, se non andiamo da soli. Non ce lo possiamo permettere”.

Il Grande Sogno diventato un Grande Incubo

Com’è andata, come non è andata, resta il punto. Il Grande Gioco (preparare e lanciare l’alleanza tra Pd e M5s più LeU e altri alle comunali, vincere quante più città possibili e gettare le basi per preparare l’alleanza organica alle Politiche) si è trasformato in un Grande Sogno o Illusione, che tale è rimasta, di un’alleanza che non c’è. E, ora, sta per trasformarsi pure nel Grande Incubo di perderle tutte, le città, fare da detonatore alle spinte centripete, e contrarie alla Santa alleanza, in entrambi i partiti, e minare le nuove leadership di tutti e due, Letta nel Pd e Conte nei 5Stelle.  

Tralasciando, per ora, le vicende interne al M5s – dove si sommano i malumori dei parlamentari, che ancora non ricevono lumi sul tetto del doppio mandato, lo scontro all’arma bianca tra Conte-Crimi-Di Maio da un lato e Casaleggio dall’altro su elenco degli iscritti, restituzioni e piattaforma, le voci di ennesime scissioni e nascita di nuovi gruppi, parlamentari e politici, che si richiamerebbero alla ‘purezza’ del M5s originario – conviene concentrarsi sui guai in casa dei dem.

Montano i malumori contro Letta in casa dem

Uno dei pochi democrat che ha il coraggio di dire le cose come stanno, senza nascondersi dietro la comodità dell’anonimato, è l’ex presidente del Pd Matteo Orfini, da sempre sensibile a Roma, in quanto romanissimo e in quanto ex dalemiano. “Bisogna liberarsi dall’ossessione dei 5Stelle” dice senza giri di parole. “Ora bisogna lavorare pancia a terra per vincere le amministrative, ma dopo andrà fatta una discussione seria su cos’è il Pd e dove vogliamo andare”. “A Roma – spiega – era chiaro fin dall’inizio che i grillini non avrebbero mollato la Raggi e che non avrebbero mai dato il loro via libera alla candidatura di Zingaretti. Abbiamo prodotto un meccanismo surreale per cui è sembrato che noi aspettassimo l’autorizzazione dei 5Stelle per scegliere il nostro candidato”. Fausto Raciti, compagno di cordata di Orfini, in Transatlantico ieri ironizzava così: “Più i grillini e Conte si dimostrano inaffidabili e non alleabili più il Pd si convince siano indispensabili. E più il Pd si convince che siano indispensabili, più loro diventano inaffidabili…”. Al netto dei sofismi di Raciti, resta il problema politico e l’incapacità di leggere, lucidamente, la ‘fase’, come accusa direttamente il segretario l’ex capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci, che ha il dente avvelenato con Letta per averlo estromesso in malo modo dalla sua ex carica, ma è esponente di Base Riformista, l’area ex renziana oggi capitanata da Luca Lotti e Lorenzo Guerini: “E’ stato un errore politico sottovalutare le dinamiche locali e le capacità e possibilità di Conte di incidere su di esse”. Poi, ovviamente, con il favor delle tenebre, nel cortile d’onore di Montecitorio, mentre il premier Mario Draghi tiene la sua prima risposta a interrogazioni su vari temi, i capannelli dei deputati dem, protetti da un rigoroso anonimato, ci vanno giù molto più duri: “Conte e Di Maio hanno giocato al gatto e la volpe con Pinocchio…” (Pinocchio sarebbe Letta, ndr.). Oppure, ancora, “Letta si è consegnato, legato mani e piedi, alla stessa strategia perdente di Zingaretti quando era segretario, l’alleanza ‘organica’ con i 5Stelle”.

E, in un crescendo, “Il burattinaio di Letta, come lo era di Zingaretti, e di Conte, è e resta Goffredo Bettini. Così andiamo a sbattere. Finiremo per perdere le città 4 a 1” (tradotto: vuole dire ‘tenere’ solo a Bologna). Primo corollario di molti deputati democrat: “Dietro Conte non c’è nessuno, lui non conta nulla, dentro il Movimento, e nulla decide. Allora, è molto meglio accordarsi con direttamente con Di Maio e sperare che fondi una Lega Sud, l’Udeur 4.0”. Secondo corollario degli stessi deputati dem: “altro che nostalgia del sistema maggioritario per stringere i bulloni dell’alleanza con i 5Stelle alle Politiche. Bisogna tornare al proporzionale così ognuno va per sé, alle elezioni, e poi si vede…”.

Se Roma piange, le altre città non ridono… I casi di Torino, Milano, Bologna e Napoli.

Tornando al quadro delle città al voto, l’analisi si fa subito mesta e le preoccupazioni, e le paure, del Pd salgono di ora in ora. A Roma, Gualtieri non sa neppure che tipo di campagna fare: se attacca troppo la Raggi non potrà poi di certo chiederle i voti, ove mai andasse al ballottaggio. Se prova a schiacciare Calenda e ridimensionarlo questi, che pure ha promesso di votarlo, se mai andasse al secondo turno, ritirerebbe l’appoggio. Se fa campagna solo e soltanto contro la destra, e il ‘mister X’ che il centrodestra presto schiererà, e ignora’ la Raggi – forte nelle periferie, a differenza di Gualtieri come di Calenda – questa può fare una campagna a 360 gradi e intercettare i voti della sinistra-sinistra, in parte in libera uscita. Per ora, il suo è il ‘dilemma del prigioniero’ e di certo le primarie del 20 giugno – che si terranno senza altri competitor interni al Pd, solo esterni (Caudo, Zevi, Ciani) – non aiuteranno Gualtieri a spiccare il volo. Morale, sconfitta dietro l’angolo con annesso rischio di ignominia: non riuscire neppure ad arrivare al secondo turno. Il che, per Letta, oltre che Gualtieri, sarebbe un disastro.

Non che, nelle altre città, le cose vadano meglio. Partiamo da Torino. La sindaca uscente, Chiara Appendino, non solo minaccia di ricandidarsi – più come candidato di bandiera e di disturbo che altro – ma ha detto a chiare lettere che i 5Stelle “non appoggeranno mai il candidato del Pd, tantomeno al ballottaggio”. Insomma, nessuna intesa è possibile, nonostante sia Conte – che era andato di persona a Torino per farla ricredere – sia Letta ci hanno sperato fino all’ultimo. Inoltre, i ‘senatori’ del Pd (Castellani, Chiamparino, Fassino) sono contrari, a loro volta, a ogni intesa. Ieri mattina persino Francesco Boccia, responsabile Enti locali nella segreteria di Enrico Letta, e teorico dell’alleanza organica Pd-M5s, sembrava voler gettare la spugna: “Saranno le primarie a decidere il candidato del centrosinistra a sindaco. Chi le vincerà sarà il leader di una coalizione unita e avrà il mandato per trattare con chiunque. L’M5s rispetti la scelta delle primarie”. Peccato che le primarie le vincerà il capogruppo uscente in consiglio comunale, Stefano Lorusso, forte nel partito ma debole in città, uno che, per cinque anni alla Appendino ha fatto la guerra, dai banchi dell’opposizione. Ogni accordo è inutile, prima che impossibile: nessuno voterà mai l’altro. Forse neppure il nome, stimato da tutti, del rettore del Politecnico, Guido Saracco, sarebbe riuscito a mettere d’accordo Pd e M5s che, in città, per cinque anni si sono aspramente combattuti, ma in ogni caso il rettore si è dichiarato indisponibile. Risultato probabile: la vittoria del centrodestra che schiera un civico di valore, Paolo Damilano.

Milano neppure a parlarne di un accordo tra Pd e M5s. Il sindaco uscente, e ricandidato, Beppe Sala – da un lato si è autonomizzato dal Pd scoprendosi l’anima ‘green’ (vuole rifare i Verdi) e dall’altro è da tempo immunizzato dai 5Stelle. Non gli servono per vincere e neppure li vuole: l’M5s, debole e ininfluente, in città, andrà da solo e Sala non teme sorprese neppure dal centrodestra che, dopo la rinunzia di Albertini, è senza nomi, tranne il ciellino ed ex forzista Maurizio Lupi.

Bologna, in teoria, la necessità di allearsi al M5s non c’è: il ‘partitone’ bolognese, erede del Pci, può andare tranquillamente da solo e vincere le elezioni contro un centrodestra che, da mesi, è diviso e spaccato tra spinte locali e nazionali contrapposte che gli vietano di entrare in partita. Ma qui era stato il Nazareno a insistere e chiedere al Pd bolognese di cercare, “a tutti i costi”, l’alleanza con i 5Stelle. Matteo Lepore, assessore della giunta uscente guidata da Merola, era pronto, ma a complicare le cose ci ha pensato la sindaca di San Lazzaro, Isabella Conti, che è scesa in campo chiedendo, ed ottenendo, dal Pd di fare le primarie che si terranno, come a Roma, il 20 giugno. Primarie assai combattute: Lepore gode dell’appoggio dell’Apparato del Pd e dei poteri locali (Unipol, Coop, Cgil, Arci, etc.), ma la Conti miete consensi ogni giorno che passa e sale nei sondaggi. Con lei si sono schierati gli ex renziani di Base riformista (l’assessore Alberto Aitini farà ticket con lei), ex di peso (La Forgia), i prodiani ed eurodeputati come la Gualmini e altri. E i 5Stelle? Se Lepore vince le primarie sono pronti all’accordo, se le vince la Conti sarà niet: la sua ‘colpa’ è di aver abbracciato la causa di Iv, e di Renzi, dopo anni nel Pd, ma la Conti risponde meglio alla tipica figura di indipendente.

Resterebbe, a testimoniare l’alleanza ‘organica’ tra Pd e M5s, Napoli. L’alleanza, in teoria, c’è, ma non c’è più il candidato. Il presidente della Camera, Roberto Fico, che doveva sugellare con il suo nome l’intesa sta per tirarsi indietro in modo definitivo, anche se non in modo ufficiali. “Mancano le condizioni” dice ai suoi, a partire dalla richiesta avanzata al governo di ripianare l’enorme debito del capoluogo partenopeo. Come a Roma, dunque, si andrà sulla ‘riserva’, tenuta ‘in caldo’ da mesi proprio come Gualtieri: l’ex rettore, ed ex ministro, Gaetano Manfredi. Nome illustre e stimato, ma non ai vertici di popolarità, nei ‘bassi’ napoletani. Inoltre, l’ex vicerè Antonio Bassolino si candida e toglierà voti a sinistra. Il centrodestra schiera un pm, Catello Maresca, che può impensierire Pd-M5s, specie senza Fico. Cosa resta, dunque, dell’alleanza ‘organica’? Assai poco. Boccia dice che “a Varese andiamo uniti” e che “a Napoli è stato aperto un tavolo”. Un po’ poco, con rispetto per Varese (e il tavolo).

 

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