di Ettore Maria Colombo

Il server si è autodistrutto. E’ il giorno del divorzio tra il M5s e la piattaforma Rousseau

“Il server si è autodistrutto...” ironizza una esponente di spicco del Movimento 5 Stelle, commentando la fine – melodrammatica, ovviamente - della querelle tra Rousseau e M5S. Querelle che ha contrapposto Davide Casaleggio (figlio di suo padre: non un gigante, ma neanche più un ragazzino inesperto e digiuno di politica) e Vito Crimi. Il quale, poverino, è passato alla storia come “un gerarca minore” (geniale definizione del radicale curatore di ‘Stampa e regime’, Massimo Bordin, che ci manca tanto), ma è ancora oggi il presunto ‘reggente’ 5Stelle. Presunto a causa dell’‘assenza’, e da mesi, del teorico nuovo Direttorio, che pure era stato votato (ovviamente sempre sulla piattaforma Rousseau, ca va sans dire), ma è ancora bloccato, impallato come un pc antelucano, perso nelle nebbie del web e ‘bacato’ dal virus della ‘scissionite’. Insomma, il confronto appariva, da subito, impari e poi, come si sa, i divorzi – quando ci sono di mezzo i soldi – finiscono sempre a piatti in testa e soprattutto gran dispendio di soldi agli avvocati. Il divorzio, dunque, che pure era nell’aria da mesi, alla fine si è consumato, ma quanta fatica. Da oggi in poi, però, le due strade di due braccia che lavoravano unite per colpire come un maglio e con un corpo solo, si divideranno per sempre.

L’Associazione Casaleggio e il ‘mito’ Rousseau

Da una parte c’è, e resta, a Milano, l’Associazione di Davide Casaleggio: in pratica, la ‘Casaleggio&Associati’, storica factory del web e creativa del padre di Davide, Gianroberto, che ha sempre detenuto – ma ora ancora per poco - le chiavi della piattaforma web grillina, del numero e del ‘casellario’ degli iscritti e che, con le sue votazioni (sui governi, sui temi, sui singoli) ha decretato, per anni, vita e morte dei big come dei peones del Movimento, consustanziale alla sua stessa natura. Come se lo Spirito Santo divorziasse da Gesù Cristo nella SS Trinità, ecco.

Il possibile sbocco: Dibba e il ‘Movimento 4.0’

Ma sembra anche che proprio Casaleggio jr. voglia seguitare a ‘fare politica’: forse in modo trasversale, ‘sui temi’, come si diceva un tempo, agli albori del Movimento. Forse, invece, in modo diretto e tanto partecipato quanto politico, e cioè con la nascita di un nuovo Movimento che si collocherebbe a destra o, comunque, dalle parti del sovranismo, dell’anti-europeismo, dell’ex trumpismo e del filo-maoismo, con forti ‘simpatie’ per la politica aggressiva della Cina. Un ‘Movimento 4.0’ che, ovviamente, dovrebbe e potrebbe essere guidato da un solo descamisado ed ex enfant prodige del M5s, il ‘guevarista’ (Mao, in fondo, era uno dei fari del Che Guevara, quello vero) Dibba, alias Alessandro Di Battista. Magari in sintonia – parlamentare – con due gruppi nati per scissione dal M5s, ma ancora allo stato magmatico, dentro il Parlamento attuale: il gruppo degli ex di ‘Alternativa c’è’ (14 deputati e una manciata di senatori, tutti finiti nel Misto) e la piccola pattuglia di ‘Ital-exit’ guidata da un caro amico di Dibba, il giornalista, chitarrista mancato – e oggi senatore – Gianluigi Paragone. Fine possibile, se non presunta: scarsa presenza alle prossime elezioni amministrative, nelle città, se non con liste di puro ‘disturbo’ al M5s official ma, in previsione delle Politiche del 2022 (o del 2021, dipende quando finirà la legislatura), con la quasi sicura presentazione di liste elettorali. Un ‘Movimento 4.0’ sovranista, populista e, anche, ‘caciarone’, che di voti al M5s potrebbe toglierne: magari non tanti (4-5%) ma in numero notevole per riuscire a farne fallire del tutto le fortune di una ormai sicura alleanza col Pd e un ‘rinculo’ del M5s official nel ‘campo’ del centrosinistra.

L’M5s official e la sua ‘deriva’: alleato del Pd

Ed ecco che, dall’altra parte, c’è il M5S official, alle prese con la ‘rifondazione’ di se stesso. Una rifondazione assai perigliosa e contrastata, anche perché targata Giuseppe Conte. Leader in pectore ma anche ‘non leader’, come dice, ad esempio, lo storico Giovanni Orsina intervistato da Qn (Quotidiano nazionale) – “Conte non ha la stoffa, il passo, i tempi e la caratura del leader” - della creatura fondata da Beppe Grillo in anni ‘luce’, e cioè esattamente il 4 ottobre del 2009. Un Movimento che, per dirla sempre con Orsina, Conte dovrebbe “normalizzare e rendere potabile all’establishment, farne una cosa mainstream, ma in questo modo perdendone la carica originaria e rendendosi indistinguibile dal Pd di Enrico Letta e indigeribile per gran parte del suo elettorato”.

Il divorzio. La ‘lettera scarlatta’ di Rousseau

In una lunga lettera postata sul Blog delle Stelle, Rousseau ufficializza la rottura, una “scelta dolorosa ma inevitabile” dettata soprattutto – sostiene l’associazione di Davide Casaleggio - da esigenze economiche: “a fronte dell'enorme mole di debiti cumulati dal MoVimento 5 Stelle nei confronti dell'Associazione Rousseau (circa 450 mila euro di ‘restituzioni’ non effettuate, ndr.) - si legge nella nota - questa mattina (ciooè ieri, ndr.) abbiamo dovuto comunicare a tutto il personale di Rousseau che siamo costretti ad avviare le procedure per la cassa integrazione”. “Oggi siamo a terra, ma ci rialzeremo perché noi siamo MoVimento”, prosegue Rousseau, spiegando che la sua “missione” non si fermerà e facendo capire, appunto, parte dei disegni futuri: “Partiremo con un nuovo progetto e con nuovi attori protagonisti” e “nelle prossime settimane incontreremo tutti coloro che vorranno costruire il futuro insieme a noi e con loro progetteremo i passi successivi”. Un invito alla ‘scissione’ di quel che resta dei parlamentari del Movimento che, in questi anni, se ne sono andati, e a frotte. “Ci siamo e ci saremo” promette l'Associazione di Casaleggio, richiamando – a mo’ di sberleffo - le parole con cui l'ex premier Conte ha annunciato il suo impegno per il Movimento. In attesa di Alessandro Di Battista, a cui molti guardano come possibile punto di riferimento del progetto Rousseau, in Parlamento ci si chiede se esistano ‘truppe’ pronte a seguire Casaleggio jr.

Le giovani truppe del ‘partito’ di Casaleggio jr

“Molti parlamentari alla prima legislatura - osserva un 5 Stelle - hanno mantenuto buoni rapporti con Davide e Rousseau: lo considerano un baluardo a difesa del vincolo dei due mandati” e non è un caso se tra i pochi a esprimere parole di rammarico per il divorzio da Rousseau spuntino subito i ‘giovani’ deputati Francesco Berti (per il quale lo strappo “è un errore grave che pagheremo nel tempo”) e Davide Zanichelli. Ma anche un grillino della prima ora come il senatore Alberto Airola fatica a nascondere la propria delusione per l'epilogo: “Dividersi è un segno di sconfitta e non di rinnovamento”.

Il nuovo “spazio aperto, laico e trasversale” immaginato da Casaleggio tenta molti fuoriusciti. Gli ex grillini espulsi per aver votato contro la fiducia al governo Draghi, infatti, si dicono favorevoli al dialogo con il figlio del cofondatore del Movimento: “Siamo aperti ad accordi con Rousseau” affermano in coro Pino Cabras e Andrea Colletti, deputati de “L'alternativa c'è”.

La replica del M5s: un anodino e gelido post

Nel Movimento ‘official’ la mossa di Rousseau era attesa. I big tacciono e la replica alle parole di Rousseau è affidata a un post pubblicato sulla pagina Facebook del Movimento: “Le scelte dell'Associazione Rousseau dell'ultimo anno evidenziano la volontà di quest'ultima di svolgere una parte attiva e diretta nell'attività politica. Questa volontà è incompatibile con una gestione 'neutrale' degli strumenti che devono servire ad attuare la democrazia diretta nel Movimento”, scrive il M5S, annunciando di aver avviato, “nell'ambito del nuovo progetto politico in corso di definizione”, tutte le “procedure necessarie” per “dotarsi degli strumenti digitali necessari ad assicurare la partecipazione degli iscritti al Movimento 5 Stelle ai processi decisionali”.

In sintesi, si tratta di trovare una nuova piattaforma, ma i tentativi fatti finora sono rimasti infruttuosi o fumosi: una ‘nuova’ piattaforma capace di garantire i risultati e la riservatezza non c’era, non c’è e, finora, non si è proprio trovata. Resta da sciogliere, inoltre, l’altro e doloroso nodo, quello degli iscritti. L'elenco con i dati è ancora in possesso dell'Associazione Rousseau: “Ce li daranno, sicuro ma solo dopo che sarà definita la nuova leadership”, assicurano al M5S, ma non si capisce dove traggano tante certezze...

Le incertezze e ambiguità del progetto Conte

Al momento, il progetto rifondativo avviato da Conte rappresenta ancora un mistero per molti parlamentari e il malumore cresce sempre di più. “Fino ad ora abbiamo visto solo un Iban, quello sul quale ci hanno chiesto di versare i mille euro destinati al partito...”, ironizza un eletto. Sono 1500 euro al mese, quelli chiede Conte, contro i 300 che chiedeva Rousseau, anche se spesso mai ‘restituiti’: i ‘debiti’ del M5s alla piattaforma, infatti, ammontano in tre anni a 450 mila euro. Per quel che riguarda l’Iban, si tratta del conto corrente, intestato all'Associazione Movimento 5 Stelle, che il tesoriere Claudio Cominardi ha aperto presso la filiale Banca Intesa San Paolo in Piazza del Parlamento, 24. A pochi metri di distanza, in Via di Campo Marzio 46, come scrive Il Foglio, c’è l'appartamento individuato da Conte e dal reggente Vito Crimi per ospitare la prima sede fisica, e nazionale, del Movimento. Ma il tempo scorre in fretta, troppo in fretta, e molti pentastellati premono affinché Conte rompa gli indugi già la prossima settimana presentando la nuova ‘Carta dei valori’ e almeno la bozza del nuovo statuto M5S. “Prima di finanziare questo progetto - spiega un deputato - vorremmo capire di cosa si tratta. E se non ci sono garanzie, come ad esempio una deroga alla regola dei due mandati, prevedo altra diaspora”.

La sede, i soldi, lo Statuto e la nuova diaspora

Questi nuovi, eventuali addii si sommerebbero a quelli che, nell'ultimo anno, costati al gruppo alla Camera un calo delle entrate pari a 517mila euro. I numeri dell'ultimo rendiconto, approvato ieri, sono finiti sotto la lente di ingrandimento del deputato commercialista Stefano Buffagni, ex viceministro dello Sviluppo economico, autore di un report interno dove vengono mossi alcuni rilievi finalizzati a ottenere una gestione “più efficiente” delle risorse che ogni anno la Camera assegna al gruppo pentastellato. L'ex sottosegretario al Mise evidenzia come nell'arco del 2020 siano stati “pagati premi ai dipendenti per 153.610mila euro senza obiettivi chiari e criteri oggettivi di assegnazione” ma con “distribuzione a pioggia” che, secondo Buffagni, “è diventata un mero aumento di stipendio”. Ecco tutti i problemi dei 5Stelle, in questa torbida fase, e senza aver citato, per un solo attimo, i problemi e i guai – giudiziari, etici e politici – del comico, e fondatore ab ovo, del Movimento, Beppe Grillo.  

 

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