di Ettore Maria Colombo

E se il Pd perdesse le amministrative?

“E se il Pd perdesse le elezioni amministrative?” chiede, preoccupato, nel cortile di Montecitorio, un deputato dem di fede ex zingarettiana ad un altro dem di fede ex renziana. “Semplice – risponde il secondo – si dovrebbe dimettere da segretario. Così finalmente facciamo il congresso. Vero, però, non finto, come l’elezione di Letta”. Il giudizio – apodittico e di sicuro intempestivo (le elezioni comunali si terranno, se tutto va bene, a ottobre e molta acqua deve ancora passare sotto i ponti) – trasuda fiele e antipatia, per il nuovo segretario dem, specie in una classe parlamentare (nominata, nel 2018, da Renzi) che non ama Letta (cortesemente ricambiata). Ma non è poi così distante dalla rappresentazione, cruda, della realtà perché il Pd rischia davvero molto, alle prossime elezioni amministrative. La stessa segreteria di Letta, di fronte a una vera e propria debacle (per capirci: perdere sia Roma che Bologna, sia Torino che Napoli, e ‘tenere’ solo Milano), ma anche di fronte a un pesante insuccesso (vincere Milano, Bologna e Napoli, perdere Torino e, soprattutto, Roma), potrebbe traballare fino al punto di cadere o, comunque, porterebbe Letta – ‘nominato’ segretario dall’Assemblea nazionale e non eletto nel modo canonico, le primarie – a diventare un ‘re Travicello’, prigioniero delle correnti interne che tanto dice, oggi, di detestare.

Le amministrative di ottobre: i comuni in palio

Ma prima meglio spiegare dove si vota e quando. Si vota, infatti, al netto delle grandi città in ben 1.310 comuni, tra cui 20 capoluoghi di provincia e sei capoluogo di regione (Torino, Milano, Trieste, Bologna, Roma, Napoli) in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre. Lo slittamento – si doveva votare a metà giugno – è stata presa dal premier Draghi e dal ministro all’Interno, Lamorgese, per evitare che si creassero pericolosi assembramenti ai seggi. Si tratta del solo appuntamento politico-elettorale che si terrà dall’insediamento del governo Draghi (febbraio 2021) all’elezione del nuovo Capo dello Stato (febbraio 2022) e, molto probabilmente, alla fine naturale della legislatura (febbraio 2023). Insomma, sarà, in parte, un test sul gradimento del governo e, soprattutto, un test politico di grande rilevanza per saggiare i pesi e la forza dei partiti e delle coalizioni, il successo (o meno) e la popolarità dei loro leader e, ovviamente, la capacità di ‘trascinamento’ dei loro candidati.

Le ‘mezze primarie’ dem. Sindaci contro Letta

Ovviamente, il primo problema, e grande come una casa, ce l’ha il Pd. L’ordine di scuderia del nuovo inquilino del Nazareno è di stringere con i 5Stelle alleanze e dappertutto per ‘testare’, in vista delle future politiche, la ‘nuova’ alleanza. Ma vari pezzi di classe dirigente locale resistono. Ieri Letta ha rilanciato lo strumento delle primarie definendole “la via maestra”, per il Pd, ma anche “uno strumento flessibile, che non va imposto”. Una mezza retromarcia, dato che appena una settimana fa aveva detto, invece, che si sarebbero fatte ‘dovunque’ e stabilito già una data, a metà giugno, facendo molto arrabbiare, per dire, un candidato civico già in corsa a Roma, Calenda. Al di là del fatto che sarebbero primarie solo on-line (tranne per gli anziani), dai territori è arrivata una mezza rivolta che ieri, nell’incontro con i sindaci, si è fatta palpabile. Molti si sono ribellati e Letta ha dovuto fare una mezza marcia indietro. Ora, dunque, “sarà ogni città a decidere” ha detto Letta davanti a sessanta sindaci dem collegati on-line. Un colpo al cerchio e uno alla botte, un ‘ma anche’ assai veltroniano che non convince i sindaci dem. A Bologna come a Rimini, spiega il sindaco Andrea Gnassi, alla fine del suo secondo mandato, il Pd è diviso tra chi le vuole fare e chi no. Anche a Bologna, Virginio Merola è alla fine del secondo mandato: ha puntato tutto su un suo assessore, Lepore, contestato dagli ex renziani, che gliene contrappongono un altro, Aitini, e ora, come se non bastasse, Renzi ha fatto irruzione nella contesa lanciando l’idea di candidare la ‘sua’ sindaca (di un paesino alle porte della città, San Lazzaro), Isabella Conti. Il Pd rischia grosso. I 5stelle, pur propensi all’alleanza coi dem, contano poco (conta di più la sinistra radicale) e se il centrodestra azzecca il candidato può farcela.

Bologna e Torino a rischio. Solo Milano è sicura

Guai grossi anche a Torino. Oggi l’ex ministro Boccia planerà in città per cercare di mettere pace tra le varie fazioni in lotta. Il Pd cittadino punta sul capogruppo in consiglio comunale, Stefano Lorusso, sgraditissimo – nell’ottica dell’alleanza con i 5stelle – dalla sindaca uscente Appendino, ma benvoluto dalla nomenklatura locale dem. Gli altri nomi che girano sono quelli del rettore del Politecnico, Guido Saracco, dell’ex gloria della Juventus, Claudio Marchisio, e di altri sportivi come l’ex ct della nazionale di volley, Mauro Berruto, chiamato da Letta nella sua segreteria. Col centrosinistra in alto mare e M5s in caduta libera il rischio è consegnare la città alla destra.

Solo a Milano non ci sono dubbi: Beppe Sala si ricandida e dovrebbe farcela, persino in surplace, sul centrodestra, alleato con Verdi, M5s, sinistra. Anche a Trieste si dovrebbe andare sul velluto: il lettiano Francesco Russo sta bene a tutti, da Iv fino ai 5Stelle, e non avrà problemi a spuntarla. Più complicata la situazione a Napoli. La città in cui ‘l’accurduni’ tra Pd e M5s dovrebbe avere il volto rassicurante del presidente della Camera, Roberto Fico, è paralizzata dai veti incrociati tra il sindaco uscente, De Magistris (che si candiderà ma alle regionali in Calabria…) e il governatore, Vincenzo De Luca, che si oppone a ogni accordo. Per non dire del ‘ritorno in campo’ dell’ex viceré di Napoli e Campania, Antonio Bassolino. Potrebbe spuntarla la candidatura dell’ex ministro Gaetano Manfredi, ma sarebbe di minore appeal.

“Questa è Roma!”. I guai dei dem e del M5s

E veniamo al nodo dei nodi. E’ proprio nella Capitale che l'alleanza M5S-Pd rischia di naufragare. Due i motivi. La candidatura, già lanciata e in corsa, di Carlo Calenda, leader di Azione, che non intende fermarsi e, tantomeno, ritirarsi dalla corsa, e che non farà mai le primarie e lo scoglio Virginia Raggi. ‘Non convinta’ dalla moral suasion di Conte, la sindaca va avanti per la sua strada e con la ‘benedizione’ del ‘vecchio’ Movimento (Casaleggio-Di Battista) come del ‘nuovo’ (Di Maio-Patuanelli) e del guru Grillo: si candiderà e aspira a strappare il ballottaggio. L’unico nome in grado di poter scompaginare le carte sarebbe quello di Nicola Zingaretti. L’ex segretario dem e governatore della Regione, dove ha fatto entrare i 5Stelle ‘anti-Raggi’ della Taverna in giunta, non intende però lanciarsi. Sia per non cozzare contro gli ‘amici’ pentastellati sia per non mollare, anzitempo, anche la regione. Inoltre, mai Zingaretti correrà a quelle primarie che il segretario Letta ha ‘promesso’ ai dem locali i quali – capitanati da Claudio Mancini, ‘ombra’ sul territorio di Bettini, fresco fondatore di una nuova corrente politica dentro il Pd (Agorà), e da Umberto Marroni – vogliono imporre a Letta una candidatura che Letta, dall’inizio, poco digerisce. Quella dell’ex ministro al Mef Roberto Gualtieri: ex dalemiano, oggi bettiniano, gli ex dioscuri del Pci romano sono convinti che “Gualtieri, intellettuale popolare alle primarie, ma soprattutto alle elezioni, vincerà contro tutti, Raggi in testa”, ma il guaio è che, se loro perdono la scommessa, perdono solo Roma. Se invece la candidatura nella Capitale d’Italia la perde Letta perde la testa o, pardon, la segreteria e il suo futuro politico.

Il centrodestra avrebbe i numeri per vincere

Va detto che non solo il centrosinistra è indietro, nella scelta dei candidati, ma pure il centrodestra. La coalizione composta da Lega-FdI-FI-Udc-altri non riesce, da mesi, a trovare uno straccio di candidato sindaco a Roma. Si è molto parlato della discesa in campo di Guido Bertolaso, ex capo della Protezione civile, il nome su cui punta Matteo Salvini (e anche Silvio Berlusconi) ma Giorgia Meloni punta i piedi e vuole sceglierlo lei il candidato nella Capitale. Prima ha proposto Andrea Abodi, presidente del Credito sportivo, nome che ha lasciato più che ‘freddi’ i due alleati. Paradossalmente, il ‘non’ candidato Bertolaso è in testa a tutti i sondaggi e, in un ballottaggio, la spunterebbe contro la Raggi e contro Gualtieri. Insomma, se solo accettasse di correre, dopo anni il centrodestra riguadagnerebbe la guida della Città eterna che, presto, con i poteri speciali che le verranno conferiti, assumerà ancora più peso, per non dire dei tanti eventi che la attendono.

Molto più avanti è il centrodestra a Torino e a Napoli, con ottime chanche di vittoria. A Torino il civico Paolo Damilano, voluto da Salvini, è in giro per la città da mesi e per ora non teme rivali. Dopo cinque anni di ‘cura’ Appendino (M5s), fallimentare quanto inconsistente, il centrodestra mira al colpaccio. A Napoli il magistrato Catello Maresca è di fatto entrato in campagna elettorale. Ha discrete chanche di vittoria, ma molto dipende dal candidato che M5s e Pd, di sicuro in alleanza, sceglieranno. Nebbia fitta, invece, a Milano e Bologna. Contro la ricandidatura di Sala girano molti nomi, da quello dell’ex ministro Maurizio Lupi a quello dell’ex sindaco Gabriele Albertini (entrambi ex azzurri), ma il centrodestra è fermo ai box, sotto la Madonnina, e non crede nella possibilità di strappare la città al centrosinistra. Anche a Bologna nebbia fitta. La scelta cadrà su un politico (l’ex ministro dell’Udc Gianluca Galletti) o un civico (Bonelli o Battistini i nomi più gettonati: sono entrambi due imprenditori)? Eppure, a causa delle divisioni del centrosinistra, specie di casa Pd, potrebbe riuscire il colpaccio e far partire, da Bologna, un ‘effetto Guazzaloca’. Certo è che le divisioni interne al centrodestra – lo scontro tra Salvini e Meloni è ormai allo zenit – e la perdurante assenza di Berlusconi dalla scena pubblica non aiutano la coalizione a porsi come dovrebbe essere: vincente e trionfante oggi alle amministrative e, domani, alle politiche.