di Daniele Capezzone

Otto anni fa, l'8 aprile del 2013, dopo una lunga malattia, il mondo perdeva Margaret Thatcher: una figura gigantesca della politica mondiale, non solo di quella britannica. 

L'elenco dei suoi successi è sterminato: tre elezioni vinte, la guerra delle Falklands, i sindacati piegati, giù le tasse, privatizzazioni e liberalizzazioni, l'idea strepitosa del capitalismo popolare cioè di un'opportunità di crescita per tutti, l'uscita di un paese dal declino e l'avvio di una stagione irripetibile di crescita. 

La Thatcher - con sguardo coraggioso e anticipatore - vede giusto praticamente su tutto: sull'economia, sul mostro burocratico dell'Ue, sulla necessità di contrastare collettivismo e socialismo. 

Nella politica europea degli anni Ottanta, dall’andreottismo al Mitterrand (non dimentichiamolo mai) soprannominato “le Florentin”, la regola è quella della simulazione e della dissimulazione, dell’”arte” di pensare una cosa, dirne un’altra e farne un’altra ancora. La Thatcher capovolge quest’abitudine, e impone uno stile brutale, diretto, a volte anche troppo sincero. I princìpi proclamati sono tradotti in pratica con assoluta consequenzialità, non trascurando i relativi costi di conflitti e impopolarità: "Staremo in piedi sui principi, o non staremo in piedi affatto". 

Anche qui, notate le differenze rispetto ai vizi del tradizionale ceto politico, spesso portato alla non decisione, alla dilazione, alla diluzione, all’attenuazione, al “mota quietare, quieta non movere”. Per la Thatcher vale l’inverso: su ogni dossier, non solo occorre decidere, ma occorre prendere la posizione più forte, più netta, più di trasformazione. Calcisticamente, la Thatcher non gioca mai per lo zero a zero. Ritiene di dover essere sempre protagonista: e non per smania di presenzialismo, ma per non sciupare mai l’occasione di proporre/imporre una visione radicalmente liberale e pro-mercato (in politica interna) e radicalmente occidentale e antitotalitaria (in politica estera).

Attenzione, però: non è solo questione di avere un carattere inflessibile. La leggendaria durezza della Thatcher non è affatto priva di sfumature e accortezze tattiche: il suo obiettivo è arrivare al raggiungimento pieno del risultato politico, non certo fermarsi senza averlo colto. Il punto è un altro: oltre al carattere, ci sono le idee. Se possibile, il carattere è forte proprio perché – prima – sono forti le idee, le convinzioni. Perché in lei non c’è la propensione alla mera gestione e mantenimento del potere: semmai, c’è il potere finalizzato all’inveramento di alcuni principi, sui quali non è disposta a cedere. Logicamente e cronologicamente, quindi, la sequenza è: prima le idee, poi il potere, quindi i risultati coerenti con le idee di partenza.

C'è un episodio (raccontato dal suo biografo ufficiale, il grande Charles Moore) che a mio avviso rende bene questo mix di “carattere più idee”. Si tratta del primo pranzo ufficiale organizzato dalla Thatcher con Gorbaciov e sua moglie Raissa nel dicembre del 1984. L’incontro si apre con una specie di interminabile interrogatorio che la Thatcher fa a Gorbaciov, una lunga e inflessibile requisitoria contro i fallimenti del comunismo, contro l’inferiorità dell’economia pianificata sovietica, a difesa dei dissidenti (a partire da Sakharov, Sharansky e gli ebrei refusnik), e a favore della superiorità delle democrazie liberali e dell’economia di mercato. Tutto con toni durissimi, che intimidiscono gli stessi collaboratori. La Thatcher non dà tregua al suo interlocutore: lo incalza, lo contraddice sistematicamente, non si accontenta delle risposte difensive che ascolta. I testimoni riferiscono di aver temuto, a un certo punto, che tutto stesse per saltare, vista la durezza degli scambi. La stessa signora Raissa sussurra a suo marito tutto il proprio malumore, e che è il caso di finirla lì. Ma esattamente nel punto di massimo contrasto, dopo aver detto tutto quello che poteva dire, la Thatcher si ferma, sorride e dice: “Bene, la parte più difficile della nostra conversazione è conclusa”. Insomma: prima i principi, su cui non si transige; poi il dialogo.