Sottosegretario Orrico, partiamo dall’attualità. Nel Recovery Plan saranno a disposizione 46 miliardi di euro per “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”. Circa il 20% del totale a disposizione. Otto miliardi saranno destinati alla componente “Turismo e Cultura 4.0”. Considera queste risorse sufficienti per accelerare la digitalizzazione del nostro patrimonio culturale? Perché è da considerarsi strategica?

Il Recovery Plan è un’occasione unica, offre opportunità di sviluppo enormi per il prossimo decennio. Abbiamo circa 210 miliardi di euro tra sussidi e prestiti per far ripartire il Paese e per farlo guardando al futuro, attraverso riforme e progetti di crescita centrati sulla sostenibilità, sull’innovazione, sull’inclusione sociale, sulla transizione ecologica. Gli 8 miliardi destinati a cultura e turismo sono una base molto importante, il punto però non è solo il ‘quanto’ ma anche il ‘come’. Dobbiamo spendere bene questi soldi, investendo in progetti in grado di vincere le sfide che abbiamo davanti. Non si può e non si deve sbagliare. Il digitale è uno dei pilastri su cui si fonda il piano, il denominatore comune che unisce le varie linee di intervento. E digitalizzare è una necessità anche nel campo dei beni culturali, per il salto di qualità che la digitalizzazione permette tanto nella tutela quanto nella valorizzazione del patrimonio. Basti pensare alle accurate attività di monitoraggio rese possibili dalle nuove tecnologie e alle nuove forme di fruizione e di narrazione, immersive, coinvolgenti, personalizzabili, impostesi negli ultimi anni grazie ai più recenti strumenti offerti dal processo tecnologico, mi riferisco alla realtà virtuale, alla realtà aumentata, alla diagnostica per immagini, ma anche ai social media, al gaming culturale.

 

I musei riaprono le porte ai visitatori, mentre teatri e sale cinema rimangono ancora chiusi. A questo punto molti non saranno in grado di riaprire quando sarà possibile. A cosa state pensando oltre ai ristori per sostenerli? 

Intanto i ristori sono una forma di sostegno fondamentale, attraverso cui il governo sta facendo tutto il possibile per aiutare imprese e lavoratori in difficoltà. Per contrastare gli effetti drammatici della pandemia, il Mibact ha varato misure per oltre 11 miliardi di euro: un impegno significativo che ha interessato tutti i settori della cultura e del turismo, per non lasciare fuori nessuno. Ricordo il Fondo cultura da 100 milioni che serve ad incentivare gli investimenti privati in cultura attraverso la collaborazione con il pubblico, che fungerà anche come fondo di garanzia per le imprese cultuali e le industrie creative. Detto questo, è chiaro che prima si potrà riaprire e meglio sarà. Dopodiché nel dopo Covid sarà fondamentale adeguarsi ai nuovi tempi, portando avanti quella transizione verso il futuro che era già in atto e che la pandemia ha accelerato. E’ fondamentale perciò che anche in settori come cultura e turismo si investa nella formazione come strumento per ricostruire e rafforzare competenze e professionalità. Crediamo molto in questo e ci stiamo lavorando.

 

I direttori di musei quali Capodimonte a Napoli, Novecento a Firenze e Brera a Milano hanno lanciato un appello comune per trasformare i musei statali in “poli culturali”, luoghi interdisciplinari di residenze artistiche e laboratori creativi, istituti di formazione. E’ una buona idea? Replicabile anche per i musei privati?

E’ un’idea ottima. I musei e i siti archeologici, ma anche le biblioteche, i teatri, i cinema, devo essere spazi aperti, incubatori culturali, luoghi di incontro e di confronto in grado di stimolare la creatività, di far emergere e di valorizzare il talento. E devono essere anche spazi di partecipazione, di sperimentazione e di inclusione. L’emergenza sanitaria ci ha costretto a rivedere modelli consolidati da anni, ci ha imposto di esplorare nuove strade. Nella crisi si sono generate anche opportunità, si tratta di coglierle per ridisegnare l’offerta culturale a 360 gradi. E questo vale ovviamente per il pubblico ma riguarda anche il privato.

 

Cultura in Italia non è solo grandi città d’arte ma borghi e piccoli Comuni. E’ dalla valorizzazione di queste realtà del patrimonio italiano che possono ripartire la cultura e il turismo post-Covid? Come?

A me piace dire che i borghi sono il sistema nervoso del Paese. Piccoli centri, diffusi ovunque lungo la penisola, che custodiscono la nostra memoria collettiva, quel patrimonio fatto di tradizioni, di conoscenze, di identità, di senso di appartenenza che è uno dei punti di forza dell’Italia. La pandemia ce li ha fatti riscoprire come alternativa alle grandi città, ma non basta. Dobbiamo rilanciarli non solo come mete turistiche, ma come luoghi in cui si possa vivere, lavorare, fare impresa, dove sia possibile attivare modelli di economia innovativi, equilibrati, sostenibili. Come Ministero stiamo lavorando con grande attenzione a questo tema. A dicembre abbiamo lanciato un avviso pubblico, Borghi in festival, per il finanziamento di attività culturali finalizzate a favorire la rigenerazione culturale, turistica ed economico-sociale dei piccoli Comuni italiani. Un progetto centrato su una logica di rete, sulla condivisione delle buone pratiche, che io ho voluto fortemente e in cui credo molto.

 

Lei ha annunciato che con la presidenza italiana G20 di turno in corso il Governo italiano organizzerà gli Stati Generali delle imprese culturali e creative. Che opportunità intendete porre in essere per le imprese anche piccole di questo settore? Con quale modalità?

Quello delle imprese culturali e creative è un settore fondamentale per il Paese, per il grande impatto che ha sull’economia e sull’occupazione, per il contributo che dà all’innovazione, al diffondersi di nuove competenze e all’affermarsi di nuovi talenti. Sono imprese che nascono intorno alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale, tangibile e intangibile, imprese espressione dei territori, che raccontano a livello internazionale il made in Italy in tutte le sue sfaccettature. Il settore è però molto eterogeno, fatto per lo più da realtà anche piccolissime, che soprattutto nella fase di avvio dell’attività incontrano non poche difficoltà. A loro sostegno, negli ultimi anni ci sono stati vari interventi, da ultimo l’istituzione con la Legge di Bilancio 2021 di un fondo per le piccole e medie imprese creative con una dotazione di 40 milioni di euro per il biennio 2021-2022. La misura più importante resta però “Cultura Crea”, il programma di incentivi attivato nel 2016 proprio per sostenere le micro, piccole e medie imprese della filiera culturale e creativa del Mezzogiorno. Il problema però è che non sempre le imprese riescono ad accedere ai finanziamenti, tanto che a fine 2020 erano ancora disponibili risorse per oltre 50 milioni di euro. Per questo abbiamo introdotto delle modifiche a “Cultura Crea”, che saranno operative a breve, con l’obiettivo di rendere più efficace la misura, stimolando e favorendo una maggiore partecipazione al programma e avviando opportune azioni di orientamento e di accompagnamento. L’idea degli stati generali nasce dalla volontà di avviare un confronto ampio, aperto, per mettere a punto le strategie necessarie per sostenere di più e meglio il settore.

 

Anche il settore della produzione musicale sta soffrendo pesantemente la pandemia. Un settore fatto soprattutto di piccole e medie imprese che vivono di proventi dei diritti d’autore, spesso non corrisposti. A quali iniziative sta pensando il Ministero per fornire un supporto strutturale a queste realtà?

Abbiamo fatto un grande sforzo per sostenere il settore della musica, indubbiamente uno tra i più colpiti dalla pandemia. Sin dall’inizio della crisi, abbiamo aperto un tavolo di confronto con le associazioni di categoria e con le rappresentanze sindacali, per ascoltarne le istanze e individuare le misure di sostegno necessarie. Utilizzando le risorse del fondo per le emergenze spettacolo, cinema e audiovisivo istituito con il decreto Cura Italia, sono stati emanati diversi bandi Covid, per diverse decine di milioni di euro, con l’obiettivo di assicurare aiuti all’intera filiera. Detto ciò, il Ministero ha già espresso l’impegno, una volta superata la fase emergenziale, a proseguire il dialogo per mettere in campo misure di riforma strutturale, con una forte attenzione al lavoro, alle forme contrattuali e alle tutele sociali.

 

 

Paolo Bozzacchi

 

 

 

 

 

photo credits: Il Velino