The Watcher Post continua il suo viaggio tra i Presidenti delle Commissioni parlamentari. Annamaria Parente è Presidentessa della Commissione Igiene e Sanità del Senato. Impossibile non toccare i temi dell’emergenza sanitaria passando dalle necessità alla prevenzione. La Parente si sofferma anche sugli investimenti necessari alla ricerca, sulle novità e le urgenze del Piano Oncologico Nazionale, sulle cure rimaste in disparte e sulla somministrazione del vaccino.

 

Presidente Parente, è in arrivo il Piano per la Sanità con i fondi del Recovery Fund. Quali in ordine di priorità le necessità più urgenti per il Servizio Sanitario Nazionale?

La medicina di prossimità, l’aggiornamento SSN in tema di Terapie intensive e Pronto soccorsi. E’ importante una prevenzione primaria e secondaria e degli aggiornamenti dei piani sanitari nazionali (oncologici, cardiovascolari, pandemici, neuro degenerativi su tutti)

 

Dopo un 2020 di emergenza pandemica quali sono le priorità del Piano nazionale della prevenzione?

Un aggiornamento del Piano pandemico e la creazione di un piano nazionale di sorveglianza attiva composto da test di massa basati su network tracing e strutture di Covid Hotel. La riduzione fattori di rischio ambientale e di rischio individuale (fumo su tutti, obesità, diabete, ipertensione, alcol, mancata aderenza ai piani terapeutici). Inoltre serve un aggiornamento del Registro nazionale malattie infettive e la creazione rete europea di allarme.

 

L’emergenza Covid19 ha di fatto lasciato indietro tutte le altre cure. Come recuperare e rendere strutturale un sistema di garanzia di cura per tutti?

L’errore più grave sarebbe quello di credere che basti switchare (girare un interruttore) per cambiare subito canale, per due ordini di motivi: il primo è che comunque sarebbe grave, anche in fase vaccinale, far cadere subito tutte le difese dal Covid. Il secondo è che i malati “trascurati” non lo debbono essere più per nessun motivo, e che una compensazione troppo rapida potrebbe essere superficiale e frettolosa ai fini dell’assistenza.

Un piano strutturale di garanzia richiede la creazione di “isole”, ambienti comunque protetti sempre. Si tratta spesso di malati “critici” (mi riferisco soprattutto agli oncologici). Questa pandemia deve insegnarci a creare comunque protezione e continuità per altre patologie che incidono cronicamente e con numeri superiori al COVID 19 (cardio, neuro degeneratovi, oncologici).

È evidente che in futuro, non bisognerà più solo guardare alla saturazione dei posti letto per pandemie, ma a un sistema di emergenza flessibile e molto “carico” per non indebolire gli altri settori citati. È necessario rafforzare la medicina di territorio, la telemedicina per non interrompere mai le cure, soprattutto delle cronicità.

 

La Commissione che presiede ha chiesto al Governo di approvare urgentemente un nuovo Piano Oncologico Nazionale. Perché ce ne era bisogno e quali novità sono secondo lei le più urgenti.

Parliamoci subito chiaramente. Nella seconda fase della pandemia purtroppo si è creata una situazione difficile per garantire continuità di accesso alla diagnosi, ai trattamenti terapeutici e agli screening, condizione questa che porterà a registrare inevitabilmente un consistente aumento del numero di morti per cancro, non soltanto per il 2021 ma anche negli anni successivi.

Terremo in grande considerazione le osservazioni del FAVO (Federazione delle Associazioni di volontariato in oncologia) e dell’AIOM (Associazione italiana di Oncologia medica).

La Commissione ha proposto quindi porre al centro della programmazione le Reti oncologiche regionali  ed anche realizzare davvero la rete dei tumori rari, tenendo conto del documento sulle ‘Revisione delle Linee Guida organizzative e delle raccomandazioni per la Rete Oncologica’, con cui le rappresentanze dei malati hanno finalmente l’opportunità di incidere in modo determinante in ogni aspetto dell’assistenza e della cura, dalla definizione dei percorsi, all’individuazione dei nuovi trattamenti terapeutici, fino alla valutazione dei servizi.

La concreta e effettiva realizzazione di questo network consentirà di migliorare i livelli di appropriatezza, di estendere a tutti i cittadini i programmi di prevenzione e di risparmiare risorse da utilizzare per velocizzare l’accesso ai farmaci innovativi.

 

Per essere efficace il vaccino anti-Covid andrebbe somministrato all’80% della popolazione italiana (quasi 50 milioni di persone). Potrebbe essere necessario renderlo obbligatorio piuttosto che consigliato?

La comunicazione resta fondamentale e prima ancora la condivisione. Bisognerà fare una attenta campagna di informazione chiara e corretta verso la cittadinanza ed accompagnarla alla vaccinazione. Da un lato abbiamo disoccupazione, crisi economica, contagi e morti. Dall’altro (con il vaccino) la ripresa delle attività sociali e economiche, un calo netto e certo della Pandemia con rari ma possibili effetti collaterali della vaccinazione. Se non raggiungeremo la copertura vaccinale necessaria per debellare l’epidemia allora occorrerà riflettere seriamente sull’obbligatorietà.

 

L’emergenza pandemica ha dimostrato quanto sia importante investire nella ricerca; gli strumenti attualmente previsti sono sufficienti a garantire a tutti i cittadini l’accesso alle terapie più avanzate e innovative o è necessario introdurre nuove misure?

Abbiamo una storica, cronica, strutturale crisi della ricerca. Con eccellenze italiane invidiate in tutto il mondo. Noi ci batteremo per favorire la ricerca e permettere che sia realizzata nell’estuario naturale: quello dei giovani. Senza dimenticare che le donne ricercatrici hanno sempre dato contribuito notevole e devono essere sostenute sempre di più.

Per l’accesso a terapie avanzate e innovative è necessario che vi sia maggiore contatto e reciproca collaborazione fra la ricerca (principalmente biologica) e la clinica. Questo perchè più che accorciare i tempi sia implementata la capacità di individualizzare delle terapie più specifiche e utili. Fra le nuove misure è importante che ci sia un maggior rigore nell’informazione. L’esagerazione porta a gravi aspettative. La ricerca è lunga, seria difficile e complessa. Per cui, ribadisco, non sempre e non tutte le scoperte, si concludono con applicazioni cliniche.

 

La medicina territoriale ha dimostrato di essere l’anello più debole e vi è unanime consapevolezza della necessità di creare una rete che metta a sistema le diverse competenze specialistiche. Si parla però molto poco dei soggetti più fragili, quali ad esempio le persone con dipendenze patologiche, che vivono ai margini della società: quale è la sua posizione a riguardo?

Sicuramente deve trasformarsi, nei modi e nei tempi corretti, da anello debole a punto di forza del SSN. La mia posizione è stata sempre molto netta e chiara da questo punto di vista, ancor prima della mia elezione a Presidente della XII Commissione. Anche qui è necessario creare un piano di lavoro ottimale con monitoraggio costante, soprattutto dei malati fragili. Abbiamo un serbatoio di medici (specializzandi su tutti) e OSS a cui attingere.

Ma è importante che l’Università li prepari al target della Medicina territoriale, come anche dell’emergenza territoriale. Quindi Corsi di formazione, continui con aggiornamenti e allineamenti. Come s’intuisce, sarà poi necessario rivedere e riformulare le piante organiche non solo quantitativamente ma anche qualitativamente. Le persone con dipendenze patologiche devono poter essere in una prima fase “stabilizzate” e poi gradatamente riavvicinate a contesti sociali “dignitosi”. Per raggiungere un tale obiettivo è fondamentale avere sui territori una vera, reale ed efficiente integrazione socio sanitaria con equipe multiprofessionali tra sanitari e operatori sociali. Una Sanità, quindi più tecnica e più umana.

 

 

Paolo Bozzacchi

 

 

Photo Credits: Il Denaro