Ungheria e Polonia mettono il veto sul Bilancio Ue. Si allontana il Recovery Fund.

Bruxelles, abbiamo l’accordo. E’ solo di una settimana fa l’annuncio dell’intesa tra Parlamento e Consiglio Europeo sul pacchetto da più di 1800 miliardi, comprensivo del Budget Ue 2021-2027 e il Next Generation Eu, il salvadanaio del Recovery and Resilience Facility, meglio noto come Recovery Fund.

I negoziatori non hanno però fatto i conti con l’oste. Un oste che in questa storia non a lieto fine ha le fattezze (e la stazza) di Viktor Orban, accompagnato da Mateusz Moraviecki. Il premier ungherese e quello polacco, in rappresentanza dei due paesi più influenti del gruppo di Visegrad, hanno infatti posto il veto, in sede di riunione tra gli ambasciatori dei 27 Stati Ue, all’intesa.  Oggetto dello strappo, la condizionalità sul rispetto dello stato di diritto all’erogazione dei fondi.

Nell’architettura imperfetta del condominio europeo - o forse troppo aspirante a una perfezione ideale – basta il no di un paese a far mancare l’unanimità necessaria per accendere la luce verde. Questa volta sono in due, Ungheria e Polonia.

Come sottolineato da Sebastian Fischer, portavoce della Presidenza Tedesca del semestre europeo, l’opposizione è circoscritta a solo un elemento del pacchetto, lo stato di diritto appunto. Budapest e Varsavia sono già finiti sotto procedura per le limitazioni alle libertà individuali registrate via via da Bruxelles. Sanzioni che non hanno scalfitto però il consenso di Fidesz, il partito di Orban, e il Pis polacco in patria, dove le opposizioni sono di fatto irrilevanti.

A complicare il tutto, la presenza dei due partiti rispettivamente nel Ppe (pur se sospeso) e nell’Ecr, due famiglie politiche di peso negli equilibri del Parlamento Europeo.

Lo stallo sul Budget impedisce di fatto la ratifica nei parlamenti dei 27 stati Ue del Recovery Fund. Sono necessari almeno 3 mesi per adempiere a tutte le procedure. Per l’Italia, quindi, attingere al 10% dei fondi spettanti (209 complessivi) già nei primi mesi del 2021 è ormai un miraggio. Dal 1° gennaio 2021 di fatto un miracolo.

Una cattiva notizia che consente però di guadagnare qualche settimana sulla presentazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che il nostro paese, come gli altri, deve presentare per ottenere sblocco del Recovery. Nonostante le rassicurazioni del governo, l’Italia è in ritardo rispetto ad altri Stati nell’elencare come verranno spesi i soldi spettanti. E per l’eterogenesi dei fini, il veto di Orban finisce con regalare una risorsa quanto mai preziosa per Conte, Gualtieri e Amendola: il tempo.  

 

Carmine Nino

 

 

 

 

 

photo credits: iuris prudentes