Mentre ad Amburgo si apriva uno dei vertici G20 più complessi degli ultimi anni, due dei più influenti protagonisti della scena politica internazionale davano vita al loro primo incontro bilaterale. Com’era prevedibile, l’attesissimo faccia a faccia fra il presidente Usa Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin ha portato al raggiungimento di un consenso di fondo sul fronte del terrorismo, plastificato da un accordo di tregua per il cessate il fuoco nel Sud-ovest della Siria che ha confermato come Casa Bianca e Cremlino restano gli arbitri delle sorti siriane. Più complesso invece siglare un’intesa sul dossier nordcoreano: l’invettiva in sede Onu dell’ambasciatrice statunitense e le esercitazioni congiunte Usa-Corea del Sud cozzano con la posizione di Mosca, favorevole a una soluzione diplomatica della crisi e alla riduzione della presenza militare americana in Asia Nord-orientale. Nel complesso si è trattato di un bilaterale ampiamente scenografico: la Russia non possiede né le capacità di determinare l’esito del voto statunitense, né le risorse per poter sfidare seriamente la supremazia globale degli Stati Uniti