Da “In together – Out together” a “look forward together”. Questa è la trasformazione del mantra che orbita attorno alla situazione in Afghanistan. In una coalizione internazionale a cui partecipano 51 componenti tra alleati e Paesi partner la parola “insieme” anche oggi non è scontata.

La missione in Afghanistan inizia nel 2001 con l’attuazione dell’Art. 5 da parte della NATO in seguito all’attacco dell’11 settembre. Nasce come risposta ad un attacco terroristico con l’obiettivo di eliminare la “piattaforma di lancio” degli attacchi all’interno del Paese. Un traguardo raggiunto in gran parte nel 2011 con la morte di Bin Laden. L’Ambasciatore italiano presso la NATO Francesco Maria Talò, audito dalle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato: “Alla luce dei cambiamenti avvenuti a livello di scolarizzazione, diritti umani, aspettativa di vita e molto altro, ritengo ingiusta la narrativa dei ’20 anni in vano’. I talebani non si sarebbero mai immaginati di trovare un cambiamento del genere e 20 anni fa sarebbe stato inimmaginabile vedere delle donne per strada a protestare”.

Per quanto si sia parlato di imposizione e fuga americana è necessario spiegare che informazione e consultazione non sono mancate. Diverso è l’excursus che riguarda la decisione finale, presa dagli USA, durante l’amministrazione Trump, con riferimento in particolare all’Accordo di Doha del 2020 e seguita dagli alleati.

Le operazioni di stabilizzazione non possono durare in eterno, ma, secondo il Generale Mauro Del Vecchio, “l’uscita da questo teatro non è avvenuta nella maniera più appropriata”. Un coinvolgimento più attivo, da parte di tutte le Nazioni operanti nella missione, sull’end State o sulla modalità del passaggio di potere “avrebbe indotto più attenzione su chi ha trattato a Doha con la controparte” dichiara Del Vecchio.

Accordo interpretato come un tradimento da molti Afgani e motivo per il quale l’esercito avrebbe avuto una ragione per sgretolarsi ed evitare di combattere come effettivamente è accaduto. Il concetto è condiviso dall’On. Boldrini (PD) e dall’On. Tondo (Misto), Talò, premettendo che non esistono guerre infinite, risponde: “Già da Doha capivamo che si stava andando verso una strada ad altissimo rischio. Bisogna sottolineare che i talebani di Doha erano diversi da quelli che oggi sono al governo. Ricordo che i soldati russi hanno abbandonato l’Afghanistan nell’89 e il governo di Najibullah ha resistito quasi 3 anni perché i sovietici hanno continuato a foraggiarlo. Con una buona resistenza si poteva arrivare ad un negoziato che non c’è stato, com’è stato possibile? C’è un’incapacità di leggere il sistema di governo e militare afghano” che è sicuramente diverso e lontano dal sistema democratico conosciuto in occidente.

Alla vigilia del voto in America Trump annuncia una drastica riduzione dei soldati USA impegnati in Afghanistan, lasciando sul territorio 2500 militari. Un numero inferiore a quello composto dalla totalità delle truppe alleate che, arrivati a questo punto, “portavano un bel fardello sulle spalle” dichiara Talò. I margini per rimanere ancora non c’erano più perché se i talebani avessero avvertito una discrepanza interna l’avrebbero interpretata come un tradimento degli accordi a cui ne sarebbe conseguito un attacco. La perdita di vite umane era il rischio più alto da evitare. I Paesi europei, tacciati di trincerarsi nelle situazioni domestiche, spiega Talò, “dichiarano di volere un ritiro a condizioni precise. Un negoziato serio che non si stava sviluppando, nonostante gli incontri con le forze governative afghane. Il senso era ‘ce ne andiamo, ma controllando la situazione’ sperando che potesse prevalere questa linea”.

Sulla decisione americana l’On. Delmastro Delle Vedove (FdI): “C’è una correlazione tra il disimpegno in Afghanistan e l’intensificazione della presenza nell’Indo- Pacifico degli USA?” Una domanda che fa riferimento anche ad Aukus, il patto tra Australia-Usa-Regno Unito, Talò ammette una probabile connessione tra i due avvenimenti: “Trovo che siano sinergicamente rilevanti entrambi, ponendo le basi per un dialogo con la Cina che ha adottato una scelta opportunistica”.

Le due facce della medaglia mostrano un’Italia che ha ottenuto visibilità all’interno della NATO, in modo particolare tanto da entrare a far parte di un ristretto gruppo di nazioni con Stati Uniti, Germania e Turchia. Dall’altra parte c’è un governo talebano che non sembra voler mantenere quanto concordato in precedenza.

L’Italia si ritaglia un posto al tavolo dei grandi, ma per quanto riguarda l’Afghanistan si rimane seduti in una fase di “lessons learned” per capire cos'è andato storto.

 

 

 

 

Flavia Iannilli

 

 

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