di Alessandro Caruso

Chi è un influencer? Un professionista della comunicazione. Guai a considerarlo un semplice nerd, perché presto questa attività potrebbe diventare una professione riconosciuta, con un suo codice Ateco e una sua rappresentanza di categoria. Quest’ultima, per la verità, già esiste. Si chiama Assoinfluencer e il 14 settembre è stata anche audita in Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati, in merito all’indagine conoscitiva che si sta portando avanti sui digital content creator. E se l’intenzione del legislatore è quella di regolamentare questa attività lavorativa, colmando quindi un vuoto normativo, Jacopo Ierussi, avvocato classe ‘87 e presidente di Assoinfluencer, chiede che sia rispettata la dignità professionale dei suoi rappresentati: “Basta solo sanzioni, adesso servono anche le tutele”.

Presidente, lo chiediamo a lei, chi è un influencer?
«Sono utenti attivi sulle piattaforme social media che attraverso la creazione di contenuti digitali ottengono un ritorno di visibilità oltre che di natura economica. Quindi l’aspetto economico è fondamentale. Non è sufficiente essere un personaggio noto e creare contenuti per fare opinione sui social per essere considerati influencer, serve che si sviluppi un flusso economico correlato a questi contenuti. Chiaramente anche la fanbase è determinante, normalmente li consideriamo influencer dai 4mila follower in su. Ma talvolta questo dato non è nemmeno il più indicativo, la differenza la fa il livello di engagement».

Di che si tratta?
«È la capacità di interessare il proprio pubblico, al punto da orientarne le scelte, le opinioni, i gusti. Questo è il dato che fa davvero la differenza tra un influencer e l’altro». 

Di cosa si è parlato in Commissione? Quali sono le zone grigie nello svolgimento di questa attività per cui il Legislatore vuole approfondire l’argomento?
«L’influencer è una figura professionale nuova che si è sviluppata solo recentemente, ma finora ne è stata sottovalutata la portata. I professionisti di questo settore sono tanti e non sono dei semplici hobbisti, ma persone che vivono di questa attività, per questo pensiamo abbiano diritto a una maggiore tutela. In Commissione abbiamo parlato delle nostre proposte per arrivare a un riconoscimento formale della professione».

Quali sono le vostre proposte?
«Innanzitutto il riconoscimento, come avviene in Cina, di un codice Ateco specifico, con le sue sottocategorie. E questo per noi sarebbe importante non solo a livello intellettuale, per acquisire una dignità professionale, ma anche per dare maggiore peso specifico agli influencer agli occhi dei gestori delle piattaforme social media e per avvalorare il senso della seconda proposta, vale a dire l’imposizione alle piattaforme di procedure più eque e trasparenti per l’applicazione delle penalizzazioni, i cosiddetti ban che condizionano moltissimo l’attività degli influencer. Molto spesso, infatti, questi ban vengono imposti senza una spiegazione delle motivazioni e senza che sia possibile un’interlocuzione attendibile con la piattaforma. Se viene impedito lo svolgimento del lavoro chiediamo che sia per lo meno specificata la durata della sospensione. Ma per ottenere questo diritto serve la mediazione del Legislatore».

Qualche tempo fa in forma di protesta contro questa unilateralità è stato organizzato il no stream day, a cui ha partecipato tra gli altri anche Fedez.
«Si è trattato di una forma di protesta nata su Twitch, una sorta di sciopero per cui tutti gli streamer della piattaforma per un giorno non hanno trasmesso, causando un bel buco di traffico al social. Il motivo erano le modalità con cui venivano applicate le policy di sanzione e di ban. Dopo quella manifestazione l’opinione pubblica ha iniziato a interessarsi delle istanze degli influencer».

E poi c’è il tema del cosiddetto “time to rest”. Una sorta di diritto al riposo?
«Ne abbiamo parlato nella memoria depositata in Commissione. Il lavoro dell’influencer, soprattutto dello streamer, è particolarmente oneroso in termini di energie. Il funzionamento di alcune piattaforme esige la diretta continua e non permette la programmazione delle pubblicazioni. E per non perdere il feed e l’indicizzazione è consigliabile non fermarsi mai. Questo comporta la difficoltà di concedersi delle legittime pause. Quello che chiediamo è che venga concertata con le piattaforme una modifica dell’algoritmo che permetta di congelare il profilo e il suo posizionamento anche in caso di assenze per malattia o ragioni personali. O semplicemente per riposarsi, in fondo è un diritto costituzionale».

C’è qualche possibilità che le vostre istanze siano prese in considerazione?
«Ce lo auguriamo, ma siamo fiduciosi. C’è molta attenzione nei confronti della categoria, perché muove una grande mole di consenso, soprattutto su tematiche di carattere sociale. Non è un caso che stiano nascendo anche corsi universitari e master per formare nuovi influencer».