di Alessandro Caruso

La Apple Academy di Napoli è un'eccellenza italiana, una scuola dove si formano competenze digitali “verticali”. Così le chiama il prof. Giorgio Ventre, direttore scientifico della scuola. Sono i cosiddetti “developer”, quelli che l’innovazione la costruiscono. Il problema delle competenze è uno dei principali freni alla transizione digitale, ma secondo Ventre il problema è un altro: «La domanda di innovazione da parte del sistema-paese è bassa. Quando questa decollerà assisteremo a una rivoluzione digitale».

 

L’esempio Apple Academy di Napoli è stato profetico. Oggi da più parti arriva l’appello a formare competenze digitali per dare uno slancio alla transizione digitale. Come è nata la vostra esperienza?

«L’operazione Apple Academy nasce nel 2016, facilitata da una sinergia tra il governo Renzi, con il suo consulente per le iniziative sul digitale Paolo Barberis, il vicepresidente di Apple, l’italiano Luca Maestri, la Regione Campania e l’università Federico II. L’idea era quella di avviare in Italia una scuola di alta formazione per developer digitali, coloro i quali fossero in grado di ideare, progettare e realizzare prodotti e servizi digitali per i consumatori. Ci si era resi conto già all’epoca di quanto fosse indispensabile la competenza verticale sul digitale. E si decise di farlo a Napoli in continuità con la tradizione IT di questo territorio. Fu creato un board composto da 5 professori dell’università e 5 membri di Apple Inc. e nel 2016 sono partiti i corsi. Si è trattato di una best practice di sussidierietà tra pubblico e privato, con la Regione Campania che mise a disposizione dell’Academy ben 4500 metri quadrati nell’area di San Giovanni a Teduccio per creare, in prospettiva, una sorta di Silicon Valley, attirando nell’hub anche imprese italiane e internazionali. Con il nuovo sindaco di Napoli ci aspettiamo di riuscire a lanciare questo importante progetto».

 

I suoi buoni rapporti con il neosindaco di Napoli Manfredi sono noti. Era lui il rettore della Federico II quando la Apple Academy fu lanciata e lei ne divenne direttore scientifico.

«È vero, ci conosciamo da molti anni e ho sostenuto la sua elezione. Per la Academy il rapporto con il territorio è fondamentale. Finora siamo riusciti a farlo con la Regione Campania, che è l’ente che emana i grandi bandi di interesse per il nostro settore, oltre a essere attualmente il principale “donor” della nostra realtà, dato che finanzia tra l’altro le borse di studio da 800 euro al mese per i ragazzi che entrano nella scuola. Ma finora il Comune non ha dimostrato di credere nel potenziale di questo progetto».

 

Cosa vi aspettate che succeda con Manfredi?

«Lui conosce molto bene quello che facciamo e sa che qui possiamo avviare un concreto processo di trasformazione urbana. Basterebbe creare negli spazi circostanti l’Academy i presupposti per lo sviluppo di un ecosistema imprenditoriale, favorendo l’insediamento di aziende e player strategici. Avere un sindaco amico e che ha ben presente il nostro lavoro e le nostre esigenze è come un sogno che diventa realtà».

 

Nell’ultima assemblea generale di Confindustria si è parlato della necessità di formazione di competenze digitali, non solo scientifiche ma anche pratiche. Voi le competenze “verticali” le formate, quali sono secondo lei i freni alla transizione digitale in Italia?

«Il problema in Italia non sono i talenti che mancano, perché ne abbiamo molti, e non è nemmeno la scarsa preparazione all’innovazione. Il problema vero è l’assenza di una domanda di innovazione da parte del sistema-paese. La grande svolta ci sarà quando si deciderà di fiformare, in ottica innovativa, la Difesa, i Trasporti, la Sanità. A quel punto si innescherà per forza di cose un sistema virtuoso che cambierà l’Italia, facendola assomigliare di più ai suoi competitor europei».

 

Per velocizzare la transizione digitale quali criteri si dovrebbero seguire nella gestione del Pnrr?

«Buona parte dei fondi saranno infrastrutturali. Se una parte di questi fondi venisse attribuita tramite appalti innovativi si innescherebbe facilmente un circuito virtuoso. Bisogna avere il coraggio di investire su cose che non sono ancora un prodotto, ma lo diventeranno. In questo modo le aziende italiane saranno più in grado di competere con quelle straniere».