di Alessandro Caruso

Nasce un nuovo player per accompagnare la transizione digitale in Italia. Si chiama Fondazione Italia Digitale, ha la benedizione del ministro Vittorio Colao e un board interistituzionale che la rende un player autorevole e strategico per l’intero settore.

Questa mattina agli Utopia Studios erano presenti tutti per salutare l’inizio delle attività della Fondazione, dal ministro della Transizione digitale Vittorio Colao al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, alle sottosegretarie Assuntela Messina (transizione digitale)e Anna Ascani (Sviluppo economico), fino ai membri di spicco del Comitato scientifico della Fondazione, da Sara Roversi presidente Future Food Institute), Giorgio Ventre (docente e direttore Developer Academy Apple di Napoli), Eleonora Faina (Anitec-Assinform), Carlo Albini (Enel), e Giuseppe Colangelo (docente all’università della Basilicata).

Il presidente della Fondazione, Francesco Di Costanzo, ha chiarito subito l’intento del nuovo soggetto: «Dobbiamo rendere popolare il digitale nel nostro Paese, la pandemia ha acceso un riflettore enorme, è cresciuta la consapevolezza di cittadini, istituzioni, imprese, ora serve un salto di qualità per rendere strutturale il cambiamento».

E di cambiamento gli italiani sembrano avere voglia, elemento non trascurabile per una rivoluzione delle abitudini che a stretto giro comincerà a trovare applicazione, entro il 2026 a detta della Messina. Lo dimostrano i risultati della ricerca presentati proprio questa mattina da Livio Gigliuto, membro del cda della Fondazione nonché vicepresidente dell’Istituto Piepoli.

 

LA RICERCA

A quanto pare la digitalizzazione è vista come un’opportunità dal 75% degli intervistati in tutte le fasce di età analizzate. Fiducia anche nel rapporto con l’informazione proveniente dal web e dai social, affidabile per il 64% del campione, e nel grado di sicurezza dei servizi digitali offerti, 80%. Tra i canali più utilizzati al primo posto restano i siti web e le app (60%) seguiti dagli sportelli fisici (25%) e dai social network, che continuano la loro scalata inarrestabile tra le modalità preferite di contatto tra PA e cittadino (21%).
Compie passi in avanti significativi anche l’identità digitale, attivata dal 55% del campione, mentre il 24% possiede sia una carta di identità elettronica che SPID. Tra i servizi digitali guadagnano la prima posizione l’acquisto online e i pagamenti digitali (75%), seguiti dai servizi della pubblica amministrazione (56%). Restando in tema di pagamenti verso la pubblica amministrazione chi predilige l’online lo fa per saldare i tributi (50%).

Ottima anche la percezione del fenomeno della digitalizzazione, vista come semplificazione (48%) e dello smart working che viene sentito come un’opportunità per rendere l’organizzazione del lavoro più flessibile e moderna (73%) e come mezzo per favorire l’integrazione delle categorie più fragili (84%). A tal proposito e per mettere a sistema tutto quello che è stato fatto finora per il 90% degli italiani è necessario un ampio piano nazionale di cultura digitale, la cui caratteristica predominante deve essere la facilità e semplicità (35%).

«Il ruolo salvifico del digitale durante la pandemia sembra aver sconfitto la diffidenza degli italiani -. commenta Gigliuto -. A considerare maggiori le opportunità rispetto ai rischi è ormai la quasi totalità della popolazione. Non solo acquisti online e videochiamate, gli italiani affidano al digitale atti delicati come certificati e tributi. In trend con gli anni passati, il digitale è sempre più indifferente all’età: il 77% degli over 55 ritiene di avere le competenze utili a ricevere servizi online. Promosso a larga maggioranza lo smart working, ora gli italiani chiedono un grande piano di cultura digitale che parta da due obiettivi: semplicità di utilizzo e sicurezza».

 

I PROBLEMI

Il principale ostacolo alla diffusione della cultura digitale è rappresentato dalle infrastrutture. Ma per ottemperare a questo gap le risorse del Pnrr possono diventare strategiche. Per questo Colao ha specificato che «500mln di euro entro i prossimi 5 anni saranno investiti proprio sulle strutture e sulle competenze. L’obiettivo è quello di rendere in questi 5 anni oltre il 70% della popolazione abile digitalmente». E la Fondazione sarà impegnata per fare da elemento di raccordo nel velocizzare questi processi. E a mantenere accesi i riflettori su alcune delle priorità fondamentali per l’attuazione della conversione digitale: la digitalizzazione della sanità e della pubblica amministrazione.
«Ci apprestiamo a i vivere un umanesimo digitale – ha detto Assuntela Messina – ma dobbiamo farlo insieme, facendo sistema tra la sfera pubblica e quella privata, aumentando il più possibile le possibilità di accesso a questa grande opportunità, senza lasciare nessuno indietro».

 

 

Photo Credits: QuiFinanza