di Daniele Capezzone

Chi scrive, inutile dirlo, non è mai stato un fan del reddito di cittadinanza: e meno che mai della logica dei sussidi di stato da cui anche quella misura è stata originata.

Nei giorni scorsi, Matteo Renzi e Matteo Salvini, in forme diverse (il primo, a me pare, non azzeccando i toni: anzi, dando la sensazione di attaccare i percettori, il che non è mai una buona idea), hanno duramente criticato questa elargizione, lasciando immaginare iniziative parlamentari e forse anche di iniziativa popolare per metterla in discussione. Si tratta di buone notizie, in primo luogo per il dibattito che susciteranno.

Per parte mia, suggerirei di dividere il problema in due parti. Da un lato, c’è l’idea di un aiuto ai più deboli: anche i padri del liberismo – da Hayek a Friedman – non sono mai stati contrari a un intervento volto ad assistere la fascia più fragile di una società. Da questo punto di vista, varrebbe semmai la pena, da qui a fine anno, di mettere in campo una rivisitazione degli strumenti di welfare in Italia, semplificandoli e riservando alcune risorse per un intervento di questo tipo.

Dall’altro, c’è invece la parte totalmente indifendibile della misura grillina, e cioè l’idea balzana di poter creare posti di lavoro attraverso navigator e centri per l’impiego. Ovviamente, com’era del tutto prevedibile, si è trattato di un flop colossale: potevano non immaginarlo solo persone sconnesse dalla realtà del mercato, convinte che i posti di lavoro li si crei per decisione pubblica attraverso costosi e farraginosi apparati di stato.

Naturalmente la realtà si è incaricata di fare a pezzi (molto piccoli) questa illusione. Sarà bene che tutti tengano a mente una regola elementare: i posti di lavoro li crea il settore privato, se e quando l’economia tira. E affinché le imprese siano in grado di assumere, occorre alleggerirle sul piano fiscale e regolatorio. Esigenza – questa – che sembra incredibilmente sparita dai radar, cancellata dall’agenda politica: tutta occupata, invece, da interventi pubblici, piani di stato, Recovery Plan e relative diramazioni.  

A meno che (non solo tra i grillini) non ci sia un retropensiero che non esiterei a definire politicamente razzista: l’idea che ad un pezzo della società italiana vada bene un mix di minisussidi di stato, pensione della mamma e lavoro nero. Voglio sperare che nessun dirigente politico degno di questo nome abbia in mente uno schema del genere.

 

 

Photo Credits: AFP