di Giampiero Zurlo

Ieri l'Europarlamento in seduta plenaria ha approvato il Regolamento sul Recovery and Resilience Facility, il principale strumento del Next Generation EU, ovvero il grande Piano messo in campo dalla Commissione Europea per uscire dalla crisi provocata dal Covid-19. Nei prossimi giorni, dopo l’approvazione dell’Ecofin, il Regolamento sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE e gli Stati potranno iniziare a presentare i loro Piani di Ripresa e Resilienza (PNRR) per ricevere le risorse europee.

Ma a che punto è l’Italia? Nel nostro Paese, dopo le polemiche tra i partiti dell’ex maggioranza, la discussione appare ancora aperta. È molto probabile (quasi certo) che si arrivi ad una profonda modifica del Piano che, come emerso negli ultimi giorni durante le audizioni in Parlamento, sta suscitando molte critiche relative alla mancanza di una visione chiara, organica e di lungo periodo su come l’Italia intenda colmare le più evidenti debolezze strutturali del Paese.

Il nuovo Piano deve necessariamente partire da un presupposto di base: il Next Generation EU è finalizzato a costruire il mondo delle nuove generazioni e per raggiungere questo obiettivo è fondamentale puntare, più che su molteplici microprogetti, su specifici driver capaci di agire da volano e traghettare il Paese verso la società del futuro.

In effetti la versione attuale del PNRR individua chiaramente gli asset strategici e trasversali indirizzati a sostenere il modello di sviluppo dei prossimi anni. Tuttavia, le linee di intervento previste non appaiono sempre coerenti con investimenti sufficienti a raggiungere i risultati attesi.

Da questo punto di vista è emblematico che la digitalizzazione sia riconosciuta come una componente trasversale di tutte le Missioni e contemporaneamente nell’ultima versione del Piano - tra una modifica e l’altra - vengano ridotte proprio le risorse destinate alle infrastrutture digitali.

È evidente che se il digitale deve essere la bussola della ripartenza tutti devono essere in grado di accedere e sfruttare a pieno le potenzialità delle nuove tecnologie. Il digital divide genera, infatti, profonde forme di disagio e disuguaglianza sociale determinando il rischio di una ripresa non inclusiva.

Il nuovo Piano - che il Governo Draghi in parte riscriverà - dovrà quindi necessariamente incrementare i 2,2 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo della Banda ultralarga fissa e delle reti 5G, insufficienti a costruire un’infrastruttura di rete diffusa su tutto il territorio nazionale e a prova di futuro.

Lo sviluppo delle reti ultraveloci sarà, infatti, la base della transizione tecnologica del Paese, con impatti rilevanti e fortemente innovativi in ogni settore: dalla salute all’industria manifatturiera, dalla PA ai trasporti, dall’energia al turismo, dall’istruzione alla cultura, dall’agrifood al commercio.

Per un processo di reale inclusione digitale, parallelamente allo sviluppo delle infrastrutture, è necessario investire sulla diffusione delle digital skills, un’altra debolezza strutturale dell’Italia, maglia nera tra i Paesi UE secondo i dati dell’indice Desi della Commissione Europea.

Per colmare questo gap è necessario puntare su programmi finalizzati all’alfabetizzazione digitale di base e avanzata e sostenere le aziende nei percorsi di upskilling e reskilling delle risorse umane sul digitale, per rilanciarne la produttività e l’impiegabilità.

Insieme alla digitalizzazione l’altro pilastro del Next Generation EU è la transizione ecologica, alla quale la Commissione ha chiesto di dedicare almeno il 37% delle risorse di ciascun Stato Membro. Il Piano italiano, oltre a riconfermare misure importanti come la proroga del “Superbonus 110%”, dovrà puntare su un nuovo modello di mobilità più sostenibile, smart e sicura, che passi dall’ammodernamento della flotta automobilistica, tra le più vecchie nell’Unione Europea, per raggiungere una progressiva decarbonizzazione dei trasporti e ridurre le emissioni inquinanti nelle nostre città. Le risorse europee dovranno anche essere l’occasione per realizzare un sistema competitivo di mobilità intermodale, con misure specifiche dedicate allo sviluppo e alla digitalizzazione di porti e aeroporti.

Sicuramente maggiore attenzione va dedicata ai settori che negli ultimi mesi sono stati maggiormente colpiti dall’emergenza Covid-19, come turismo e cultura. In particolare, appare fondamentale adottare politiche volte all’attrazione del turismo internazionale, anche attraverso la rigenerazione dei piccoli borghi e delle aree interne del Paese, favorendone così il ripopolamento e valorizzandone l'attrattività turistico-culturale.

E infine la sanità, settore che più di altri durante l’emergenza ha mostrato di essere ancora indietro in molti ambiti. È auspicabile che le risorse previste, passate dai 9 miliardi delle prime bozze del PNRR ad oltre 19 miliardi, siano confermate in modo da accelerare la transizione verso un nuovo modello di sanità territoriale, di prossimità e digitale, capace di diventare il punto di riferimento per il paziente e promuovere con maggiore efficacia la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il monitoraggio delle malattie.

È evidente come tutti questi investimenti dovranno essere accompagnati da un quadro di riforme che permetta di portare a termine i progetti e raggiungere gli obiettivi previsti. Da anni, infatti, l’Europa ci chiede di attuare alcune riforme strutturali, come quella della Pubblica Amministrazione, della Giustizia, del sistema tributario e del mercato del lavoro, che ora dovranno essere definite in dettaglio all’interno del Piano e supportare l’intero processo di rilancio del Paese.

Dopo i tentennamenti degli ultimi mesi, l’Italia non può permettersi ulteriori passi falsi: solo con una visione organica di lungo periodo sarà possibile non disperdere le risorse europee e costruire un Paese più digitale, sostenibile e inclusivo per le prossime generazioni. Un progetto certamente molto complesso e ambizioso, che il nuovo Premier in pectore Mario Draghi dovrà riuscire a realizzare in un tempo assai breve: entro il prossimo 30 aprile il PNRR italiano dovrà infatti essere presentato alla Commissione Europea.