di Daniele Capezzone

Questa settimana mi concedo, in questa rubrica, una piccola pausa dalla stretta attualità politica.

Incuriosito dal titolo (“Good night, Mr. Wodehouse”), con tanto di citazione di uno dei miei scrittori preferiti, mi sono procurato un romanzo di Faith Sullivan di ormai sei anni fa, e che tuttavia non avevo letto. Lo ammetto: l’ho fatto con una punta di diffidenza (temevo: errore!) per una certa scrittura al femminile, per una propensione (immaginavo: ancora una volta, errore!) a descrivere una piccola comunità di donne, e così via. Ne sono invece uscito emozionato, divertito, commosso. E lo consiglio a tutti.

La storia viaggia su due binari. Il primo (quello della trama in senso stretto) è la vita tormentatissima della protagonista, dall’inizio del Novecento e per i successivi settant’anni (morirà a 85 anni nel romanzo). In ordine sparso, e senza svelare troppo del plot: la perdita del marito un anno dopo la nascita del primo bambino; i sacrifici per trovare un lavoro e far crescere il piccolo; l’incontro con gli altri, tra atti di generosità (dalle persone più impreviste) e invece manifestazioni di grettezza; il coinvolgimento del figlio nella Prima Guerra Mondiale e il suo ritorno in America in gravi condizioni. E via via, nell’arco dei decenni, la sequenza di lutti, dolori e abbandoni che attraversano la vita di ciascuno. Più - per converso - la faticosa costruzione di nuove amicizie, di un nuovo amore, e la descrizione (grazie ad altre figure del romanzo) del peso doloroso del pregiudizio sulla vita delle persone (contro una ragazza madre, contro un omosessuale, eccetera). Un materiale che si sarebbe prestato a un uso narrativo banale e convenzionale, e che invece la Sullivan affronta con delicatezza e con autentica capacità di introspezione psicologica, curvandosi con intelligenza su ciascun personaggio, descrivendone empaticamente punti di vista ed emozioni.

Ma il secondo binario del romanzo è quello decisivo. La protagonista, lungo tutto il corso della sua vita, anche nei momenti di dolore più acuto, non rinuncia mai a un momento tutto suo, tutto personale, in cui nessuno possa più farle del male: quello della lettura (in particolare dei romanzi di Wodehouse, autore con cui la protagonista intesse dialoghi insieme reali e immaginari). Il cuore del romanzo sta proprio qui: nel potere terapeutico della lettura. Non per “fuggire” dalla realtà, ma per stare meglio dentro la vita, per affrontare meno disarmati il nostro viaggio tra dolori, incomprensioni, pregiudizi e morte.

In fondo, la dolorosa battuta di Philip Roth sulla vecchiaia (“non è una battaglia: è un massacro”) vale complessivamente per la nostra vita, e per le esperienze di dolore e abbandono che siamo chiamati ad affrontare: in questo cammino, mentre il destino non si fa scrupolo di prendersi crudelmente gioco di noi, solo un mix di affetti (difesi e costruiti con impegno e coraggio) e buone letture (come medicina e nutrimento costante) può forse aiutarci a resistere, ci suggerisce la Sullivan.

Il senso più profondo della vita sta in questo dialogo triplice: tra i vivi, le persone amate che non ci sono più, e gli stimoli della grande letteratura. Nulla di patetico, nessun sentimentalismo appiccicoso: ma un gioco di specchi che combina consolazione, comprensione di sé e degli altri, e accettazione dei nostri limiti. Quella che troviamo nei romanzi, ci dice la Sullivan, non è fiction, o non è solo fiction: anzi, la lettura, l’atto stesso del leggere, tra intrattenimento e illuminazione, dispiega un magico potere “trasformativo”, nel senso che ci aiuta a cambiare la nostra realtà, a “espandere” la nostra umanità, intesa come “intelligenza” di noi stessi e di chi ci sta intorno.

Nel romanzo si trovano mille altri stimoli: l’attenzione al “dovere” e al “fare” (e non solo il ripiegamento sul “sentire” e sul “patire”); il valore della gentilezza quotidiana e dei piccoli atti di attenzione verso gli altri; l’ammirazione non invidiosa verso il successo altrui, da tradurre in aspirazione personale alla crescita e al miglioramento di sé; la crudeltà del tempo che scorre, e che ad una ad una smonta le illusioni della giovinezza; la comprensione dei sentimenti contrastanti, del conflitto tra le diverse aspettative, e quindi la scoperta degli “altri”; la semplicità dei comportamenti come valore; l’assenza di malizia che non vuol affatto dire stupidità; l’innocenza non come condizione ma come conquista, come approdo di un percorso di comprensione di se stessi e degli altri.

Ma soprattutto la Sullivan ci consegna un insegnamento incancellabile, che vale a maggior ragione oggi, in tempi di infantilismo, di sistematica auto-vittimizzazione, di ricerca ossessiva dell’alibi e della

giustificazione: occorre smetterla di autocommiserarci. Dopo i colpi che ci vengono assestati dalla vita, occorre provare a rialzarci, o comunque fare del nostro meglio. Possono mancarci le forze, in un momento, ed è umanamente comprensibile, specie se lo schiaffo del destino era immeritato: ma non deve mancarci la capacità di ridarci una ragione e un obiettivo, e di accettare con dignità e senza piagnistei quanto il caso e la sorte hanno ancora in serbo per noi.