di Alessandro Caruso

«Il problema della politica in Italia è che spesso non è preparata sulle esigenze e le prospettive dell’industria musicale», ha sentenziato ieri Sergio Cerruti, presidente dell’Associazione Fonografici Italiani (AFI), nel corso della puntata di Largo Chigi, il format di The Watcher Post. Il riferimento è, evidentemente, a un approccio istituzionale nei confronti del comparto musicale che tende a inquadrare l’intero settore come un asset poco strategico per l’economia del paese. Ma stando allo studio che AFI ha presentato in Senato martedì scorso emerge esattamente l’opposto. Il rapporto, realizzato in collaborazione con Deloitte, il centro studi Assolombarda, le società UTOPIA e Gfk, dimostra infatti che l’industria musicale italiana crea valore non solo in termini sociali ma anche economici.

 

LA PRESENTAZIONE

L’anteprima del rapporto La Musica che €onta, che vanta tra l’altro il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico, è stata illustrata il 16 novembre da Cerruti in Senato alla presenza di Lucia Borgonzoni, Sottosegretario alla Cultura, Marco Vulpiani, partner Deloitte Italia, Federico Mollicone, presidente dell’Intergruppo Parlamentare Cultura, Arte e Spettacolo della Camera, e di Al Bano. L’evento si è aperto con un messaggio del Presidente di Confindustria Cultura Innocenzo Cipolletta che ha ricordato come il settore dei beni culturali e la musica, in particolare, sia padre dei grandi processi innovativi e per questo necessiti di un quadro giuridico e legislativo capace di garantirgli lo sviluppo che merita.

 

LO STUDIO

L’approccio metodologico con cui è stata realizzata l’analisi dà vita a una duplice dimensione - economica e sociale - dello studio: da un lato, grazie alla survey compiuta da Deloitte e distribuita agli operatori del settore (che per il 63% opera nel campo della registrazione sonora e dell’editoria musicale) viene evidenziato come le case discografiche italiane, rispetto al 2011, siano aumentate del 35% con un’evidente capillarità nel territorio e degli effetti positivi in termini di indotto economico, dall’altro - con il contributo imprescindibile di GfK - viene approfondito l’impatto sociale della musica nella vita degli italiani.

A dimostrare l’importanza che la musica riveste per il nostro Paese sono proprio i dati presentati dallo studio: circa l’88% degli italiani la ascolta regolarmente, privilegiando come strumento di diffusione la radio (56%) e lo streaming (30%). Alla musica non si rinuncia mai, durante il lockdown infatti il suo ascolto è sempre rimasto stabile con un calo del -2% tra settembre 2019 e settembre 2020. Questo è merito anche dei diversi mezzi di diffusione che oggi ci permettono di portare le nostre canzoni preferite ovunque, segno di un settore ad alto valore innovativo e tecnologico, capace di intercettare e promuovere i bisogni dei suoi utenti.

 

LE PROPOSTE

L’industria musicale italiana è ricca di tradizione e talento, requisiti che fanno ben sperare per il futuro. Cerruti ricorda ad esempio come il caso “Maneskin”, la band che sta avendo il merito di esportare la musica italiana all’estero anche in un segmento insolito per l’Italia come il rock, sia il risultato di un buon lavoro di rete che ha saputo supportare la qualità e la professionalità del gruppo romano, che negli ultimi mesi ha inanellato una serie di prestigiosi riconoscimenti sulla scena internazionale. Ma potrebbero esserci nuove case history analoghe se si investisse di più su questo settore. «Il Pnrr – ha spiegato Cerruti – è una grande occasione, ma i 104 mln di euro per cultura e musica non sono sufficienti, servirebbe uno sforzo in più. Soprattutto se consideriamo i sacrifici che abbiamo dovuto sopportare durante la pandemia, a causa della quale siamo stati tra i primi a fermarci e gli ultimi a ricominciare le attività. Tra le priorità c’è sicuramente il rafforzamento delle reti digitali, indispensabili per la fruizione dei contenuti musicali, fino all’ultimo miglio, in modo da ampliare la base di utenza garantendo qualità di trasmissione».

«La Musica che €onta – ha concluso Cerruti - nasce dal bisogno di identificare il valore economico della produzione musicale di interesse nazionale ed è un progetto per il futuro che vuole restituire al settore quella dignità e quella dimensione che troppo spesso gli è stata negata. La musica è un’industria che concorre al PIL, produce lavoro e in quanto tale merita di entrare a pieno titolo nell’agenda politica ed economica delle Istituzioni nazionali».

Lo studio rappresenta solo la prima di una serie di iniziative di pressing che AFI conta di mettere in campo per costruire una nuova coscienza, che induca i decision maker a incentivare, promuovere e migliorare il settore musicale, dopo un anno in cui purtroppo si è avuta l’impressione che sia stato “lasciato in panchina”.