di Alessandro Caruso

 

Se ci si fa caso, il comparto culturale è stato tra i primi a essere chiuso all’inizio della pandemia e uno degli ultimi a riaprire. In mezzo, tra zone rosse e gialle, qualche breve spiraglio. Ma è innegabile che il settore abbia sofferto molto e i numeri lo testimoniano. Già l’Italia non brillava prima in Europa per la spesa familiare in servizi culturali, adesso il dato è sceso a 48 euro a famiglia, appena il 2,1% del totale, secondo i dati Federculture. Ora che gli spettacoli, le mostre, i musei e tutti i luoghi di cultura sono tornati accessibili, anche se in sicurezza, si ragiona su come riorganizzare la filiera. Ed è tornato in auge uno dei temi più strategici ancorché discussi di sempre, vale a dire il coinvolgimento dei privati nella gestione, organizzazione, produzione e valorizzazione della cultura.

Il metodo della “big society” in questo ambito si scontra da sempre con un ostacolo concettuale, per cui la sfera pubblica fatica storicamente ad accettare la visione della cultura come asset, ma i tempi cambiano, le persone pure e soprattutto le esigenze si adattano alle nuove sfide. E la misura di una nuova apertura tra le due sfere si è avuta ieri, nell’ambito del talk organizzato da The Watcher Post negli Utopia Studios, dedicato proprio a questo argomento. Le contingenze politiche ed economiche, il clima di ripresa e il Pnrr stanno delineando il perimetro di nuovi spunti di cooperazione. Come ha confermato Lucia Borgonzoni, Sottosegretaria al Ministero della cultura: «È fondamentale implementare i rapporti tra pubblico e privato, ma per farlo occorre migliorare gli strumenti giuridici a disposizione affinché facilitino questa interlocuzione. L’art bonus, in questo senso, è stato un ottimo driver, ma sarebbe opportuno allargarne il campo di applicazione nonché la platea di soggetti che possano usufruirne. Altro tema strategico, sul modello degli Uffizi, è quello della delocalizzazione dei musei, in modo da rendere le collezioni diffuse e favorire la digitalizzazione. Anche in questo i privati possono avere senza dubbio un ruolo strategico».

In questo clima favorevole si sono inseriti gli spunti e le proposte dei privati. Da Giuliano Frosini, Senior Vice President Institutional Relations, Public Affairs and Media Communication di IGT, che ha parlato della «necessità pensare di destinare utili erariali ad attività di supporto alla valorizzazione del patrimonio nazionale, ma anche alla produzione stessa di eventi o progetti culturali. In passato, quando questo era possibile, il nostro gruppo ha sostenuto moltissimi progetti in questi ambiti». A Domenico De Bartolomeo, Vice Presidente ANCE con delega ai progetti strategici innovativi nell'ambito del partenariato pubblico-privato, che ha sottolineato quanto sia «auspicabile una semplificazione del sistema amministrativo per favorire il contributo privato». Fino a Giacomo di Thiene, presidente dell’Associazione dimore storiche italiane, un segmento molto importante nel patrimonio culturale diffuso tipico dell’Italia, che ha ricordato quanto sia fondamentale che Governo e Parlamento «considerino il patrimonio privato come elemento fondamentale per la ripartenza del paese. I proprietari possono essere il motore della rinascita, ma devono essere sostenuti in una logica di breve e medio termine attraverso incentivi sugli investimenti nei beni storici. Il privato – ha aggiunto – ha una velocità d’azione che il pubblico non ha: vogliamo e dobbiamo essere messi in condizione di operare in ambito culturale per il bene della società. Per questo abbiamo fatto varie proposte alle istituzioni in questi mesi, dall’incremento del fondo per il restauro a quello del fondo per la valorizzazione dei borghi, al ripristino ed estensione del bonus facciate al 90%. Ci aspettiamo vengano ascoltate».
Il tema dei musei privati è al centro del grande progetto di Sistema Museale Nazionale a cui sta lavorando il Ministero della Cultura, come ha confermato anche Massimo Osanna, Direttore Generale DG Musei del Ministero della Cultura: «Stiamo lavorando alla creazione di un sistema che coinvolga non solo i musei pubblici ma anche quelli privati, per favorire l’integrazione tra modelli di governance e strategie gestionali. Nella nostra visione, il ruolo del museo è centrale per lo sviluppo del territorio, inteso come tessuto sociale in cui operano player pubblici e privati. Per alimentare questo interscambio stiamo rafforzando il Partenariato Speciale Pubblico-Privato nel “settore cultura” che sarà uno strumento indispensabile per la realizzazione di una rete museale nazionale».

Dal canto suo la politica non vuole rimanere inerme. E se per Rosa Maria Di Giorgi (Pd) è «opportuno intervenire in questo momento sugli emendamenti alla legge di bilancio, anche se sarebbe auspicabile una maggiore convergenza su questi temi a livello governativo», secondo Maria Saponara (Lega) «nel Pnrr sono previste misure che sostengono i privati e dobbiamo attuarle in modo efficace per il bene dell’intera comunità. Le convergenze sono necessarie, ma saranno conseguibili se si abbandona l’idea che chi possiede un bene di cultura sia anche un soggetto che non ha problemi economici, al punto da poter provvedere da solo alla valorizzazione e promozione del suo bene». Per Michele Anzaldi (IV), la chiave per fare in modo che la politica tenga da conto le istanze dei privati è la comunicazione: «Se la comunicazione facesse più luce sulle necessità dei player privati per investire nella promozione e valorizzazione della cultura, se monitorasse in modo più analitico, per esempio per quel che riguarda le strategie di utilizzo del PNRR, sicuramente la politica sarebbe più sollecitata a fare in modo che questo incontro tra pubblico e privato in favore del patrimonio culturale sia più supportato».

 

I blocchi restano, ma qualcosa si muove. L'esame della legge di bilancio sarà un importante banco di prova per capire se qualcosa di sostanziale cambierà nella governance del settore culturale.