di Daniele Capezzone

Mi ricapita tra le mani un libro uscito quattro anni fa, nel 2017: “Grief works - Stories of life, death and surviving” di Julia Samuel (Penguin 2017).

L’autrice, Julia Samuel, è una psicoterapeuta inglese che ha messo a disposizione dei lettori una porzione significativa dei suoi venticinque anni di carriera, tanto in strutture pubbliche quanto come medico privato.

Al centro della sua attività - e di questa pubblicazione - ci sono la morte, il lutto, il dolore. La Samuel si è via via specializzata - infatti - proprio nell’aiutare i suoi pazienti in prossimità di quell’ultima “porta”. I casi che esamina sono i più diversi: la perdita di un genitore, di un figlio, di un fratello, di un partner, ma anche casi di suicidio o casi di persone che - avendo ricevuto una diagnosi medica infausta - hanno scelto di prepararsi alla loro stessa uscita di scena.

Capitolo per capitolo, la Samuel esamina queste diverse situazioni, racconta casi e storie davvero emozionanti, e - per ogni sezione del libro - dedica un ampio paragrafo alle sue riflessioni e suggerimenti. Inutile dire che la casistica è diversificata: chi è in preda alla rabbia, chi alla paralisi emotiva, chi si è rivolto a lei per poche sedute, chi si è fatto aiutare e accompagnare per anni, e così via.

La Samuel offre anche una “cassetta degli attrezzi”: tecniche di respirazione, esercizi mentali, buone abitudini, fino a una sorta di “allenamento” a riconoscere percorsi mentali distruttivi o comunque non positivi. Ma il cuore del libro non sta qui.

Le pagine in cui l’autrice ha mano più felice – a mio avviso – sono in quelle in cui spiega che il lutto è un “great exposer”: ci smaschera, ci mette a nudo, fa uscir fuori parti di noi nascoste o che avevamo abilmente occultato, fa saltare il sistema di equilibri e protezioni con cui siamo abituati a difenderci.

In un’epoca in cui crediamo di potere “sistemare” tutto, la Samuel è molto saggia nel mettere le mani avanti: qui siamo dinanzi a qualcosa che non può essere “aggiustato”. Non c’è “la soluzione”.

Semmai, c’è un lungo processo da compiere, nel quale siamo costretti a fare i conti proprio con un’idea che naturalmente – per istinto di sopravvivenza – respingiamo. Il lutto è come un iceberg: vediamo emergere qualcosa (i segni esteriori della nostra sofferenza), ma occorre fare i conti anche con tutto ciò che resta sommerso.

E’ ovviamente decisivo il fattore tempo: solo la durata, il trascorrere di un tempo adeguato, possono aiutarci a ritrovare un equilibrio. Occorre anche fare i conti con il fatto che la persona che non c’è più continua - in forme diverse, non fisiche - a stare con noi, e dobbiamo essere capaci di ricreare una relazione di memoria e di affetti. Dobbiamo perfino superare il senso di colpa che – più o meno percettibilmente – si accompagna al fatto che noi siamo sopravvissuti, e che prima o poi vorremmo anche di nuovo riprovare ad essere felici.

In tutto ciò il dialogo è determinante. Anche i bambini hanno bisogno di informazioni, di spiegazioni, naturalmente in termini per loro comprensibili e accettabili: un eccesso di protezione nei loro confronti può aggiungere al dolore della perdita anche un ulteriore sentimento di esclusione. Peraltro, a volte il lutto può perfino accrescere, in un bimbo, la voglia di andare avanti, e creare una relazione più forte e vitale con il genitore sopravvissuto.

C’è anche un suggerimento fondamentale per chi voglia star vicino a una persona che sta vivendo l’esperienza del lutto. Dobbiamo essere capaci di ascoltare più che di parlare: l’ascolto non dovrebbe essere solo l’attività dello psicoterapeuta, ma anche e soprattutto quella di un amico sincero e intelligente.

Leggendo questo libro così intimo e toccante, viene voglia di “proiettare” la dimensione individuale del dolore su una scala più collettiva: quella del tempo e della società in cui viviamo. E’ curioso e contraddittorio che, proprio mentre siamo abituati a esporre ogni aspetto di noi stessi (anche i più intimi), sulla morte rimanga un grande tabù, una rimozione, un’impreparazione di fondo. Perfino i dibattiti pubblici sull’eutanasia (al di là di chi è contrario, o favorevole come nel mio caso) sembrano dimenticare l’oggetto principale: la morte, proprio quella di Bergman, quella con la falce e la clessidra.

Intere civiltà antiche (dagli egizi a decine di altre) hanno dedicato il meglio di sé (riti, cultura, arte) proprio a “preparare il dopo”. Noi invece sembriamo drammaticamente impreparati.

Paradossalmente, almeno una lezione ci viene dai millennials, dai ragazzi. Basta farsi un giro sui social network, per scoprire quanto sia frequente che un ragazzo o una ragazza diano notizia ai propri amici di un lutto, di una perdita. Magari lo fanno in modo superficiale, come superficiali sono le frasette (“RIP”, “rest in peace”), o gli abbracci virtuali che leggiamo nei commenti. Eppure, in quegli scambi, c’è un embrione di empatia e di condivisione. Certamente più utile, più benefico, meno distruttivo di un dolore chiuso, muto, solitario.

 

 

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