La resilienza è la capacità della materia vivente di autoripararsi dopo un danno. Un’abilità che la Terra applica ormai da molto tempo. “Non esiste un Pianeta B” è il monito delle Nazioni Unite, impegnate a proporre l'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres: “Stiamo rapidamente raggiungendo il punto di non ritorno per il Pianeta” che sta affrontando una triplice emergenza ambientale: la perdita di biodiversità, l’alterazione del clima e l’inquinamento crescente.

Basta tornare all’inizio di quest’anno quando gli incendi in Australia hanno bruciato più di 11 milioni di ettari di boschi, minacciando 50 specie diverse, comprese numerose piante in via di estinzione. Una catastrofe che ha portato il Paese a stabilire nuovi record di temperature, toccando quota 41,9°. Anche l’Africa orientale ha registrando il 300% di precipitazioni superiori alla media (dati Famine Early Warning Systems Network) tra gli scorsi ottobre e novembre. Di conseguenza 1 milione di persone hanno subìto inondazioni tra Somalia, Etiopia e Kenya.

Non migliora la qualità dell’aria che sta raggiungendo livelli preoccupanti di tossicità in diverse aree del mondo. Stando ai dati dell’OMS il 98% delle città con più di 100mila abitanti vive al di sotto delle linee guida della qualità dell’aria, causando circa 7mln di morti premature all’anno.

Il livello del mare nel prossimo secolo aumenterà di 26-28 cm. Dal 2008 le persone sfollate per causa diretta del cambiamento climatico sono 21,5mln; negli ultimi 16 anni ben 14sono stati i giorni più caldi di sempre registrati; le tonnellate di CO2 rilasciate dalle attività umane hanno toccato la cifra record di  24.126,1 milioni.

C'è poi da considerare l'inquinamento da plastica, altra piaga del Pianeta, che aggredisce in particolare gli Oceani. Ogni anno la quantità di plastica che finisce nei nostri mari va dalle 10 alle 20 tonnellate. E sono 5,2 trilioni le particelle di plastica che galleggiano attualmente negli oceani del mondo, trovando il loro posto anche in luoghi profondi come la Fossa delle Marianne del Pacifico.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente l’ONU lancia ufficialmente il Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino dell’Ecosistema per prevenire, fermare e invertire i danni inflitti agli ecosistemi.

Una battaglia abbracciata anche dall’Unione europea con la Strategia UE sulla biodiversità per il 2030. Un piano che costituisce uno dei pilastri del Green Deal e della leadership dell’Unione che punta a salvaguardare la natura e invertire la tendenza al degrado degli ecosistemi. Inoltre c’è l’impegno di raggiungere la Carbon Neutrality entro il 2050 e dimezzare le emissioni di gas serra in Europa entro il 2030. Ma per gli attivisti questo non basta, infatti il gruppo di protesta Extinction Rebellion incentiva i governi ad una sfida più grande: zero emissioni nette entro il 2025.

E l’Italia? Per accrescere la consapevolezza dell’Agenda 2030 è stata creata nel 2016 l’ASVIS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile), che, consapevole dell’impotenza di riavvolgere il nastro, punta al cambiamento delle abitudini per ristabilire un ordine a favore degli ecosistemi, anche con l’hashtag #GenerationRestoration.

L'obiettivo è creare consapevolezza individuale capace tale da cambiare le cattive abitudini. Da evitare, ad esempio, sarebbero i cibi importati dall'estero, mentre da incentivare c'è l'uso di mezzi di trasporto sostenibili, così come l'utilizzo di energia prodotta da fonti rinnovabili. Nelle buone pratiche non possono mancare l'evitare la plastica monouso, ma soprattutto cercare di ridurre i consumi inutili, a 360°.

Uno studio interessante arriva dalla pandemia. Lo stop all'export cinese ha portato ad esempio ad un aumento immediato del numero dei giorni con aria di “buona qualità”: +11,4%. Tanto che, stando al Centro per la ricerca internazionale sul clima di Oslo, se questo stop continuasse comporterebbe una riduzione delle morti premature stimate tra le 54mila e 109mila persone. Storia simile sia in Europa che in Italia, dove le emissioni sono notevolmente diminuite come hanno dimostrato gli scatti satellitari. Pensiamo ai canali di Venezia, che sono molto più puliti grazie alla riduzione del traffico marittimo. Aria pulita significa meno gas serra e una riduzione del riscaldamento globale.

Lo stop produttivo e degli spostamenti umani causa pandemia hanno rappresentato una boccata d’aria fresca per la Terra. Un Pianeta B non esiste e un’emergenza sanitaria non può essere la soluzione. E' necessario che le Istituzioni facciano tesoro della dichiarazione della co-fondatrice di Extinction Rebellion: “Possiamo fare l’impossibile. Dobbiamo”.

 

 

Flavia Iannilli