Il coronavirus, si sa, ha danneggiato moltissimi settori economici del nostro Paese. Tra questi rientra anche quello del Food&Beverage, anche se con dei distinguo. Apparentemente meno colpito è il comparto dell’agroalimentare. Durante il lockdown di primavera, infatti, le vendite di alcuni beni sono addirittura aumentate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un picco del 42% per prodotti come farine, lieviti, latte e uova, secondo i dati del report elaborato da Nomisma. Gli italiani si sono scoperti molto più panettieri, pizzaioli e pasticceri di quello che credevano.

A padroneggiare - sempre secondo tale studio - sono stati principalmente i beni made in Italy e quelli più sostenibili, a basso impatto ambientale: un italiano su cinque ha orientato le sue scelte in base a questi criteri. Hanno poi riscoperto fortune i negozi di prossimità, con un incremento delle vendite del 6% nel periodo maggio-giugno rispetto al 2019. Ma il vero boom lo hanno registrato gli acquisti online: +120% nei primi sei mesi del 2020.

E il delivery? Si è indotti a ritenere che il settore delle consegne abbia conosciuto un rimbalzo positivo. In realtà è più apparenza che altro. Secondo un’indagine di Trade Lab, infatti, se aumenta il delivery “in autonomia” (direttamente dalla pizzeria sotto casa, per intenderci), diminuiscono gli acquisti tramite app: gli ordini nelle grandi città come Roma e Milano sono passati addirittura dal 50% al 30% e riguardano per lo più pizza, hamburger gelati e sushi. Il minor ricorso alla consegna lo si deve alla maggiore dedizione alla cucina casalinga (69%), mentre per un consumatore su quattro il discrimine è la paura del contagio (dati FIPE).

Il problema del settore, comunque, resta la semichiusura di ristoranti e bar. Ciò è la causa del calo di altri due fattori non meno importanti: la produzione alimentare nel settore industriale diminuisce dell’8% e l’export dell’1%.

A scontare le maggiori perdite è il settore del Beverage. Assobibe stima un calo di fatturato del 30% nel 2020, con una costante:le vendite nella Gdo non compensano il blocco di quelle in bar e ristoranti. Il crollo dell’HoReCa (Hotellerie-Restaurant-Café) sta mettendo in sofferenza numerosi comparti: si prenda quello delle bevande analcoliche che, con un mercato da 4,9 miliardi di euro e 80mila lavoratori, non riesce a compensare le perdite attraverso il canale della distribuzione. Ma i danni più gravi sembrano ripercuotersi sul comparto alcolico. Secondo i dati dell’IWSR, per tornare ai livelli pre-crisi servirà attendere il 2024.

È un’intera filiera, quindi, a soffrire l’imposizione delle chiusure. Ad avanzare possibili soluzioni per il suo campo di pertinenza è Assobirra, attraverso due proposte. Anzitutto ridurre le accise. Strano ma vero, nel nostro Paese la birra è l’unica bevanda da pasto a pagare questa imposta, tra le più alte d’Europa: sul vino l’accisa, per quanto esistente, è pari a zero. Se questo invito dovesse passare, si consentirebbe ai produttori di immettere nella filiera beni con un minor carico fiscale, sgravando così ristoratori e consumatori finali.

In secondo luogo, si potrebbe apportare liquidità ai punti di consumo mediante il riconoscimento di un credito di imposta sulla birra alla spina che ne migliori la marginalità. L'idea è quella di incentivare l’utilizzo dei prodotti in packaging vuoto a rendere, tra cui rientrano anche i fusti di birra che consentono - appunto - il consumo “alla spina”. Questa politica, inoltre, porterebbe con sé anche dei benefici ambientali: si ridurrebbe infatti la quantità di vetro immesso nel ciclo della raccolta dei rifiuti, con conseguente alleggerimento del sistema di raccolta.

Un tema, quello dell’incentivo fiscale per il consumo dei prodotti in packaging sostenibile, più che attuale: si pensi che il Ministero dell’Ambiente sta studiando una disposizione, che dovrebbe entrare nella prossima Legge di Bilancio, che prevede l'incentivo del vuoto a rendere nei parchi nazionali.

Quello della birra, ad ogni modo, è un comparto economico importante per la nostra economia, che da solo vale 9 miliardi di euro di valore condiviso. Di questi, oltre 5,7 miliardi sono da ricondursi al canale HoReCa, per oltre un milione e duecentomila addetti e 340mila imprese che - prima dell’emergenza Covid-19 - generava un fatturato di oltre 90 miliardi di euro ogni anno. Secondo la Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE), alla cui Assemblea di ieri è intervenuto il presidente Conte per esprimere la vicinanza del governo al settore e per illustrare loro i provvedimenti promossi del suo esecutivo, entro la fine dell’anno chiuderanno 50.000 imprese di questa filiera e oltre 350.000 persone perderanno il posto di lavoro.

Insomma se nell’alimentare, in alcuni circoscritti casi, l’emergenza coronavirus ha avuto un impatto persino positivo – spesso a seconda che si trattasse della vendita di “beni rifugio” o meno - è con il crollo dell’Horeca che si produce la destabilizzazione di un’intera filiera. A pagare il conto più salato è il settore del Beverage, per il quale le istituzioni devono seriamente implementare misure ad hoc con lo scopo di salvare un’intera economia.

 

 

Andrea Maccagno

 

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