di Alessandro Caruso
 

La grave crisi umanitaria in Yemen, scaturita dagli attacchi dei ribelli Houthi a Marib, che hanno fatto strage di donne e bambini, sta raggiungendo livelli sempre più drammatici. Per fronteggiarla dal punto di vista umanitario si è mosso anche il King Salman Humanitarian Aid and Relief Center, forte dei suoi oltre 4 miliardi di dollari impegnati in 76 Paesi nel mondo. Il Consigliere della Corte Reale Saudita e Supervisore Generale del KSRelief, Abdullah bin Abdulaziz Al Rabeeah, uno dei più apprezzati chirurghi al mondo specializzato nella separazione di gemelli siamesi, in questi giorni è a Roma per la firma di importanti accordi con World Food Program e Fao. L’obiettivo è creare una concreta struttura solidaristica a sostegno di popolazioni in difficoltà, soprattutto in Yemen, Siria e Pakistan. Incontrato da The Watcher Post Al Rabeeah ha fatto il punto sulla più grave crisi umanitaria in atto, quella in Yemen, raccontando il contesto sociale e i progetti del King Salman Relief già consolidati e di recente attivazione nell’area. Ma soprattutto il senso degli accordi siglati, destinati a incidere sulle sorti di questo sfortunato paese e non solo.

 

Com’è la situazione a Marib dopo gli attacchi? E quali iniziative avete messo in campo?
«Nella città di Marib la situazione è molto grave, gli ultimi attacchi hanno fatto molte vittime, soprattutto tra donne e bambini. Il KSRelief è stato tra i primi a intervenire a sostegno della popolazione. Lo abbiamo fatto in tempi rapidi e con molte iniziative umanitarie, dalla costruzione di campi profughi, alla realizzazione di scuole e ospedali mobili fino al reclutamento e formazione di figure professionali utili ad arginare l’emergenza umanitaria, in particolare nelle attività di assistenza medica e alimentare. Ma la situazione resta critica e abbiamo fatto appello alla comunità internazionale auspicando un intervento rapido per porre un freno a queste drammatiche aggressioni, che stanno avendo come risultato solamente la sofferenza di persone innocenti. In Yemen è in atto una profonda crisi umanitaria e il Paese ha bisogno di supporto. L’Arabia Saudita guida da tempo una coalizione internazionale sotto l’egida dell’ONU e in Yemen con le sue forze è in prima linea: ha investito più di 19 miliardi di dollari, oltre ai 4 miliardi stanziati dal KSRelief, per la realizzazione di oltre 629 progetti umanitari, alcuni dei quali in collaborazione con le Nazioni Unite. Si tratta di progetti per la salvaguardia della salute, per la sicurezza e per implementare l’educazione e la formazione dei giovani. Il nostro obiettivo è quello di rimanere imparziali nel conflitto, ma allo stesso tempo di non fare sentire sola la popolazione yemenita». 


Come siete riusciti a intervenire in così poco tempo?
«Il merito va sicuramente alla professionalità del personale del KSRelief, composto da figure di grande resilienza e capacità. Ma è anche grazie ai nostri 150 partner provenienti da tutto il mondo, tra cui le agenzie dell’ONU, quelle europee e del Nord-America e i partner locali. Sono molto utili non solo per il loro impegno a sostegno dei nostri progetti, ma anche per le energie investite nella formazione del nostro personale, per renderlo capace di gestire situazioni così complesse».

 

A Roma il King Salman Relief ha firmato accordi importanti con World Food Program e Fao. Di cosa si tratta?
«Con il WFP abbiamo siglato due accordi, uno per i rifugiati siriani, a beneficio dei quali abbiamo investito 12.8 milioni di dollari, l’altro per stanziare oltre 4 milioni di dollari per garantire l’alimentazione della popolazione in Pakistan. Anche con la FAO abbiamo definito due accordi, uno per portare avanti la collaborazione e lo scambio di competenze e informazioni con il KSRelief e l’altro per aiutare gli agricoltori yemeniti. Lo Yemen è un Paese a forte vocazione agricola e stiamo lavorando per portarlo a diventare quasi del tutto autosufficiente sotto il profilo alimentare, anche per preservare la sua sicurezza».


 

I Paesi occidentali sono impegnati nelle vostre attività? O potrebbero fare di più?
«Abbiamo già avviato dei programmi condivisi, con gli USA in Bangladesh e con il Regno Unito in alcuni paesi africani. Ma è anche vero che le esigenze umanitarie nel mondo stanno crescendo e serve sempre la collaborazione di chi può dare un importante contributo. Non mi riferisco solo ai governi, ma anche ai privati e alle grandi imprese. Il loro contributo è strategico per arginare le emergenze, specialmente in tempi di Covid».

 

A proposito di Covid, in che modo la pandemia ha cambiato il settore della cooperazione?
«Il Covid ha stravolto il mondo della cooperazione perché ha aperto un nuovo fronte umanitario, non solo per i paesi poveri ma anche per quelli ricchi. Dall’anno scorso, ad esempio, siamo intervenuti nelle aree dove c’era maggior bisogno, anche in Italia, con oltre 825 milioni di dollari, soprattutto per la fornitura di attrezzature utili nelle terapie intensive e, adesso, per la consegna dei vaccini. Solo martedì ne abbiamo fatti arrivare 1,5 milioni in Bangladesh».

 

Qual è l’esperienza che le ha dato maggiore soddisfazione personale nella sua lunga vita in prima linea?
«In prima linea da medico sicuramente la conoscenza maturata nella mia specializzazione, cioè la divisione di gemelli siamesi. Per quanto riguarda il mio impegno umanitario, invece, non posso individuare un progetto in particolare. Ogni iniziativa svolta, sebbene sempre complessa, mi ha dato una grande soddisfazione umana, anche se toccare con mano la sofferenza è sempre drammatico e l’impegno non è mai sufficiente». 

 

In foto, a sinistra Abdullah bin Abdulaziz Al Rabeeah