di Alessandro Caruso

Il settore del vino in Italia sta vivendo una fase delicata. Da un lato la ripresa dell’export ha superato i livelli pre-Covid, confermando la salute di un segmento di eccellenza della produzione alimentare nazionale. Dall’altro le campagne volte a penalizzare a livello globale il consumo di alcolici, lo spettro del Nutriscore e l'aumento del costo delle materie prime e dell'energia rappresentano una minaccia che rischia di compromettere lo sviluppo di un’intera filiera. Secondo Vittorio Cino, direttore generale di Federvini, l’associazione che dal 1917 tutela gli interessi dei produttori, è necessario correre ai ripari e in questo momento serve fare rete con le istituzioni per tutelare un patrimonio collettivo, quello del made in Italy: «Il sistema Italia dovrebbe muoversi in effetti come sistema, cioé in maniera coordinata e con una strategia condivisa per tempo».

Giorni fa avete lanciato l’allarme sull’aumento del costo dell’energia, delle materie prime e dei noli di container. Che segnali vi aspettate dalla politica per favorire la ripresa strutturale del settore?
«Il settore vinicolo italiano è in forte ripresa, sia come produzione che come export. In termini di esportazioni abbiamo ad esempio non solo recuperato, ma addirittura superato i livelli pre-Covid. Questo è un segno di grande vitalità competitiva per il vino italiano, che è riemerso prima e meglio dei suoi competitor. Purtroppo la tensione sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto rischiano di indebolire la ripresa. Ci aspettiamo che il Governo ci supporti sui tavoli internazionali e preveda magari misure compensative oltrechè finalmente partire con una forte promozione».

A questo problema si aggiunge la campagna dell’OMS a livello globale che sta penalizzando il consumo di alcol. Qualche settimana fa la presidentessa di Federvini Micaela Pallini aveva parlato dell’opportunità di investire piuttosto sulla sensibilizzazione per un consumo consapevole. L’Italia entro la fine di ottobre doveva presentare la sua posizione presso l’UE. Cosa è stato fatto?
«In Italia c’è una chiara e tutto sommato univoca consapevolezza che occorre distinguere tra consumo responsabile e abuso e che il tema della corretta informazione ed educazione sia l’opzione migliore per favorire un consumo moderato, in linea con la nostra storia e tradizione. Occorre però che il sistema Italia porti la sua posizione sui tavoli internazionali, altrimenti il rischio è che in pochi anni ci ritroveremo una legislazione di stampo proibizionistico in molti Paesi, a tutto discapito del nostro export. Ma soprattutto a danno di una corretta ed equilibrata informazione del consumatore. Su questo dossier il Governo italiano deve intervenire decisamente, creando le necessarie alleanze internazionali, per evitare che il modello italiano fatto di dieta mediterranea, stile di vita improntato alla socievolezza, alla convivialità e alla moderazione, esca perdente».

Quali sono i rischi potenziali per il settore derivanti da una disorganizzata difesa del made in Italy?
«Oggi è lo stesso successo del made in Italy a creare le minacce nei suoi confronti. I tentativi di imitazione o di semplice sfruttamento delle nostre denominazioni rappresentano fenomeni in preoccupante aumento. Il sistema Italia dovrebbe muoversi in effetti come sistema, cioé in maniera coordinata e con una strategia condivisa per tempo. Sempre più spesso tendiamo a reagire tardi, senza la necessaria unità e con scarso coordinamento specifico».

L’approvazione del Farm to Fork da parte del Parlamento europeo ha introdotto criteri più ecosostenibili per le produzioni agricole intensive. Come ritiene che si possano soddisfare gli elevati obiettivi di produttività in futuro compatibilmente con gli standard di sostenibilità?
«La sostenibilità deve essere declinata secondo tre gambe: economica, sociale ed ambientale. Equilibrio e gradualità dovrebbero essere al centro delle politiche di adeguamento. Adeguamento che però appare non solo necessario ma auspicabile rispetto ai rischi del prossimo futuro. Basti solo pensare all’impatto dei cambiamenti climatici sulla produzione del vino nei prossimi anni. Anche in questo caso il buon senso ci dice che l’adattamento va costruito sul consenso, su una necessaria gradualità e con l’approvazione di incentivi e disincentivi che accompagnino la trasformazione».

Il Farm to Fork non ha risolto il tema del Nutriscore. Siete preoccupati per le pieghe che sta assumendo questo dibattito? Cosa ritenete che sia utile fare per contrastare questa misura che penalizzerebbe il consumo dei nostri prodotti nazionali?
«Il dibattito in effetti è preoccupante. Il sistema di etichettatura Nutriscore al momento non riguarda le bevande alcoliche, ma potrebbe essere solo una questione di tempo. Nello specifico il sistema Nutriscore appare un meccanismo rozzo e discriminatorio che di fatto non mira ad informare correttamente il consumatore, bensì a confonderlo presentando ogni singolo prodotto come un alimento di serie A, B o C, al di fuori di qualsiasi accenno allo stile di vita, alla dieta o alla stessa porzione dello stesso alimento. Anche in questo caso il tema non è solo scientifico, bensì politico: ci siamo mossi un po’ tardi e adesso stiamo cercando di recuperare il terreno.  Anche in questo caso il sistema paese dovrebbe muoversi all’unisono, senza dividersi e senza accettare compromessi al ribasso».

Sul fronte etichettature, dal 1 dicembre sarà introdotto il sistema U-Label. Ci spiega di cosa si tratta e se ritiene che possa favorire i produttori di vino?
«La futura legislazione sul vino prevede che in etichetta dovrà essere indicato il valore energetico del prodotto mentre la lista degli ingredienti potrà essere comunicata digitalmente. Il settore del vino ha deciso di muoversi in anticipo creando una etichetta virtuale online, che consenta al consumatore di acquisire una vasta gamma di informazioni semplicemente utilizzando uno specifico QR code impresso sull’etichetta tradizionale. Il sistema prevede, attraverso una geolocalizzazione, un’immediata traduzione multilingue di tutte le informazioni necessarie».

In che modo la transizione digitale può favorire l’incremento dell’export del vino?
«Innanzitutto con una capillare e veloce infrastruttura di rete. Oggi in Italia abbiamo ampie zone di campagna non connesse, se non debolmente, in rete: abbiamo così il paradosso di grandi aziende viticole, titolari di brand prestigiosi noti in tutto il mondo, che non possono organizzare una videocall con altri Paesi perché manca il campo. Poi certo c’è il tema del commercio elettronico, che al momento rappresenta un segmento di mercato ancora basso ma in rapida crescita. Ma la sfida digitale sarà fondamentale per sviluppare attività di comunicazione e di marketing ad ampio spettro, capaci di calamitare visitatori da ogni parte del mondo in momenti di brand experience e realtà aumentata, magari per attrarre milioni di potenziali turisti enograstronomici nei meravigliosi territori italiani».

Sul Pnrr quali richieste state portando avanti? Quali sono le vostre priorità?  
«Prima di tutto sburocratizzazione e agevolazioni per facilitare la promozione dei prodotti Made in Italy.  Poi, come abbiamo visto, i programmi di digitalizzazione, prima di tutto in termini di infrastrutture di rete. La promozione del turismo rappresenta un altro asset da utilizzare. La transizione ecologica poi rappresenta un’area al centro delle riflessioni anche nel mondo del vino».

Sulla nascita e lo sviluppo di giovani imprese nel vostro settore quali riscontri avete? C’è una risposta confortante o servirebbe una maggiore formazione?
«Investire in formazione non è mai sbagliato. Sicuramente il mondo del vino ha fatto passi da gigante in questo ambito, ma la strada da fare è ancora lunga se ci compariamo ai nostri cugini francesi.  Prendiamo per esempio tutto il tema del marketing e della comunicazione: qui la formazione appare decisiva, soprattutto se consideriamo che il settore del vino è rappresentato da migliaia di piccole aziende familiari».