Economia

Dalla crisi nel Golfo alla sicurezza economica europea. Energia, cibo e turismo nell’era del de-risking

12
Marzo 2026
Di Alessandro Gullotto

Le tensioni con l’Iran e l’instabilità nello Stretto di Hormuz riaccendono la vulnerabilità energetica dell’Europa. Gli effetti si propagano lungo le filiere: agricoltura, agroindustria, ristorazione e hospitality. Tra inflazione, fertilizzanti e domanda turistica, il Made in Italy alimentare si confronta con una nuova fase di geopolitica economica, mentre Bruxelles rilancia i concetti di sicurezza economica e “de-risking”. Le tensioni militari che coinvolgono l’Iran e l’area del Golfo riportano al centro dell’agenda europea una questione che va oltre la dimensione strettamente militare: la fragilità delle interdipendenze economiche globali. Secondo analisi di Reuters, le turbolenze nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, hanno alimentato volatilità sui mercati energetici, riaccendendo il timore di un nuovo shock dei prezzi. Per l’Europa, importatrice netta di energia, il nesso è diretto.

La Banca Centrale Europea ha evidenziato nei suoi bollettini economici come gli aumenti dei prezzi energetici si trasmettano all’inflazione complessiva, incidendo non solo sui carburanti ma anche sui servizi. Ristorazione e hospitality, comparti ad alta intensità energetica, risultano particolarmente esposti: refrigerazione, riscaldamento, trasporto e trasformazione alimentare sono voci strutturali di costo. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha più volte osservato che shock energetici prolungati possono rallentare la crescita nelle economie importatrici e comprimere il potere d’acquisto delle famiglie. Quando l’inflazione si concentra su energia e beni essenziali, la spesa discrezionale, turismo, ristorazione, viaggi, tende a ridursi. In Italia, dove il turismo rappresenta una componente significativa del Pil e dell’occupazione, la vulnerabilità è evidente.

Il Ministero del Turismo ha da tempo riconosciuto nel turismo enogastronomico una componente strutturale dell’offerta italiana, capace di generare valore aggiunto lungo l’intera filiera agroalimentare e territoriale. La sostenibilità di tale dinamica dipende però dalla stabilità macroeconomica e dalla capacità delle imprese di assorbire shock esterni senza compromettere qualità e competitività. Il secondo canale di trasmissione riguarda l’agricoltura. Analisi del Financial Times hanno richiamato l’attenzione sul ruolo del Golfo nelle catene globali dei fertilizzanti: ammoniaca, urea e altri input chiave per la produzione agricola transitano o vengono prodotti in aree sensibili alle tensioni geopolitiche. L’aumento dei costi di fertilizzanti e carburanti agricoli si traduce in maggiore pressione sui redditi primari. In Italia, organizzazioni come Coldiretti hanno più volte segnalato come gli shock energetici si riflettano rapidamente sui costi di produzione e, a valle, sui prezzi alimentari. La filiera agroalimentare è un sistema integrato: produzione primaria, trasformazione, logistica e distribuzione sono strettamente interconnesse. Uno shock a monte si propaga rapidamente fino alla tavola e ai menu dei ristoranti.

Secondo l’ISTAT, l’export agroalimentare italiano ha superato i 60 miliardi di euro annui negli ultimi esercizi, confermandosi uno dei pilastri della bilancia commerciale nazionale. Il Made in Italy alimentare ha costruito il proprio successo su qualità, identità territoriale e valore aggiunto. Ma l’equilibrio competitivo è delicato. Se i costi energetici e logistici aumentano in modo strutturale, le imprese esportatrici si trovano davanti a un bivio: comprimere i margini o trasferire gli aumenti sui listini, con possibili ripercussioni sulla domanda internazionale. In uno scenario di rallentamento globale, come ipotizzato dal FMI in presenza di shock energetici persistenti, anche la domanda di beni premium può indebolirsi.

La questione non è soltanto congiunturale: riguarda il posizionamento strategico dell’Italia in un sistema commerciale sempre più frammentato. Nel giugno 2023 la Commissione Europea ha presentato la European Economic Security Strategy, introducendo in modo sistematico il concetto di “sicurezza economica” dell’Unione. Il documento sottolinea la necessità di ridurre vulnerabilità critiche nelle catene del valore attraverso un approccio di “de-risking”: diversificare forniture, rafforzare resilienza, proteggere asset strategici, senza scivolare in una chiusura protezionistica. Sebbene la strategia sia stata formulata con riferimento anche a settori tecnologici, i principi si applicano pienamente alle filiere energetiche e agroalimentari. La crisi mediorientale dimostra che energia, fertilizzanti e trasporti sono asset strategici tanto quanto semiconduttori o infrastrutture digitali.

Per agricoltura e agroindustria, ciò implica investimenti in efficienza, diversificazione delle fonti di approvvigionamento e rafforzamento delle catene europee. Per Horeca e hospitality, significa ridurre l’esposizione strutturale ai costi energetici e rafforzare la solidità finanziaria delle imprese. I conflitti in atto confermano che energia, cibo e turismo non sono comparti separati, ma dimensioni intrecciate della sicurezza economica. La vulnerabilità delle rotte energetiche si traduce in vulnerabilità delle filiere agricole, dei prezzi alimentari e dei servizi di ospitalità. Per l’Italia, potenza agroalimentare e turistica, la sfida è duplice: gestire l’impatto immediato degli shock e contribuire alla costruzione di un’Europa più resiliente. La sicurezza economica europea non è un concetto astratto. È la capacità di garantire continuità delle forniture energetiche, stabilità delle filiere alimentari e sostenibilità dei servizi che costituiscono una parte essenziale dell’identità economica del continente. In questa prospettiva, la tavola europea non è soltanto un simbolo culturale. È un nodo geopolitico.