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	<title>Articoli di Francesco Tedeschi, autore presso The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Wed, 02 Sep 2026 09:31:35 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il profeta che aveva ragione e ha perso lo stesso</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/cultura/il-profeta-che-aveva-ragione-e-ha-perso-lo-stesso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 07:57:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fondo di Leopold Aschenbrenner crolla da 45 a 10 miliardi: una scommessa sull’IA spinta dalla leva finanziaria che mostra i rischi dell’euforia tecnologica.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A fine luglio 2026 un hedge fund specializzato in intelligenza artificiale ha bruciato in pochi giorni la maggior parte del suo patrimonio. Si chiamava — con involontaria ironia — Situational Awareness, &#8220;consapevolezza della situazione&#8221;, ed era arrivato a valere 45 miliardi di dollari. Nel giro di poche settimane è precipitato intorno ai 10.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A guidarlo c&#8217;era Leopold Aschenbrenner, venticinque anni, ex ricercatore di OpenAI diventato una piccola celebrità della Silicon Valley con un saggio-manifesto di 165 pagine pubblicato nel 2024. La tesi era netta: l&#8217;IA sarà una forza di trasformazione più grande della rivoluzione industriale, e chi lo capisce oggi si posiziona di conseguenza. Aschenbrenner si era descritto come uno dei pochi al mondo a vedere il futuro con chiarezza; qualcuno lo aveva ribattezzato &#8220;il Nostradamus dell&#8217;IA&#8221;. Sul fondo, lanciato nel luglio 2024, aveva costruito un&#8217;unica scommessa coerente con quella visione: crescita inarrestabile della domanda di semiconduttori, memorie, data center, energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un anno e mezzo ha avuto ragione, e in modo clamoroso. I rendimenti erano da capogiro — nell&#8217;ordine delle tre e quattro cifre percentuali dalla fondazione. Il problema è come li aveva ottenuti: con una leva finanziaria stimata fino al 400%, cioè scommettendo quattro dollari presi in prestito per ogni dollaro proprio, concentrati su un pugno di titoli volatili legati all&#8217;infrastruttura dell&#8217;IA. Una macchina che moltiplica i guadagni finché il mercato sale, e li moltiplica all&#8217;incontrario appena scende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A luglio è sceso. Un ribasso diffuso sui titoli dei semiconduttori ha spinto in rosso le posizioni del fondo — nomi come SK Hynix e CoreWeave — mentre andava storta anche una scommessa opposta, ribassista, sui titoli del software. A quel punto è scattato il meccanismo che nessuna &#8220;consapevolezza della situazione&#8221; aveva previsto: i prime broker, le grandi banche che prestano il denaro per fare leva, hanno chiesto indietro i soldi. Per coprire le richieste di margine, Aschenbrenner è stato costretto a svendere l&#8217;intero portafoglio azionario a Citadel, il colosso di Ken Griffin, a prezzi sotto mercato. &#8220;Vi abbiamo delusi questo mese&#8221;, ha scritto ai suoi clienti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la storia si complica, ed è il punto più interessante. Aschenbrenner non è finito sul lastrico: nonostante l&#8217;implosione, per via di come si misura la performance il fondo resta in attivo sull&#8217;anno. Non è la parabola dell&#8217;incompetente che perde tutto, ma quella di un uomo che aveva guadagnato somme irreali con una scommessa spericolata e ne ha restituita gran parte in poche settimane. La sua lettura di lungo periodo sull&#8217;IA può anche rivelarsi giusta ma non è questo che decide la sorte di un fondo a leva 400%. A deciderla è il momento in cui le banche bussano alla porta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I critici lo avevano previsto. In molti, a Wall Street, osservavano che prima di aprire il fondo Aschenbrenner non aveva alcuna esperienza nella gestione di denaro, e che con quei livelli di indebitamento il crollo era &#8220;questione di quando, non di se&#8221;. C&#8217;è chi ha ricordato che la sua prima esperienza di lavoro era stata alla FTX di Sam Bankman-Fried, la piattaforma crypto poi travolta dallo scandalo. Vicende diverse, ma una stessa aria di fondo: rendimenti straordinari accolti senza troppe domande, finché durano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la parte che dovrebbe far riflettere, al di là del singolo protagonista. La convinzione che l&#8217;intelligenza artificiale trasformerà l&#8217;economia può essere fondata. Ma tra l&#8217;avere ragione su una tecnologia e il costruirci sopra una montagna di debito c&#8217;è una differenza che il mercato, prima o poi, presenta al conto. Situational Awareness l&#8217;ha imparato in pochi giorni. Resta da capire quanti altri, nella stessa scommessa, non l&#8217;abbiano ancora imparato.</p>
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		<title>PetroRenminbi? Come lo stretto di Hormuz sta cambiando l’economia energetica mondiale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/petrolio-renmimbi-stretto-hormuz-economia-mondiale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 08:33:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando lo Stretto di Hormuz si è chiuso, gli esperti davano il greggio a 150 o 200 dollari al barile nel giro di poche settimane. A cinque mesi dalla guerra con l'Iran, il Brent si muove intorno ai 90. La spiegazione ha un nome, Pechino, e rimette in discussione settant'anni di geopolitica dell'energia.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando lo Stretto di Hormuz si è chiuso, gli esperti davano il greggio a 150 o 200 dollari al barile nel giro di poche settimane. A cinque mesi dalla guerra con l&#8217;Iran, il Brent si muove intorno ai 90. La spiegazione ha un nome, Pechino, e rimette in discussione settant&#8217;anni di geopolitica dell&#8217;energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbe dovuto essere una catastrofe annunciata. Da quel corridoio passano venti milioni di barili al giorno, un quinto della produzione mondiale. La teoria era elementare: togli un quinto dell&#8217;offerta, lascia invariata la domanda, e i compratori si contendono a suon di rilanci il greggio rimasto. Prezzi alle stelle, recessione globale. Non è successo. E capire perché dice più cose sul futuro dell&#8217;economia mondiale di quante ne direbbe lo scenario catastrofico che tutti si aspettavano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La previsione sbagliava un presupposto: che la domanda restasse costante. Non è stato così. Poche settimane dopo lo scoppio del conflitto la Cina ( il maggior importatore di petrolio al mondo) ha dimezzato i propri acquisti, togliendo dal mercato circa cinque milioni di barili al giorno. Una cifra pari all&#8217;intero import dell&#8217;India e a un quarto di ciò che si era perso con la chiusura dello Stretto. Quei barili, non più comprati da Pechino, si sono riversati sul resto del mercato, tamponando la carenza. È qui la risposta all&#8217;enigma. Ed è un fatto che, per ammissione degli stessi analisti, nessuno aveva previsto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mistero, semmai, si sposta di un livello: come ha fatto la Cina a tagliare gli acquisti senza fermare l&#8217;economia? Non ha ridotto i consumi, il traffico non è calato e non è passata di colpo all&#8217;elettrico, e non risulta neppure stia ricevendo greggio extra dalla Russia. Resta l&#8217;ipotesi delle riserve segrete: scorte di greggio e carburanti accumulate per anni in impianti non dichiarati, oltre a quelle ufficiali, oggi usate per far girare l&#8217;economia. Le prove sono scarse, ammettono gli esperti, ma è l&#8217;unica spiegazione che regga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi un dettaglio che rende il gesto politicamente interessante. Di norma un Paese che attinge alle proprie riserve si coordina con gli altri, per non accollarsi tutto il peso, e ricomincia a comprare appena il prezzo scende. La Cina ha fatto l&#8217;opposto: taglio unilaterale, senza preavviso, proseguito anche sotto la soglia a cui storicamente sarebbe tornata sul mercato. Un comportamento anomalo, che ha aperto la caccia al movente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le ipotesi sono diverse. C&#8217;è chi legge una mossa di soft power: salvare l&#8217;economia mondiale per costruirsi credito. Chi vi vede una dimostrazione di forza, il messaggio implicito che la Cina può reggere uno shock energetico, utile promemoria in vista di un&#8217;eventuale crisi su Taiwan, dato che l&#8217;ottanta per cento del suo import passa dallo Stretto di Malacca, un collo di bottiglia altrettanto vulnerabile. E c&#8217;è l&#8217;ipotesi che spiega meglio il silenzio di Pechino: la difesa del proprio export. Se Europa e Asia fossero cadute in recessione, la Cina avrebbe perso i suoi mercati di sbocco e con essi una fetta della propria economia. Tenere in piedi i clienti significa tenere in piedi le proprie fabbriche e non è qualcosa che convenga dichiarare a voce alta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta il punto che va oltre la cronaca. Per mezzo secolo la sceneggiatura degli shock petroliferi è stata sempre la stessa: il prezzo schizza, il presidente americano telefona a Riyad, i sauditi aprono i rubinetti. Era l&#8217;architrave dell&#8217;ordine dei petrodollari, greggio scambiato in dollari, sicurezza garantita da Washington, stabilità dei prezzi mediata dal Golfo. Questa crisi mostra che l&#8217;interruttore si è spostato. Il numero da comporre, quando il mercato trema, non è più soltanto a Riyad: è a Pechino. Non perché la Cina venda petrolio, ma perché può decidere quanto comprarne, e con ciò muovere il prezzo mondiale. È una leva speculare a quella saudita e potenzialmente più potente, perché agisce sulla domanda anziché sull&#8217;offerta, ed è nelle mani di un attore che al dollaro guarda con crescente freddezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché durerà la guerra con l&#8217;Iran, questo potere resta in gran parte silenzioso. Ma la sola possibilità che Pechino possa, a piacimento, alleggerire o strozzare la propria domanda — infliggendo o risparmiando dolore ai consumatori di mezzo mondo — è già di per sé una forma di potere. E ridisegna, sottotraccia, la mappa di chi comanda davvero sul mercato dell&#8217;energia.</p>
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		<title>Riordino del gioco pubblico: una riforma attesa che rischia di non essere tale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/gioco-pubblico-riforma-convegno-rischi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 12:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riforma del gioco pubblico necessaria, ma così com’è impostata rischia di fare più danni che benefici. Questo è emerso dal convegno di Roma.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Riforma necessaria, ma così com’è impostata rischia di fare più danni che benefici. È la sintesi del messaggio emerso dal convegno “<em>Gioco pubblico: regolazione, concorrenza e libero mercato</em>”, promosso dal Milton Friedman Institute all’Hotel Nazionale di Piazza di Montecitorio oggi a Roma, che ha riunito istituzioni e operatori del settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad aprire i lavori sono stati Daniele Capezzone, direttore de <em>Il Tempo</em>, e Alessandro Bertoldi, direttore esecutivo del Milton Friedman Institute. Capezzone ha denunciato il clima di “fobia illiberale” cresciuto attorno al settore, attribuendolo alla crescente confusione tra gioco legale e illegale. Un contesto che, a suo avviso, finisce per erodere occupazione e gettito fiscale, favorendo paradossalmente proprio gli operatori illegali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Bertoldi, invece, il gioco legale rappresenta “l’unico vero antidoto all’illegalità”. Tuttavia ha avvertito che restrizioni eccessive rischiano di produrre l’effetto opposto, spingendo parte dell’utenza verso circuiti illegali o verso il gioco online, fenomeni che – ha osservato – per i consumatori risultano spesso difficili da distinguere. Nel suo intervento ha poi richiamato l’attenzione sul rischio di una concentrazione oligopolistica indotta dalle regole della gara: «Una concentrazione eccessiva potrebbe creare una dipendenza dello Stato da poche grandi aziende in un settore che vale 11 miliardi di gettito, configurando di fatto una joint venture tra lo Stato e poche imprese». Bertoldi ha inoltre sollecitato un’assunzione di responsabilità politica sull’impostazione della riforma, criticando la scelta di procedere prima con la gara per l’online e solo successivamente con il riordino del gioco fisico, una perplessità che nel corso del convegno è stata condivisa da più interventi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La voce della politica: libero mercato, stabilità e responsabilità istituzionale</strong><br>Dal fronte politico è emersa una convergenza trasversale sui nodi principali, pur con accenti diversi. Il vicepresidente della Camera, on. Mulè (Forza Italia), è stato il primo a intervenire, offrendo una sintesi programmatica dei punti centrali della riforma: regole omogenee tra gioco fisico e online, un modello di offerta “safe” — basato su autoesclusione, limiti, tracciabilità e formazione — e un forte presidio della legalità. «Nessuno vuole l’illegalità», ha affermato, «anzi in questa sala si trovano i principali moschettieri contro l’illegalità».</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’on. De Bertoldi (Lega) ha tradotto queste preoccupazioni in tre domande politiche molto nette: libero mercato o oligopolio? Interesse dell’erario o massimizzazione dei profitti privati? Quale approccio adottare rispetto ai rischi sociali? Sul secondo punto ha avanzato un ragionamento difficilmente contestabile: «Se avessi entrambe le concessioni indirizzerei i clienti verso l’online, perché rende di più all’impresa. Ma questo è davvero l’interesse dello Stato?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’on. Rosato (Azione) ha aggiunto un ulteriore livello di riflessione, quello della coerenza istituzionale. Il sistema delle concessioni, ha ricordato, è nazionale: per questo non è accettabile che regolamenti comunali differenti producano disomogeneità tra territori su materie che lo Stato ha il dovere di disciplinare in modo uniforme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’on. Sala (Forza Italia) ha invece spostato il baricentro del ragionamento sul piano economico: il gioco pubblico, ha sostenuto, deve essere trattato prima di tutto come un settore economico, superando la falsa alternativa tra gettito fiscale e contrasto alla ludopatia. Il punto centrale, secondo lui, resta la certezza normativa: «Meglio una norma mediocre che rimane per tanti anni piuttosto che una buona norma che viene cambiata ogni anno». Sul rapporto con gli enti locali è stato altrettanto netto: «Mai come in questa riforma bisogna allineare Stato ed enti locali, altrimenti viene fuori un pastrocchio».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I conti non tornano: l’analisi di Codere Italia</strong><br>Marco Zega, direttore Affari Istituzionali di Codere Italia, ha posto quella che a suo avviso è la questione centrale: alle condizioni ipotizzate, la gara è davvero sostenibile dal punto di vista finanziario?</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri, secondo Zega, restituiscono un quadro preoccupante. Nel 2025 una macchina media genera un EBITDA di circa 2,7 euro al giorno; attualizzando i flussi lungo l’intero arco della concessione novennale, il rientro dell’investimento si collocherebbe in media oltre il sesto anno, assorbendo quindi circa due terzi della durata complessiva della concessione. Un orizzonte temporale che rischia di scoraggiare la partecipazione alla gara.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a></a>Il quadro si complica ulteriormente guardando alla segmentazione per cluster di incasso: le macchine con raccolta fino a 50 euro giornalieri rappresentano il 48% del parco AWP e, secondo le stime di Codere, non riuscirebbero a recuperare l’investimento nell’arco dei nove anni di concessione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il paradosso fiscale: incasso una tantum contro gettito ricorrente</strong><br>Le ricadute per l’erario, secondo le analisi presentate, sarebbero tutt’altro che marginali. I cluster AWP a basso incasso generano infatti circa un miliardo di euro l’anno di PREU, mentre il segmento VLT considerato a rischio contribuisce per circa mezzo miliardo: complessivamente, si tratta quindi di circa 1,6 miliardi di entrate annue potenzialmente esposte. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge l’impatto occupazionale. Si stimano circa 24.000 posti di lavoro a rischio lungo una filiera che complessivamente impiega tra 48.000 e 56.000 addetti, con un effetto economico valutato in circa 700 milioni di euro l’anno tra minori imposte, contributi e maggiori costi per ammortizzatori sociali. Il paradosso, dunque, appare evidente: la riforma garantirebbe allo Stato un’entrata una tantum stimata in circa 1,2 miliardi di euro grazie alle nuove concessioni, ma al prezzo di mettere a rischio flussi annuali ben più consistenti. «Si può fare cassa il giorno della gara, ma poi il gettito diminuisce», ha sintetizzato Geronimo Cardia, presidente di Acadi. Tra i possibili correttivi, Marco Zega ha proposto di estendere anche al gioco fisico un modello di tassazione basato sul margine, accompagnato da un riallineamento delle aliquote tra i diversi segmenti e da un incremento del payout di circa cinque punti percentuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Riforma organica o occasione mancata?</strong><br>Al di là dei numeri della gara, le critiche riguardano anche l’impostazione complessiva della riforma. La scelta di intervenire sul gioco fisico separatamente dall’online — in contrasto con le previsioni della stessa delega fiscale, che indicava la necessità di armonizzare il prelievo tra le diverse tipologie di gioco — rischia infatti di produrre un quadro normativo disallineato in un mercato che ormai è, per sua natura, ibrido. L’asimmetria fiscale, secondo gli operatori, finirebbe per accelerare la migrazione verso il digitale: più redditizio per i privati, ma meno per l’erario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano concorrenziale, poi, desta preoccupazione l’ipotesi di innalzare il tetto di concentrazione dal 25% al 34-40%. Geronimo Cardia ha osservato che alcuni operatori superano già la soglia vigente e che un ulteriore aumento rischierebbe di consolidare una struttura oligopolistica, mettendo in difficoltà fino a sei concessionari su otto. Emmanuele Cangianelli (EGP-Fipe) ha inoltre ricordato che le restrizioni su distanze e orari — previste esclusivamente per il gioco fisico — non hanno finora dimostrato una reale efficacia e rischiano piuttosto di spingere la domanda verso l’online o verso il gioco illegale. Quest’ultimo, secondo le stime citate durante il confronto, avrebbe raggiunto una raccolta di circa 30 miliardi di euro, con una crescita del 50% rispetto alle valutazioni precedenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo la filiera ha già sottoscritto una richiesta congiunta di incontro con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e con il viceministro Maurizio Leo, chiedendo che venga effettuata una valutazione di impatto preventiva prima della definizione della bozza di decreto. Il messaggio emerso dal settore è chiaro: il riordino è necessario, ma deve essere organico, fondato su evidenze e costruito attraverso un confronto con gli operatori. «Non si tratta di concetti astratti — ha concluso Cardia — ma di posti di lavoro e imprese che rischiano di essere travolti da scelte non condivise».</p>



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		<title>Manovra, software gestionali e nuovi strumenti: la sfida della Transizione 5.0</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2025 15:12:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Assemblea AssoSoftware: chiesto al Governo di estendere la Transizione 5.0 ai software gestionali, con focus su incentivi e voucher digitali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/manovra-software-gestionali-e-nuovi-strumenti-la-sfida-della-transizione-5-0/">Manovra, software gestionali e nuovi strumenti: la sfida della Transizione 5.0</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La digitalizzazione torna al centro della strategia economica del Paese. Durante l<a href="https://www.thewatcherpost.it/the-watcher-photos/assemblea-pubblica-assosoftware-software-gestionale/">’assemblea pubblica</a> di AssoSoftware, l’associazione di Confindustria che rappresenta le software house italiane, il presidente Pierfrancesco Angeleri ha lanciato un appello al Governo affinché i software gestionali per l’impresa vengano inclusi nel nuovo Piano di incentivi previsto dalla Manovra 2025.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Angeleri, Presidente AssoSoftware: incentivi per il software nella nuova legge di bilancio" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/596jYpKaUQ8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">“È fondamentale aggiornare gli allegati del Piano includendo anche i software per la gestione aziendale, oggi esclusi a causa dei rigidi requisiti di risparmio energetico che penalizzano soprattutto le PMI e le microimprese”, ha dichiarato Angeleri. Una richiesta che punta a estendere i benefici della Transizione 5.0 anche agli strumenti digitali che costituiscono l’ossatura organizzativa del sistema produttivo italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aprendo i lavori, il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Maurizio Leo, ha ribadito il ruolo strategico delle software house nella riforma fiscale: “Le imprese del software sono fondamentali per permettere alla Pubblica Amministrazione di semplificare il rapporto con imprese e professionisti. La riforma punta ad accelerare e sburocratizzare i processi, migliorando la produttività del sistema”. L’assemblea, dedicata al tema “L’Italia e le sfide della trasformazione digitale”, ha riunito istituzioni, mondo produttivo e accademico per analizzare le direttrici dell’innovazione tecnologica e normativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il programma ha incluso una sessione sull’evoluzione della fatturazione elettronica a livello nazionale ed europeo, con interventi di Paola Olivares, Direttrice dell’<em>International Observatory on eInvoicing</em> del Politecnico di Milano, Paolo Savini, Presidente di Sogei, Chiara Basile di AgID, e Andrea Pizzabiocca Lanzi del MEF. Il dibattito ha evidenziato l’urgenza di garantire maggiore interoperabilità dei sistemi fiscali europei e di rendere più semplici i processi per imprese e professionisti.Nel suo intervento, Angeleri ha proposto di introdurre un criterio di premialità per gli investimenti in beni materiali e immateriali “Made in UE”, certificati tramite marchi di garanzia come il Marchio del Software Made in Italy, e di sperimentare un sistema di voucher digitali, già adottato con successo in Spagna, per accelerare la digitalizzazione, soprattutto nelle PMI.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mattinata si è conclusa con un keynote di Marco Calabrò, Capo Dipartimento del MIMIT, sul nuovo programma per la transizione digitale e green delle imprese italiane. Calabrò ha annunciato 4 miliardi di euro destinati alla continuità della Transizione 5.0, con l’iperammortamento come principale strumento fiscale, e ha anticipato eventuali correttivi parlamentari per includere software gestionali e tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Marco Calabrò (MIMIT): incentivi per il digitale semplici e disponibili da gennaio" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/OZOqZBo1G3w?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Durante la tavola rotonda, Giulia Pastorella (Azione) ha sottolineato la necessità di aggiornare i modelli di incentivo attuali: “Bene l’iper e il super ammortamento, ma oggi servono strumenti coerenti con le nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale alla cybersicurezza. Il modello spagnolo dei voucher è interessante, ma esiste una plethora di strumenti possibili: l’importante è che siano semplici e fruibili, soprattutto per le piccole imprese”.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Giulia Pastorella (vicepresidente Azione): efficacia degli incentivi dipende dalla loro semplicità" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/jyvIIMxW-B4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Laura Cavandoli (Lega) ha definito gli incentivi della Manovra “nella direzione giusta”, sottolineando come le misure sostengano le imprese che investono in innovazione. Riguardo alle critiche sull’assenza di incentivi per la digitalizzazione dei professionisti, Cavandoli ha replicato: “Le coperture si troveranno anche al di fuori della Manovra, perché la modernizzazione del lavoro autonomo è parte integrante della trasformazione digitale del Paese”.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Laura Cavandoli (Lega): coperture anche per i professionisti ma fuori dalla manovra" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/poeT3N8rk0U?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Il Governo punta a rendere la misura operativa da subito, semplificandone l’accesso, valorizzando il Made in Italy e sostenendo gli investimenti tecnologici italiani ed europei. L’inclusione dei software gestionali tra i beni incentivati e l’adozione di strumenti flessibili come i voucher digitali rappresentano leve fondamentali per accelerare la digitalizzazione delle PMI e rafforzare la competitività del sistema produttivo italiano nella cornice europea.</p>
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		<title>Trasporti, rivoluzione concessioni: pedaggi giù dal 2026, nuove regole per taxi e porti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Sep 2025 14:31:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[pedaggi]]></category>
		<category><![CDATA[taxi]]></category>
		<category><![CDATA[trasporti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Autorità introduce price cap all’1% e vincoli agli investimenti: obiettivo più equità e trasparenza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Rimborso del pedaggio autostradale in caso di cantieri, una più equa distribuzione del guadagno generato dalle concessionarie &#8211; che dovranno chiedere un pagamento proporzionale all’investimento fatto. Ma non solo: taxi, porti e ferrovie. Una sorta di piccola rivoluzione quella <a href="https://www.thewatcherpost.it/the-watcher-photos/relazione-autorita-di-regolamentazione-dei-trasporti-alla-camera-ecco-chi-cera/">presentata</a> mercoledì alla Camera dal presidente dell’Autorità dei trasporti, Nicola Zaccheo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">«La riforma del sistema delle concessioni ci ha offerto lo spunto per rivedere tutte le misure regolatorie in ambito autostradale: attualmente il procedimento è ancora in corso, ma sono molto soddisfatto anche del rapporto con il ministro e con il Mit perché le nuove regole vanno nella direzione di un riequilibrio forte delle concessioni». Una partita sulla quale l&#8217;Authority si è scontrata con il ministero in passato, ma che ora invece sembra essere di comune intento portare avanti. Accantonata, quindi, l&#8217;ipotesi di un pedaggio unico per tutte le autostrade, tramontato il modello Pedemontana Veneta, l’Art ha conquistato un ruolo più forte. «I nostri pareri &#8211; prosegue Zaccheo &#8211; non sono solamente vincolanti ma sono anche prescrittivi».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Autostrade: pedaggi e concessioni&nbsp;</strong><br>Dal 1° gennaio 2026, entrerà in vigore il nuovo sistema di calcolo dei pedaggi autostradali, che punta a ridurre i costi per gli utenti pur garantendo la sostenibilità degli investimenti. Il modello introdurrà un <em>WACC</em> (costo medio ponderato del capitale), che permetterà di rivedere le tariffe autostradali in funzione dei costi reali sostenuti dai concessionari. Il Presidente ha garantito che i pedaggi diminuiranno in generale, con aumenti annuali limitati sotto l’1% grazie al <em>price cap</em>. La riforma sarà pienamente attiva nel 2027, con i nuovi pedaggi applicabili già dal 2026 in alcune tratte. Oltre a un abbassamento dei pedaggi, il sistema prevede incentivi per ridurre le &#8220;poste figurative&#8221; nelle concessioni e una gestione più trasparente dei costi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata sottolineata anche l&#8217;importanza dei Piani Economico-Finanziari (PEF). Questi, che in passato sono stati soggetti a continui rinvii, ora dovranno rispettare regole più severe, obbligando i concessionari a onorare gli impegni di investimento per un totale di circa 44 miliardi di euro entro la scadenza delle concessioni. Nonostante alcune difficoltà, come il taglio di fondi per alcuni progetti, Zaccheo ha ribadito l&#8217;importanza di rispettare gli accordi già presi.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Zaccheo (ART): “La riforma ci ha spinto a rivedere tutte le regole: i nostri pareri sono vincolanti”" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/TkuBkfRbjb4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ferrovie: più velocità per i treni, più sostegno per il trasporto merci</strong><br>Il settore ferroviario è un altro punto centrale delle riforme. Dopo la proposta di rimuovere la deroga per la circolazione dei treni regionali sulla linea ad Alta Velocità (AV), che ha scatenato proteste tra le Regioni e le associazioni dei pendolari, L’Authority ha annunciato che la deroga sarà estesa fino al 2026, con alcune proroghe parziali nel 2027. &#8220;Dal 2028, solo i treni veloci potranno circolare sulle linee AV&#8221;, ha precisato, spiegando che l’obiettivo è garantire l’efficienza delle infrastrutture e tutelare gli utenti che pagano un biglietto più elevato per i treni ad alta velocità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, per sostenere il trasporto merci, Zaccheo ha confermato una riduzione del 30% del pedaggio ferroviario, anticipata al 1° luglio 2025, con l’intento di alleggerire un comparto in difficoltà a causa della scarsità di treni e dei numerosi cantieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Taxi e Mobilità Urbana: regolamentazione in arrivo</strong><br>Accanto alle misure sui pedaggi e sulle ferrovie, é stato affrontato anche il tema della mobilità urbana, in particolare per quanto riguarda i taxi e i servizi di ride-hailing come Uber. L’Autorità sta preparando una riforma del settore, che dovrà trovare un giusto equilibrio tra l’innovazione digitale e la protezione degli operatori tradizionali, sottolineando come i taxi dovranno diventare più competitivi senza compromettere la qualità del servizio. La regolamentazione dovrà anche garantire che i tassisti non subiscano dumping da parte delle piattaforme digitali, mantenendo un sistema di regole uniformi e trasparenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Porti: maggiore trasparenza e collaborazione</strong><br>Infine, Zaccheo ha parlato della gestione delle infrastrutture portuali, sollecitando una maggiore trasparenza e collaborazione da parte delle Autorità portuali. Le concessioni dovranno essere legate agli investimenti effettivamente realizzati per modernizzare e migliorare l’efficienza dei porti. Il presidente ha ribadito che l’obiettivo delle riforme è quello di garantire un sistema di trasporti competitivo e sostenibile, che bilanci le esigenze degli utenti con gli investimenti necessari a mantenere e sviluppare le infrastrutture.</p>
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		<title>Tassi, inflazione e instabilità: l’economia reale sotto pressione</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/tassi-inflazione-e-instabilita-leconomia-reale-sotto-pressione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 12:36:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<category><![CDATA[pil]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla BCE agli USA, i segnali dei mercati e delle banche centrali preoccupano famiglie e imprese. Crescita debole in Italia e rincari sul carrello della spesa aggravano l’incertezza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">(<em>Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>Negli ultimi mesi, i mercati finanziari hanno vissuto importanti oscillazioni, influenzando direttamente il potere d&#8217;acquisto dei consumatori e le decisioni di investimento delle aziende. L’inflazione nell&#8217;Eurozona, ad esempio, pur essendo in calo rispetto ai picchi del passato, rimane ancora una preoccupazione. Nonostante infatti ad agosto, l&#8217;inflazione annuale nell’UE abbia registrato una discesa, lo ha fatto ad un ritmo più lento rispetto alle aspettative degli analisti. Questo è in parte dovuto a un rialzo dei prezzi dell&#8217;energia e dei beni di consumo, e ai tentativi di stimolare la crescita con politiche monetarie espansive. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se infatti da un lato la politica monetaria della BCE cerca di frenare l&#8217;inflazione e stimolare la crescita, dall&#8217;altro le decisioni dei grandi attori finanziari globali influenzano anche l&#8217;andamento dei mercati azionari e delle obbligazioni, mettendo sotto pressione i risparmiatori e le aziende italiane. A fronte di tassi d’interesse più elevati e di un’ulteriore complessità nei flussi internazionali di capitali, le imprese italiane sono costrette a rivedere le proprie strategie produttive, spesso rallentando gli investimenti o aumentando i prezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre ai movimenti sui mercati globali, anche le dinamiche politiche internazionali, come quelle negli Stati Uniti, contribuiscono a plasmare il panorama economico globale. Recentemente, la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha messo in guardia contro i tentativi di Trump di interferire con la Federal Reserve degli Stati Uniti, definendo tale azione un “pericolo molto serio” per l&#8217;economia mondiale. Non solo i dazi quindi, ma la minaccia di licenziare il presidente della Fed, Jerome Powell, e la governatrice Lisa Cook potrebbe minare l&#8217;indipendenza della banca centrale statunitense, con potenziali conseguenze devastanti non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l&#8217;economia globale. Lagarde ha ribadito che se la politica monetaria americana dovesse diventare dipendente dalle volontà politiche, il rischio di instabilità sarebbe notevole, dato che gli Stati Uniti rappresentano la più grande economia del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le preoccupazioni della presidente della BCE si estendono anche alle politiche monetarie di altri paesi, con un focus particolare sulla Francia. L&#8217;incertezza politica che attraversa il governo francese, con la possibilità di una crisi di fiducia potrebbe influenzare la capacità di adottare misure economiche efficaci, si ripercuote anche sull&#8217;area dell&#8217;euro. La tensione politica in Francia e la crescente difficoltà del governo ad approvare il bilancio sono segnali che i rischi politici influenzano direttamente la stabilità economica della zona euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un contesto così articolato, le difficoltà si rispecchiano sull’economia reale con segnali chiari, l’Italia, ad esempio, mostra una crescita del PIL ancora molto contenuta. Secondo i dati diffusi dall’ISTAT, nel secondo trimestre 2025 l’economia è avanzata appena dello 0,1%. Un risultato che conferma la resilienza del sistema, ma al tempo stesso ne evidenzia la fragilità. Ad aggravare il quadro contribuisce la dinamica dei prezzi dei beni alimentari e per la cura della casa e della persona &#8211; il cosiddetto “carrello della spesa” &#8211; che hanno registrato un’accelerazione dal +3,2% al +3,5%. In un contesto così complesso, i movimenti finanziari agiscono da amplificatori: i consumatori sono costretti a rivedere le proprie abitudini di spesa, mentre le imprese devono ripensare le strategie di investimento. La dinamica dei tassi d’interesse pesa ulteriormente, rendendo più difficile l’accesso al credito per famiglie e aziende a causa del rincaro dei tassi bancari.</p>
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		<title>Il recupero del greggio: geopolitica, incognite e transizione energetica</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/economia/il-recupero-del-greggio-geopolitica-incognite-e-transizione-energetica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 13:08:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, il petrolio ha riaffermato la sua centralità nel panorama energetico globale, nonostante l'avanzamento delle energie rinnovabili.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/il-recupero-del-greggio-geopolitica-incognite-e-transizione-energetica/">Il recupero del greggio: geopolitica, incognite e transizione energetica</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"> <br>Negli ultimi anni, il petrolio ha riaffermato la sua centralità nel panorama energetico globale, nonostante l&#8217;avanzamento delle energie rinnovabili. La guerra in Ucraina, le tensioni tra Stati Uniti, Cina e Russia, e la difficoltà di trovare alternative immediate al greggio hanno messo in evidenza l&#8217;indispensabilità di questa risorsa in un contesto incerto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina nel 2022 ha scosso i mercati energetici, facendo salire il prezzo del Brent fino a superare i 130 dollari al barile. La Russia, uno dei principali esportatori di petrolio, è stata oggetto di sanzioni che hanno ridotto le sue esportazioni, influenzando l&#8217;offerta globale. Nonostante una parziale stabilizzazione nel 2024, con i prezzi che si aggirano intorno agli 85-95 dollari al barile, l&#8217;incertezza geopolitica continua a essere un fattore determinante per la volatilità dei prezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il petrolio, sebbene un tempo considerato un &#8220;bene rifugio&#8221;, ha dimostrato di non esserlo. La sua natura volatile, alimentata da conflitti geopolitici e variazioni nell&#8217;offerta e nella domanda, ha reso il mercato petrolifero estremamente sensibile. Dopo il picco dei prezzi nel 2022, i costi sono diminuiti, ma restano incerti e dipendono dagli sviluppi politici. La domanda globale nel 2024 ha raggiunto i 101 milioni di barili al giorno, quasi ai livelli pre-pandemia, a conferma che il petrolio rimane una risorsa fondamentale, ma sempre esposta a forti oscillazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;OPEC+, l&#8217;alleanza che include l&#8217;Arabia Saudita, la Russia e altri produttori, ha cercato di stabilizzare i prezzi riducendo la produzione. Nel 2024, ha abbassato l&#8217;output di circa 1 milione di barili al giorno, riuscendo a mantenere un prezzo relativamente alto. Tuttavia, il mercato è ancora fortemente influenzato dalle politiche interne dei grandi produttori e dai continui conflitti geopolitici. Gli Stati Uniti, grazie alla produzione di shale oil, rimangono il primo produttore mondiale, ma le dinamiche globali sono in continua evoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nelle industrie ad alta intensità energetica, come la produzione di acciaio, la chimica e l&#8217;agricoltura, il petrolio e i suoi derivati rimangono essenziali per i processi di produzione e trasporto. Le alternative rinnovabili, come l&#8217;elettrificazione o l&#8217;idrogeno verde, sono ancora in fase di sviluppo e non sono in grado di soddisfare la domanda globale in tempi brevi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;IEA prevede che, almeno fino al 2040, il petrolio rimarrà una risorsa fondamentale, anche se con una crescente pressione per la decarbonizzazione. La transizione verso fonti di energia più sostenibili sta accelerando, ma è un processo lungo e complesso, che richiede enormi investimenti in tecnologie rinnovabili, infrastrutture e un cambiamento strutturale in molte economie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il petrolio ha recuperato un ruolo centrale nell&#8217;economia globale, soprattutto in un contesto geopolitico instabile, ma non può più essere considerato un bene sicuro. La sua volatilità continua a essere un fattore critico, soprattutto in un mondo che affronta conflitti, sanzioni e sfide nella transizione energetica. L&#8217;OPEC+ rimane un attore chiave, ma la dipendenza dal petrolio persisterà almeno nel breve e medio termine, nonostante l&#8217;avanzamento delle rinnovabili. In questo scenario, il mercato del greggio rimane soggetto a forti incertezze e fluttuazioni, legate a fattori politici ed economici globali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/economia/il-recupero-del-greggio-geopolitica-incognite-e-transizione-energetica/">Il recupero del greggio: geopolitica, incognite e transizione energetica</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Remunerazione o fruibilità, la silenziosa rivolta degli artisti verso le piattaforme di streaming</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/cultura/remunerazione-o-fruibilita-la-silenziosa-rivolta-degli-artisti-verso-le-piattaforme-di-streaming/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2025 08:23:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[piattaforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fermento tra i creativi. Nel tentativo di migliorare la situazione economica degli artisti, sono emerse proposte di riforma. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/cultura/remunerazione-o-fruibilita-la-silenziosa-rivolta-degli-artisti-verso-le-piattaforme-di-streaming/">Remunerazione o fruibilità, la silenziosa rivolta degli artisti verso le piattaforme di streaming</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Da quando la fruizione della musica è diventata digitale, giovani e meno giovani ascoltatori sono passati attraverso diverse rivoluzioni.  azio ad altri sistemi. Da Youtube passando per Apple Music il modello delle streaming si è imposto sugli altri tanto da mettere i provider di questi servizi, come Spotify, sullo stesso piano delle grandi major discografiche. Tuttavia se il modello digitale ha favorito fruizione e ascolto, rimangono dei problemi, primo tra tutti: la remunerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spotify remunera gli artisti in base al numero di stream generati, ma la cifra per ogni ascolto è estremamente bassa. Secondo alcune stime, Spotify paga circa 0,003 &#8211; 0,005 dollari per stream. Questo significa che per guadagnare 1000 dollari, un artista dovrebbe ottenere tra 200.000 e 300.000 stream. Per molti musicisti, soprattutto quelli indipendenti o emergenti, questa è una cifra difficilmente raggiungibile. Ad esempio, un artista con 1 milione di stream guadagna in media solo circa 3.000 &#8211; 5.000 dollari, una somma che non copre le spese di registrazione, produzione e marketing, soprattutto per chi non ha un&#8217;etichetta discografica alle spalle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spotify è diventato, per molti, l&#8217;unica fonte di reddito digitale. La dipendenza dalle piattaforme di streaming è tale che, nel 2022, più del 70% dei ricavi globali dell’industria musicale derivavano dallo streaming, mentre le vendite di CD e vinili sono diminuite drasticamente. Il modello di business basato sulle royalties di Spotify ha trasformato il modo in cui vengono distribuiti i guadagni nell&#8217;industria musicale, concentrando una grande fetta del valore economico nelle mani della piattaforma, delle major discografiche e degli intermediari, a scapito degli artisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le grandi star come Drake o Ed Sheeran riescono a guadagnare somme considerevoli grazie agli ascolti in massa, ma la grande maggioranza degli artisti non raggiunge questi numeri. Secondo una ricerca condotta da The Trichordist nel 2021, circa il 90% degli artisti su Spotify guadagna meno di 50 dollari all’anno dalle royalties della piattaforma. Questo evidenzia la difficoltà per gli artisti emergenti di vivere della propria musica, con un modello che premia la quantità di ascolti anziché la qualità o il valore artistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2018, Taylor Swift ha deciso di ritirare il suo catalogo musicale da Spotify, criticando apertamente il modello economico della piattaforma. La sua scelta è stata seguita da altri artisti di fama internazionale, tra cui Adele e Thom Yorke dei Radiohead, che hanno messo in discussione la sostenibilità del sistema delle royalties. Nonostante l’appeal di Spotify, gli artisti denunciano che, con una media di 0,004 dollari per stream, solo chi raggiunge ascolti milionari può ottenere guadagni significativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spotify difende il suo modello economico, sostenendo che il suo servizio ha democratizzato l’industria musicale, offrendo visibilità e accesso a una vasta audience. Tuttavia, la critica centrale è che la piattaforma non offre un compenso adeguato agli artisti per il valore che portano. Un’indagine condotta nel 2020 dalla IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) ha rivelato che il 74% degli artisti considera lo streaming una fonte di reddito insufficiente. La stessa ricerca ha evidenziato come le royalties siano distribuite in modo sbilanciato, con circa il 90% delle entrate che finiscono nelle tasche delle major discografiche, lasciando solo una frazione agli artisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se da un lato Spotify ha incrementato il volume di ascolti globali, dall’altro ha ridotto il valore economico per singolo ascolto. La monetizzazione della musica attraverso lo streaming ha spinto molti artisti a cercare alternative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel tentativo di migliorare la situazione economica degli artisti, sono emerse proposte di riforma. Alcuni esperti suggeriscono l&#8217;introduzione di un &#8220;sistema di pagamento per artista&#8221;, che pagherebbe gli artisti in base al loro valore individuale, piuttosto che alla quantità di stream. Questo modello potrebbe garantire che anche gli artisti con meno ascolti ma un pubblico di nicchia ricevano un compenso adeguato. Inoltre, si sta discutendo la creazione di una &#8220;tassa sugli abbonamenti premium&#8221; per ridistribuire i fondi direttamente agli artisti, assicurando che una parte maggiore delle entrate vada a chi crea effettivamente la musica.</p>
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		<title>Dazi e trimestrali: il boomerang dell’aumento dei prezzi sulle performance delle aziende tech US</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 07:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le tariffe statunitensi pesano sul comparto tecnologico: margini ridotti, catene di fornitura in difficoltà e trimestrali sotto pressione.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ad aprile, Donald Trump ha annunciato una serie di nuove tariffe sulle importazioni, scatenando un panico finanziario globale. Tuttavia, entro agosto, il presidente ha raggiunto vari accordi commerciali e imposto tariffe su altri paesi, senza provocare le interruzioni di mercato temute. Sebbene Trump sostenga che gli Stati Uniti trarranno beneficio da queste azioni in termini di nuove entrate, rilancio della produzione interna e investimenti esteri, le conseguenze a lungo termine restano incerte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le aziende tecnologiche statunitensi, particolarmente quelle che dipendono fortemente dalle importazioni di componenti elettronici, hanno subito l&#8217;impatto diretto dei dazi. Le tariffe più alte sui prodotti cinesi, in particolare, hanno aumentato i costi di produzione, con ripercussioni sui margini di profitto. Ad esempio, Apple ha dovuto affrontare aumenti nei costi dei componenti, ma ha cercato di compensarli spostando parte della sua produzione fuori dalla Cina, in paesi come l&#8217;India e il Vietnam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche altre aziende tech, come Intel e Dell, hanno visto un aumento dei costi per la produzione di chip e altri componenti elettronici essenziali per i dispositivi tecnologici. Sebbene alcune aziende siano riuscite a trasferire i costi ai consumatori, come nel caso di Apple, altre hanno dovuto affrontare pressioni sui margini di profitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, scaricare gli aumenti sui consumatori potrebbe non essere una buona idea. Secondo il Bureau of Economic Analysis (BEA), la spesa dei consumatori statunitensi ha già rallentato nel secondo trimestre del 2024, con una crescita annua del 1,8% rispetto al 3,2% registrato nel 2023. Se questa tendenza continua, potrebbe esercitare una pressione significativa sull&#8217;economia, portando a una possibile stagflazione (bassa crescita con alta inflazione), un fenomeno che Trump aveva cercato di evitare con la promessa di stimolare la crescita economica e ridurre le imposte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro impatto significativo è stato sulle catene di approvvigionamento globali, che sono state destabilizzate dai dazi e dalle incertezze politiche. Ciò ha comportato rallentamenti nelle forniture e ha costretto le aziende a rivedere le proprie strategie di approvvigionamento. Le trimestrali delle aziende tech hanno mostrato come l&#8217;incertezza legata alle tariffe abbia pesato sui bilanci, sebbene alcune aziende, come Microsoft e Amazon, siano riuscite a crescere grazie alla forte domanda nei loro settori cloud e software, meno direttamente influenzati dalle tariffe.</p>
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		<title>Leadership, coerenza e credibilità: il vero capitale degli executive</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/lavoro/leadership-coerenza-credibilita-capitale-executive/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 14:09:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo Calabresi di Heidrick & Struggles, la reputazione nei processi di selezione non è una variabile tra le altre, ma una lente che rilegge tutto il profilo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Articolo pubblicato su L&#8217;Economista, inserto de Il Riformista)</em><br>In un’epoca in cui la trasparenza è moneta corrente e ogni decisione di un manager può diventare pubblica in tempo reale, la reputazione non è più un elemento “soft”, ma un asset misurabile, strategico, decisivo. «La reputazione è ormai centrale. Non è un’impressione, è un indicatore concreto di affidabilità, leadership, visione. La valutiamo attraverso referenze strutturate, presenza mediatica, coerenza tra dichiarazioni pubbliche e comportamenti. È un asset, e come tale va gestito» spiega <strong>Niccolò Calabresi</strong>, Partner in charge per l’Italia e Regional Practice Managing Partner Healthcare &amp; Life Sciences per Europa e Africa in Heidrick &amp; Struggles, una delle principali società globali di leadership advisory ed executive search.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Calabresi, la reputazione nei processi di selezione non è una variabile tra le altre, ma una lente che rilegge tutto il profilo: «Un track record tecnico solido è necessario, ma non sufficiente. La reputazione sintetizza risultati, stile di leadership, impatto sull’organizzazione e sul mercato. In molti casi è l’elemento che influenza le decisioni più importanti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il peso della reputazione, però, cambia da settore a settore. Nel finance ad esempio prevale l’aspettativa di rigore, nel tech di autenticità e vision, nella manifattura la stabilità. Le public company sono molto sensibili alla reputazione pubblica; le private a quella relazionale e fiduciaria. Ma la trasparenza è trasversale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma si può davvero dare un valore economico alla reputazione di un executive? «Sì. Una reputazione consolidata accelera la fiducia del mercato, degli stakeholder, dei talenti. Il suo impatto può riflettersi su stock price, investimenti, employer branding. In questo senso, la reputazione ha un effetto moltiplicatore sul valore percepito di un’organizzazione».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel lavoro di executive search, capita anche di stimarne indirettamente il “costo”. «Non solo in termini retributivi, ma di attrattività complessiva del progetto: cultura aziendale, governance, margine d’azione. Chi ha una forte reputazione negozia su tutto ciò che può tutelare la propria coerenza e immagine».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione anche al cosiddetto “rischio reputazionale”: «quando proponiamo un candidato, valutiamo eventuali criticità, zone grigie, passati contenziosi. Ma soprattutto osserviamo come sono stati gestiti. La gestione del passato è spesso più rilevante del fatto in sé».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando la reputazione è stata danneggiata? È possibile ricostruirla? Sì, spiega Calabresi «ma serve tempo, coerenza, umiltà. Un manager può riconquistare fiducia se accetta ruoli sfidanti, cambia comportamento in modo tangibile e dimostra evoluzione. Le scorciatoie non funzionano». Oggi però la reputazione si gioca su un terreno più instabile, con i social media e la velocità della comunicazione, ogni dettaglio può amplificarsi. Ma è anche un’opportunità, soprattutto se si è autentici e trasparenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quale consiglio darebbe, dunque, a un manager ambizioso? «Investire sulla coerenza. Tra ciò che si fa, ciò che si dice e ciò che si è. Curare le relazioni, saper ascoltare, comunicare con autenticità. La reputazione non si costruisce con i comunicati stampa, ma con il tempo e l’esempio».</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La prima cosa che guardo di un candidato – ammette Calabresi &#8211; è come parlano di lui le persone che ci hanno lavorato. Le relazioni non solo sono lo specchio più fedele della reputazione, ma la moneta invisibile che apre porte che neppure il capitale sa forzare».</p>
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		<title>Intervista a Marco Casini. Acqua, prevenire sprechi e dissesti: la transizione idrica si affida anche all’intelligenza artificiale</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/ambiente/intervista-a-marco-casini-acqua-prevenire-sprechi-e-dissesti-la-transizione-idrica-si-affida-anche-allintelligenza-artificiale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2025 16:08:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Marco Casini (AUBAC): l’Italia affronta emergenze climatiche e infrastrutture obsolete puntando sulla transizione idrica. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/ambiente/intervista-a-marco-casini-acqua-prevenire-sprechi-e-dissesti-la-transizione-idrica-si-affida-anche-allintelligenza-artificiale/">Intervista a Marco Casini. Acqua, prevenire sprechi e dissesti: la transizione idrica si affida anche all’intelligenza artificiale</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Intervista a Marco Casini, segretario generale Aubac<em> scritto per L’Economista, inserto de Il Riformista)</em></em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra emergenze climatiche e sfide infrastrutturali, l’Italia deve ottimizzare e tutelare un bene prezioso: l’acqua. È in atto una transizione idrica che ha come obiettivo quello di creare le basi ambientali per lo sviluppo dei territori, in sicurezza e nel rispetto delle risorse. Per farlo è necessario acquisire e monitorare più informazioni possibile, motivo per cui bisogna intervenire sulle infrastrutture e sulle tecnologie, interventi che hanno un costo non irrilevante:&nbsp; <em>«</em>Quando termineranno i fondi del Pnrr, sarà necessario stanziare in modo stabile un importo compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro all’anno», spiega Marco Casini, segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale dell&#8217;Appennino centrale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alluvioni al Nord e grave siccità al Sud. Qual è la situazione dell’acqua nelle regioni del Centro Italia? Che estate ci aspetta?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«La situazione ad oggi vede un’Italia centrale in uno stato generale di allerta arancione, corrispondente ad un livello di severità idrica medio. L’anno 2024 è stato caratterizzato da elevate temperature (+2 °C) e scarse precipitazioni (-14%) in tutte le regioni del distretto e le piogge cadute nei primi quattro mesi del 2025 non hanno consentito di recuperare il deficit accumulato. A meno di intense precipitazioni nel mese di giugno, ci aspettiamo un’estate difficile con possibili situazioni di disagio a livello locale, specialmente in Abruzzo, Lazio e Umbria».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel Centro Italia preoccupa di più la situazione della quantità di acqua disponibile o lo stato in cui versano le infrastrutture come dighe e invasi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Disponibilità delle risorse idriche e stato delle infrastrutture sono due aspetti strettamente collegati. Di fronte ad una crescente pressione climatica, il miglioramento delle infrastrutture idriche rappresenta un passaggio irrinunciabile per conseguire un diverso modello di gestione delle acque che possa consentire al Paese di percorrere una vera e propria “transizione idrica”. È oggi urgente procedere all’efficientamento delle reti, all’incremento della nostra capacità di accumulo e del grado di interconnessione tra i differenti sistemi idrici, nonché al rafforzamento della resilienza dei sistemi di approvvigionamento attraverso il riuso delle acque e la desalinizzazione. Altrettanto importante è la razionalizzazione della filiera del servizio idrico integrato».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Avete lanciato in settimana un digital twin (tool di intelligenza artificiale) per il monitoraggio in tempo reale delle infrastrutture e dei consumi di acqua, civili e irrigui. A cosa servirà e quanto migliorerà la gestione delle acque?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Si tratta di una piattaforma unica nel suo genere, nata dal lavoro congiunto con gestori e consorzi, che consente di tracciare in tempo reale prelievi, concessioni e restituzioni, offrendo una fotografia aggiornata e precisa dell’utilizzo delle risorse idriche all’interno del distretto. Il sistema integra anche i dati meteoclimatici e idrologici raccolti dall’Autorità, permettendo di costruire un bilancio idrico dinamico, individuare criticità e simulare scenari futuri utili per pianificare interventi e politiche. La piattaforma consentirà di monitorare i fenomeni in atto, rilevare modelli anomali e simulare comportamenti e scenari futuri, offrendo così opzioni decisionali fondamentali per il rilascio delle nuove concessioni e per le attività di pianificazione e di programmazione degli interventi di contrasto ai sempre più frequenti eventi di siccità metereologica».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra le novità della piattaforma digitale c’è l’utilizzo di un cane robot (Spot) che verrà utilizzato per raccogliere dati dalle zone più impervie e complicate. Come funziona e quanto velocizza il monitoraggio?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il cane robot Spot, sviluppato da Boston Dynamics, è uno dei robot quadrupedi più avanzati al mondo. Ha un peso di circa 32 kg e raggiunge una velocità massima di circa 6 km/ora. Grazie a una serie di telecamere stereo con visione 360° e sensori di profondità, SPOT è in grado di muoversi autonomamente in ambienti complessi, anche su terreni accidentati, di evitare in tempo reale gli ostacoli sul suo cammino e di percorrere rampe di scale. Può essere equipaggiato con bracci robotici, ed ogni tipologia di sensori, quali LIDAR, Laser scanner, termocamere, microfoni, ecc. Il suo impiego è per noi strategico per la mappatura 3D e la raccolta di dati ambientali in tutte quelle situazioni di difficile accesso e in generale per eseguire rilievi a terra di dettaglio con grande rapidità».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quanto sta investendo l’Italia sulla risorsa acqua e cosa succederà lato investimenti quando finiranno i fondi Pnrr nel 2026?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">«Attraverso il Pnrr l’Italia sta investendo 4,3 miliardi di euro per la gestione delle risorse idriche e per il contrasto alla siccità. A questi investimenti si aggiungono circa un miliardo di euro stanziati dal Piano PNIISSI (Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali e per la Sicurezza del Settore Idrico) del MIT e 300 milioni stanziati dalla cabina di regia nazionale. Dopo il 2026, quando termineranno i fondi del PNRR, sarà necessario stanziare in modo stabile un importo compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro all’anno. Il fabbisogno complessivo stimato per l’efficientamento del settore idrico italiano è infatti di almeno 6 miliardi di euro l’anno, calcolando anche le risorse provenienti dalla tariffa. L’equilibrio tra domanda e offerta d&#8217;acqua è oggi sempre più precario, e, fintanto che non si interverrà adeguatamente sulle infrastrutture, l’Italia sarà sempre più esposta ai cambiamenti del clima».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>L’IA entra nel sistema produttivo italiano grazie ai software, le nuove evidenze della ricerca Bocconi per AssoSoftware</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/innovazione/software-ia-imprese-ricerca-bocconi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Tedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2025 13:27:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le imprese sono sempre più pronte a usare i software gestionali implementati dall'IA. Il divario così si assottiglia. Lo studio Bocconi.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/software-ia-imprese-ricerca-bocconi/">L’IA entra nel sistema produttivo italiano grazie ai software, le nuove evidenze della ricerca Bocconi per AssoSoftware</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;adozione dell&#8217;Intelligenza Artificiale (IA) nei software gestionali italiani sta crescendo rapidamente, spinta dall&#8217;esigenza di ottimizzare processi e migliorare l&#8217;efficienza operativa. Secondo una ricerca di SDA Bocconi per AssoSoftware, il 28% delle aziende ha già integrato soluzioni AI nei propri sistemi, in aumento rispetto al 24% dell&#8217;anno precedente, sebbene il ritmo di crescita sembri rallentare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;AI trova impiego principalmente nel miglioramento di prodotti e processi (59%), mentre cala l&#8217;interesse per tecnologie di interpretazione del linguaggio naturale (dal 49% al 36%) e per la generazione automatica di documenti (dal 53% al 47%). Questo trend suggerisce un focus crescente su applicazioni con un ritorno economico immediato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fronte degli investimenti, solo l&#8217;8% delle aziende non prevede di allocare risorse nell&#8217;IA nel prossimo anno. La maggioranza (42%) destinerà fino al 5% del fatturato, mentre il 45% investirà fino al 20%, segnando un incremento rispetto agli anni precedenti. Il sostegno di incentivi statali e finanziamenti europei, in particolare quelli del PNRR, rappresenta un fattore chiave per accelerare questa transizione, ma le imprese devono essere in grado di sfruttarli efficacemente.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Pierfrancesco Angeleri (Assosoftware): l&#039;80% delle aziende implementa l&#039;IA nei software gestionali" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/ZSC1oiLsE4Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Parallelamente, cresce la necessità di formare personale qualificato in IA, data science e sviluppo software. Tuttavia, il divario tra domanda e offerta di competenze rimane una sfida critica. Per colmare questa lacuna, molte aziende adottano strategie differenziate: il 36% sviluppa modelli proprietari, il 39% utilizza modelli pre-addestrati di aziende specializzate, mentre il 24% personalizza modelli open-source. L&#8217;obiettivo principale è migliorare l&#8217;efficienza operativa (86%), seguito dai benefici economici (54%).</p>



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<iframe loading="lazy" title="Severino Meregalli (Bocconi): l&#039;IA non è moda, il gap tra imprese ridotto con i software gestionali" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/w7szHUvkfTM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La monetizzazione delle soluzioni IA rappresenta un altro nodo cruciale. Il 52% delle aziende clienti è disposto a pagare per queste funzionalità, mentre il 38% preferisce che siano offerte senza costi aggiuntivi. Inoltre, la gestione dei dati e il rispetto delle normative sulla privacy, come il GDPR, restano questioni centrali per le imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;IA è destinata a diventare un elemento chiave della competitività aziendale. Nei software gestionali, favorisce l&#8217;automazione di processi complessi, l&#8217;ottimizzazione delle risorse e un&#8217;interazione più efficace con clienti e cittadini. Nella Pubblica Amministrazione, può ridurre la burocrazia e migliorare la trasparenza, mentre nelle imprese private consente decisioni più rapide e informate, con soluzioni <a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/policies/regulatory-framework-ai">AI</a> per la gestione delle risorse umane, la contabilità e il controllo di gestione sempre più diffuse.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Alberto Barachini (Sottosegretario Presidenza Consiglio Ministri): &quot;Il Ddl IA è all&#039;avanguardia&quot;" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/TR6pt0d-upM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Un vantaggio chiave dell&#8217;IA è la capacità di analizzare grandi quantità di dati in tempo reale, offrendo insight strategici per le aziende. Tuttavia, l&#8217;adozione su larga scala richiede incentivi adeguati e una semplificazione delle procedure burocratiche. Ad esempio, il Piano Transizione 5.0 ha avuto scarso successo: solo il 6,3% dei fondi è stato assegnato, frenato da iter complessi per l&#8217;accesso al credito d&#8217;imposta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per posizionarsi come hub europeo dell&#8217;AI, l&#8217;Italia deve promuovere un ecosistema favorevole all&#8217;innovazione, incentivando investimenti esteri e valorizzando talenti locali. La collaborazione tra aziende, università e istituzioni è essenziale per garantire un impatto duraturo sull&#8217;economia e favorire lo sviluppo di soluzioni AI avanzate, accessibili anche alle PMI. Solo attraverso un piano strategico e mirato, il paese potrà cogliere appieno le opportunità offerte dall&#8217;Intelligenza Artificiale nei software gestionali.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Alessandro Fermi (Regione Lombardia): stiamo rafforzando il legame con il settore universitario" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/7Ud1fNFZnpU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/innovazione/software-ia-imprese-ricerca-bocconi/">L’IA entra nel sistema produttivo italiano grazie ai software, le nuove evidenze della ricerca Bocconi per AssoSoftware</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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