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	<title>Articoli di Ettore Maria Colombo, autore presso The Watcher Post</title>
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	<link>https://www.thewatcherpost.it/author/ettore-maria-colombo/</link>
	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Nov 2023 17:22:28 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Prodi chiede alla Schlein un ‘radicalismo dolce’</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/politica/prodi-chiede-alla-schlein-un-radicalismo-dolce/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2023 09:19:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo schiaffo di Cesena. Prodi chiede alla Schleinun ‘radicalismo dolce’ e la fine del ‘settarismo’, dove Bonaccini lanciò la sua corrente.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Prof ‘come back’. Prodi torna sulla scena</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima notizia è che ‘il Prof’ per antonomasia ‘come back’, è tornato. Non era facile, per lui, a causa del dramma personale che ha subito, la morte improvvisa dell’amatissima moglie Flavia. La seconda notizia è che è andato, è stato accolto, con relative – continue, incessanti, imbarazzanti – standing ovation, non ‘a casa’ di Elly Schlein, la segretaria dem, ma a casa del suo antagonista, il looser (perdente) al congresso (ma tra il popolo delle primarie, non tra gli iscritti), il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che ha organizzato, in quel di Cesena (casa sua, in pratica), una due giorni per celebrare la nascita della sua corrente, “Energia popolare”. Al netto del fatto che ‘Bonaccia’ non la chiama ‘corrente’, ma “area politica e culturale”, sempre lì stiamo: in casa del tigrotto di Campogalliano e non della Pantera italo-svizzera-americana. Una scelta – quella di Prodi &#8211; che i più maliziosi vedono e vivono come una ‘scelta di campo’, per il primo contro ‘ChatGPT’ come i bonacciniani chiamano, con scarsa gentilezza e cavellia, la segretaria…. E dato che la povera Elly non è stata accolta proprio benissimo, dai bonacciniani, il giorno prima (anzi, c’è pure chi l’ha contestata aspramente), fa ancora più impressione notare il ‘tappeto di rose’ che invece è stato steso quando è arrivato il Prof.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bonaccini riunisce la sua nuova corrente, “Energia Popolare”, a Cesena. Prof guest star.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma cosa ha detto, a Cesena, Romano Prodi? Si parte dal discorso-relazione di Bonaccini, che dice: “Abbiamo bisogno che il nostro riformismo torni a essere popolare e di popolo ma anche che la nostra radicalità non diventi settarismo, elitarismo e massimalismo perché un grande partito sa riconoscere tutte le minoranze e difende strenuamente i loro diritti, ma lo fa parlando e convincendo e provando a rappresentare, però, la maggioranza dei cittadini. È la differenza che separa la testimonianza e il movimentismo dalla vocazione maggioritaria che io non intendo abbandonare e vorrei riscoprissimo”. E si parte pure dai molti interventi dell’area riformista che hanno evocato, e invocato, il ritorno allo “spirito dell’Ulivo” (mantra di ormai secolare memoria). Insomma, le premesse affinché Prodi possa ‘giocare in casa’ ci sono tutte. E Prodi cala sul tavolo, da par suo, una sorta di ossimoro politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’ossimoro del Prof: il “radicalismo dolce”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiede di perseguire un “radicalismo dolce”, riportando il Pd nelle piazze e in mezzo alla gente giorno per giorno, parlando il linguaggio della chiarezza sui temi della vita degli italiani: il lavoro, la salute, la scuola. Per Prodi bisogna puntare sul dialogo per allargare i consensi, unica via per competere con la destra. Il Prof, in realtà, parla da ex premier, e da statista, quale è, e passa in rassegna tutti i grandi temi (Europa, Africa, Cina, guerra, pace, sanità, scuola e ancora immigrazione, cittadinanza, diritti, etc.), ma poi entra in corpore vili di un Pd che, pur con un nuovo segretario, una nuova classe dirigente, un nuovo baricentro (tutto spostato ‘a sinistra’), perde un’elezione via l’altra e non si schioda più di tanto nei sondaggi. Il pullman, per dire, spiega, “oggi non basta, oggi nessuno si fermerebbe alle fermate. Ma ci sono tanti strumenti. Si possono prendere 10-15 parole di cui parliamo, pace, sanità, immigrazione, si chiede a 15-20 saggi, di rispondere e poi il Pd va a dire cosa si è deciso&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Deve essere – spiega il Prof &#8211; un programma che affronti la storia in cui ci troviamo in una sinergia tra riformismo e radicalismo. Il riformismo è indispensabile, data la situazione, ma accompagnato da una certa necessità di radicalismo che definirei &#8220;radicalismo dolce&#8221;. “Il Pd – è il suo grido d’orgoglio &#8211; ha ancora la possibilità di essere il perno della trasformazione. Ma L’obiettivo può essere raggiunto solo con uno spirito unitario che troppe volte è mancato. Non è facile riscoprire questo spirito, ma è la condizione per cui il Pd può ritornare alla guida dell’Italia&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il cruccio del Prof quello è e quello resta. Il Pd come ‘partito-Paese’, quello che un vecchio saggio del Pd, Alfredo Reichlin (prima ancora di Mattero Renzi) declinava come ‘partito-nazione’: “Noi abbiamo smesso di pensare all&#8217;idea del Paese che vogliamo costruire, non ci pensiamo più&#8221;. Un discorso rivolto al futuro del partito, non al suo passato. Una vera lezione di politica, quella impartita dal Professore ai suoi (ex) compagni, che non nasconde amarezza e disappunto per gli errori commessi negli ultimi tempi. Per un Pd che ha smesso di dialogare con i suoi elettori e in cui &#8220;sono prevalse le esigenze delle alleanze temporanee anche per equilibri di potere&#8221;. Il Pd &#8220;deve tornare ad essere la casa degli italiani&#8221; dice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La lezione sembra ‘accademica’ ma non lo è…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Professore, naturalmente, ha fatto il professore: nessuna battuta critica diretta sul nuovo corso dei dem, nessuna personalizzazione, ma &#8211; con linguaggio volutamente accademico e distaccato &#8211; Romano Prodi ha voluto depositare un messaggio nitido: se il Pd resta chiuso in sé stesso, non va da nessuna parte. E lo ha fatto, appunto, nel giorno del varo della “non-corrente” di Bonaccini, che gli ha chiesto di tenere – e lui ha accettato &#8211; una “lezione” sul futuro della sinistra italiana. Tra l’altro, dopo tanti anni (dettaglio non trascurabile) il Prof ha accettato di parlare a una platea del Pd: ha raccontato la sua visione del mondo e alla fine, pur senza mai citare direttamente Elly Schlein, ma il vecchio capo dell’Ulivo ha lasciato capire che non gli piace la deriva ‘settaria’ che stanno prendendo i “nuovi” Dem. Gli ‘scheiniani’, cioè.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel mirino, il ‘settarismo’ di Schlein e dei suoi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“Certo, non ha usato un termine così <em>tranchant</em>, Prodi – come nota sull’Huffington Post un fine analista della politica e della sinistra, il notista della Stampa, Fabio Martini – nelle sue parole non c’è stato nulla di mirato sulla politica degli ultimi mesi del Pd e non è stata pronunciata nessuna frase ad effetto. E tantomeno è affiorato nulla di personale. Romano Prodi ha stima per Schlein, in questi anni ha coltivato con lei un rapporto personale positivo, ma ora non gli piace il modello del ‘nuovo’ Pd. E Prodi, pur non in contrapposizione a Schlein, indica con chiarezza un modello di partito lontano dall’attuale Pd”. Un partito che fa ‘saltare’ Gianni Cuperlo (di sinistra, ex Pci, ma radicale ‘dolce’ a sua volta) da presidente della Fondazione del Pd per metterci uno come Nicola Zingaretti che, detto con il dovuto rispetto, è diplomato in elettronica mentre Cuperlo ha scritto tonnellate di libri, saggi e non fa altro che riflettere, studiare, leggere, ‘zercar’.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il partito a pezzi: la nuova corrente riformista</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un partito che, sul salario minimo, sulla giustizia, sulla guerra&amp;pace, sui diritti civili (maternità surrogata, etc.) come su quelli sociali (migranti) insegue la sinistra ‘radical’ di Bonelli&amp;Fratoianni – oltre che, ovviamente, i 5Stelle – e fa scappare, letteralmente, dal partito i riformisti (dopo gli ex catto-dem di Fioroni-Merlo-D’Ubaldo è stata la volta dei riformisti Borghi-Marcucci-e altri: i primi al centro, i secondi finiti tutti in Iv di Renzi) e che si sta alienando non solo le simpatie del mondo riformista, ma anche quelle della sua base sociale. A tal punto che, sempre da Bonaccini, parlano, uno via l’altro e tutti contro la linea Elly, diversi parlamentari o ex (Morani, Valente, De Luca jr., etc.), i sindaci di Bologna (Merola), Pesaro (Ricci), Bergamo (Gori), Bari (Decaro, presidente Anci), ma soprattutto Simone Uggetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ex sindaco di Lodi, assolto dopo lungo e sofferto iter processuale, difende non solo il Jobs Act di Renzi ma persino Bettino Craxi, che definisce un ‘perseguitato’ da parte della giustizia, e investe la segretaria come una furia: “Attendo ancora una tua telefonata!” (dopo l’assoluzione e la restituzione dell’onore, ndr.). Insomma, l’area Bonaccini – o meglio la ‘nuova’ area, frutto della fusione della storica “Base riformista” guidata da Lorenzo Guerini, amico fraterno di Uggetti, dei bonacciniani doc, dei sindaci riformisti dem e di altri pezzi (Delrio), ma mancante di Giovani turchi (Orfini) e neo-ulivisti, che resteranno, invece, a far gioco soltanto per sé – intende dare battaglia. E farlo contro la Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’analisi spietata di Prodi sugli ‘errori’ del Pd</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando all&#8217;analisi del Prof è lucida e, insieme, spietata: &#8220;In 15 anni il Pd ha perso metà dei suoi elettori, circa 6 milioni, e questo deve obbligarci a ripensare a un rapporto col Paese e a una casa che possa ospitare gli italiani. Penso che il Pd sia l&#8217;unico partito in grado di indicare i progetti e i percorsi necessari&#8221;, aggiunge. Ma &#8220;bisogna ripensare agli errori fatti&#8221;, sottolinea, e &#8220;tornare a parlare con tutti&#8221;. E di errori, secondo Prodi, il Pd ne ha commessi parecchi: &#8220;Come quando, spinto dalle circostanze, il Pd ha inseguito gli obiettivi di breve periodo: le legge elettorale, la riforma della Rai, il finanziamento pubblico ai partiti, alcune riforme istituzionali (alcuni sono di epoca Renzi, altri no, ndr.). Li ritengo cedimenti alla situazione. Bisogna che il Pd ricominci a parlare con gli italiani affrontando l&#8217;origine e la causa del declino e indicando la strada per la rinascita. Non possiamo continuare a essere un partito rassegnato in un Paese rassegnato&#8221;. &#8220;Abbiamo smesso di riflettere sull&#8217;idea di Paese che vogliamo costruire, non ci pensiamo più. Sono prevalse le esigenze delle alleanze temporanee, anche per equilibri di potere. Non sono contrario alle alleanze, vanno costruite. Io ho cercato di costruire delle coalizioni, ma devono fondarsi su una idea condivisa dell&#8217;Italia e del suo futuro&#8221;. E qui la stoccata è, invece, a chi cerca un dialogo ossessivo con i 5Stelle o con Avs o con Azione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, ancora, dice: &#8220;Abbiamo deprecato tante volte la crescita del populismo e l&#8217;instabilità a cui il populismo ha dato il contributo. Il populismo è il rifugio del popolo che non trova casa. E il popolo la casa non l&#8217;ha trovata nemmeno nel Pd. Il Pd ha perso metà dei suoi elettori, 6 milioni di voti. Questo deve obbligarci a riflettere su come costruire la casa che possa ospitare gli italiani&#8221;. Poi, alla fine, un incoraggiamento: &#8220;Il Pd non è esente da colpe, ma è l&#8217;unico partito in grado di indicare i progetti e i percorsi necessari perché la democrazia torni a essere democrazia operante&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo spirito Camaldoli e il discorso della stanga</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Professore, non a caso, ha citato più volte lo spirito di Camaldoli, uno dei luoghi nei quali prese corpo la Dc, anche se nel suo intervento di un’ora non ha mai ceduto a ‘nostalgia canaglia’. E, però, la sua accorata invocazione a parlare al Pd perché torni a parlare a tutti gli italiani si alimenta proprio dall’esempio dei due partiti che nella storia italiana hanno saputo interpretare meglio la cultura di governo: il Pci, governando nelle stante periferie e la Dc governando a Roma. Prodi non lo ha detto, ma lo ha fatto capire: è proprio la cultura di governo la grande assente di un Pd chiuso, troppo chiuso, quello della Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se, alla fine, Prodi chiede a tutti di ‘mettersi alla stanga’ – così disse Alcide de Gasperi ai maggiorenti della Dc in un famoso discorso del 1953, il cui obiettivo erano, peraltro, i ‘professorini’ della sinistra dc (Fanfani, Dossetti, Moro) e remare nella stessa direzione, ora tocca soprattutto all’attuale segretaria dem rispondere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Standing ovation e platea riformista in visibilio</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il discorso di Prodi riceve, come si diceva, una standing ovation dalla platea e il plauso del padrone di casa: &#8220;Voglio ringraziare Romano per il contributo che in modo disinteressato ha voluto portarci dopo tanti anni. Voglio dare un abbraccio anche a Flavia perché pur di lato non ha mai fatto mancare il suo contributo&#8221;, dice con il magone. E poi: &#8220;Grazie Romano perché ci hai insegnato a vincere e per vincere bisogna allargare lo sguardo ombelicale che per troppo tempo ha avuto il Pd&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bonacc guiderà davvero la riscossa riformista?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al netto della mozione degli affetti, dell’ovvio entusiasmo e di una buona dose di retorica, la verità è che Bonaccini parla nel solco di Prodi, oltre che nel solco di analoghi interventi di Piero Fassino, Brando Benifei, Graziano Delrio, Giorgio Gori perché condivide la filosofia prodiana (potrebbe, del resto, essere altrimenti?).</p>



<p class="wp-block-paragraph">In più, aggiunge una riflessione sul futuro del Pd: “Io ho sofferto da quando il Pd è nato, e nel mio piccolissimo l’ho fondato, delle troppe volte in cui, eletto un segretario, si lavorava una settimana dopo per indebolirlo. Però, è anche vero che è un partito democratico, se vuole sei grande, deve essere plurale. Le idee di tanti, in questo caso riformiste, non credo non possono avere cittadinanza nel Pd”. “Energia popolare” tornerà con un nuovo appuntamento a settembre. Stavolta sembra proprio che Bonaccini, invece di fare – come pure è abituato – il prudente, il ‘moderato’ e ‘l’emiliano’ (nel senso storico del Pci emiliano, dove erano riformisti, sì, ma pure un po’ troppo timorosi e poco combattivi), voglia dar battaglia, nei confronti dell’attuale segreteria della Schlein, e – dopo mesi di letargo e ‘vita’ tutta emiliana (anche causa la brutta alluvione che è arrivata) in cui sembrava essersi ritirato pure a ‘vita privata’ – prendere in mano le redini dell’opposizione interna e guidarla a scontri più a viso aperto. Ma, da questo punto di vista, per ora, siamo solo a un ‘arrivederci a settembre’ per capire se poi lo farà. Perché il coraggio, come diceva don Alessandro Manzoni, se uno non ce l’ha non se lo può dare…</p>
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		<title>Schlein, il Pd al suo interno, Conte e il Terzo Polo litigano e non si sentono ‘molto bene’…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jul 2023 08:36:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[campo largo]]></category>
		<category><![CDATA[campo stretto]]></category>
		<category><![CDATA[centrosinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel "cielo" disastrato del centrosinistra. Partendo dalla Schlein, passando per il "campo largo" (Pd-M5s-Avs), fino al "campo stretto" (Pd-Terzo Polo).</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Grande è il disordine sotto il cielo, ma la situazione non è affatto eccellente, nel ‘cielo’ disastrato del centrosinistra, versione ‘campo largo’ (Pd-M5s-Avs e/o Terzo polo, dipende), versione ‘campo stretto’ (Pd-Terzo Polo e affini), versione ‘campo disastrato’ o ‘terremotato’ (quello della serie ‘ognun per sé e Dio per tutti’).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Pd va ‘in trasferta’ a Napoli per tuonare contro la legge Calderoli, ma i guai covano…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo, ovviamente, dalla ‘casa madre’, il Pd… A volte, ci si mette anche ‘la sfiga’, quella che a Napoli, però, si chiama ‘scuorn’ o ‘malocchio’. <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/pd-a-napoli-contro-lautonomia-schlein-litalia-e-una-e-indivisibile/">Elly Schlein</a> inaugura una operazione simpatia nel capoluogo campano: giro (l’armocromista, stavolta, dice: white&amp;skyblue, dress code local) per i Quartieri spagnoli, omaggio (obbligato) al murales di Diego Armando Maradona, idolo local e global (Elly non ama il football, ma tant’è; soprattutto, Maradona mantenne sempre una vita privata molto discussa e molto discutibile, ma Elly potrebbe sempre scoprirsi a favore della legalizzazione delle droghe ‘pesanti’, oltre che, come già è, di quelle ‘leggere’..) e bagno di folla.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bagno di folla e omaggio a Maradona per Elly</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I napoletani, si sa, sono ‘gente di mondo’ e anche i turisti, va detto, l’hanno accolta bene, ad Elly: auguri, saluti, sorrisi e incoraggiamenti a iosa. Il guaio è che la due giorni napoletana dei dem (tema, teorico, “una e indivisibile”, sottinteso la Repubblica, obiettivo polemico l’autonomia differenziata di Calderoli, e meglio non ricordare il ddl Bassanini che, nel 2001, aprì l’autonomia regionale di fatto e che era targato centrosinistra), si è scontrato con la cruda battaglia politica. Sia interna che esterna al magico mondo ‘democrat’. Quella interna si compone di due sotto-fronti. Il primo si chiama ‘fuga’ precipitosa di dirigenti Pd.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I guai interni dem: i riformisti già andati via…</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima i vari Borghi (sta per diventare capogruppo al Senato), Marcucci, etc, verso Iv, ora D’Amato (ex assessore alla Sanità del Lazio, ex uomo forte di Zingaretti, sfortunato candidato a governatore) che annuncia l’approdo ad Azione di Calenda, come meglio vedremo più avanti, nell’articolo. Il quale Calenda, in attesa della formalizzazione dell’ingresso di D’Amato nel suo partito (oggi), infierisce <em>in corpore vili</em>: “ricostruiamo quell’area riformista che il Pd non rappresenta più”. Al netto delle ‘baruffe chiozzotte’ tra Calenda e Renzi, che rischia, a sua volta, di perdere Rosato, Bonetti etc (persino sulla Boschi sono girate illazioni, ma hanno tutti smentito, e pure sdegnosamente), il Terzo Polo cresce, il Pd riformista è anemico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dissanguata assai pure la sua (ormai ex) anima margheritina: “Tempi nuovi” si chiama la neo-aggregazione dei ‘Popolari uniti’ di Fioroni, D’Ubaldo, Merlo, usciti, nei mesi scorsi, dal Pd e che stanno lavorando alla costituente ‘popolare’, ma anche di schietta impronta neo-centrista e che, prima o poi, si ritroveranno dalle parti dei terzisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>… e la sorda guerra di De Luca alla segretaria</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non basta. Il Pd è in – estrema – difficoltà soprattutto al Sud. Ieri, il governatore campano, Vincenzo De Luca, ha bellamente ignorato, snobbato e, ovviamente, men che meno partecipato alla due giorni dem di Napoli. E così, dopo aver svillaneggiato, in più occasioni, la segretaria dem con quei ‘liscia e busso’ (odiosi e anti-gentlemen) che solo lui riesce a produrre: “Il Pd romano è un partito di miracolati che non hanno neppure il voto delle loro madri” (falso, almeno in parte) e “in Campania il 70% del Pd ha detto no alla Schlein” (vero, perché comanda lui).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La colpa di Elly ai suoi occhi? Voler ‘rinnovare’ e ‘ripulire’ il partito campano (impresa in cui non sono riusciti segretari ben più corazzati di lei) e aver degradato il figlio Piero da vice-capogruppo alla Camera solo perché si chiama ‘De Luca’&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella logica e nella terra del ‘familismo amorale’, una colpa gravissima. Il guaio connesso è che, in prospettiva, De Luca di certo darà vita, tra le Europee del 2023 e le prossime Regionali, nel 2025, quando si ricandiderà al terzo mandato (sarebbe vietato, ma ha già trovato un cavillo: “il tetto è demenziale, mi ricandiderò in eterno”), a una lista autonoma, portandosi dietro consiglieri comunali, regionali e quadri del partito a lui fedeli. Rischia di far perdere al Pd la sola regione del Sud che governa, insieme con la Puglia. Dove, in Puglia, Emiliano non si ricandiderà perché vuole candidarsi al Parlamento Ue, sempre che la Schlein glielo lasci fare, passando il timone al sindaco di Bari, De Caro, ma rischiando, anche qui, di perdere la regione -, governata dai dem.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Pd, tra Europee e Regionali, rischia il tonfo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al netto di Toscana ed Emilia (ultime ridotte del fortino rosso, dove si voterà sempre nel 2025 e che, soprattutto la Toscana, ormai governata, tranne Firenze, dal centrodestra, a loro volta non sono più terre di dominio dem), il rischio, pur se in lontana, per ora, prospettiva, sarebbe quello di una deblacle dalle proporzioni epocali. Debacle che, se unita e susseguente a uno striminzito 20-22%, vero miraggio – almeno stando ai dati dei sondaggi di oggi &#8211; per le Europee, farebbe saltare in aria la segretaria, portando a nuovo congresso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Morale, la ‘presa’ – per ora ferrea – della Schlein sul partito (alle Europee vuole fortissimamente candidare cinque donne capolista, andrà così, ma dipende chi saranno: i nomi che ad oggi girano – Boldrini, Bonafoni, Annunziata, etc. – non sono certo quelli che garantiscono messe di preferenze) potrebbe diventare meno salda e l’opposizione interna, per ora ridotta a mugugnare in silenzio, potrebbe rialzare la testa e chiederle conto dei risultati che potrebbero (non) arrivare per nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non che l’opposizione riformista brilli di suo…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Opposizione che, pure questo va detto, non sta dando grande prova di sé né di tonica vitalità. Un po’ perché i ‘riformisti’ dem (Base riformista, un po’ in via di smantellamento e scioglimento, anche perché Luca Lotti si è ritirato a vita privata e Lorenzo Guerini, capofila dell’area, si dedica a tempo pieno alla sua nuova attività istituzionale, quella di presidente assai ‘bipartisan’ del Copasir) hanno poche frecce al loro arco, per differenziarsi (senza rompere del tutto) con un partito sempre più ’piegato’ a sinistra-sinistra e un po’ perché hanno accettato, sbagliando, di cogestire il partito mettendo dei loro uomini nella segreteria Schlein (David Baruffi, di Bonaccini, agli Enti locali, e Alessandro Alfieri, gueriniano doc, alle Riforme).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che, mentre la Schlein fa il bello e il cattivo tempo sulle ‘cose che contano’ (alleanze e candidati alle amministrative e alle regionali, tutte perse, peraltro; alleanze parlamentari con l’M5s, battaglie su salario minimo, autonomia, giustizia, cambio di paradigma sui diritti, la guerra, etc.), i riformisti tacciono o si limitano a borbottii, sospiri e mugugni. Al massimo, producono battute come quella di Guerini che, a una riunione dem, disse ai suoi: “Sembra di stare dentro un’assemblea studentesca degli anni Settanta”…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bonaccini è assente e si dedica alla sua Emilia</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggettivamente, un po’ poco, anche se va detto, anche qui, che si trovano con le mani legate a causa della scelta primigenia, cioè compiuta a ridosso della sconfitta alle primarie, dal ‘loro’ candidato, Bonaccini. Il quale, già all’epoca, accettò di diventare presidente del partito (cioè, in realtà, dell’Assemblea nazionale, carica del tutto onorifica e inutile, un orpello), di assicurare piena ‘lealtà’ alla segretaria, di occuparsi della sua Emilia-Romagna e, in buona sostanza, di evitare accuratamente di ‘disturbar il manovratore/trice’.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi ahi voglia, anche in questi giorni, a dire – sempre Bonaccini &#8211; che “De Luca è un ottimo governatore, abbiamo bisogno di lui”. O, invece, da parte sua, il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, che governa la città sull’asse di coabitation Pd-M5s, ma ha bisogno di De Luca come il pane, grazie ai suoi consiglieri in giunta, predicare inascoltato “unità” a Elly e ‘Vincenzo’.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da Napoli, comunque, sono arrivati, come era prevedibile (e scontato) tanti attacchi a Meloni e al governo su autonomia, giustizia, lavoro, pure sul conflitto d’interessi, etc., tutti ‘nella norma’. I guai, il Pd, ce li ha tutti in casa, specie al Sud.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un ‘classico’, gli attacchi al governo di Schlein</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Elly Schlein, in ogni caso, non usa giri di parole ed entra a gamba tesa sui casi che da giorni agitano l&#8217;esecutivo. &#8220;Il conflitto di interessi continua a essere un problema e lo dimostrano le tante vicende che riguardano anche ministri di questo governo&#8221;, attacca dai Quartieri Spagnoli di Napoli. Qui, con l&#8217;iniziativa contro l&#8217;Autonomia differenziata, la segretaria vuole rilanciare un Pd che parli &#8220;con una voce sola da Nord a Sud&#8221;. Un&#8217;operazione ‘compattezza’, dunque, su cui pesano, però, gli attriti proprio tra i dem campani e il vertice del partito. L&#8217;inquilina del Nazareno, tra i vicoli della città partenopea, decide di glissare sull&#8217;assenza all&#8217;evento del presidente della Regione Vincenzo De Luca, che a sua volta tace. Provano a mediare, invece, il presidente Stefano Bonaccini e il sindaco di Bari Antonio Decaro. E mentre lo stato maggiore del Pd è nel cortile assolato della Fondazione Foqus a ragionare di Sud, dalla Capitale arriva una nuova tegola: il consigliere regionale del Pd Roberto D&#8217;Amato, già assessore alla Sanità e candidato Dem a La Pisana, sarebbe pronto a passare nelle fila di Azione, dopo i molti contrasti con Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la segretaria non intende soffermarsi sulle vicende interne. Preferisce lanciarsi in un attacco a tutto campo contro il governo, alle prese con i casi Santanché, La Russa e Delmastro. E incalza sulle polemiche interne alla maggioranza in materia di giustizia: &#8220;c&#8217;è chi vuole indebolire strumenti di contrasto alle mafie per cui hanno perso la vita tanti servitori dello Stato&#8221;. Cita Paolo Borsellino e avverte l&#8217;esecutivo in vista delle prossime commemorazioni: &#8220;risparmiateci il 19 luglio le vostre parole vuote se seguono fatti che vanno in direzione contraria&#8221;. Per Schlein, insomma, &#8220;mettere in discussione il concorso esterno è irresponsabile&#8221;. Quando è il momento di affrontare il ddl Calderoli, non mostra alcun dubbio. &#8220;Il governo &#8211; dice &#8211; ha suggellato un patto di potere con un orrido baratto: il presidenzialismo per l&#8217;Autonomia differenziata&#8221;. &#8220;Non pensassero di poterci portare al confronto su temi costituzionali &#8211; aggiunge &#8211; mentre avanzano a spallate sull&#8217;autonomia differenziata&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Pd, per Schlein, deve essere &#8220;l&#8217;intoppo&#8221; nell&#8217;iter della riforma. E carica i suoi: &#8220;da qui ci siamo messi di traverso&#8221;. Alla premier Giorgia Meloni consiglia di &#8220;governare per il Paese e per il Sud e non contro&#8221;. Poi chiama in causa i &#8220;presidenti di Regione che non stanno dicendo nulla sull&#8217;autonomia differenziata per fedeltà politica, una vergogna&#8221;. Il riferimento è ai presidenti di centrodestra. Le risponde Attilio Fontana: &#8220;Schlein è poco informata o è in malafede&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il silenzio di De Luca e l’addio di D’Amato…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, però, a pesare davvero è un altro silenzio. Quello, appunto, di Vincenzo De Luca. Dopo gli attacchi frontali degli ultimi giorni, il presidente della Campania, nel giorno del discorso di Schlein a Napoli, sceglie di non intervenire. Nessuno dei &#8216;deluchiani&#8217; si presenta, circostanza che la segretaria dem decide di non rimarcare. Ma entrano in campo i pontieri. &#8220;De Luca rappresenta una risorsa per la Campania, dobbiamo lavorare per l&#8217;unità&#8221;, dice il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Gli fa eco Decaro, che lamenta di non aver visto tutto il partito all&#8217;iniziativa: &#8220;l&#8217;assenza c&#8217;è, pesa e deve essere superata&#8221;. Anche il presidente dei dem Bonaccini prova a ricucire: &#8220;abbiamo bisogno di tutti, anche di De Luca&#8221;. &#8220;L&#8217;unità è un valore quando si accompagna alla coerenza delle battaglie che noi insieme facciamo&#8221;, si limita a dire Schlein. Ma la spaccatura, nata dal dissenso dalla base campana sul commissariamento, vista da vicino, non sembra facile da ricomporre. Intanto, al Nazareno arriva un colpo di assestamento dal Pd laziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;Amato, che aveva già lasciato l&#8217;Assemblea nazionale del partito dopo la partecipazione di Schlein alla manifestazione del M5s e soprattutto dopo le parole di Beppe Grillo che, da quel palco, aveva parlato di &#8216;brigate di cittadinanza&#8217; con l&#8217;invito a indossare il &#8216;passamontagna&#8217; (sic), sembra ormai pronto a entrare nella formazione di Carlo&nbsp;Calenda. Ipotesi che, per Osvaldo Napoli, segnerebbe &#8220;la nascita di un nuovo riformismo che il Pd di Schlein non potrà mai interpretare&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Intanto, anche il Terzo Polo litiga e si divide…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La conferma dovrebbe arrivare, appunto, lunedì in una conferenza stampa che il leader di Azione ha convocato in Senato. Calenda vuole mantenere l’attesa e accendere la curiosità, ma siamo già, ormai, al ‘segreto di Pulcinella’. D’Amato ci sarà. E, nella competizione ormai scattata con <strong>Matteo Renzi</strong>, dentro il ‘fu’ Terzo Polo (i gruppi nelle Camere sono rimasti uniti per mere ragioni contabili e di convenienza, i due ‘partitini’, invece marciano totalmente divisi e disuniti), il reclutamento di D’Amato viene considerato un buon colpo politico. “Il mio obiettivo è sempre lo stesso: ricostruire quell’area riformista che il Pd non rappresenta più”: è sola la dichiarazione che, a ieri, il leader di Azione era disposto a fare. “Non mi interessa una campagna acquisti – spiega – per riportare nel gruppo Iv-Azione a Palazzo Madama il vecchio equilibrio (oggi sono i renziani a prevalere nei numeri), ma semplicemente proseguire nel progetto politico. &#8220;La probabile adesione di Alessio D’Amato ad Azione è qualcosa di più e di diverso di un passo verso la ricomposizione dell’area riformista – interviene di rincalzo <strong>Osvaldo Napoli</strong>, della segreteria nazionale di Azione ed ex di FI – e segna la nascita di un nuovo riformismo di impronta liberale, europeista e popolare che il Pd di Elly Schlein non potrà mai interpretare”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, D’Amato è solo l’ultimo in ordine di tempo ad avere abbandonato le file dem. Calenda parla genericamente di altri che si aggregheranno, ma tra i centristi c’è molto movimento, per ora più annunciato che realizzato. Mercoledì, intanto, a Palazzo Madama ci dovrebbe essere il passaggio di testimone, come capogruppo di Azione-Iv, da <strong>Raffaelle Paita</strong> (ora diventata coordinatrice nazionale di Italia Viva al posto di Ettore Rosato, storico uomo d’ordine di Renzi) a <strong>Enrico Borgh</strong>i. E proprio Borghi è l’ex dem ‘big’ di Base riformista, la corrente adesso sciolta di <strong>Lorenzo Guerini</strong>, che è passato con Renzi, con grande seguito di polemiche (degli altri partiti) perché Borghi è anche componente del Copasir.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per D’Amato la sorpresa, invece, è tutta politica. Ex assessore alla Sanità, è stato l’uomo di punta della giunta Zingaretti, noto per l’efficienza e l’efficacia del modello sanitario del Lazio durante il Covid, ma soprattutto viene da una storia personale di super-sinistra (era nel Prc e Pdci). Intanto, le voci degli ultimi giorni danno, insistentemente, in uscita da Iv di Renzi sia E<strong>ttore Rosato stesso </strong>che l’ex ministra <strong>Elena Bonetti</strong>, cattolicissima e sempre più vicina al Pd, oltre al ‘disagio’ di <strong>Teresa</strong> <strong>Bellanova</strong> e <strong>Luigi Marattin. Senza dire che persino Maria Elena Boschi ha dovuto smentire, seccamente, il suo ‘abbandono’</strong>, è arrivata puntale la smentita di tutti e tre. Per ora.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Elly riunisce il partito in quel di Busecchio e Bonaccini lo farà a Cesena per giocar ‘in casa’</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto, ieri, domenica, sia la Schlein che Bonaccini sono tornati in terre assai loro più consone e conosciute, oltre che ‘amiche’, cioè l’Emilia (la segretaria era a Forlì, dove ha riunito, nell’ameno circolo di Busecchio, sindaci, segretari provinciali, amministratori, consiglieri regionali e parlamentari dem. E’ già la terza volta, dalla sua elezione, che la Schlein riunisce il vertice esecutivo del Pd lontano dal Nazareno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima riunione ‘in trasferta’ è stata quella di insediamento della nuova segreteria a Riano, dove fu ritrovato il cadavere di Giacomo Matteotti ucciso dalle squadracce fasciste. A segnalare la vocazione socialista e antifascista dei dem targati Schlein. La seconda riunione in trasferta si è tenuta a Ventotene, isola del confino di Altiero Spinelli e patria del suo &#8220;Manifesto&#8221; per l&#8217;Europa unita, a segnare la vocazione europeista e liberal-progressista (mah!) dei dem.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri è stata, quindi, la volta della Romagna alluvionata, territorio cuore dell&#8217;elettorato dem, ferito dal flagello maltempo. Regione natale di Romano Prodi, residenza della stessa Schlein e governata dal presidente dem Stefano Bonaccini. Il quale Bonaccini, leader della minoranza interna al partito dopo la sconfitta subita da Schlein alle primarie &#8211; da lui vinte nei circoli di partito, tra gli iscritti, ma poi perdute ai gazebo, questa stessa settimana (venerdì e sabato prossimo, a Cesena) organizza una due giorni di riflessione su stato di salute e azione politica del Pd. Qualcuno ha parlato di un primo passo verso la costituzione di un correntone di minoranza dem. Sabato a Cesena, prima delle conclusioni di Bonaccini, a parlare saranno la stessa Schlein – giusto a confermare che Bonaccini non vuole metterle, in alcun modo, i bastoni tra le ruote &#8211; e Romano Prodi, padre nobile dei dem e del centrosinistra e da sempre uomo cerniera tra Schlein e Bonaccini.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il tema alleanze e il refolo del Colle sul Pd…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è che, nonostante l&#8217;adesione degli ‘esterni’ Elena Bonetti (Iv) e Roberto Fico (M5s) all&#8217;iniziativa dem di Napoli, le &#8220;alleanze&#8221; &#8211; auspicate, soprattutto, però, da Bonaccini e dai suoi &#8211; appaiono ancora di là da venire, per il Pd. E senza ‘alleati’, al netto dei burrascosi rapporti con i 5stelle di Conte, con i quali la competizione è sempre più serrata e asfissiante, soprattutto ora che si avvicinano le elezioni europee del 2023, un ‘grande’ partito non va davvero da nessuna parte. Come insegna, d’altra parte, la storia e pure i successi, passati e recenti, del centrodestra. Non a caso, giunge così un refolo di voce pure dal Colle, dove, ovviamente, si guarda, come riferimento, più allo ‘stato’ in cui versa il Pd che gli altri, “siamo molto preoccupati per lo stato comatoso e di divisione in cui versano le attuali opposizioni perché, senza delle opposizioni unite e serie, il governo governa, certo, ma si fa ‘opposizione’ solo, casomai, al suo interno e l’intero ‘sistema’ e i suoi meccanismi ne subiscono un grave danno”. Al Colle più alto lo han capito, al Pd pare di no…</p>
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		<title>L’ossessione (perdente) della sinistra per il ‘Cavaliere nero’ </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jun 2023 18:17:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una lunga storia di odio. “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. L’ossessione (perdente) della sinistra per il ‘Cavaliere nero’.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/lossessione-perdente-della-sinistra-per-il-cavaliere-nero/">L’ossessione (perdente) della sinistra per il ‘Cavaliere nero’ </a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>La frase (icastica) di Giorgio Gaber sul Cav.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. La frase, erroneamente attribuita al grande Giorgio Gaber (il quale, in realtà, in una intervista la citava attribuendola a un suo amico cantautore, Gian Piero Alloisio, che la disse cioè per primo), è diventata iconica e icastica, nel lungo e travagliato rapporto che intercorre tra la figura di <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/silvio-berlusconi-lho-visto-sorridere-sempre/">Silvio Berlusconi</a> e la sinistra italiana. Solo che va rovesciata in questo senso: la sinistra temeva, e lo ha fatto per cinquant’anni, sia Berlusconi ‘in sé’ che Berlusconi ‘in me’, cioè dentro se stessa. Cerchiamo di capire come e perché di un rapporto che oggi appare ‘risolto’ (le dichiarazioni di lutto e cordoglio da parte di attuali e antichi avversari del Cavaliere, in queste ore, si sprecano ma trasudano, oltre a sincera commozione, ipocrisia), ma che non lo è mai stato. Partiamo da lontano. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il costruttore edile diventa il tycoon mediatico&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ‘costruttore’ Berlusconi viene sostanzialmente ignorato, se non irriso, dalla sinistra politica. Solo Giorgio Bocca, a metà degli anni Settanta, si accorge e intervista pure quello che reputa un ‘palazzinaro’ che vuole fare carriera, scalpita e punta a costruire, come farà negli anni Ottanta, un piccolo impero mediatico fatto di tv e giornali. Quello che poi diventerà, per Bocca, che pure lavorò in vari programmi della e per la Fininvest, “il piccolo Cesare”, era poco di più di questo, per la sinistra. Un ‘palazzinaro’ dalle oscure amicizie e frequentazioni, ma senza capirne l’importanza perché, per la sinistra, esistevano ‘solo’ i giornali e, pur Berlusconi possedendo quote del Giornale di Indro Montanelli, la sua rete di tv commerciali era ritenuta innocua. Mai errore fu più grande. Le tv di Berlusconi plasmarono, piano piano, l’immaginario televisivo, contaminando la Rai, fino agli anni Ottanta immune dalle ‘negatività’ delle tv private (giochi a premi, quiz, programmi per casalinghe, programmi di evasione, ‘leggeri’). Poi, la svolta. Berlusconi diventa amico personale di Bettino Craxi, leader del Psi, che la sinistra (comunista come pure di derivazione azionista, quindi repubblicana, indipendente, radicale, etc.) vedeva come il primo ‘Uomo Nero’ della storia italiana dai tempi di Benito Mussolini (sic).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La colpa primigenia: l’amicizia con Craxi&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il binomio, prima solo personale e amicale, poi politico, permette a Craxi di imporsi, sulla scena, come colui che vuole ‘svecchiare’ la Sinistra. Berlusconi, con le sue tv, lo aiuta a farlo. Per la sinistra diventa, presto, un nemico da abbattere, oltre che un sodale dell’arcinemico Craxi che da un lato vuole scardinare l’egemonia culturale del Pci e, dall’altro, vuole sostituire il predominio dc (placido e indolore), dentro i governi pentapartito, al governo, con un piglio decisionista inusuale, per i tempi, che per la sinistra è già ‘dittatoriale’. Il decreto (anzi, i decreti, detti non a caso ‘decreti Berlusconi’) sulle tv del governo Craxi, che permettevano alle reti Fininvest di trasmettere sul piano nazionale e in contemporanea (poi dichiarati incostituzionali dalla Consulta) vennero sanati, paradossalmente, non da un governo Craxi ma dal decreto Mammì del VI governo Andreotti. Fu la svolta, per le tv di Berlusconi, ma anche per la sinistra: alla ostilità preconcetta del Pci e affini si saldò la reazione furiosa della sinistra della Dc che vide cinque ministri (tra cui Mattarella…) dimettersi dal governo in segno di protesta. Prontamente sostituiti, quell’episodio del 1990 possiamo dire che segnò, ante litteram, la nascita dell’Ulivo e poi del Pd. Due culture diverse e, teoricamente, lontane, il comunismo di matrice berlingueriana, quello della ‘diversità’ culturale (e politica) dal malaffare, delle stimmate dell’onestà come dei valori dell’antifascismo si saldò alla visione – altrettanto integerrima – della sinistra dc di derivazione cattolica dossettiana, secondo cui il racconto dell’Italia non poteva che essere, e restare, virtuoso e, insieme, arcaico. Una visione da civiltà contadina e operaia che vedeva solo in quelle due grandi culture (la cattolica e la comunista) le forze ‘responsabili’ e ‘positive’ del Paese, escludendone, dunque, per presunta indegnità morale, tutte le altre, compresa la socialista, e soprattutto vivendo ogni riconoscimento sociale ed economico (la ricchezza, il benessere, l’industrializzazione, il protagonismo, figurarsi il cedimento sui principi) tipico di una cultura laica, calvinista, moderna e modernizzante come una colpa, se non un reato. Era, insomma, l’Italia ‘in bianco e nero’ degli anni Sessanta e Settanta che si contrapponeva all’Italia ‘a colori’ dell’Italia degli anni Ottanta.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il ciclone Mani Pulite e l’irruzione sulla scena</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, però, arrivò il grande &#8216;turning point’ della storia nazionale. Il biennio 1992-1993 dell’azione dei giudici di Mani Pulite e della stagione di Tangentopoli (preceduto, in realtà, dalla rivolta silenziosa dei cittadini, via referendum elettorali Segni, contro il Caf di Forlani-Andreotti-Craxi) travolse il sistema dei partiti della I Repubblica. Berlusconi, dopo un primo abboccamento, finito male, con lo stesso Segni, che voleva incoronare (Segni rifiutò e gettò ‘il biglietto della lotteria’), e dopo aver cavalcato, mediaticamente, l’azione dei giudici, con le sue tv, pur senza rinnegare l’amicizia personale con quello che era diventato il ‘cinghialone’ da abbattere, cioè lo stesso Craxi, capì che, dalla fine di un sistema, ne poteva nascere un altro per lui potenzialmente nocivo. La sinistra, la coalizione dei Progressisti già nei fatti (si andava dalla Rete di Orlando e dal Prc di Cossutta fino al Pds passando per Verdi e altri ‘democratici’), vinceva elezioni comunali e regionali uno dietro l’altro, causa il collasso delle forze del pentapartito, decimate dalle indagini. La prima grande svolta, il primo ‘posizionamento’ pubblico del patron di Fininvest, è la dichiarazione di voto a favore di Gianfranco Fini (“se votassi a Roma voterei per Fini”) che si presentava, al ballottaggio, contro il verde Francesco Rutelli, sostenuto da tutti i Progressisti, che pronunciò il 23 novembre 1993 inaugurando un supermarket a Casalecchio di Reno. Fini perse ma prese il 47% dei voti anche grazie Berlusconi. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nasce il pregiudizio contro il ‘Cavaliere Nero’</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la sinistra italiana nasce lì il concetto che il quotidiano&nbsp;<em>il manifesto</em>, coi suoi titoli fulminei e spesso azzeccati, definì, il giorno dopo quelle parole, “il Cavaliere nero”. Un epiteto che, di fatto, ritornerà più volte, direttamente o in modo surrettizio, nell’atteggiamento verso Berlusconi. “L’uomo che ha sdoganato i fascisti” (An di Fini non aveva ancora compiuto la svolta di Fiuggi) è rimasto un peccato mortale, per la sinistra italica. Berlusconi, però, restituì il colpo poco dopo. Dire che si potevano votare, alle elezioni, gli eredi del Msi (e dunque, per la sinistra, della Rsi di Salò!), era la prima pietra di quello che sarà la coalizione ‘rainbow’ messa in campo da Berlusconi alle politiche dell’anno seguente, quando si votò – il 27/28 marzo del 1994 – per elezioni decisive. La ‘genialata’ delle due diverse coalizioni (il Polo delle Libertà con la Lega al Nord e il Polo del Buongoverno con An al Sud) fu il coronamento dell’altro colpo di genio, la creazione di Forza Italia. Quello che, per la sinistra, era soltanto un ‘partito di plastica’, fatto da ‘venditori’ e ‘imbonitori’ e non da dirigenti e militanti, ebbe un successo incredibile e immediato che spiazzò e spazzò via le fragili illusioni di una sinistra che si pensava già sicuramente vincente su quello che riteneva né più né meno un parvenu della politica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Berlusconi inventa il bipolarismo, la sinistra perde le staffe: prova inutilmente ad arginarlo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema vero – al netto degli errori tattici, sintattici e persino cromatici (la giacca da travet d’ufficio e i baffi di Occhetto durante il fatale confronto tv con Berlusconi, ospitato da Mentana: un vecchio apparatinik del bolscevismo contro l0imprenditore in blazer blu ‘col sole in tasca’) – è che la sinistra non seppe capire, né prevedere, che iniziava una lunga stagione non ancora finita, quella del bipolarismo politico tra due assi o poli che, negli altri Paesi, erano di fatto già solide realtà: il centrodestra contro il centrosinistra, versione edulcorate di due sottostanti verità, la ‘destra’ contro la ‘sinistra’. Con la differenza che mentre la sinistra veniva schiacciata sui suoi fantasmi e sulle storie del suo passato ‘comunista’ la ‘destra’ impersonificata da Berlusconi era liberale, liberista, laica, garantista, cioè moderna, contro una sinistra statalista, giustizialista, stantia. Vera o falsa che fosse la dicotomia, Berlusconi seppe imporre la forza dell’alternanza a italiani che solo nel secondo dopoguerra avevano davvero scelto tra due modelli: Dc e cristianesimo contro Pci e ateismo, capitalismo o comunismo. Tatticamente, inoltre, la sinistra credette in una capacità elettoral-politica manovriera del centro (la mini coalizione PPI-Patto Segni) che avrebbe dovuto allearsi a essa ‘dopo’, in Parlamento, ma che venne schiacciata dalla bipolarizzazione e che, presto, si sarebbe sciolta come neve al sole. Cosa restava alla sinistra sconfitta dentro le urne? La retorica antifascista e militante che portò alla grande manifestazione del 25 aprile 1994 a Milano che, di nuovo indetta contro il ‘pericolo’ fascista e contro il ‘Cavaliere nero’ portò, è vero, un milione di persone in piazza e sotto la pioggia, ma sulla falsariga delle ‘piazze piene, urne vuote’ di Nenni: Berlusconi rimase in sella tutto l’anno e cadde solo perché Bossi ruppe l’alleanza con lui.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sola vera capacità di reazione sta nell’Ulivo&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima, vera, risposta della sinistra a un ‘azzurro’ berlusconiano imperante (ancora alle elezioni europee del 1994 FI raggiungeva il suo massimo storico, superando il 30% dei voti) fu, sul piano della tattica di palazzo, il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Dini" target="_blank" rel="noreferrer noopener">governo Dini </a>(il famoso ‘ribaltone’) e, poi, la nascita dell’Ulivo quando, finalmente, la sinistra capì la lezione e contrappose una coalizione di vero centrosinistra (e, in nuce, un partito nuovo che non nacque mai) al centrosinistra. Vinse, però, le politiche del 1996 solo perché la Lega si sottrasse all’abbraccio del Cavaliere e il Prc garantì la ‘desistenza’ nei collegi a favore dell’Ulivo. Fu, in ogni caso, Romano Prodi il vero, e storico, antagonista del Cavaliere nei vent’anni seguenti. Diverso da Berlusconi in tutto, tranne che in una cosa (il piglio bonario, rassicurante, moderato), Prodi capì che solo proponendo, agli italiani, una visione diversa, ma positiva e costruttiva, di Paese si poteva avere ragione di chi, sia che fosse al governo come quando andò all’opposizione, vendeva ‘sogni’ agli italiani (un milione di posti di lavoro, l’abolizione dell’Ici, dell’Imu, etc.). Ma, fin troppo presto, la sinistra – via via sempre e più volte perdente – da un lato delegittimò Prodi (che, a differenza di Berlusconi, non ebbe mai un partito suo né la forza per tenere a sé gli alleati) e, dall’altro, si rifugiò nell’antiberlusconismo di maniera. Una vera e propria ossessione che fece entrare, appunto, un termine – antiberlusconismo – nelle categorie della Politica del nuovo secolo. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La lunga ossessione dell’antiberlusconismo&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La sinistra – sia di lato cattolico (PPI-Margherita) che di lato post-comunista (Pds-Ds) – si nascose, per debolezza intrinseca, baruffe tra capi e capetti (le famosi baruffe tra D’Alema e Veltroni, entrambi ostili a Prodi), incapacità di produrre vere e comprensibili proposte programmatiche, dietro l’unico messaggio dell’antiberlusconismo. Dal cattolico Oscar Luigi Scalfaro, capo di Stato, al leader della Cgil, Sergio Cofferati, passando per un lungo stuolo di cineasti (su tutti, Nanni Moretti), cantanti, artisti, intellettuali, comici (sic) il leit motiv della sinistra divenne solo quello di ‘detestare’, se non ‘odiare’, l’uomo Berlusconi e, dietro di lui, tutto il mondo che rappresentava. I processi (tanti) che Berlusconi subisce, l’odore di ‘mafia’ e, addirittura, di ‘stragismo’ che alcune indagini di diverse Procure, negli anni, gli buttano addosso, additandolo come una sorta di Belzebù che, con i soldi (la corruzione) o con le stragi (sic) ha inquinato l’intera storia nazionale. Per non dire, ovviamente, del moralismo moraleggiante che vede, in Berlusconi, il Male persino nei confronti della figura della Donna (ne seguono le rivelazioni pruriginose e ad effetto dei giornali della sinistra, Repubblica in testa, su tutte le possibili, vero o presunte, ‘amanti’ del Cav, raccontate con corredo di particolari lascivi, da Noemi Letitia fino a Ruby al clan delle Olgettine) che le sue ‘cene eleganti’ avrebbero tutte corrotte (considerazione singolare del ‘corpo della donna’, costretta a cedere al Satrapo malato e lascivo). Ecco, questa la narrazione della Sinistra sul Cav.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi viene a patti col Cavaliere è un ‘traditore’&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una posizione di comodo che impediva, però, di uscire da una condizione di minoranza nel Paese. Chi provò, nel prosieguo, a ‘venire a patti’ col Cavaliere Nero (Massimo D’Alema con la Bicamerale, Matteo Renzi col patto del Nazareno) assunse subito le vesti e le stimmate del traditore al punto che persino un dirigente ‘a-comunista’ come Veltroni lo chiamava, in modo ridicolo, “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” nel ridicolo tentativo di nasconderne la forza e la presenza scenica agli occhi degli italiani. Il grido morettiano ‘con questi dirigenti non vinceremo mai!’, urlato da piazza del Popolo, e la stagione dei girotondi (un mix di intellettuali radicali e gruppettari, sindacati, piccoli partitini) hanno dimostrato, con una conclamata minorità politica e culturale, che la vocazione della sinistra non era più quella di cercare il governo del Paese, ma vivere una condizione di ‘eterna’ opposizione. Non a caso, a tutte le elezioni seguenti (Politiche del 2001, 2008, 2013, tranne l’eccezione del 2006, quando una raccogliticcia Unione, versione confusionaria del primo Ulivo, vinse le elezioni per un pugno di voti) sia Rutelli che Veltroni etc. fallirono l’obiettivo di sconfiggere il Cavaliere che, a ogni diversa coalizione, contrapponeva la formula classica del centrodestra, un vero triplete (FI al centro, Lega e An-Pdl, ai lati, più i minori).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo il ‘grande complotto’ europeo del 2013, più che la stessa (fallita) scissione di Fini del 2011, riuscì nell’impresa di disarcionare il Cav dal governo del Paese. Ma ne seguì il governo Monti che, e dopo ancora con il governo Letta (2013), dimostrò che solo con i ‘tecnici’ la sinistra poteva davvero riuscire a tornare nella stanza dei bottoni. E, non a caso, il governo Draghi è stato, con la parentesi del II governo Conte, il coronamento del sogno infranto di una sinistra che riesce a ‘comandare’ solo quando si affida a figure terze.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’antiberlusconismo diventa una ‘professione’</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’antiberlusconismo, però, ha lasciato tracce e fatto proseliti in modo indelebile. Intellettuali (Michele Santoro, Roberto Saviano, etc.), giudici (le toghe rosse alla Bocassini…), giornali (il Fatto quotidiano) ci hanno costruito fortune e carriere. Il ‘nemico pubblico numero uno’ è rimasto tale. Persino a livello antropologico (nel look, nei modi di porsi, di parlare, di proporsi) la ‘gara’, a sinistra, con la (lodevole) eccezione di Renzi (non a caso definito, da molti, un ‘piccolo Berlusconi’) ha visto generazioni di politici di sinistra proporsi da ‘alternativi’ in tutto al Cav e al berlusconismo. Ma qui va sfatato un mito, costruito a posteriori. Non vi è mai stato, nel ventennio berlusconiano (1994-2013, quando decadde da senatore e insieme nasceva l’astro di Beppe Grillo e dei 5s che, per un breve periodo, hanno ‘tripartizzato’ la politica italiana, solo oggi tornata ‘bipolare’), una Italia divisa in due, tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Vi è stata una – vasta e profonda – Italia che cercava un leader, anche a livello fisico (il ‘corpo del Capo’ come da titolo del libro di Marco Belpoliti dimostra come dai trapianti di capelli alla bandana, dal ritocco fotografico alla chirurgia estetica il corpo del Capo è diventato la metafora vivente della nostra stessa idea di corpo, del suo valore e del suo sfruttamento economico), e che in Berlusconi lo aveva trovato e un’Italia – minoritaria, radicale, misogina e finto-perbenista – che lo avversava sulla base di puri pregiudizi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Salvini e Meloni visti come puri emuli del Cav</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, il tentativo di attaccare ieri Matteo Salvini (stella fugace perché, a differenza di Berlusconi, ha vinto solo precarie elezioni europee) e oggi Giorgia Meloni (stella fissa, ormai, avendo vinto in modo secco le Politiche) sulla base della medesima retorica ‘antifascista’ (oggi la ‘donna nera’ è, ovviamente, la Meloni) non ha attecchito se non nella stessa, sempre più modesta, fascia di antifascisti e sinistra radicale. Gridare, ogni volta, ‘al lupo al lupo’ stanca chiunque. Persino gli elettori più coriacei. Oggi, che anche a sinistra Berlusconi viene rivalutato come un ‘moderato’, un ‘liberale’, un ‘centrista’, è difficile credere che, di volta in volta, di leader in leader, chiunque ne rivendichi l’eredità, rappresenti un serio ‘pericolo’ alla democrazia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Persino la migliore ‘lezione’ che la sinistra poteva almeno fingere di apprendere, l’inevitabile personalizzazione della politica e la concezione di partiti sempre più leader-centrici (ieri FI del Cav, poi la Lega di Salvini, oggi FdI della Meloni), non è stata recepita e capita bene, dalla sinistra. La quale, dopo aver espunto il modello (ultra-berlusconiano) di Renzi, mangiato ed espulso come un ‘invasore’ dell’altrui campo nel proprio, senza capire che gli stessi 5stelle, con Grillo prima e Conte poi, replicavano lo stesso schema, ha preferito chiudersi in un modello ‘reticolare’ (o, meglio, presunto tale) fatto di parole come ‘territori’, ‘circoli’, ‘iscritti’, ‘primarie’, ‘base’, che volevano rivitalizzare un concetto antico, quello di partito, senza averne più alcuna forza. Ma se del berlusconismo si possono, facilmente, metterne in luce tutti i difetti (il conflitto d’interessi, l’insofferenza per le minoranze, la ricerca del consenso a tutti i costi, la mancanza di un vero confronto interno, gli eccessi privati, etc), il ‘difetto’ principe della sinistra resta quello di non aver capito i meriti e le novità berlusconiane. Dalla ‘cultura del fare’ a quella del ‘merito’, dal valore all’iniziativa privata alla ricerca di una pacificazione nazionale (il discorso di Onna), dalla politica estera di pace e di equilibrio (nonostante le recenti ‘scivolate’ putiniane), ma saldamente ancorate alle alleanze occidentali, alla politica fatta ‘per vocazione’ non per professione. Temi e parole d’ordine ‘calde’, e non fredde, che hanno messo Berlusconi sempre ‘in connessione’ (sentimentale e non) con gli italiani e relegato la sinistra a una visione e a un circolo elitario di ‘radical chic’ e ‘cittadini delle ztl’ che, oggi come nel 1994, non sanno entrare in sintonia col Paese. Ecco perché, oggi, invece che versare inutili lacrime di coccodrillo, la sinistra dovrebbe riflettere su quanto il ‘Berlusconi in sé’ abbia avuto la meglio sul ‘Berlusconi in me’, farne tesoro e ritrovare connessioni sociali, politiche e culturali con un Paese che ‘riconosce’ Berlusconi come suo figlio ma non riconosce più la sinistra come parte fondante e necessaria del suo futuro.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio è, dunque, che mentre l’Italia cerca un ‘novello Berlusconi’ cui affidare le proprie sorti, la sinistra cerchi solo un nuovo Berlusconi in cui catalizzare solo le sue paure e le sue incapacità.&nbsp;</p>
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		<title>Elly balla da sola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 May 2023 08:53:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Elly balla da sola. Dopo la sconfitta elettorale arrivano le critiche dall’interno del partito: ex lettiani e riformisti sul piede di guerra.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/elly-balla-da-sola/">Elly balla da sola</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Che la situazione, nel Pd, sia seria e preoccupante – dopo la scoppola elettorale alle amministrative – è dato dal fatto che le voci critiche in libertà, di solito anonime, iniziano a uscire allo scoperto. Per dire, quando inizia a girare di mano in mano, l’intervista al Corsera di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Boccia" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Francesco Boccia</a>, vero ‘vice’ della <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/elly-schlein-su-lavoro-sanita-e-migranti-ecco-laltra-italia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Schlein</a> nella gestione del partito, e non solo a livello di gruppi parlamentari, in cui dice che “le liste erano già chiuse” prima che la segretaria arrivasse e anche dopo le parole della stessa Schlein, pronunciate a botta calda (“In due mesi non si cambia un partito”), ecco che la storica portavoce di Enrico Letta, Monica Nardi (una che della discrezione aveva fatto uno stile) prorompe su Twitter: “Lo scaricabarile, vi prego, no. Enrico Letta le amministrative le ha stravinte e per 2 anni di seguito: 5-0 nel 2021 e vittoria &#8216;a valanga&#8217; a giugno 2022. Poco dopo ha perso (male) le politiche. Ma non ha cercato alibi e non ha mai sparato contro nessuno del Pd&#8221;. E gli (ex) zingarettiani, per non esser secondi a nessuno, dicono che pure Zingaretti vinceva le comunali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, il gioco dello scaricabarile non funziona. E dire che sia i neo-ulivisti, ex lettiani, che gli zingarettiani, oggi, sono nella maggioranza del Pd, mica in minoranza. L’area di Base riformista è, ovviamente, in piena fibrillazione. Delrio, che sta pensando di dare vita a un ‘correntone’ di minoranza con Guerini (Bonaccini è preso dai guai dell’alluvione, da lui neppure una parola), chiede un partito “più inclusivo”. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Guerini non vuole drammatizzare, ma fa sapere, parlando con i suoi, che “la sconfitta è pesante, c’è da riflettere, perché se ci si chiude in un certo perimetro culturale (la sinistra-sinistra, ndr.) si regala spazio ad altri”. Altri riformisti sono assai più loquaci. Alessandro Alfieri, responsabile Riforme in segreteria, chiede di “ora dialogare con i moderati (come dire che, finora, non si è fatto, ndr.). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una battitrice libera come <a href="https://www.thewatcherpost.it/video/de-micheli-pd-accelerare-processo-di-transizione-digitale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paola De Micheli</a> chiede di “uscire dai palazzi, dai giornali, dalle ztl”. Altri riformisti mettono sotto accusa il ‘tortellino magico’ che circonda la Schlein e la condiziona: Igor Taruffi, responsabile Organizzazione, Davide Baruffi, responsabile Enti locali, Flavio Alivernini, il portavoce, Gaspare Righi, il capo segreteria e la sua coordinatrice Marta Bonafoni. Si potrebbero derubrica a pure malignità di chi è fuori dal nuovo assetto del Pd ‘scheliniano’, ma qualche problema, specie per chi – giustamente – si deve occupare del Pd a mezzo servizio, causa guai emiliani (alluvione), come Taruffi e Baruffi (che hanno mantenuto i loro incarichi locali) c’è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, Elly Schlein ha rinunciato ad andare di persona a Bruxelles, dove era attesa per una serie di incontri importanti (anche con la presidente del Parlamento Ue Metsola), ma tanto per far venire uno stranguglione all’ala riformista del suo partito, ha tenuto una riunione, in video-call, con la delegazione del Pd nel Pse in cui, oltre a riconfermare Brando Benifei alla sua guida, ha deciso – con il gruppo europeo, va detto, d’accordo – che il sì al piano Asap della commissione Ue per incrementare la produzione di armamenti e su cui si esprimerà il Parlamento Ue, è condizionato al ‘no’ all’uso dei fondi Pnrr e di coesione per incrementare le armi all’Ucraina. Il Pse presenterà, sul punto, i suoi emendamenti, ma poi finirà per votare sì, se non passeranno (come è probabile), il Pd potrebbe astenersi o uscire dall’aula, sulla scia delle posizioni pacifiste della sinistra radicale europea e, pure, del M5s. Stabilito che il sostegno all’Ucraina non è in discussione, per la Schlein, i riformisti interni, anche su questo, già arricciano, di molto, il naso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tornare in Italia, alla botta post-ballottaggi, va detto che ieri è stato il giorno dell’orgoglio pride dei lettiani, punti sul vivo dal gioco del cerino. A ribollire è soprattutto la componente riformista del partito, ma lo scambio che ha fatto più rumore è quello dei lettiani che, come si diceva, non hanno gradito valutazioni come quella del capogruppo al Senato, Francesco Boccia, luogotenente di prima fascia della Schlein che in un’intervista ha detto: “le alleanze sono state fatte dal gruppo dirigente precedente&#8221;. Constatazioni che sono suonate come accuse al segretario uscente, Enrico Letta e hanno appunto provocato la reazione della Nardi al motto de &#8220;lo scaricabarile, vi prego, no&#8221;. Senza dire del fatto che Boccia era, a suo tempo, lettiano, i malumori nell&#8217;area riformista sono rimasti più che altro sotto traccia, ma aleggiano nell’aria. Il giorno dopo, le riflessioni guardano già al 2024. Il segnale è arrivato &#8211; è il ragionamento che fanno i riformisti in Transatlantico &#8211; ma la vera sfida sarà quella delle Europee e fin là è meglio tenere i toni bassi, però qualcosa deve cambiare, la segretaria deve confrontarsi di più, sulle alleanze come sui temi di dibattito quotidiano”. Un messaggio in bottiglia alla Schlein è arrivato con la firma di diversi esponenti (Fedeli, Gori, Chiti, Castagnetti e pure Bettini) alla petizione della rete No-Gpa contro la maternità surrogata, cui la Schlein è favorevole, mentre sempre i cattolici organizzano seminari a porte chiuse e Delrio dovrebbe confluire in Br per dare più forza all’area riformista che chiede la convocazione della direzione dem, ma nega richieste di ‘rimpastini’ (in segreteria, dove pure è presente, o altrove).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A un certo punto, infatti, ieri si era diffusa anche la voce di un rimpasto in segreteria: fuori qualche fedelissimo schleniano per far posto a esponenti di altre aree dem. Voci nettamente smentite dal Nazareno all&#8217;Adnkronos. Come l&#8217;ipotesi di rilanciare una Costituente. Tema sollevato dal segretario regionale toscano, Emiliano Fossi, scheliniano di ferro, che ha subito una dura sconfitta in casa sua, a Campi Bisenzio, e pure dalla sinistra-sinistra, alleata inoltre ai 5stelle. &#8220;Ma non si parla di Costituente, quanto di andare avanti nel processo di rigenerazione del Pd&#8221;, spiega un membro della segreteria per mediare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando alle fibrillazioni del fronte riformista, a caldo, l&#8217;ex capogruppo al Senato, Simona Malpezzi, aveva chiesto un confronto nel partito: &#8220;Penso che sia importante e urgente fare il punto nelle sedi opportune. Non ho dubbi che ne discuteremo presto perché ogni sconfitta esige una riflessione&#8221;. Il giorno dopo, però, si guarda già alle Europee. Il momento di riflessione sulla sconfitta alle amministrative dovrebbe esserci in una direzione del partito, la prossima settimana. Mentre per questi giorni sono attese le riunioni dei gruppi di Camera e Senato per completare gli uffici di presidenza, dopo le elezioni dei capigruppo a Palazzo Madama, Boccia, e a Montecitorio, Chiara Braga. Resta il nodo Piero De Luca, col Nazareno che frena l&#8217;ipotesi di confermarlo vicecapogruppo alla Camera, anche se sarebbe vicina una soluzione: gli verrebbe affidato un diverso ruolo nel gruppo. Chiusa, invece, la questione del capodelegazione europeo, come si è detto, con la riconferma di Benifei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da parte dei &#8216;riformisti&#8217; la richiesta a&nbsp;Schlein&nbsp;non è, dunque, quella di un &#8216;rimpastino&#8217; in una segreteria in cui già siedono esponenti che hanno sostenuto Stefano Bonaccini al congresso, ma di una maggiore attenzione al &#8220;pluralismo&#8221; interno al Pd, a mantenere vivo il dialogo con i moderati oltre che con la sinistra. E chi le ha parlato spiega che la segretaria ha ascoltato chi le chiede di far vivere il pluralismo interno nel Pd. &#8220;Ora vediamo se sarà così&#8221;. Intanto a tenere vivo il legame con l&#8217;area dei cattolici democratici oggi il seminario a porte chiuse organizzato dall&#8217;associazione &#8216;I Popolari&#8217; di Pierluigi Castagnetti a cui sono stati invitati Lorenzo Guerini, Alessandro Alfieri, Graziano Delrio. &#8220;Ma è un&#8217;area culturale, non è la prima volta che ci si vede per discutere di vari temi. Nessuna nuova corrente&#8221;, si puntualizza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà. Certo è che quella dei ballottaggi è la prima ‘vera’ sconfitta che viene ascritta tutta alla Schlein. Quella del Friuli-Venezia Giulia non poteva essere considerata tale, giacché era segretaria da nemmeno un mese. &nbsp;Schlein immaginava uno «storytelling» diverso per la sua segreteria, ma ora se ne deve inventare un altro, perché anche chi, dentro il partito, non la attacca direttamente chiede un cambio di rotta. «Non si può non tener conto dell’elettorato moderato», osserva&nbsp;Alessandro Alfieri, bonacciniano, responsabile per le Riforme. Ed&nbsp;Elisabetta Gualmini, europarlamentare, osserva:&nbsp;«Il Pd dice no a tutto. No al taglio del cuneo fiscale, no al premierato (che avevamo lanciato noi), No a tutto. Aggiungendo che al Governo abbiamo i fascisti. E le nostre proposte non si capisce quali siano. Come si fa a convincere gli elettori?».&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La richiesta dei dirigenti dem a Schlein è, dunque, di smetterla di “fare tutto da sola”. Ma se con il mini-rimpastino in segreteria, già subito, la Schlein darebbe una prova di debolezza, alla Schlein viene comunque chiesto di smetterla di «decidere sempre più in perfetta solitudine». Il centrosinistra ha perso quasi ovunque, sia nelle regioni controllate dai suoi fedelissimi che non. «Se vuole continuare a correre da sola perderà da sola», è il monito che lanciano alla segretaria i dem. E anche la ventilata contromossa, quella di lanciare per l’ennesima volta una costituente del Pd, appare debole.&nbsp;«E’ ingiusto che mi stiano tutti addosso», sospira la segretaria con i suoi, e forse ha pure ragione. Di certo non aiutano i presunti ‘alleati’. Conte, ormai è chiaro, lavora solo per sé e gode, mal celandolo, delle sconfitte di Elly, anche perché nascondono risultati catastrofici del M5s, e i riformisti del Terzo Polo, continuando a dire ‘senza di noi e senza il centro non si vince’, a loro volta nascondono così i loro dissidi interni. Elly, segretaria da soli due mesi, è già molto sola.</p>
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		<title>La sindrome dell’uomo ‘nero’. Perché la sinistra è contraria alle riforme istituzionali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 May 2023 09:44:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché la sinistra è contraria alle riforme istituzionali e in particolare e tutte le varianti del presidenzialismo. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Per parlare delle <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/riforme-costituzionali-clementi-capo-dello-stato/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">riforme istituzionali</a> dell’oggi (il ‘giro di tavolo’ tra il governo Meloni e la sua maggioranza e le delegazioni dei partiti di opposizione) e capire perché la sinistra (quella democrat e quella grillina, quella della sinistra radicale di Verdi-SI come pure quella che potremmo definire ‘ex’ azionista: Az, +Europa, con la sola eccezione di Italia viva di Renzi) rifiuta, sostanzialmente, qualsiasi forma di governo ‘forte’ che sappia di presidenzialismo, semipresidenzialismo e pure di premierato forte, tocca prenderla alla lontana. E risalire indietro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda topica è ovviamente una: perché la sinistra, e in particolare il Pd della Schlein &#8211; una sinistra che non ha più nulla a che fare con il Pci-Pds-Ds, ma che si configura sempre di più come una sorta di partito ‘radical chic’ di massa &#8211; ha ancora ‘paura’ dell’introduzione di un regime presidenziale o semi-presidenziale? Cioè la riforma che oggi propone la presidente Meloni? Si chiama, in letteratura e in psicanalisi, non solo per l’infanzia, ma pure in politologia, “sindrome dell’Uomo Nero”. Un sentimento profondo, radicato nell&#8217;inconscio, quasi pre-politico, che viene da lontano, direttamente dal dopoguerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi ‘nasce’ dalla guerra di Liberazione, dopo la caduta del regime fascista, e contribuisce a scrivere la Costituzione, non vi erano dubbi. I partiti di sinistra &#8211; il Pci, ma anche e soprattutto il Psi di allora, più Psli-Psdi, Pd’Az-Pri, etc, cioè tutti i partiti antifascisti che non erano la Dc &#8211; partito allora ‘decisionista’ (tendenza De Gasperi) tranne la sua parte della sinistra cattolica pauperista e dossettiana (tendenza, appunto, Dossetti), dai cui lombi, non a caso, arriva il pezzo di cattolicesimo impegnato e popolare che, dal PPI alla Margherita, confluirà poi, nel 2007, nel Pd – il primo compito è stato impegnarsi, in modo strenuo, per&nbsp;‘impedire’ che il ‘fascismo’ possa ritornare. La Costituzione stessa, nella sua II parte, disegna e costruisce una Repubblica di tipo rigidamente parlamentare che attribuisce poteri al Capo di Stato solo formali per la precisa richiesta delle sinistre di allora, richiesta che la Dc avallò. Poi, i Presidenti della Repubblica hanno acquisito sempre più peso (i poteri ‘a fisarmonica’), ma questo è tutt’altro discorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sostanza, il timore dell’avvento di una qualche variante italiana di &#8216;gollismo’ (il termine deriva da Charles De Gaulle che, nel 1956, torna al Potere in Francia e trasforma una repubblica parlamentare, la IV, in presidenziale, la V Repubblica), è sempre stato incombente. Una preoccupazione e un assillo costante, a sinistra, e condito pure dall’altro rischio. Quello di un ‘colpo di Stato’ che, in un Paese che vive sotto “l’ombrello della Nato”, come dirà Berlinguer, rischiava di farci scivolare in un golpe di fatto. La ‘lezione’ dell&#8217;insurrezione comunista in Grecia (1947) cui seguì il ‘regime dei colonnelli’ e del colpo di stato di Pinochet in Cile (1973), è sempre stato un ‘pensiero fisso’ nelle menti dei dirigenti della sinistra. Non a caso, sia Palmiro Togliatti sia Enrico Berlinguer avevano talmente ‘immagazzinato’ il rischio (rischiare di finire fuorilegge o, persino, nelle patrie galere) che fecero di tutto – Togliatti i governi di unità nazionale con De Gasperi e Berlinguer i governi di solidarietà nazionale con Moro-Andreotti) – pur di evitare che ‘il fascismo’, prima o poi, ritornasse. Quello che Umberto Eco chiamava il fascismo “dell’eterno ritorno” era il vero pericolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa (consapevole) paura che negli anni addietro poteva anche avere una qualche giustificazione, nella II Repubblica (dal 1994 in poi) si è in modo del tutto irrazionale trasferita al Pds-Ds e, poi, è ‘trasmigrata’ nel Pd, quando l&#8217;Uomo Nero’ per antonomasia assunse le fattezze del Cavaliere Nero. Cioè quel Silvio Berlusconi, fondatore di FI,&nbsp;che aveva sdoganato la Lega di Bossi e AN di Fini in un colpo solo. Forze che la sinistra giudicava, né più né meno, che eversive. La paura dell&#8217;uomo nero – o meglio dell’uomo forte &#8211; si è così incarnata in Berlusconi, e il fatto che il leader azzurro fosse anche il padrone del gruppo televisivo privato più importante del Paese ha accentuato un sentimento pre-politico. Niente di concreto, ma quando arrivò Berlusconi la sindrome da&nbsp;Eterno Ritorno dell’Uomo Nero, la sinistra, ormai già post-comunista, l’aveva ormai talmente introiettata da non riuscire a liberarsene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per combattere “l’evidente” (sic) rischio di scivolare verso una ‘Dittatura’ (sic), bisognava non solo “scendere in piazza”, ma anche lottare. Termini e atteggiamenti anti-storici, di altri periodi ben più tragici della storia nazionale, ma tant’è. Con una sola (anzi due) eccezioni, entrambe arrivate tra metà e fine anni Novanta. Nel 1995-1996 il segretario degli allora Ds, Massimo D’Alema, tentò l’impossibile: dare vita a una commissione Bicamerale per le Riforme, da condividere proprio con l’odiato Berlusconi, per cambiare in profondo l’ordinamento dello Stato. Bicamerale per le riforme, ‘patto della crostata’ a sugellarla a casa Letta, che prima di fallire era arrivata a trovare un&#8217;intesa proprio sul terreno che, per la sinistra, equivale a una bestemmia, il semi-presidenzialismo. Il tentativo della&nbsp;Bicamerale guidata da D&#8217;Alema&nbsp;non ebbe seguito a causa di Berlusconi che, alla fine, si tirò indietro, ma la nomea di traditore della Sinistra, D’Alema, da allora non se la scrollò più di dosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’altra eccezione – all’epoca, però, poco discussa e per nulla compresa – stava nel cuore fondante della coalizione (e, in nuce, del ‘partito’) dell’Ulivo guidato da Romano Prodi, che guidò la sua prima coalizione di governo in quegli anni. Il “governo del Primo ministro” era già nella tesi numero 1 dell&#8217;Ulivo di Romano Prodi nel 1996: «Appare opportuna nel nostro Paese – è scritto nero su bianco &#8211; l’adozione di una forma di governo centrata sulla figura del Primo Ministro investito in seguito al voto di fiducia parlamentare in coerenza con gli orientamenti dell’elettorato. A tal fine è da prevedere, sulla scheda elettorale, l’indicazione &#8211; a fianco del candidato del collegio uninominale &#8211; del partito o della coalizione alla quale questi aderisce e del candidato premier da essi designato. Secondo i modelli vigenti negli altri Paesi in cui la forma di governo si orienta intorno al Primo Ministro, appare opportuno dare vita ad una convenzione costituzionale secondo la quale un cambiamento di maggioranza di Governo richieda di norma e comunque in tempi brevi lo scioglimento della Camera politica e il ricorso a nuove elezioni. Viceversa, resta possibile la sostituzione del Premier all’interno della medesima maggioranza col metodo della sfiducia costruttiva». Come si vede, il ‘germe’ del premierato forte c’è già tutto, ma nelle tesi, scritte materialmente dal professor Arturo Parisi, su mandato di Prodi, che rilanciava la lezione del professore, ucciso dalle Br, Roberto Ruffilli (“Il cittadino come arbitro”), a inizio anni Ottanta, l’accento è, come si legge nella tesi dell’Ulivo sopra riportato, tutto sulla legge elettorale. Senza un maggioritario secco o quasi (allora, il sistema vigente era il Mattarellum) la modifica costituzionale perdeva, di fatto, volume e consistenza. In pratica, dal sistema elettorale ‘discendeva’ il sistema istituzionale mentre, di solito, funziona sempre – e meglio – il viceversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, però, il Pds-Ds da un lato e il PPI-Margherita dall’altro, dopo aver fatto naufragare il ‘partito’ dell’Ulivo, tornano al puro conservatorismo istituzionale (come nel caso della bocciatura della riforma Calderoli al referendum istituzionale confermativo del 2006) che neppure la timida apertura di Veltroni a Berlusconi, alle politiche del 2008 (Veltroni fa mettere il suo nome sulla scheda elettorale del nascituro Pd e propone riforme ‘condivise’ al centrodestra) riuscirà mai a scalfire. Si torna, con le segreterie Bersani, Zingaretti, Letta (e una lunga teoria di modesti ‘reggenti’) al ‘no’ a ogni tipo di riforma istituzionale condivisa. Ovviamente, la strategia del ragno di Renzi, balzato alla guida del Pd e, subito dopo, del governo, nel 2015-2017, rompe questa solida tradizione, ma dura poco, sia Renzi che il voler dar vita a riforme istituzionali forti e condivise. Renzi diventa presto corpo estraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tentativo di varare una riforma costituzionale (bocciata, in questo caso, dagli elettori, con il referendum del 2015) vede l’allora premier Renzi additato come un vero ‘ducetto’ (e va detto che la sua riforma comunque non prevedeva l&#8217;elezione diretta del presidente della repubblica). Osteggiato, prima ancora che dalla destra (Ncd di Alfano e Ala di Verdini gli garantirono i voti, in Parlamento, per far passare prima la riforma della legge elettorale, l’Italicum, e poi la riforma costituzionale del Senato, che veniva trasformato, nel ddl Boschi, in pura Camera delle autonomie), dalla sinistra (Anpi, costituzionalisti, giudici, etc), nell’immaginario collettivo Renzi diventa l’Uomo Nero del nuovo millennio, nuovo Duce o, quantomeno, novello Craxi. Il quale Craxi, peraltro, per quanto detestato dalla sinistra (allora ancora comunista) era stato crocefisso per la sola riforma degna di questo nome che, finalmente, aveva affidato alla presidenza del Consiglio una serie di poteri necessari per renderla funzionale (dlgs1988), pur se solo per via amministrativa, riforma ancora oggi utile e indispensabile per chiunque svolga, pro tempore, il ruolo di premier, anche se mai assunse i contorni di quella ‘Grande Riforma’ (istituzionale) che Craxi voleva dare all’Italia per migliorarne vita politica e sociale, proprio come oggi vuole fare da destra la Meloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, la Sinistra – anche quando guidata da figure, ‘liberal’, come il primo segretario del Pd, Veltroni, all’attuale, invece molto radical, Schein – proprio non ci riesce a liberarsi dal ‘complesso’, anche se i tempi sono cambiati. Un atteggiamento che in psicanalisi è definita ‘coazione a ripetere’. La paura dell’uomo ‘nero’, o forte, vince su tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché, secondo quanto filtra dall&#8217;entourage di Meloni, la leader di Fratelli d&#8217;Italia non crede affatto a una convergenza bipartisan. La premier sa perfettamente, visti i precedenti, che alla fine dovrà provare a varare la “sua” riforma a colpi di maggioranza. E che, al termine del percorso parlamentare tracciato dall&#8217;articolo 138 della Costituzione, sarà chiamata come Renzi alla prova del referendum confermativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tutte queste ragioni, a dispetto delle resistenze di Forza Italia che punta sul premierato e di Matteo Salvini che ha a cuore solo l&#8217;autonomia differenziata, Meloni con ogni probabilità andrà sparata sul presidenzialismo e, solo se otterrà davvero il sì dei centristi, punterà sull’obiettivo minore, il premierato forte. Varare questa riforma che cambierebbe i connotati alla Repubblica, ne rafforzerebbe indiscutibilmente la leadership, ma è un rischio. Più fonti rivelano l&#8217;intenzione di Meloni di far approvare dal governo il disegno di legge di revisione costituzionale in senso presidenziale tra la fine di maggio e metà giugno. Poi, ci vorranno almeno due anni, tra doppia lettura in copia conforme di entrambe le Camere e referendum confermativo che, dati i numeri attuali, anche ove vi fosse l’apporto dei centristi, il governo non potrà evitare. E se è vero che chi va a referendum e perde riceve lo sfratto da palazzo Chigi (Renzi insegna) e che, al di là della propaganda, Meloni non ha alcuna fretta, è anche vero che, di fronte alla paura della donna ‘nera’, la sinistra – laica e cattolica, radicale e moderata – dirà l’ennesimo no, ‘coerente’ alle sue paure.</p>
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		<title>Non sono bastate due Repubbliche per trovare una memoria condivisa sul 25 aprile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2023 08:44:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'epopea del 25 aprile tra due Repubbliche, tra i momenti di scontro e quelli di riappacificazione. La memoria condivisa è ancora lontana.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il mito (comunista) della Resistenza ‘tradita’<br></strong>“Hanno tradito la <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/per-molti-italiani-la-liberazione-mediatica-sara-il-26-aprile-anzi-il-2-maggio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Resistenza</a>!”. Se un militante della sinistra comunista fosse stato ibernato, negli anni Settanta, e scongelato solo oggi, nel 2023, penserebbe: ‘ah sì, certo, nulla di nuovo, si sa’… Peccato che, negli anni Settanta, il mito della ‘Resistenza tradita’ voleva dire ben altro da oggi. Indicava – sulla scorta di una particolare tipologia di comunisti del Pci (da Pietro Secchia, capo dell’organizzazione del Pci negli anni Settanta, a Arrigo Boldrini, il capitano ‘Bulow’ della lotta partigiana) che erano così ideologici e fanatici da ritenere il ‘compromesso’ istituzionale e politico uscito dalla lotta di Liberazione (in soldoni: il Pci accetta il libero gioco democratico, compresa la reggenza della Monarchia fino al referendum, e non minaccia di fare ‘la rivoluzione’, la Dc non lo mette fuorilegge, ma gli consente di governare, per i fascisti viene varata un’amnistia, firmata dall’allora guardasigilli Togliatti, segretario del Pci, poi il patto, nel 1947, saltò, ma è un’altra Storia da raccontare…) una vera e propria svendita delle ragioni dei partigiani socialcomunisti. I quali non volevano – nelle obiettive speranze di molti e nelle ricostruzioni posteriori – solo liberare l’Italia, ma farne una Repubblica dei soviet, democratica ‘e’ socialista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla scorta del mito della Resistenza ‘tradita’, negli anni Settanta, molti dei militanti dei gruppi e gruppuscoli dell’estrema sinistra (Lotta continua, Potere Operaio, Autonomia operaia, etc) presero la via dell’insurrezione armata che, in larga parte, sfociò nel Partito Armato (Br, etc.). Solo che, come rispose duro Togliatti al giovane Sofri che lo insolentiva (Perché dopo la Resistenza non avete fatto la Rivoluzione? – Risposta: Perché saremmo finiti come in Grecia, dove i colonnelli presero il potere, trucidarono gli avversari politici e instaurarono una dittatura, solo che militare), fino agli anni Ottanta, almeno, il mito e il culto della Resistenza come lotta di Liberazione, dalla dittatura fascista e dal dominio nazista sull’Italia, accomunò tutti i partiti politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La Resistenza condivisa e la Prima Repubblica<br></strong>Infatti, dalla Dc e dai liberali (‘Bella ciao’ fu, per decenni, la canzone dei partigiani più moderati, la festa del 25 aprile la istituì nel 1946 De Gasperi), passando per gli azionisti e i repubblicani (i più radicali e, spesso, i più spietati, contro i fascisti, ma pure i più anti-monarchici e i più anti-clericali nel post-guerra) fino, ovviamente, a socialisti e comunisti che, però, accettarono che la Resistenza diventasse un mito ‘condiviso’ da parte di tutta la Nazione, sapendo in buona sostanza di essere sempre stati una minoranza. Occorse, prima ancora di Gianpaolo Pansa, e della sua lunga serie di libri sul ‘Sangue dei vinti’ (gli orrori prodotti dalle bande partigiane, specie nel triangolo rosso, soprattutto nel dopoguerra, contro ex fascisti, repubblichini e non) l’opera di uno storico di provata fede di sinistra radicale, Claudio Pavone, per spiegare che di Resistenze, in Italia, ce ne erano state almeno tre. Una, la lotta di Liberazione vera e propria, l’avevano combattuta tutta (anche i cattolici, anche i monarchici, persino i badogliani) e mirava a restituire libertà all’Italia occupata dall’invasore. La terza era, appunto, la ‘guerra di classe’ che i socialcomunisti pensavano di riuscire a imporre, tramite la Resistenza, per imporre una democrazia ‘popolare’ e ‘socialista’ (obiettivo fallito, prima ancora che militarmente, dato che la vera spallata a esercito tedesco e Rsi arrivò dagli Alleati che risalivano la penisola, causa divisione dell’Europa nei due blocchi della Guerra Fredda).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo scandalo ‘guerra civile’ nei libri di Pavone<br></strong>La seconda era un termine che, coniato allora da Pavone, tanto scosse le coscienze, a sinistra, quello di ‘guerra civile’ tra partigiani e fascisti. Sembrava, allora, una bestemmia perché, di fatto, proprio come i libri di Renzo De Felice che spiegavano il largo consenso avuto dal regime fascista durante il Ventennio (consenso crollato, appunto, solo con l’entrata in guerra al fianco di Hitler), mettevano, in qualche modo, sullo stesso piano, fascisti e antifascisti, partigiani e repubblichini, come se avessero ‘tutti ragione’. Non era questo il fine ultimo della ricerca storica di Pavone, ma questo ne fu il risultato politico. Il concetto di ‘guerra civile’ ne venne sdoganato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La Rottura della Seconda Repubblica<br></strong>Ma se, nella Prima Repubblica, fino al 1992, la teoria dell’arco costituzionale (tutti i partiti potevano governare tra di loro, o in coalizione o da soli, tranne il Msi, che era nato dopo la Resistenza, disconoscendola, e dopo la Costituzione, non approvandone la scrittura) aveva retto, nella Seconda Repubblica il consenso unanime sui valori della Resistenza saltò presto. Silvio Berlusconi sdoganò An, erede dell’Msi, e portò i suoi colonnelli e leader al governo, la sinistra post-comunista si appropriò dell’antifascismo in modo unico e totalizzante (anche perché la Dc, che pure l’aveva fatta, non c’era più), altri partiti nuovi si dicevano antifascisti ma erano troppo distanti da quella memoria (la Lega), altri ancora la ignoravano.<br>Tanto che il 25 aprile 1994, I governo Berlusconi, un grande corteo indetto per la Liberazione si trasformò in manifestazione anti-berlusconiana.<br><br><strong>Le tesi di Fiuggi, Violante e Berlusconi a Onna<br></strong>Eppure, nel corso della Seconda Repubblica, vi furono altri tre fatti ed episodi politici che lasciavano ben sperare sulla possibilità di una memoria condivisa. Le tesi di Fiuggi di An, in primis. Gianfranco Fini, come ha rivendicato in questi giorni, varate nel congresso del 1994. Che recitano, in un passaggio fondamentale, questo: “È giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenza che l&#8217;antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. Un’abiura, netta, chiara, precisa, del fascismo. In secondo luogo, il discorso di insediamento di Luciano Violante, allora esponente del Pds, a presidente della Camera. Il quale nel 1996 disse: “Mi chiedo – diceva Violante &#8211; se l&#8217;Italia di oggi non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri. Non perché avessero ragione, o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le due parti. Bisogna sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e della libertà”. Non, come si è pensato (e travisato), dunque, una parificazione di ragioni e torti, diritti e responsabilità, ma il tentativo di ‘capire’, appunto, i ‘motivi’ per cui molti giovani scelsero, consapevolmente, la ‘parte sbagliata’. Infine, il discorso di Onna di Berlusconi (2009), il quale, festeggiando proprio il 25 aprile, in un luogo di una strage nazista e onorando una brigata partigiana, la brigata ‘Maiella’, ricordò “una generazione di italiani che non esitò a scegliere la libertà. Anche a rischio della propria sicurezza, anche a rischio della propria vita. Il nostro Paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita, negli anni più belli, per riscattare l’onore della patria, per fedeltà a un giuramento, ma soprattutto per quel grande, splendido, indispensabile valore che è la libertà” e poi ricordò pure la Costituzione che dalla lotta di Liberazione era, appunto, scaturita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’arrivo di FdI al governo rimescola tutto…<br></strong>Insomma, sembrava fatta: una memoria condivisa (e non ‘abortita’) sembrava essere nata. L’arrivo della destra di FdI al potere, invece, rimescola tutto. E comporta, tra gaffe di La Russa (sull’attentato di via Rasella, sull’assenza dell’antifascismo in Costituzione, e via così) e parole, pronunciate da altri esponenti di FdI, che si limitano a condannare i ‘totalitarismi’ o che preferiscono scrivere, come nella mozione del centrodestra depositata in Senato sul 25 aprile, una lunga teoria di date che con la Resistenza non c’entrano nulla e che vanno egualmente celebrate (si parte dall’Unità d’Italia del 1861, si passa per la vittoria nella Prima Guerra Mondiale, si citano, ovviamente, il Giorno del Ricordo delle Foibe, si finisce con gli omicidi politici degli anni ’70…), una specie di continuum storiografico (e politico) in cui la storia d’Italia non conoscerebbe cesure. Sarebbe un tutt’uno che inizia nel Risorgimento, passa per la Grande Guerra, sorvola sul fascismo, vi fa rientrare il 25 aprile, condanna tutti gli -ismi (con preferenza per i ‘comunismi’…), chiede una sostanziale pacificazione nazionale, pur se in modo implicito, sul 1943-45 come sugli anni ’70. Così, però, tutte le vacche diventano grigie, nella notte, e la sinistra – o quel che ne resta – ha buon gioco a dire che, quando si parla di antifascismo, la attuale destra non ha il coraggio di rivendicarlo come non ha coraggio di condannare il fascismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrebbe dire che un partito come i 5Stelle non ha mai mostrato grande amore o afflato per la lotta partigiana e la Resistenza, per la difesa della Costituzione, i fondamenti della democrazia (anzi…) o che una sinistra ormai ‘annacquata’ non sa più nemmeno dove stia la lotta di classe e la sua rivendicazione della Resistenza è tutta e solo incentrata sul tema dei diritti civili, ma certo è che la Resistenza, la lotta di Liberazione, l’antifascismo e l’impianto della Costituzione, sembrano essere diventati patrimonio solo di una ‘parte’ politica, quella della sinistra (light, però).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, appunto, bastava davvero poco, per Meloni e tutti gli altri esponenti di FdI. Bastava riprendersi in mano il discorso di Onna di Berlusconi, quello di Violante sui ragazzi di Salò o le tesi di Fiuggi che diedero vita ad An per far sì che la memoria di questo Paese possa trovare, finalmente, pace. Anche sulla data del 25 aprile che si celebra oggi e che, 75 anni fa, ha visto tanti italiani dalla stessa parte (e altri dall’altra, quella sbagliata), ma che hanno ancora bisogno di riconoscersi e di festeggiare la loro Liberazione.</p>
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		<title>Il Terzo Polo, in Italia, è sempre stato ininfluente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Apr 2023 09:34:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[azione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le baruffe di Renzi e Calenda, per lo più inutili e capziose, nascondono una triste realtà: il Terzo Polo è sempre stato ininfluente.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il problema della nascita, o del fallimento, del Terzo Polo, cioè della nascita, via fusione, di un soggetto politico unico e unitario tra Azione di Carlo Calenda e Italia Viva di Matteo Renzi (più presunti altri soggetti, ad oggi non identificati), può essere preso e analizzato da vari punti di vista (cronachistico, politico, di scontro di personalità).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Viene prima l’uovo o la gallina? La diatriba oziosa e capziosa che divide Azione da Iv&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La discussione apparente è sulle modalità del congresso: i due partitini si devono sciogliere ‘prima’ del congresso, come pretende Calenda, o a congresso avvenuto, come mette le mani avanti Iv? Roba da “viene prima l’uovo o la gallina?”. A naso, ha ragione Matteo Renzi (“Quando si fa il partito unico si scioglie quello vecchio”…), che di scissioni e di partiti s’intende più di Calenda. Certo, Calenda teme che la ‘cristallizzazione’ degli iscritti, e degli apparati, possa favorire una eventuale discesa in campo di un candidato di Iv (Marattin?) che ne possa inficiare, togliendogli voti, quella che ritiene la leadership ‘naturale’ del nuovo soggetto unitario, cioè la sua candidatura. Poi si discute d carta dei valori, statuto, regole congressuali, manco si trattasse di un partito della Prima Repubblica. E, anche, di fusione immediata e congresso fondativo unico che elegge il leader (linea Calenda) o di assise territoriali, locali, a tutti i livelli e solo dopo di congresso nazionale (linea Renzi). Tutta roba ‘pesante’, e assai poco ‘leggera’, oltre che poco digeribile, come un Terzo Polo lib-dem dovrebbe, per natura, essere. Va bene non ridursi a ‘partitino’, ma è ridicolo atteggiarsi a ‘partitone’… Poi, ovviamente, ci sono le beghe sui soldi (Calenda ne vorrebbe di più da Iv, da Iv rispondono: abbiamo già dato) e poi ci sono le beghe personali, quelle sì note non solo ai media ma anche all’opinione pubblica, sulle incompatibilità ‘personali’ e ‘caratteriali’ tra Renzi e Calenda, che proprio ‘non si pigliano’.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La direzione del Riformista e il tema alleanze</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ultimo oggetto di scontro la direzione del quotidiano Il Riformista, vissuta come uno schiaffo personale da Calenda e dai suoi e assunta, forse con troppa leggerezza, da Renzi, che farà il direttore ‘politico’ di un giornale di area (terzopolista, si presume) con un direttore ‘responsabile’ che sarà, a sua volta, un ex politico cioè l’ex deputato di FI, non ricandidato dai suoi, Andrea Ruggeri. Per Calenda una ‘commistione’ tra politica e giornalismo dalle pasticciate ragioni, per Renzi una nuova sfida, editoriale e politica. Sullo sfondo, ma molto sullo sfondo, c’è ‘anche’ la politica: Calenda guarderebbe al mondo lib-lab (che, almeno in Italia, non esiste, in natura, dal punto di vista elettorale, se non a livelli minimali) mentre Renzi volge lo sguardo ai moderati di FI dati in libera uscita dal partito del Cavaliere malato e anche a formazioni minori (Lupi, Udc). Insomma, Calenda terrebbe ancora l’orecchio a terra, cercando qualche forma di accordo col Pd (se tagliasse i ponti con i 5stelle: assai difficile), Renzi vorrebbe andare, invece, verso un ‘centro’ che sa tanto di stampella moderata al governo e, dunque, alla Meloni ove mai litigasse con Salvini.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tappe per il congresso che sanno di muffa…&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il resto, l’effetto è un grande mal di testa. Ieri, un ‘Comitato politico’ che ha visto – dopo due giorni di polemiche al fulmicotone via giornali – i cani (Az) e i gatti (Iv) riunirsi di nuovo insieme, formulava un criptico documento che recita così: “Durante i mesi di aprile-maggio due comitati con partecipazione paritetica di Azione e IV elaboreranno le regole e il manifesto dei valori del Partito unico; ai comitati parteciperanno anche rappresentanti dei Liberal Democratici Europei ed esponenti di altri movimenti popolari, riformisti e della società civile concordati tra Azione e IV per assicurare il massimo coinvolgimento di tutte le forze ed energie che non si riconoscono nei poli di destra e di sinistra. Regole e manifesto saranno approvati dal Comitato Politico della Federazione entro il 31 maggio; il Comitato Politico approverà anche il percorso congressuale di dettaglio e verificherà la coerenza politica, etica e reputazionale dei soggetti che chiedano di partecipare al progetto&#8221;. &#8220;Entro il 15 giugno &#8211; prosegue il documento &#8211; si terranno le assemblee di Azione e IV per approvare o respingere in blocco le regole, il manifesto e il percorso congressuale proposti dal Comitato Politico”. Tappa finale, “l&#8217;assemblea costituente del partito unico che si riunirà il 28-29 ottobre”, non&nbsp;prima delle “votazioni congressuali sulle liste di delegati all&#8217;assemblea nazionale e sul segretario nazionale ad esse collegato si svolgeranno entro il 20 ottobre 2023”. Insomma, francamente, viene il mal di testa e si fa fatica, neppure si trattasse del capzioso statuto che regola le primarie e l’assemblea dei cugini del Pd.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’eterno dualismo della coppia Renzi-Calenda&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è che, al di là delle accuse reciproche (il “protagonismo eccessivo” di Renzi per Azione, i “cambi di umore di Calenda” per Iv), il Terzo Polo rassomiglia sempre più a un partitino litigioso privo di qualsiasi prospettiva politica che a un luogo politico con una leadership consolidata e questo a prescindere che il candidato leader (del futuro) sia ‘unico’ (Calenda) o ve ne siano diversi che, almeno, renderebbero intelligibile lo scontro di prospettive politiche, non tra galli nel pollaio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è che, dopo il risultato – non esaltante, ma neppure disperante – delle Politiche, le elezioni regionali in Lazio e Lombardia (e qui si tace, per carità di patria, delle elezioni in Friuli, dove i terzopolisti hanno preso meno dei no-vax), hanno dimostrato che lo spazio politico, in Italia, per un Terzo Polo lib-dem, al momento, non c’è. Letizia Moratti si è già incamminata altrove, agganciandosi a movimenti localisti del Sud, l’alleanza con il Pd della Schlein è un miraggio, con i 5stelle neanche a parlarne. Alla fine, può aver ragione Renzi: fare da stampella al governo, ove richiesti, potrebbe essere la fine meno ingloriosa, di certo la più lucrativa, per il futuro. Ma, ovviamente, Calenda la pensa all’opposto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nella Prima Repubblica c’erano solo due ‘poli’ anche se il bipartitismo era ‘imperfetto’</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Vale la pena, a questo punto, soffermarsi su un dato politologico e di sistema. E’ una solida realtà, dalle solide tradizioni, il Terzo Polo? No. Sbaglierebbe, infatti, chi pensasse che, in Italia, un ‘terzo’ polo, tra i primi due grandi poli, è sempre esistito. Anzi, è vero l’esatto contrario. Nella Prima Repubblica, i giochi erano facili. Il ‘terzo polo’ non esisteva, e punto. La Dc, teoricamente un “partito di centro che guardava a sinistra”, in pratica un partito ‘di centro’ e basta (con alcune venature destrorse) si contrapponeva al Pci e, in una prima fase, al Psi. I partiti laici minori (Pli, Pri, Psdi), che avrebbero dovuto/potuto costruire un Terzo Polo alternativo (laico, ovviamente), non fecero altro che avere una posizione ‘ancillare’ nei confronti della Dc. La quale governava con loro, pur se subalterni, per dimostrare che non voleva imporre, al Paese, un ‘monocolore’ Dc (che pure, in alcuni momenti e necessità, si è realizzato) e per mitigare le spinte più retrive (e clericali) e destrorse al suo interno. Ma mai i partiti laici rappresentarono un’alternativa di sistema e tutte le volte che cercarono di dar vita a processi di aggregazione fallirono miseramente. Dall’altra parte c’era il Pci che, prima con l’alleanza (subalterna) del Psi, e poi da solo, rappresentava la presunta alternativa. Alternativa impossibile, data la divisione del mondo in blocchi dovuta alla Guerra Fredda, tanto che il politologo Giorgio Galli coniò la definizione di ‘bipartitismo imperfetto’: l’alternanza, causa la sudditanza del Pci al blocco sovietico e la presenza della Nato in Italia, era impossibile, come avveniva nelle altre democrazie occidentali. Ma i poli erano due, quello intorno alla Dc e quello intorno al Pci, si equivalevano quasi, si fronteggiavano duramente e solo le alchimie politiche di Moro e Berlinguer escogitarono una teoria politica alternativa, il ‘compromesso storico’ che, pur messo in campo (con i governi di solidarietà nazionale, 1976-’79), fallì ben presto senza lasciare traccia. E così, anche quando il segretario del Psi, Bettino Craxi, rafforzò l’ala laica dell’allora pentapartito, e si impose come presidente del Consiglio, un Terzo Polo non nacque mai, nacque solo una spartizione del potere (o ‘patto della staffetta’) tra lo stesso Craxi e De Mita, per la guida del governo, ma all’interno della stessa coalizione neo-centrista, il pentapartito, versione logora del centro-sinistra.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La Seconda Repubblica: una perfetta alternanza tra centrodestra e centrosinistra&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Con il crollo della Prima Repubblica, via Tangentopoli, e la nascita della Seconda, è vero, vi fu chi sognò e tifò, per una breve stagione, pensando che era giunta l’ora di un Terzo Polo. I referendari di Mario Segni, l’ala tecnocratica della Dc, quel che restava dei partiti laici minori, movimenti di base cattolici, pezzi di società civile sognarono l’affrancamento dai due ‘discendenti’ (assai ammaccati e in pieno disfacimento) di Dc e Pci (la vecchia classe politica del pentapartito e la nuova dirigenza del Pds, nata dalla morte del Pci) per imporre una ‘terza via’ liberal-democratica. Ma l’irrompere sulla scena di Silvio Berlusconi e la sua funzione aggregatrice e ammaliante verso forze politiche transitate dal vecchio al nuovo ordine (il Msi che diventava An) o del tutto nuove (la Lega), con Forza Italia a fare da baricentro, polarizzarono di nuovo la scena politica, schiacciando sulla sinistra tutto ciò che restava (attorno al Pds di Occhetto nacquero molti partiti e partitini di impronta progressista e radicale). Su questo asse si giocarono le elezioni del 1994, vero punto di svolta della politica nazionale dopo quelle – altrettanto ‘fondanti’ del 1948, quando l’asse attorno cui ruotava tutto erano Dc e Pci – anche se, a onor del vero, va detto che un ruolo di primo piano giocò anche il sistema elettorale. Infatti, il passaggio dal proporzionale semi-puro al maggioritario secco, basato sui collegi uninominali, con piccolo recupero proporzionale, del Mattarellum schiacciò il Patto Segni-PPI a una manciata di seggi, nonostante un non disdicevole risultato in termini di voti assoluti (15%), la migliore performance storica, mai raggiunta, in Italia, di ogni ‘terzo’ polo o simili. Come si sa, la Seconda Repubblica si è caratterizzata per una classica, quasi perfetta, simmetria tra due grandi schieramenti, il centrodestra, che faceva perno su FI (poi PdL), con An e Lega alleati, e il centrosinistra, che faceva leva sul Pds-Ds-Pd con vari alleati minori (tra cui, il maggiore, la Margherita, mai si sognò di staccarsi dall’alleanza per dar luogo ad altre operazioni terzopoliste), con Berlusconi e Prodi che, come un cronometro solo un po’ sfasato, si alternavano alla guida del governo. Fino al 2011, e alla nuova stagione dei governi tecnici (quelli del 1992-’93, a guida Amato e Ciampi erano stati governi di ‘salvezza nazionale’, più che tecnici), le operazioni schiettamente terzopoliste sono finite talmente dimenticate da non meritare, oltre allo zero virgola dei voti, la damnatio memoriae (Democrazia europea D’Antoni, Api di Rutelli). Il cambio di legge elettorale, dal Mattarellum al Porcellum (proporzionale con abnorme premio di maggioranza) in nulla aveva pesato, in questo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Monti e i 5s: l’illusione di un ‘tripolarismo’</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’illusione del ‘vero’ governo tecnico di Monti provocò, invece, nel 2012, la nascita della lista Monti alle elezioni politiche del 2013, ma il suo risultato (numericamente dignitoso, il 12%, ma politicamente inutile) fu deludente e presto l’idea di un Terzo Polo tecnocratico e liberal-cattolico si dissolse tra ingenuità politiche e errori marchiani. Il nuovo governo Letta nacque per un accordo tra i due ‘vecchi’ poli, per quanto ammaccati, e i due loro partiti maggiori (FI e Pd), Renzi e Gentiloni riportarono il comando nel campo centrosinistra, con piccole formazioni moderate (Ndc di Alfano, Ala di Verdini) che, forti sul piano parlamentare, naufragarono presto, dopo, sul piano elettorale. La cosiddetta Italia ‘tripolare’ uscita dalle elezioni politiche del 2018 non vedeva, come si sa, un classico terzo polo moderato e liberale a svolgere il ruolo del terzo incomodo, ma un polo ‘altro&#8217;, antisistema e antiparlamentare nei fatti, quello dei 5Stelle a scombinare i giochi altrui. I repentini cambi di governo e di coalizione (Conte I, Conte II, Draghi) della penultima legislatura sono stati figli di una legge elettorale imperfetta (il Rosatellum, mix rovesciato di proporzionale e maggioritario) e della improvvisa voglia di stare al potere ‘comunque’ e a ogni costo, di un M5s che subito si era auto-normalizzato, perdendo ogni funzione antisistema, che di scelte politiche logiche e conseguenti. Ma i due ‘vecchi’ poli della politica italiana, centrodestra e centrosinistra, hanno ‘resistito’ all’usura del tempo e, alle politiche del 2022, si sono riproposti solo che non in modo sostanzialmente equilibrato, come era stato in passato, ma del tutto sbilanciato a favore del centrodestra. M5s, che pure ha tenuto, rispetto alle attese, e l’attuale Terzo Polo (affrettato accrocchio di Iv e Az), sono risultate realtà residuali e per nulla ‘ago della bilancia’.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in previsione futura, è evidente che se il centrodestra, quotato sempre sul 45% dei voti, resterà sempre preponderante, sarà solo un centrosinistra tutto spostato a sinistra, sull’asse Pd-M5s-sinistra radicale, a contendergli lo scettro per quanto, ad oggi, appaia sconfitto in partenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Esiste la corsa al centro ma per avere elettori&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In buona sostanza, questo rapido excursus serve per testimoniare che, in Italia, il Terzo Polo non è mai esistito in natura o ha preso percentuali risibili e mai si è imposto e ha potuto decidere le sorti del Paese, ne è stato pura ruota di scorta. Altra storia è la ‘corsa al centro’ dei maggiori partiti che, da posizioni più estreme, convergono su posizioni più centriste per ‘acquistare’ elettori. Ad occhio, avrà sempre più facile e buon gioco il centrodestra, come testimoniano le Politiche e le Regionali (alle Europee, invece, ogni partito andrà per se, complice il sistema proporzionale), rispetto al centrosinistra, ma sempre lì si resterà, in una competizione tipicamente ‘bipolarizzata’. Perché gli elettori centristi – e ‘centrali’ per vincere le elezioni – esistono, il Terzo Polo no. Almeno in Italia. Difficile pensare che saranno Renzi e Calenda, con le loro ‘baruffe chiozzotte’, a farlo nascere e farlo contare per la prima volta.</p>
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		<title>Regionali. Con la scontata vittoria in Friuli il centrodestra può dormire sonni tranquilli. </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 07:41:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Regionali: le regioni in mano al centrodestra iniziano a essere tante e possono solo che aumentare mentre quelle in mano al centrosinistra possono solo diminuire.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A volerla prendere larga, si potrebbe dire che, come in Finlandia si afferma la destra e, in pratica, la Ue sta diventando un lago, se non sovranista, quanto meno che verrà retto, a partire dalle prossime elezioni europee del 2023, dall’asse PPE-conservatori e che la sinistra (oggi al governo, nei Paesi Ue, solo in due Paesi: Germania e Spagna, ma in Spagna ancora per poco), così si potrebbe dire che la mano ferma con cui il centrodestra governa le regioni italiane sta diventando una presa d’acciaio. Ieri, in Friuli, <a href="https://www.thewatcherpost.it/top-news/successo-di-fedriga-parla-centinaio-premiata-la-serieta-ma-non-e-un-test-di-governo/">Fedriga</a> si è riconfermato governatore con livelli di consenso personale altissimo, ma a far di conto se è vero che restano 15 (Fedriga già governava, da cinque, anni, il Friuli-Venezia Giulia) le regioni in mano al centrodestra iniziano a essere tante e, in previsione, possono solo che aumentare mentre quelle in mano al centrosinistra (qui la formula è 4+1, perché la quinta, la Val d’Aosta, ha marcata e spiccata colorazione autonomista) possono solo diminuire. Scendendo nel dettaglio La Lega ha la presidenza di tutte le regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Friuli, Trentino), eccetto Piemonte (FI), Liguria (Toti, autonomo ma di centrodestra) ed Emilia Romagna (Pd). Nel dettaglio il centrodestra governa con suoi governatori in Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino Alto-Adige, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Marche (governatore di FdI), Umbria (Lega), Lazio (FdI), Abruzzo (FdI), Molise, Basilicata, Calabria (tutte e tre esponenti di FI), Sicilia (idem) e Sardegna (autonomisti sardi e Lega). Il che vuol dire, tra l’altro, che FI ancora tiene grumi di poteri, voti e consensi (ma solo al Sud che l’azzurro Cirio è in rotta verso FdI…), che la Lega, appunto, governa quasi tutto il Nord e già sogna un (nuovo) assalto all’Emilia rossa e che FdI, in pochi anni, è passata da zero presidenti a tre (Abruzzo, Marche, Lazio), per ora tutti e solo nel centro-Italia, ma punta al bersaglio grosso: Campania e Puglia per annettersi il Sud. Il centrosinistra governa in Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Puglia e, appunto, Valle d&#8217;Aosta. Pochine. Senza dire del fatto che, a oggi, solo la Toscana resta un isola ‘rossa’ felice, in Emilia-Romagna si aprirà una partita delicata (Bonaccini non si può più ripresentare, avendo già fatto due mandati, uno dei due ancora in corso) e, dati i pessimi rapporti della neo-segretaria del Pd, Schlein, con i governatori di Campania (De Luca) e Puglia (Emiliano, che però potrebbe volersi candidare in Europa, nel 2024), il centrosinistra – cioè, in buona sostanza, il Pd &#8211; potrebbe perdere anche quel poco di potere locale (il potere dei governatori è infinitamente superiore a quello dei sindaci, tranne delle città molto grandi o metropolitane) che ancora detiene. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paragone, quello che fa impressione, è che, nel 2018, erano 14 (più la Valle d’Aosta, cioè 15) le regioni che aveva in mano il centrosinistra e, nel 2014 (certo, un secolo fa) erano addirittura 16. Il centrodestra, all’epoca, governava solo il Lombardo-Veneto e, storicamente, la Sicilia. Il cambio di passo arriva nel 2019. Anche se la Lega di Salvini perde la sfida di portare il Paese alle elezioni anticipate, la vittoria di Solinas in Sardegna (autonomisti-Lega) e di Vito Bardi (FI) in Basilicata segna l’inizio di una rimonta epica. Il centrosinistra, resse, all’epoca, in Emilia-Romagna (ma solo dopo una campagna elettorale condotta casa per casa, al fulmicotone e in cui proprio la Schlein lanciò la sua lista ‘Coraggiosa’, in appoggio a Bonaccini) e, ultima vera enclave, in Toscana. Poi ci sono state le vittorie (meglio sarebbe dire: i trionfi) di riconferma di Toti in Liguria e di Zaia in Veneto, una doppia vittoria storica, almeno per le ex terre irredente (la Lega che espugna la provincia di Trento e la Svp che si allea al centrodestra in quella di Bolzano) e, infine, le ‘scontate’ vittorie del centrodestra in Lombardia, con Fontana, e in Lazio, con Rocca. Volendo tacere della Sicilia che, o con Musumeci o con Schifani, resta sempre appannaggio della destra-centro, e della Sardegna, di cui si è detto, o del piccolo Molise, finito a sua volta a destra, il centrosinistra ha preso batoste storiche in Lazio, che governava ininterrottamente da dieci anni, e pure in tutte le altre regioni dove, come in Friuli, le elezioni sembravano sempre un inutile orpello, con candidati mai davvero entrati in partita, senza voler risalire alla caduta di antichi bastioni come Umbria, Marche o anche, di lontano, la Sardegna. Nel 2024 si rivoterà in Campania e Puglia e il centrosinistra potrebbe perdere quel poco di potere che ancora ha. Sarebbe la debacle finale. Perché farla così lunga sui governi delle Regioni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è evidente che, come insegna tutta la storia patria, dalla Prima Repubblica in poi (nella Prima alla nascita delle ‘giunte rosse’ seguiva l’avanzata del Pci, nella Seconda alle vittorie alle Regionali seguivano le vittorie dell’Ulivo), sono le elezioni regionali le più prossime alle Politiche per struttura, composizione e tipologie di scelte dell’elettorato. Infatti, i dati delle Regionali, sono molto più vicini ai risultati dei partiti alle Politiche, a volte persino più delle elezioni europee (dove, votando con il proporzionale, si finisce per premiare più il partito che il candidato, nella testa dell’elettorale), di certo più delle comunali. Certo, il centrosinistra si bea di avere, dalla sua, molti sindaci di grandi centri urbani, ‘capitali’ d’Italia che contano (Torino, Milano, Firenze, Bologna, Roma, Napoli, Bari). Vero, ma è anche vero che, oltre al fatto che anche in questo genere di elezione, sempre più di recente, diverse città di peso sono cadute nel centrodestra (Venezia, Genova, Palermo), i sindaci italiani – che hanno, si capisce, grandi meriti perché quelli più ’in prossimità’ ai bisogni dei cittadini – al massimo, sulle scelte politiche di fondo, possono ‘fare colore’. Come nella protesta ‘di massa’ sulle adozioni delle coppie monogenitoriali o in generale sui diritti civili che, specie nelle grandi città (ultime enclave del voto dem, in quanto ormai abitate per lo più da ceti medi affluenti), caratterizzano sempre più le issues della sinistra. Ma le elezioni – nazionali – si vincono (così insegnano le serie storiche e la politologia, sia italiana che europea) nelle regioni e alle regionali. Dove il centrodestra può pescare uomini solidi, preparati, innovatori, moderati ma autonomisti (Zaia e Fedriga nella Lega, che potrebbero, prima o poi, scalzare Salvini, o Acquaroli nelle Marche, pupillo della Meloni o Occhiuto dentro FI, di cui era già uno degli elementi migliori in Parlamento) mentre il centrosinistra può solo contare su ras locali che non hanno intenzione di togliere il disturbo al prezzo di far perdere le prossime elezioni al Pd (il re dei ‘cacicchi’ De Luca in Campania) o solo al prezzo di lauta buonuscita (Emiliano in Puglia). Oppure su candidati sconfitti alle primarie (Bonaccini in Emilia), che neppure possono ricandidarsi e ora devono patire le stimmate del looser. Oppure su candidanti vincenti ma che non sono stimati al ‘nazionale’ (Giani in Toscana). Morale, il centrosinistra, entro due anni, rischia di restare in mano, a livello di regioni, con la sola Toscana. Un po’ poco per chi pretende di voler governare il Paese. Senza dire del fatto che, con il 20% dei voti, anche se questo 20% diventa 25% in coalizione con altri micro-partitini e 30-35% sommato ai 5Stelle, resta sempre dieci abbondanti lunghezze sotto qualsiasi formazione di centrodestra anche se guidata da un mulo. E, in questo caso, c’è invece la Meloni, prima premier donna del Paese e ancora in piena luna di miele con l’elettorato. Se il governo non farà errori marchiani, non perderà i soldi del Pnrr e non si perderà dietro assurde polemiche, e gaffes micidiali, sull’antifascismo (si attendono dichiarazioni sensate sul 25 aprile) non solo governerà 5 anni, ma avrà ancora al suo arco la possibilità di farlo per molti anni ancora. Il trend delle regionali degli ultimi anni dice così. E i numeri, di solito, sono più cocciuti dei sogni.&nbsp;</p>
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		<title>L’IO di Elly Schlein si impone sul ‘noi’ del Pd</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Mar 2023 08:21:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il "noi" del PD sopraffatto dall'IO di Elly Schlein. La nuova segretaria impone il suo modello e plasma i gruppi parlamentari a sua immagine.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/lio-di-elly-schlein-si-impone-sul-noi-del-pd/">L’IO di Elly Schlein si impone sul ‘noi’ del Pd</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>La politica italiana fatta sempre più da donne&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ormai è chiaro che la politica italiana è sempre più ‘a misura’ di donna. Giorgia Meloni presiede, con cipiglio e sorriso fermo, la premiership e la maggioranza di governo. La presidente ‘pilota’ ieri è salita su un aereo dell’<a href="https://www.thewatcherpost.it/walking-in-the-bubble/cento-anni-di-aeronautica-militare-e-squarzina-santa-maria-dellorto-milano-design-week-le-carre/">Aeronautica militare</a> per i cento anni dell’Arma, festeggiati alla terrazza del Pincio alla presenza di tutte le Autorità dello Stato, acclamata da molti bambini festanti e inneggianti a lei con tanto di tricolori. Marta Fascina, la moglie ‘di fatto’ del Cavaliere, ha guidato una rivoluzione – poco ‘gentile’ – ai vertici di Forza Italia, imponendo il suo fidato Paolo Barelli (di rito taianeo) alla guida del gruppo di Montecitorio al posto di Alessandro Cattaneo (di rito ronzulliano) e spodestando il potere di un’altra donna, proprio Licia Ronzulli, che resta capogruppo al Senato, ma depotenziata e circoscritta, nel suo potere, a pochi fedelissimi, oltre che esclusa dall’inner circle di Arcore. La ‘nuova’ linea di FI sarà molto più dialogante e bendisposta verso la Meloni e FdI, rafforzandone la presa sul governo e sulla maggioranza, e isolando sempre di più Salvini e la sua Lega, cui non resta che fare buon viso a cattivo gioco. Un gioco di donne (Meloni e Fascina) contro un’altra donna (Ronzulli) a dispetto degli altri uomini che, un po’ affascinati e un po’ succubi, obbediscono.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La segretaria dice ‘IO’ invece del solito ‘noi’</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A sinistra, ovviamente, c’è lei, Elly Schlein. È vero, non l’hanno vista arrivare, ma ora che è arrivata si fa sentire eccome. Alla presidente del Consiglio che richiamava i deficit del Pd sul fronte salariale, la leader del Pd ha risposto: «Ora ci sono io all&#8217;opposizione». Non ‘noi’ democratici o ‘noi’ del Pd, ma ‘IO’. Sembra di capire che per Schlein il Pd sia lei medesima. E in effetti è così. L’io si è imposto sul noi. Due settimane di incontri preparatori, riunioni di corrente, trattative estenuate all’infinito non sono bastate per evitare il filotto nei nuovi organigrammi dem all’interno delle due Camere. Chiara Braga (area Franceschini) e Francesco Boccia (ex area Letta) sono i due nuovi capigruppo di Camera e Senato, ma soprattutto le hanno fatto la campagna elettorale, l’hanno seguita e inseguita per l’Italia, sono di sua stretta, strettissima, fiducia. Boccia ha impedito che la vittoria di Bonaccini, al Sud, fosse troppo netta e foriera di incauti ribaltoni. Braga è una sua amica, oltre che franceschiniana e Franceschini ha puntato, per primo, su Schlein.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bonaccini, lo sconfitto, preferisce Houston…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Stefano Bonaccini, lo sconfitto (ma solo nel voto popolare, non nei circoli), capita la mala parata, se n’è volato a Houston. Eppure, volendo, poteva ingaggiare battaglia. I numeri, del resto, parlano chiaro. Il “popolo del Pd” (gli iscritti) al 65% ha votato per candidati diversi da lei. Il “popolo delle primarie” (elettori, manco è detto fossero tutti del Pd, anzi: più della metà non aveva votato Pd alle ultime Politiche) l’ha vista prevalere con il 54%. Ma lei ha detto, ugualmente, ‘piatto’ e ha preso tutto. I capigruppo (ieri) e la composizione della segreteria (presto). A Bonaccini resta l’incarico, puramente onorifico (non incide mai sulla linea politica del partito) di presidente dell’Assemblea nazionale o passacarte.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le correnti proliferano. Nascono i neo-ulivisti</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’assemblea dei due gruppi parlamentari dell’altro ieri è stato un atto ozioso, assai inutile. Qualche voce critica, qualche distinguo, nulla di significativo. Elly sorride, mostra grinta, include, ma tira dritto. Lei andrà in tv, nelle piazze, parlerà nei dibattiti clou alla Camera, dove è deputata ‘semplice’. I maggiorenti manterranno il controllo dell’apparato. Andrea Orlando (assai ridimensionato, peraltro), Nicola Zingaretti, ma soprattutto Dario Franceschini. Gli incarichi futuri (quelli nei gruppi parlamentari e quelli nella segreteria) saranno ulteriormente suddivisi, parcellizzati. Le correnti restano, nel Pd, anzi: aumentano. Alle cinque ‘storiche’ degli ultimi decenni (la sinistra di Orlando, Area dem di Franceschini, Piazza Grande di Zingaretti, Base riformista di Guerini, i Giovani turchi di Orfini, ma solo le ultime due restano all’opposizione) si aggiungono gli ‘schlieniani’ doc (eletti al congresso cioè in Assemblea nazionale e in Direzione), i bonacciniani doc, i cuperliani, quelli di Articolo Uno (rientrati dalla porta principale, con tutti gli onori e come corrente organizzata) e i neo-ulivisti. I quali ultimi hanno spaccato, ove mai ce ne fosse bisogno, la già sconfitta, nelle assise, Base riformista di Guerini e Lotti. Sono loro (per lo più ex lettiani: Enrico Borghi, Anna Ascani, Marco Meloni, Matteo Mauri, etc.) che, disertando la riunione di area della minoranza, hanno fatto capire che, anche se si fosse arrivati alla conta, nei gruppi parlamentari, i riformisti l’avrebbero persa. Sono 24 parlamentari e, oggi, pesano come l’oro. Formalmente ‘indipendenti’ e all’opposizione, sono pronti a scendere a patti con Schlein che li ringrazierà con posti in segreteria. Insomma, divide et impera, uno schema classico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Boccia e Braga nuovi capigruppo nelle Camere</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il resto è pura cronaca, quella di ieri. Qualche malumore, qualche mugugno che resta agli atti e alle cronache e due elezioni per acclamazione, quella dei nuovi capigruppo dem alle Camere: Francesco Boccia alla Camera, Chiara Braga al Senato in luogo delle uscenti Malpezzi e Serracchiani. Ovviamente, gli spin doctor della segretaria fanno filtrare che la loro leader è “già al lavoro”&nbsp;per definire la nuova squadra dell&#8217;esecutivo dem (gli uffici di presidenza dei gruppi:&nbsp;,&nbsp;4 vicepresidenti di Camera e Senato, con i tesorieri e i segretari d&#8217;aula. Ce n&#8217;è e ce ne sarà uno per ogni corrente). Una squadra che dovrà muoversi di raccordo con i gruppi, come ha sostenuto Elly Schlein durante la due giorni di confronto con i parlamentari. Perché &#8211; è la convinzione della leader dem &#8211; dalla mancata comunicazione fra questi due piani sono discesi molti dei problemi che si è trovato ad affrontare il Pd. «Noi abbiamo da ricostruire gli assetti politici e istituzionali del partito. Le due cose stanno insieme, non sono da prendere a compartimenti stagni», spiega: «Noi riusciamo nella missione che abbiamo davanti se riusciamo ad ancorare sempre di più il lavoro nel partito e il lavoro che facciamo dentro a queste Aule. Questo ci consentirà di raccordare meglio anche i nuovi assetti, la segreteria e i gruppi». Fuor di metafora, il riferimento è ai tempi (prima con Zingaretti, poi con Letta), in cui erano proprio i gruppi parlamentari, con maggioranze diverse e opposte a quelle che governavano gli organismi statutari del partito, a cannoneggiare il Nazareno e chi vi sedeva. Da qui anche la volontà di Schlein di convocare con regolarità le assemblee dei gruppi. Per tenerli sott’occhio e pure per addomesticarli, visto che le liste non le ha fatte lei, ma Letta.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Leninismo">leninismo</a> in purezza dell’era Schlein&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;era Schlein, assicurano i suoi, non cerca “l&#8217;unanimismo, ma l’unità nei fatti”, sulle azioni da mettere in campo e che saranno ispirate alle domande provenienti dai territori. Nuova traduzione: non funziona che voi fate le battaglie e il partito le insegue, ma noi (cioè ‘io’…) detto la linea e voi l’applicate. Leninismo in purezza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Inizieremo un lavoro parlamentare di raccordo con il partito che avrà l&#8217;ascolto delle piazze, dei luoghi della protesta, e i luoghi delle sofferenze degli italiani il centro della sua azione», spiega il neo capogruppo al Senato, Francesco Boccia. Lui, assieme a Chiara Braga alla Camera, saranno le due ‘fruste’ della segretaria per guidare i gruppi parlamentari. Due scelte annunciate da tempo e confermate anche dopo l&#8217;assemblea dell&#8217;area Bonaccini, che ha portato alla defezione del gruppo dei neoulivisti, e quella dei gruppi parlamentari dove, tranne Cuperlo e Fassino, due battitori liberi, nessuno ha detto ‘ah’ o ‘bah’.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli interventi critici: Malpezzi, Delrio, Zampa</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, qualche intervento critico e coraggioso c’è stato, ma ieri. Gli interventi critici di senatori come Graziano Delrio o Sandra Zampa lo sono stati. Il primo ha segnalato come sarebbe stati importante riconoscere l&#8217;autonomia dei gruppi e della comunità che rappresentano. Sul metodo Delrio voleva &#8220;maggiore condivisione&#8221;. Amen.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La capogruppo uscente, Simona Malpezzi, prende il toro per le corna a inizio lavori, subito dopo aver rassegnato le sue dimissioni: «Dico con franchezza e nella trasparenza che comprendo la necessità della segretaria di fare delle scelte, ma avrei preferito che la discussione avvenisse prima tra di noi che sui giornali». Sulla stessa linea la senatrice Zampa: «Avrei preferito una rosa di nomi» per la scelta del nuovo capogruppo. Zampa chiede inoltre che si superi «la rappresentazione che chi ha votato Schlein è di sinistra e chi ha votato Bonaccini è ex renziano». Sforzo inutile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A queste (poche) critiche, Schlein ha replicato assumendosi completamente la responsabilità delle scelte fatte: «Si è trattato di una scelta del tutto personale e non il frutto di accordi nascosti». Poi la segretaria rimarca inoltre come i contatti con Stefano Bonaccini siano continui: «Stiamo lavorando a un assetto complessivo ed equilibrato, rispettoso del pluralismo e dell&#8217;esito delle primarie», assicura la segretaria. E poi: «Entro pochi giorni ho intenzione di chiudere gli assetti e tornare a costruire insieme alla nostra comunità democratica proposte politiche alternative alle destre e a parlare dei temi che riguardano la vita delle persone». Insomma, alla Schlein gli organigrammi interessano il giusto. Le preme l’offensiva politica e culturale nel Paese. Quella contro il governo e contro ‘le destre’ (sic).&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il timing per la Segreteria e i posti alle correnti</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il timing per il varo della segreteria dovrebbe, comunque, prevedere una manciata di giorni. E, dunque, essere accelerato. C&#8217;è, nel Pd, chi scommette sulla giornata di venerdì, dopo il tour elettorale che la segretaria farà in Friuli Venezia Giulia, prima a Udine e poi a Trieste. Altri, più cauti, rimandano a inizio la prossima settimana. Di fatto c&#8217;è che la segreteria risponderà ai valori usciti dalle primarie, come dice Schlein. Cioè, a sua volta, sarà costruita a sua immagine e somiglianza. Tra i nomi che si danno per sicuri in quota maggioranza ci sono quelli di Marco Furfaro (area Zingaretti) come vice-segretario unico con delega all&#8217;informazione. Sarebbe uno smacco per Peppe Provenzano, che pure vi sperava, e che sarà solo membro della segreteria, ma anche per la minoranza, che caldeggiava la nomina di un vice-segretario di area, indicando Pina Picierno. Ci sarà di sicuro Alessandro Zan, con delega ai diritti, Marco Sarracino, Marta Bonafoni, Stefania Bonaldi per gli enti locali. E ancora: Michela De Biase (area, nonché moglie di Franceschini), Antonio Misiani (economia) e Andrea Pacella, Arturo&nbsp;Scotto per Articolo 1, etc. In tutto, per loro, ci saranno almeno dieci posti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le minoranze, sconfitte, ora sono pure due…&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E le minoranze? Il guaio è che ora sono ben due. E così, nella&nbsp;nuova segreteria, alle due minoranze &#8211; neoulivisti e Base riformista &#8211; sono offerti quattro posti ciascuno. Per i neoulivisti i più quotati sono Borghi e Picierno, per Base riformista Davide Baruffi (bonacciniano doc, agli enti locali) e Alessandro Alfieri (gueriniano doc, agli Esteri). Ma è difficile mettere d&#8217;accordo tutti e i malumori rischiano di far inceppare la ruota. Ma sono ‘solo’ i malumori di minoranze che o già inglobate in maggioranza di fatto (i neo-ulivisti) o all’opposizione tenue e soft (i bonacciniani e Br) non possono certo creare pensieri alla Schlein. Una segretaria ‘sola al comando’ che dice ‘IO’, invece che ‘NOI’ e che ricorda sempre più da vicino Giorgia Meloni e la sua presa sulla sua FdI che nessuno, in quel partito, mette in discussione. Presto, anche per il Pd, si apre un mondo nuovo.</p>
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		<title>Meloni nella tana del lupo (rosso)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2023 11:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cgil e governo. Gelo e silenzio accolgono la premier, ma persino Landini e Meloni hanno interessi convergenti.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una lunga storia di scontri tra premier e Cgil</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Di certo non è andata come andò tra l’allora premier Romano Prodi e la Cgil di Guglielmo Epifani: “il vostro programma è il mio” disse, nel corso della campagna elettorale in vista delle elezioni del 2008 il primo. “Il tuo programma è il nostro” gli rispose la Cgil. Ma non è andata neppure come sempre tra il leader storico del centrodestra, e più volte presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il sindacato più grande e più ‘rosso’ d’Italia. Nel 1994, il I governo Berlusconi cadde subito dopo una grande manifestazione dei sindacati (Cgil in testa) contro l’allora riforma delle pensioni (un po’ come oggi, in Francia con Macron, i sindacati paralizzarono il Paese). Nel ‘biennio rossiccio’ (2001-2002) i sindacati, con l’appoggio del movimento dei girotondi, ci provarono di nuovo, a far cadere Berlusconi (li guidava ‘il Cinese’, alias Sergio Cofferati, allora leader della Cgil), ma non ci riuscirono stavolta anche se portarono in piazza milioni di persone (zenit, la manifestazione a San Giovanni), interpretando il ruolo di una ‘vera’ opposizione all’allora Casa delle Libertà molto di più dei partiti di sinistra, all’epoca tramortiti e deboli. E non è andata neppure come quando, con Matteo Renzi al governo, prima la Cgil si oppose in modo feroce al Jobs Act e poi diede il suo bel contributo per far dimettere Renzi infoltendo i comitati del ‘No’ alla sua riforma costituzionale, anche se Renzi era, all’epoca, segretario del Pd.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo è che, con Giorgia Meloni, non solo prima donna premier, ma anche prima leader di un partito dichiaratamente ‘di destra’ (puro fumo negli occhi, per la Cgil), è sempre una ‘prima volta’. In questo caso è la ‘prima volta’ che una premier di destra va nella ‘tana del lupo’, le assisi di Rimini dove la Cgil celebra il suo congresso che prevede, in modo scontato, la rielezione del ‘rosso’ Maurizio Landini alla guida del sindacato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non si vedeva un presidente del Consiglio intervenire a un congresso della Cgil da Prodi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Peraltro, è la presenza stessa di un premier sul palco della Cgil di cui non si ha memoria da circa trent&#8217;anni. Bisogna risalire a&nbsp;<strong>Romano Prodi</strong>&nbsp;nel 1996 per trovarne un altro. Non era scontato. Dall&#8217;Ulivo alla Fiamma, c&#8217;è tutto un mondo. Compresa quella ferita, ancora aperta, dell&#8217;assalto alla sede di Corso d&#8217;Italia sfregiata da Forza Nuova, a dicembre di ormai più di due anni fa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Un segno di rispetto e riconoscimento del ruolo di una organizzazione che rappresenta 5 milioni di persone&#8221;, dice Landini e si vede che, almeno a lui, la presenza di Meloni non gli dispiace. &#8220;Il sindacato è autonomo, parliamo con tutti. E se le cose non vanno, andiamo in piazza, come abbiamo fatto a dicembre scorso con la Uil sulla manovra economica e come facemmo contro Draghi sulla riforma del fisco&#8221;, sottolinea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo è che fa impressione risalire al 1981 per ricordare il primo premier ad un Congresso Cgil: fu il leader del Pri&nbsp;<strong>Spadolini</strong>. E poi quello del Psi&nbsp;<strong>Craxi</strong>&nbsp;nel 1986. E, appunto,&nbsp;<strong>Prodi&nbsp;</strong>nel 1996. &#8220;Ma noi li invitiamo tutti, è la prassi&#8221;, insiste Landini.&nbsp;<strong>Berlusconi</strong>&nbsp;nel 2010, fu invitato, ma mandò<strong>Gianni Letta</strong>. Invece,&nbsp;<strong>Renzi</strong>&nbsp;nel 2014 e&nbsp;<strong>Conte</strong>&nbsp;nel 2019 non vennero e non mandarono nessuno. Invece,&nbsp;<strong>Giorgia Meloni</strong>, leader di FdI, è andata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qualche contestazione, tanto gelo, niente fischi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è andato tutto fin troppo bene, date le premesse. Forse perché era il giorno della festa dell’unità nazionale del Paese, il 17 marzo. Forse perché a nessuno dei due pesi massimi in campo – la premier, a nome del governo di centrodestra, e il leader del più grande sindacato italiano – conveniva la rissa, anzi: cercavano una sorte di legittimazione reciproca. Forse perché, quando sei invitato a casa altrui, tu non sporchi per terra e chi ti invita non ti fa ingoiare fichi e fischi secchi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, la prima volta di una premier di centrodestra, oltre che donna, a prendere la parola davanti al sindacato più rosso d’Italia è una sorta di ‘non’ evento o di ‘non’ notizia. Tutto va bene. Non è la contestazione plateale della minoranza della Cgil, che lascia la sala cantando Bella Ciao, a rovinare la festa anche perché tutta a uso interno (è la minoranza che, guidata da Elisa Como, conta 24 delegati su mille del congresso, il 2,4%), cioè di chi prova ad apparire, sotto i riflettori, persino più ‘a sinistra’ di Landini, e ce ne vuole. E neanche la battuta un po’ acida di Giorgia Meloni sulle magliette dei contestatori sindacali (“Pensati sgradita”), accostate a quelle di Chiara Ferragni a Sanremo (“non pensavo che si trattasse di una metalmeccanica”). La scintilla dello scontro tra premier e platea del XIX congresso di Rimini non si accende. Beghe interne alla Cgil. Certo, parte qualche ‘Bella ciao’, ma sommesso.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La contestazione (sull’antifascismo, sui migranti) non fa breccia. I contestatori a stento si vedono, ma fuori dal congresso, da cui erano appena usciti quando la premier era entrata. Landini, del resto, era stato categorico: &#8220;Abbiamo scelto di fare un congresso aperto, di parlare con tutti&#8221;, spiega in giacca e cravatta rossa, accogliendola con una stretta di mano e prima di cederle la parola. &#8220;È il momento di imparare anche ad ascoltare ed è importante per noi come organizzazione sindacale: non è solo altruismo, ma la miglior condizione per chiedere il diritto di essere ascoltati&#8221;. Il che non fa una piega, per un sindacato che ha, nel suo dna, la contrattazione. Il mondo del lavoro, spiega il segretario, &#8220;deve esser messo nelle condizioni di negoziare le riforme di cui ha bisogno&#8221;. Sulla presenza della Meloni, che ha ringraziato, parla di “rispetto e di riconoscimento di chi siamo, protagonisti del cambiamento del Paese, non semplici spettatori”. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il silenzio fa da contorno a un premier sicuro&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il silenzio, invece, colpisce. Un silenzio che dura secondi, minuti, decine di minuti. Neanche mezzo applauso, se si esclude quello sussurrato che i delegati concedono quando la leader va sul palco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La voce della Meloni rimbomba nel silenzio, ma ma per tutto il discorso non si registrano fischi. Meloni, in ogni caso, mette le mani avanti: &#8220;Li prendo da quando ho sedici anni, sono Cavaliere al merito delle contestazioni subite, figuriamoci se li temo&#8221;. Certo, nessuno sorride compiaciuto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La preoccupazione della platea, e dei vertici della Cgil, è per l’elenco lunghissimo delle misure fiscali e salariali, &#8220;le scelte del governo le rivendichiamo con orgoglio&#8221; come dice Meloni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di più: proprio la delega fiscale, per la premier, &#8220;è stata bocciata da qualcuno in modo un po&#8217; troppo sbrigativo&#8221;. In ogni caso non c&#8217;è spazio per il salario minimo, dice Meloni. Semmai, sostiene &#8221;possiamo lavorare insieme su un grande sistema di ammortizzatore sociale per lavoratori autonomi e atipici&#8221;. Mezze aperture, ma poco promettenti. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La ‘doppia violenza’ da cui bisogna guardarsi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cita anche l&#8217;assassino di&nbsp;Marco Biagi&nbsp;e riconosce al sindacato l&#8217;aver pagato un prezzo alto alla lotta al terrorismo. Il primo, unico e tiepido applauso (al netto di quello accennato a fine discorso), arriva quando cita – ovviamente condannandolo – “l’assalto alla sede della Cgil da parte dell’estrema destra”, sottolineatura non casuale. Cita subito dopo gli anarchici “che si rifanno alle Br”. Li mette sullo stesso piano, destri e sinistri:&nbsp;&#8220;Credevamo che il tempo della contrapposizione ideologica feroce fosse alle nostre spalle e invece in questi mesi, purtroppo, mi pare che siano sempre più frequenti segnali di&nbsp;<strong>ritorno alla violenza politica</strong>, con l&#8217;inaccettabile attacco degli esponenti di estrema destra alla Cgil&#8221; e le azioni &#8220;dei movimenti anarchici che si rifanno alle Br&#8221;. L’appello è all’unità – una volta si sarebbe detta ‘antifascista’, ma non è il caso: &#8220;E&#8217; necessario che tutte le forze politiche, sindacati e corpi intermedi combattano insieme contro questa deriva&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parla di “centralità alla famiglia” (tipica della destra) ma anche di “sostegno al lavoro femminile” (tipico della sinistra) e osa persino, in partibus infidelium, rivendicare la riforma del presidenzialismo “che è, per rispetto della volontà popolare e per questioni di stabilità, una delle più potenti misure di sviluppo da poter immaginare&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Reddito di cittadinanza, salari, riforma fiscale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi sceglie di inoltrarsi sul sentiero dei ragionamenti sul reddito di cittadinanza, contestandone il fatto che fosse diventato da transitorio a definitivo, come misura: &#8221;È una misura che ha fallito. Ha disincentivato il lavoro regolare. E non c&#8217;è platea più adeguata per dirlo&#8221; (la Cgil è sempre stata contraria al Rdc). Per questo, aggiunge, il governo l&#8217;ha abolito. Un modo per provare, inutilmente, a lisciare il pelo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel mezzo c’è il cuore dell’intervento della premier. Qui Meloni&nbsp;affronta&nbsp;<strong>il tema del ritardo dei salari italiani</strong>, &#8220;che non crescono da trent&#8217;anni&#8221;, &#8221; gli unici più bassi che nel Novanta&#8221;. La risposta è &#8220;puntare tutto sulla crescita economica. Veniamo da un mondo in cui si pensava di abolire la povertà e creare lavoro per decreto. Oggi qualcuno chiede che sia lo Stato, per legge, per decreto a creare un salario elevato. Ma la ricchezza la creano le aziende e i loro lavoratori, lo Stato deve fare le regole. E la sfida è mettere aziende e lavoratori nelle condizioni migliori per crearla e farla riverberare su tutti&#8221;. E qui rivendica la riforma fiscale, frettolosamente bocciata da alcuni&#8221;, riferimento proprio alla Cgil.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Meloni elenca poi&nbsp;<strong>gli obiettivi della riforma fiscale</strong>, entra nello specifico e chiosa: &#8220;Lavoriamo per consegnare agli italiani una riforma complessiva che riformi l&#8217;efficienza della struttura delle imposte, riduca il carico fiscale e contrasti l&#8217;evasione fiscale, che semplifichi gli adempimenti e crei un rapporto di fiducia fra Stato e contribuente&#8221;, ma non convince la Cgil.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Strada sbarrata, invece, al &#8220;<strong>salario minimo</strong>: non è la strada giusta, favorirebbe i soliti&#8221;. Miele per le orecchie cigielline, mai convinte della norma. Piuttosto &#8220;possiamo lavorare insieme un sistema di ammortizzatori sociali universali, sia il lavoratore dipendente, autonomo o atipico&#8221;. Per Meloni la ricetta è invece l&#8217;estensione della contrattazione collettiva, altro core business sindacale: “La soluzione, a mio avviso, è estendere i&nbsp;<strong>contratti collettivi&nbsp;</strong>a vari settori e intervenire per ridurre il carico fiscale sul lavoro&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I leader, due underdog, hanno interessi simili</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I delegati vorrebbero applaudire, ma ‘non’ possono. Una forte carica di ideologia della sinistra che fu, di cui sono custodi, lo impedisce. Finisce chiedendo &#8221;un confronto&#8221;, sempre utile, che permetta &#8221;sempre di imparare se non ci faremo limitare dal pregiudizio&#8221;. Meloni saluta, l’applauso è il minimo sindacale della cortesia, ma la verità è che il confronto non è andato male. Meloni teme un sindacato che soffia e incendia le piazze, come i sindacati e l’opposizione in Francia sulla riforma delle pensioni. Non se lo può permettere, dato il clima presente in Italia. Uno sciopero contro la riforma fiscale ‘ci sta’, se lo aspetta, e anche unitario, cioè insieme a Cisl e Uil, ma non vuole manifestazioni oceaniche contrarie come quelle contro i governi Berlusconi e neppure un’ostilità sorda come contro Renzi. Qualche ora di sciopero e di manifestazioni non si nega a nessuno, non è un problema. Un Paese paralizzato, messo a ferro e fuoco, è inaccettabile. Landini, dall’altra parte, sa che le opposizioni sono fin troppe divise (nel confronto messo in campo dalla Cgil il giorno prima tra Conte, Schlein, Calenda e Fratoianni lo hanno dimostrato che non sono d’accordo su quasi nulla) e che, se la maggioranza di governo non salta per cause endogene (la conflittualità latente con Lega e FI) non scoppierà mai per causa esogene (la ‘spallata’ della piazza). La Cgil è attesa da anni di barricate (virtuali) e di opposizione, certo, ma con misura. Il suo compito principale è chiudere i contratti, come ogni sindacato che si rispetti. Landini, per quanto sia ‘di sinistra’, verrà rieletto per quello. Neppure lui si può permettere anni di scontri, di destabilizzazione, di tensioni sociali pericolose. Alla fine, nella loro diversità, Meloni e Landini sono due underdog che si tengono stretti insieme.&nbsp;</p>
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		<title>La ‘Grande pacificazione’ del nuovo Pd di Elly: sondaggi, iscritti, presidenza a Bonaccini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Mar 2023 17:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[bonaccini]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[PD]]></category>
		<category><![CDATA[schlein]]></category>
		<category><![CDATA[segreteria pd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I movimenti del nuovo Pd della neo-segretaria Elly Schlein, tra i sondaggi e il numero degli iscritti, ma anche le manovre intorno alla presidenza, forse da assegnare all'ex sfidante Bonaccini.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">I sondaggi sono quelli che sono, cioè buoni. Nella Supermedia Youtrend di questa settimana spunta quello che si può definire &#8220;effetto primarie&#8221;, ossia la crescita significativa (quasi 2 punti in 2 settimane) del Pd dalla sua elezione, con il Pd al 18,8 (+1,). Ne fanno le spese innanzitutto il M5S (-1,4%) e anche l&#8217;alleanza Verdi-Sinistra (-0,6%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è il sostegno di migliaia di nuovi iscritti, altro effetto inaspettato, quasi miracoloso. Riaperto il tesseramento il 6 marzo scorso, le nuove tessere staccate sono già 7.500 (erano quattromila dopo la prima giornata). Insomma, entusiasmo a piene mani da parte degli elettori (i sondaggi) come dagli iscritti (le tessere in più). Non a caso, si parla di “effetto Schlein”. In più, ci sono gli endorsment dei padri nobili eccellenti: Romano Prodi, Walter Veltroni e persino Carlo De Benedetti, che dice che “l’avrebbe votata”, anche se non l’ha fatto per colpa della moglie, che tifava Bonaccini. ecco, appunto, ieri arriva l’ultimo tassello che completa il quadro idilliaco. La neo-segretaria proporrà, domenica, all’Assemblea nazionale il suo sfidante, sconfitto alle primarie, come presidente del partito. Lo hanno deciso entrambi, di comune accordo, in una video-call che hanno tenuto ieri sera tardi e che però tanto semplice non è stata, visto che è durata oltre due ore. Il tema vero è la – teorica – “gestione unitaria” del partito, il solo tassello, ad oggi, davvero latitante e aperto fino a domenica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magicamente, dunque, sembra, all’apparenza, almeno, che tutto vada bene, nel nuovo Pd.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema resta la “gestione unitaria”&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Dopo quello che era successo nei gazebo non ci potevamo proprio permettere di creare divisioni o attriti. Nessuno avrebbe capito&#8221;, spiega un esponente del Pd vicino alla <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/tutti-i-nodi-del-pd-di-elly-schlein/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Schlein</a>. Il Pd sembra così poter tirare un respiro di sollievo. Il problema è che, appunto, sono ancora molte le caselle che attendono di essere riempite, da quella della segreteria a quella dei capigruppo, ma il più sembra fatto. Una volta superato il passaggio più delicato, cioè la nomina di Bonaccini a presidente, tutto il resto, assicurano i deputati, arriverà a cascata. Già, perché ora che&nbsp;Bonaccini&nbsp;sarà confermato nel ruolo di presidente, che è un ruolo di garanzia, non si potrà più parlare di &#8220;minoranza&#8221; o di &#8220;maggioranza&#8221;, perché si dovrebbe arrivare, appunto, una guida &#8220;unitaria&#8221; del partito. Pertanto, si dovrebbe considerare archiviato il metodo tradizionale di divisione degli incarichi per quote di appartenenza. Il che è complicato. Un segnale di cambiamento, ovviamente, dovrà essere dato, ma senza fratture o enfasi particolari. In più, sempre per quanto riguarda i futuri assetti organizzativi, si fa presente che sarà difficile sostituire le attuali due donne, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, con due uomini alla presidenza dei gruppi di Camera e Senato (ipotesi probabile potrebbe essere quella di un uomo e una donna) e che comunque, per quanto si possa arrivare ad un&#8217;intesa tra i due big sul punto, alla fine l&#8217;ultima parola toccherà sempre ai deputati e ai senatori dem, dove i bonacciniani sono, almeno sulla carta, molti di più degli ‘schleiniani’. In pole, al momento, restano i nomi di Simona Bonafè, Michela de Biase e Giuseppe Provenzano alla Camera e di Francesco Boccia o Cecilia D&#8217;Elia al Senato. Sul fronte della segreteria, invece, sono in molti a scommettere che un ruolo di primo piano lo avrà Marco Furfaro e che ci sarà almeno un esponente di Art.1, la cui direzione ha dato il via libera alla procedura per rientrare nel partito Democratico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La lunga attesa di ieri per la video-call</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In attesa che il quadro si completi, Elly Schlein, ieri prima ha incontrato la Commissaria Ue per l&#8217;Uguaglianza, Helena Dalli, in visita istituzionale a Roma, il Commissario per gli Affari Economici Paolo Gentiloni e Rosy Bindi. Poi, è andata a Colonna al funerale del senatore del Pd Bruno Astorre, tragicamente scomparso, e, solo al suo ritorno, si chiude al Nazareno per fare il punto con&nbsp;Bonaccini. Il quale ha dovuto attendere un giorno intero dopo altri giorni interi di attesa… &#8220;Una discontinuità nei comportamenti&#8221; dopo le primarie, dalle quali &#8220;è arrivato un&#8217;importante richiesta di cambiamento&#8221;, viene intanto invocata dalla coordinatrice degli amministratori della mozione Schlein Stefania Bonaldi che, a Radio Immagina, dice come sia &#8220;necessario un ricambio del personale politico, della classe dirigente&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un &#8220;rinnovamento&#8221; però che &#8220;non è una rottamazione: pratica che abbiamo conosciuto in altre epoche e che ha segnato l&#8217;inizio del disfacimento del Pd&#8221;. Risolta almeno in parte la questione organizzativa del nuovo Pd, è ancora nebbia fitta, invece, per quella delle alleanze. Il fondatore di Azione, Carlo Calenda, ribadisce di essere ancora &#8220;distante&#8221; da Elly Schlein perché lei &#8220;ha una visione molto ideologica e semplicistica delle cose della vita”. Invece, i 5Stelle, all’inizio entusiasti della ‘novità Elly’, ora sono diventati guardinghi e sospettosi: il salasso di consensi pesa come un macigno e il ‘furto’ dei temi pure.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I dubbi dei tifosi del governatore restano…&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema resta la formula &#8220;gestione unitaria&#8221;. Parole che suonano come una conferma nell&#8217;analisi di parlamentari vicini al presidente dell&#8217;Emilia-Romagna: &#8220;Se si vuole fare una cosa ordinata, la soluzione migliore era quella della presidenza di&nbsp;Bonaccini&#8221;. Il ragionamento era che una carica di peso nella segreteria dem, come quella di vicesegretario, poteva essere d&#8217;ostacolo per la Schlein, che si sarebbe vista costretta a concordare ogni passo con il suo secondo, e pure per il governatore. &#8220;Difficile che Stefano accetti di essere vice qualcosa&#8221;, osservava un esponente dem di primo piano. Ma non era solo questione di orgoglio: con una carica di peso nell&#8217;esecutivo dem,&nbsp;Bonaccini&nbsp;avrebbe avuto le mani legate nell&#8217;esprimere una propria posizione su quei temi che lo potrebbero vedere non in linea con la segretaria e con la maggioranza del partito. Meglio la presidenza, dunque. Carica prestigiosa ed operativa, ma che lascia lo spazio per organizzare anche proposte politiche. Al contrario, la carica da vicesegretario comporterebbe più problemi che vantaggi, al presidente dell&#8217;Emilia-Romagna più che ad altri.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le possibili soluzioni per i nuovi capigruppo&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, tra quanti hanno sostenuto&nbsp;Bonaccini&nbsp;al congresso, c’era anche chi nutriva perplessità. Il ragionamento è che la carica di presidente a&nbsp;Bonaccini, di fatto, chiudeva qualsiasi possibilità di entrare in segreteria e di incidere veramente nella gestione del Pd. Come ora sarà. Inoltre, si punta ancora a cercare di ottenere anche la presidenza di un gruppo parlamentare. Anche perché sembra che la segretaria non abbia intenzione di deviare dal percorso indicato: &#8220;unita&#8217;, ma nella chiarezza della linea politica&#8221;. E, quindi, sulla segreteria sarà lei a scegliere i profili che ritiene più indicati per ciascuna delega, così &#8220;dal restituire al Pd una connotazione politica precisa&#8221;. Stessa cosa vale per i capigruppo. Tanto Debora Serracchiani quanto Simona Malpezzi sono dirigenti stimate da Schlein, ma la leader dem sa anche che in Parlamento non gode della maggioranza di cui gode negli organi statutari. E sul lavoro dei gruppi parlamentari Schlein intende costruire tutta o quasi l&#8217;azione di opposizione al governo di Giorgia Meloni. Qualche assaggio si è avuto nella settimana che si sta per chiudere, con l&#8217;audizione di Piantedosi in Commissione, quando Schlein e le altre opposizioni ne hanno chiesto le dimissioni per il disastro di Cutro, e poi in Aula, con la dura reazione di Peppe Provenzano (uno dei papabili per il ruolo di capogruppo alla Camera) all&#8217;informativa del ministro. Per non parlare della difesa della legge sulle madri detenute o dello scontro con la maggioranza sull&#8217;elezione dei giudici speciali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Verso l’Assemblea nazionale di domenica&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Altra novità. Tornano i riti dell&#8217;assemblea&nbsp;dem dopo anni di riunioni in videocollegamento, prima, e in modalità &#8216;ibrida&#8217; &#8211; in collegamento e in presenza &#8211; poi. Quella di domenica sarà la prima riunione interamente in presenza. Le ultime di questo tipo furono celebrate da Nicola Zingaretti, in quel dell&#8217;Ergife, nella sala interrata dell&#8217;hotel sulla via Aurelia. La stessa sala in cui risuonò quel &#8220;hai la faccia ocme il c&#8230;&#8221; di Roberto Giachetti contro Roberto Speranza che fu il prologo alla scissione dei renziani che facevano capo all’ex premier Renzi e che, più avanti, fondò Italia Viva, mentre prima, dal Pd di Renzi, se ne erano andati quelli di Articolo 1 di Speranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;assemblea&nbsp;di domenica prossima sembra destinata a rimarginare quella ferita, anche in virtu&#8217; di un congresso costituente che ha consentito un riavvicinamento, prima, e un lento ritorno alla casa madre dei compagni di viaggio di Articolo Uno, che già oggi condividono i seggi in Parlamento con gli eletti dem. Domenica l&#8217;appuntamento è alla Nuvola, una prima assoluta anche questa, un taglio netto con il passato che chiude il congresso 2023 del Partito Democratico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il percorso seguito fino ad oggi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un percorso iniziato nel mese di ottobre, dopo la sconfitta dei dem alle politiche del 25 settembre e il passo indietro dell&#8217;allora segretario Enrico Letta, che non si è dimesso ma non si è nemmeno ricandidato, rimanendo al Nazareno come &#8220;garante del percorso congressuale&#8221;. Una posizione di arbitro imparziale, dunque. Contemporaneamente, il segretario ha avviato una fase costituente del partito, con la nomina di un Comitato Costituente che aveva il compito di rivedere lo statuto e &#8220;rifondare&#8221; su nuove basi il partito stesso. Un lavoro portato a termine solo a metà, tanto che dopo il varo del nuovo manifesto &#8211; con strascichi polemici fra sinistra dem e area liberal riformista &#8211; Letta ha chiesto ed ottenuto di lasciare aperta la fase costituente, dando mandato alla nuova segreteria di portarla a conclusione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 21 gennaio, in ogni caso, è stato approvato lo statuto che, da lì in avanti, ha regolato il percorso congressuale. A partire dal congresso dei circoli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La gara nei circoli e quella nei gazebo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è trattato della prima fase congressuale, alla quale partecipano gli iscritti al partito, chiamati a pronunciarsi sulle mozioni, una per ogni candidato. Una novità, questa, rispetto a quanto accadeva fino a qualche anno fa, quando più mozioni potevano sostenere la stessa candidatura. A fidarsi sono stati Stefano Bonaccini, Gianni Cuperlo, Paola De Micheli ed Elly Schlein. Al termine della consultazione, il 19 febbraio, i votanti sono risultati essere 151.530. Il presidente dell&#8217;Emilia-Romagna Stefano Bonaccini chiude nettamente in testa con il 52,8%. Elly Schlein risulta seconda con il 34,8. Più staccati Gianni Cuperlo e Paola De Micheli. Il primo decide di non sostenere alcun candidato, conquistando di diritto circa 20 delegati in&nbsp;assemblea. La seconda converge invece su Bonaccini.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parte da qui l&#8217;ultima fase del congresso, quella che ha portato alle primarie. Il confronto si fa serrato, i due candidati rimasti in campo per quello che può essere considerato un ballottaggio percorrono il Paese in lungo e in largo. Elly Schlein riempie le piazze e i teatri, un elemento che fa subito intendere che la partita era più che mai aperta. Alle primarie del 26 febbraio si afferma Schlein, ribaltando per la prima volta nella storia del Pd il risultato dei congressi nei circoli che, da statuto, servono a selezionare i migliori due candidati che accedono alle primarie aperte. Bonaccini ha conquistato la maggioranza degli iscritti, ma è Schlein ad affermarsi fra il popolo del Pd. Quel popolo che, come vuole lo statuto, si esprime con le primarie aperte a tutti, iscritti e non: basta una sottoscrizione di un minimo di due euro e la firma sulla carta dei valori dem per pronunciarsi. Ai gazebo si presentano un milione e 98 mila persone, un risultato soddisfacente soprattutto alla luce della sconfitta elettorale alle politiche, di quella alle regionali, del cattivo tempo che consigliava una domenica da divano e tv e dalla domenica ecologica indetta a Roma. Schlein ottiene 587.010 voti (53,75%), Bonaccini 505.032 (46,25%). In virtù di questi numeri, a Elly Schlein andranno 333 delegati in&nbsp;assemblea&nbsp;su 600, mentre 267 saranno quelli per Bonaccini.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un vantaggio di misura, dunque, sul quale peseranno anche i membri di diritto dell&#8217;assemblea del Pd, di cui fanno parte, per Statuto, &#8220;I segretari fondatori del Pd, gli ex segretari nazionali del Pd iscritti, gli ex Presidenti del Consiglio iscritti, i segretari regionali, i segretari provinciali, i segretari delle federazioni all&#8217;estero, delle città metropolitane e regionali, la Portavoce della Conferenza nazionale delle donne, i coordinatori Pd delle ripartizioni estero, il segretario dei Giovani Democratici&#8221;. E ancora: &#8220;Cento tra deputati, senatori ed europarlamentari aderenti al partito indicati dai rispettivi Gruppi. I sindaci delle città metropolitane, dei comuni capoluoghi di provincia e di regione e i presidenti di regione iscritti ed in attualità di mandato&#8221;. L&#8217;assemblea&nbsp;nazionale è infine integrata da un numero variabile di componenti, espressione delle candidature alla Segreteria nazionale, non ammesse alla votazione presso gli elettori. Si tratta dei venti membri della mozione Cuperlo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali sono i compiti dell’Assemblea nazionale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;assemblea&nbsp;elegge il presidente, che è anche presidente del partito, su indicazione del segretario. E sempre l&#8217;assemblea&nbsp;elegge la Direzione nazionale. Si tratta di un organo d&#8217;indirizzo politico che svolge le sue funzioni con il voto a maggioranza assoluta su mozioni e ordini del giorno. E&#8217; composta da centoventiquattro membri. Sessanta eletti dall&#8217;assemblea&nbsp;nazionale con metodo proporzionale e da quattro rappresentanti eletti dai delegati all&#8217;assemblea&nbsp;nazionale della circoscrizione estero. Sessanta indicati dai livelli regionali, compresa la circoscrizione estero, tra amministratori locali e rappresentanti delle federazioni provinciali e dei circoli, &#8220;nel rispetto del pluralismo politico, congressuale e della rappresentanza di genere&#8221;, recita lo statuto. Equilibri che dovrebbero ricalcare quelli dell&#8217;assemblea&nbsp;visto che anche le assemblee territoriali, in virtù delle &#8216;convenzioni&#8217; che ne legano la composizione all&#8217;assise nazionale.&nbsp;Assemblea&nbsp;nazionale, direzione nazionale e presidente del Partito, dunque, scaturiranno tutti dalla riunione di domenica. Nella seconda parte della giornata si eleggerà la direzione nazionale e il tesoriere. Ruoli ‘veri’. Quelli in cui la Schlein farà la parte del leone.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/il-nuovo-pd-di-elly-schlein/">&lt;strong&gt;La ‘Grande pacificazione’ del nuovo Pd di Elly&lt;/strong&gt;: &lt;strong&gt;sondaggi, iscritti, presidenza a Bonaccini&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Post-primarie. Il nuovo Pd versione Elly sarà tutto nuovo, ma rischia di restare all’opposizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Maria Colombo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Feb 2023 17:48:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa cambia adesso nel Pd di Elly Schlein. Le prime teste che potrebbero saltare sono quelle della segreteria e dei capigruppo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/politica/post-primarie-il-nuovo-pd-versione-elly-sara-tutto-nuovo-ma-rischia-di-restare-allopposizione/">Post-primarie. Il nuovo Pd versione Elly sarà tutto nuovo, ma rischia di restare all’opposizione</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel Pd ora si corre. Arriva il ciclone Elly Schlein. I cambiamenti attesi: segreteria e capigruppo</strong><br><a href="https://www.thewatcherpost.it/news/schlein-limmagine-convince-il-contenuto-ancora-no/">Nel Pd, ora, si corre</a>. Cinque mesi faticosissimi per celebrare il congresso e pochi giorni per cambiare volto, e radicalmente, al partito. Ieri, alle 15, il passaggio di consegne al Nazareno. Enrico Letta, segretario uscente, regala a Elly Schlein, segretario entrante (ma la proclamazione ufficiale arriverà solo il 12 marzo in seno all’Assemblea nazionale, barocchismi da Statuto), un melograno, “simbolo di prosperità, fortuna e salute” le dice (ovviamente il melograno è rosso). La Schlein parla di “metodo condiviso e plurale” e di “linea politica chiara e comprensibile”. Gli organigrammi interni, ovviamente, saranno però i primi, a cambiare. Elly ha promesso a Bonaccini, nella telefonata di congratulazioni in notturna, che la segreteria sarebbe stata ‘unitaria’, ma sarà difficile mantenere i buoni propositi della vittoria. Al massimo, in Segreteria, ci sarà posto per uno, o due, rappresentanti della mozione Bonaccini, e neppure è detto. Tra i fedelissimi di area Schlein è dato per certo l&#8217;ingresso in segreteria di Micaela Di Biase, moglie di Franceschini (sostenitore di Schlein con Zingaretti, Orlando, Provenzano) delle sardine Jasmine Cristallo e Mattia Santori, di Chiara Braga e Chiara Gribaudo, parlamentari che facevano parte anche dell&#8217;esecutivo di Letta. Per il ruolo di vicesegretario Schlein potrebbe promuovere Marco Furfaro, mentre Alessandro Zan è in pole per il ruolo di capo-segreteria, quello che fu Marco Meloni per Enrico Letta. E poi Marco Sarracino, a capo dell&#8217;organizzazione del partito, e Stefania Bastoldi, ex sindaco di Crema. Previsto l&#8217;ingresso inoltre di apporti provenienti da Articolo 1, con Roberto Speranza, Nico Stumpo e Arturo Scotto tra i papabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Bonaccini viene prospettata la carica (onorifica) di presidente del partito, cioè dell’Assemblea nazionale&#8221;, ma lui non chiede nulla&#8221;, mettono in chiaro i suoi collaboratori. Difficile che, tra i sostenitori di Bonaccini al congresso, il sindaco di Firenze Dario Nardella, a rappresentare gli amministratori, e Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo con cui Schlein ha rapporti di lunga data, entrino in squadra. Troppo esposti nel fronte pro-Bonaccini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nodo più intricato da risolvere è la partita dei capigruppo parlamentari. Al congresso si sono schierati con Schlein solo 41 tra senatori e deputati, su 107 complessivi. Sessantasei hanno scelto Bonaccini. Dopo il voto delle primarie ci sarà un assestamento, con conseguente migrazione di parlamentari verso la neosegretaria. A favore della conferma di Debora Serracchiani, oltre alla gestione del caso Cospito, c’è il fatto che Schlein non può permettersi di passare da due donne a due uomini. Alla Camera il nome alternativo alla Serracchiani è quello di Peppe Provenzano, vicesegretario uscente. Al Senato per il dopo Malpezzi si affaccia l&#8217;ipotesi Francesco Boccia. Uno dei due deve mollare ed è più facile che resti Serracchiani ma Schlein potrebbe anche non concedere nessun capogruppo alla mozione Bonaccini. In tal caso sia il presidente dei senatori (Boccia), che la presidente dei deputati (in pole c’è Chiara Gribaudo) toccherebbero alla segretaria. La Schlein vuole “tenere unite le culture del Pd ma senza rinunciare alla linea chiara”. Il problema è che il Pd sta per cambiare pelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tutte le ‘prime volte’ della nuova era Schlein</strong><br>Non è solo la prima volta di un segretario donna alla guida del Pd. Non è solo la prima volta in cui il voto degli iscritti non corrisponde a quello degli elettori. Non è solo la prima volta che un leader dem non proviene da una delle due famiglie classiche e storiche che hanno fatto la storia, sin dalla nascita, del Pd, quella del Pci-Pds-Ds e quella del PPI-Margherita. E’ anche la prima volta che nuove istanze (‘issues’ dicono i colti) vengono poste all’attenzione e in cima all’agenda di un partito che la parola storica – ‘sinistra’ – l’aveva sempre intesa in modo classico, storico, agganciandola al mondo del lavoro. Ecologista, femminista, pacifista (già ci si chiede, qui, quale sarà la sua posizione concreta sull’invio delle armi in Ucraina che il Pd ha finora sempre mantenuto, un ‘sì’ convinto che, ora, potrebbe cambiare a favore di un accento, un po’ peloso, sul privilegio della ‘via diplomatica’), la Schlein è anche la prima segretaria apertamente lesbica (o, almeno, bisessuale) di un partito italiano. E pure questo è un dato ‘rivoluzionario’.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Schlein vorrebbe rappresentare – in modo politicamente ‘gender fluid’ – la fusione della ‘nuova’ sinistra (quella dei diritti civili) che si fonde con la ‘vecchia’ (una presunta tradizione massimalista e radicale che, peraltro, il Pci non ha mai avuto, ma questo sarebbe tutt’altro discorso…), riscoprendo i ‘nuovi’ temi (l’ecologismo, il femminismo, il pacifismo) e coniugandoli con la ‘vecchia’ fissazione della sinistra, quella per il lavoro, ma coniugata ai nuovi tempi (lo sfruttamento, i poveri, le leggi che hanno aumentato la precarietà a partire dal Jobs Act di epoca renziana, o quelli che la Schlein chiama “i decreti Poletti”, i nuovi lavori dei nuovi sfruttati, i poveri, gli emarginati, ma anche gli immigrati, gli ultimi della società).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un partito che ricorda il Pci sì, ma di Ingrao…</strong><br>Insomma, anche se nelle sezioni vengono ritirate fuori e rimesse sul piedistallo le foto di Berlinguer (è successo, per dire, ieri a Firenze), il Pd della Schlein sa tanto del Pci di Pietro Ingrao.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il Pci di Berlinguer – come poi, mutatis mutandi, il Pd di Renzi – era un vero ‘partito della Nazione’, il Pd della Schlein è un (perfetto, si capisce) partito di eterna opposizione. Un partito – e una leader – che anelano a un ‘mondo perfetto’, dal loro punto di vista, in cui, con raziocinio illuministico e foga neoromantica, le ong salvano i migranti e tutti i migranti vengono accolti a braccia aperte, con flussi dilaganti e soverchianti (abrogando la Bossi-Fini), tutte le droghe leggere vengono liberalizzate (abrogando la Fini-Giovanardi), tutti i contratti di lavoro vengono regolarizzati (abrogando i contratti precari ma anche il Jobs Act e introducendo il salario minimo), tutti i diritti civili vengono rispettati, anzi ampliati (introducendo il ddl Zan, il matrimonio gay e pure la maternità surrogata), tutti i cambiamenti climatici non possono che produrre energia pulita e buona, limitando tutte le energie tradizionali, e tutti gli sforzi della comunità internazionale devono essere rivolti alla pace e la soluzione diplomatica della crisi ucraina (bloccando ogni nuovo invio di armamenti), in una visione ‘irenica’ della geopolitica e anche della logica, in cui l’antifascismo non è solo un mantra ripetuto fino allo sfinimento, ma un vero tratto identitario.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le primarie aperte hanno cambiato pelle al Pd</strong><br>Con un milione e rotti di votanti (53,8% Schlein, 46,2% Bonaccini) che ha ribaltato il voto tra gli iscritti (52,9% per il secondo, 34,8% alla prima su 151.530 iscritti: nel 2019 votarono in 189mila), almeno a spanne, senza una reale analisi di flussi, vuol dire che, rispetto alle primarie del 2019 e senza risalire troppo indietro, fino ai 3,5 milioni di votanti alle primarie di Veltroni (2009), il totale dei votanti è pari ai soli voti per Zingaretti (un milione su 1.600 mila votanti) e la Schelin ha vinto con quasi gli stessi numeri assoluti che equivalgono alla somma degli sfidanti del suo predecessore eletto alle primarie, Zingaretti (Letta venne eletto in seno all’Assemblea nazionale), Martina (384 mila voti) e Giachetti (188 mila). Insomma, una vittoria molto ‘limitata’, nei numeri, ma che indica – così dicono molte voci raccolte nell’area che fa capo a Bonaccini – un considerevole ‘cambio di pelle’ e natura del Pd.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti gli elettori ‘non’ del Pd che, grazie alla non necessità di avere la tessera del partito in tasca, si sarebbero recati ai gazebo: sinistra diffusa, apparati di Articolo 1 (che è entrato, a pieno titolo, nel percorso costituente: 90 mila gli iscritti), dell’Alleanza Verdi-Sinistra, dei 5Stelle, ma anche, ovviamente, di una sinistra ‘diffusa’, molto presente nelle città grandi, dove Schlein ha stravinto in modo schiacciante (Napoli, Roma, Bologna, Palermo, Genova, Firenze, Torino, Milano), anche con punte del 70% contro il 30%, e una vittoria più contenuta nei piccoli centri e nelle macro aree regionali (dove, in ogni caso, 14 regioni su 20 sono state appannaggio di Schlein). Una ‘sinistra-sinistra’ che si è ritrovata alla perfezione nelle parole d’ordine della Schlein mentre il voto per Bonaccini è stato trascinato solo dalle correnti (Base riformista) e dai governatori (Puglia, Campania, Toscana, Emilia) che l’appoggiavano e che, solo tra gli iscritti, era riuscito a fare la differenza, vincendo un round.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è che il voto ‘militante’ della sinistra, con numeri assoluti così risicati, è sufficiente per vincere un congresso, neppure sul filo di lana, ma in modo pieno, non certo per vincere le elezioni. Il Pd veleggia tra i 6 milioni di voti del 2019 (22,7%), sconfitta di Renzi, e i 5 milioni e 300 mila voti del 2022 (19,1%), sconfitta di Letta, mentre nei sondaggi si è appesa ripreso (17%), ma non abbastanza. Per tornare centrale, stante che i 12 milioni di voti (33,2%) arrisi al Pd di Veltroni nel 2018 sono irraggiungibili, dovrebbe tornare almeno agli 8 milioni di voti e passa (26%) del 2009-2013 (gestione di Bersani). Un Pd a vocazione ‘minoritaria’ e non maggioritaria, come quello di Schlein, difficilmente ci riuscirà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il tema delle alleanze diventa fondamentale</strong><br>Ecco perché, paradossalmente, il problema delle tanto discusse ‘alleanze’ diventa esiziale, per la nuova leader del Pd. Con il Terzo Polo c’è molto poco da discutere: Renzi e Calenda, pur frustrati dalla pesante sconfitta elettorale alle Regionali, troveranno nuova linfa per rilanciare il processo di fondazione di un partito unico tra Azione e Iv. Obiettivo: attirare quel pezzo di mondo riformista che, pur tra mille mal di pancia, ha finora sempre continuato a votare Pd e, prima o poi, operare per conquistare qualche ‘pezzo da novanta’ dell’area riformista che ha appoggiato, finora, Bonaccini (il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, l’ex senatore Andrea Marcucci, l’ex deputato Luca Lotti, forse, prima o poi, lo stesso capofila dell’area, Lorenzo Guerini che l’altro ieri ha detto “il Pd è morto”). Ieri, piccolo segnale, Beppe Fioroni (ex ministro, tra i fondatori del Pd) ha rotto gli ormeggi, è uscito dal Pd e annunciato la nascita di “Piattaforma popolare”, network di cattolici ed ex popolari che, finora, erano rimasti nel Pd, e altri ancora, da quel mondo, se ne andranno con lui. Non a caso, già ieri, Ettore Rosato (Iv) dice: “Il Pd è finito. Porte aperte a popolari e riformisti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Schlein, dunque, non potrà guardare che in due direzioni: verso i 5Stelle (“la vittoria della Schlein è un bene per l’Italia, pronti a lavorare su molti temi in comune, troverà il nostro supporto”) con cui stringerà sempre più i bulloni dell’alleanza in Parlamento come nel Paese, e verso la sinistra ‘diffusa’. Una sinistra che, dal punto di vista politico, un po’ vota Verdi-Sinistra (un buon 3% alle scorse Politiche) e un po’ si astiene, ma che non potrà ignorare, anzi: vorrà inglobare, radicalizzando ancora di più il partito. Il piccolo problema – che non è all’ordine del giorno ma che, prima o poi, pure si porrà – è che un Pd spinto al massimo della radicalità può valere il 20% del bacino elettorale e i 5Stelle il 10-15%. Se va bene, fa un polo di sinistra – radicale, innovativo quanto si vuole, populista – che, pur valendo un buon 30-35% non basta per candidarsi a governare e vincere le elezioni, senza avere al suo fianco una gamba riformista e moderata che valga almeno un altro 10-15%. Ma, forse, se l’obiettivo della Schlein era sicuramente quello di vincere le primarie e cambiare volto al Pd (il che, molto probabilmente, gli riuscirà) non altrettanto potrebbe essere quello di governare. In fondo, dall’opposizione, le proprie idee – anche le più nuove e innovative – non costa sbandierarle. Anzi, è un’ottima rendita d’opposizione, appunto.</p>
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